Medico e Bambino
2011
Febbraio 2011
numero 2
EDITORIALI










Sei connesso?

Giorgio Tamburlini
IRCCS “Burlo Garofolo”, Trieste
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G. Tamburlini. SEI CONNESSO?. Medico e Bambino 2011;30:75-78 https://www.medicoebambino.com/?id=1102_75.pdf

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7 commenti

I pediatri conoscono i bambini?
Tutti - o quasi - la considerano la migliore rivista di Pediatria italiana: indipendente, affidabile, puntuale. Ma un editoriale uscito sull'ultimo numero di Medico e Bambino ha lasciato perplesso più di un lettore: "Sei connesso?" La domanda la porge uno dei più noti pediatri italiani, Giorgio Tamburlini, per molti anni direttore scientifico del famoso ospedale per bambini di Trieste, e consulente dell'Organizzazione mondiale della sanità.

Nel mirino dell'autore sono le "centinaia di bambini" che - a suo dire - navigano su Facebook o giocano al cellulare. Critiche fondate, se è vero che moltissimi studi hanno confermato quanto sia pericoloso eccedere con i videogame (soprattutto quelli a contenuto violento) o quali rischi si corrano a stare al cellulare troppo a lungo.

Ma, come sottolinea un commento sul blog Dottprof.com, la sensazione è che quella pubblicata da Medico e Bambino sia una critica fortemente condizionata da un pregiudizio negativo nei confronti della tecnologia; cellulari, computer, Facebook, giochi elettronici: un'analisi superficiale rischia di lasciare il tempo che trova e di confondere le idee invece di rivelarsi costruttiva.

La domanda del titolo è solo apparentemente retorica: i pediatri conoscono i bambini? Soprattutto, seguono i cambiamenti che continuamente cambiano il mondo degli adolescenti? E' Facebook il nemico o sono le palestre che mancano, i cinema che chiudono, i trasporti disastrati che impediscono ai ragazzi delle grandi città di incontrarsi dopo la scuola? Non sarebbe male se anche i pediatri si confrontassero su questi argomenti, in un dialogo che coinvolgesse i ragazzi, i genitori, gli insegnanti...

Fonte: De Fiore L. Aiuto, il multitasking! DottProf 14/03/2011. Link: http://dottprof.com/2011/03/aiuto-il-multitasking/

Luca De Fiore
Il Pensiero Scientifico Editore
lunedì, 21 Marzo 2011, ore 17:07

Sei connesso? Sì, tutto il tempo che posso e anche di più
In risposta a quanto scritto da Luca De Fiore, direttore del Pensiero Scientifico Editore.

Condivido in pieno la necessità di un confronto su una tematica così importante e così poco discussa, appunto.
Si può essere genitori ed avere una idea del problema, prima ancora di essere pediatri. Siete entrati nelle case di qualche famiglia che ha almeno un figlio di età dai 10 anni in su? Ed avete parlato con un genitore che, per niente contrario alla "tecnologia", ha favorito l'accesso ad internet e ai socialnetwork pensando che fossero una potenzialità "in più"?. E lo continua a pensare, come genitore e pediatra, ma con alcune riserve, sollevate e a ragione, dall'editoriale di Tamburlini su Medico e Bambino. Scrive Tamburlini: "L’intera gamma della comunicazione interumana, quindi anche con se stessi, si è modificata rispetto a secoli, se non millenni, di storia precedente: da una comunicazione diretta, mediata dal linguaggio e dalla voce, e peraltro ristretta a un numero limitato di persone, a una comunicazione spesso indiretta, moltiplicata nel numero degli interlocutori, con un linguaggio nuovo ipersemplificato nella semantica e nel significato. La connessione quasi perenne con un universo virtuale non può che ridurre i momenti di silenzio comunicativo, in cui vi possa essere spazio per la riflessione. La comunicazione totale è in fondo una sorta di pornografia della comunicazione, e infatti come tale genera dipendenza".

Quel genitore che ha favorito l'accesso ai Social Network si pone ora, alcune riflessioni che nascono dalle seguenti considerazioni: a) la comunicazione rischia di essere di fatto virtuale e superficiale, con un distacco reale dalla lettura di libri, forse anche dallo studio; b) non è un problema di cinema che non ci sono o di palestre o di campi di calcio o di basket. Anche lì la comunicazione e la ricerca di film rischia di essere necessariamente in linea con un sapere comunicativo che appartiene al linguaggio dei socialnetwork; c) la comunicazione telefonica "diretta" non è più una necessità (così come quella di incontrarsi), gli spazi comunicativi familiari si riducono perchè facebook è in connessione continua ("dipendenza", appunto, guai a stare un giorno senza computer nascosto da un genitore che cerca soluzioni punitive e a torto).

Venendo ai pediatri credo che sono necessariamente preoccupati ed anche non preparati per rispondere a domande e perplessità di molti genitori. Inevitabile? Forse, ma difficile pensare che il problema non vada discusso con uno spirito critico, di pensiero che và oltre una "condivisione" un pò di moda di quello che è il sistema di comunicazione di oggi. Le opportunità negate ai bambini ed agli adolescenti non c'entrano nulla. Sono pieni a volte, almeno mediamente, di occasioni ed opportunità. E lo spirito dell'editoriale di Tamburlini non è certo quello di pensare che la tecnologia sia un rischio. Il rischio è il modo in cui viene utilizzata. Essere connessi al meglio deve appartenere ad un mondo fatto di piaceri, di gioie, di modalità nuove di scrittura, di mille potensialità in più, ma anche ad una realtà che non deve essere mistificata e distorta. E questo è il pensiero di un pediatra che riflette, di un genitore preoccupato e di una rivista che ha l'obiettivo appunto di aprire (per prima) un dibattito.


Federico Marchetti
Genitore, Pediatra e Direttore della rivista Medico e Bambino
lunedì, 21 Marzo 2011, ore 17:47

In medio stat virtus
Non rientro nella “gran parte dei lettori di Medico e Bambino”, e forse sono uno dei pochi esemplari ibridi fra la vecchia e la nuova generazione: non sono nato col computer o con Facebook, ho avuto il mio primo cellulare a “soli” 18 anni quando sono andato a studiare fuori all’università, ma ho iniziato ad utilizzare un computer a 6 anni ed ho cercato di sfruttare le potenzialità di internet quando avevo 17 anni, tanto per le comunicazioni sociali quanto per lo studio e la ricerca. Forse per questo non capirò mai a pieno le angosce dei "grandi" e non sarò mai cosciente a pieno della fusione dei "piccoli" col mondo virtuale...

Anche io, come De Fiore, sono rimasto un po’ confuso dal “pregiudizio negativo nei confronti della tecnologia”, anche perché – a dirla tutta – l’editoriale prende spunto da un articolo che parla dell’uso dei cellulari da parte delle madri, non dei bambini. Forse è proprio una questione di “generazioni” diverse, e di diverso adattamento a quello che la società diventa man mano. Quello che ai tempi della mia infanzia era un’accusa alla cattiva influenza della televisione, ora si è trasformata in un’accusa a internet, ai social network e a quanto vi ronza intorno.

Recentemente Pediatrics ha pubblicato uno studio svizzero sulla salute degli adolescenti e l’intensità dell’uso di internet che mi ha fatto pensare proprio a questo argomento: l’associazione trovata segue la forma di una U, ossia non solo chi utilizza troppo internet, ma anche chi lo utilizza troppo poco o per niente sviluppa problemi psichici e somatici (Bélanger RE et al, A U-shaped association between intensity of internet use and adolescent health, Pediatrics 2011;127:e330-5). “In medio stat virtus”, continuerebbero a commentare i nostri antenati. L’ipotesi degli Autori nella discussione, è che i ragazzi che non usano internet “sono fuori dall’ambiente culturale dei loro pari”: eliminando il fattore confondente socio-economico (cioè chi non ha internet perché non se lo può permettere), restano quelli che non si buttano nelle attività sociali on-line e tendono a isolarsi dal modo attuale di stare “connessi” con gli amici.

Forse è la scoperta dell’acqua calda, ma come sempre, come tutto, il problema risiede nella quantità e nella qualità dell’utilizzo delle cose: dalla televisione ai cellulari, dal computer ai videogiochi, da internet ai social network e quant’altro. Come ha commentato Marchetti: “Il rischio è il modo in cui [la tecnologia] viene utilizzata”. Credo che un ragazzino dei nostri tempi non possa vivere senza cellulare, senza Facebook, a meno di restare “escluso” dalla sua cerchia di amici. Certo esiste un rischio di una “comunicazione spesso indiretta, moltiplicata nel numero degli interlocutori, con un linguaggio nuovo ipersemplificato nella semantica e nel significato”. È triste vedere che i ragazzi sono sempre su Facebook ma non scrivono niente di loro, postano solo link e commentano usando frasi idiote, non comunicano davvero, si illudono di farlo, di stare insieme… ma questo, purtroppo, lo fanno anche i “grandi”. Allora cosa si può fare? Mimare le comunità Amish e tornare ad un integralismo di comunicazioni dirette in un mondo che si muove in altra direzione?

“In medio stat virtus”, ripeto anch’io. E questa deve essere la sfida dei genitori e degli educatori, pediatri inclusi. Non demonizzare, ma aiutare i nostri ragazzi a saper integrare, a fare in modo che internet diventi uno strumento più che il fine. Non togliere la tecnologia ai ragazzi di oggi, ma riempirla di significato, e per fare questo serve la concretezza e l'esperienza che il mondo virtuale non saranno mai in grado di dare. Chi ha sperimentato le gioie della lettura di un libro saprà forse comunicarlo ai propri figli, ai propri nipoti, ai propri pazienti. Se da un lato cerco di regalare ai miei nipoti dei buoni libri in carta e inchiostro per comunicare questo grande tesoro, dall’altro parlo dei libri che leggo sulla mia pagina di Facebook e li condivido con i miei amici, così come loro fanno con me; uso internet per ordinarli così come mi tuffo per pomeriggi interi in una vecchia e reale libreria.

Insegniamo ai nostri piccoli (dando l’esempio) a saper essere connessi col mondo, e non connessi e basta…

Gianluca Tornese
Specializzando, Clinica Pediatrica, IRCCS “Burlo Garofolo”, Trieste
lunedì, 21 Marzo 2011, ore 22:40

Replica
Oibò, caro De Fiore, quale moto dell’animo ha condotto a tale estrema (“apparentemente retorica”) domanda? La risposta (a questo punto solo “apparentemente” ovvia) è che i pediatri non solo hanno figli e nipoti intorno a sé, ma per il lavoro che fanno restano tra i più accreditati (secondi solo agli insegnanti) osservatori dei cambiamenti del costume nella educazione e sviluppo dei bambini. Entrambi i commenti (dispiace) hanno letto (affrettatamente) nella mia nota una critica (addirittura un “pregiudizio negativo) nei confronti della tecnologia in sé. Non c’è imputazione più lontana dalla realtà, tanto è vero che sto lavorando da mesi ad un progetto di web radio per bimbi. Il punto è che, proprio come dice Tornese nel suo commento, le relazioni tra fenomeni rispondono molto spesso ad una curva ad “U” e si tratta di cogliere il punto oltre il quale l’effetto diventa un controeffetto, cioè si produce una controproduttività. Esiste questo punto per la connettività elettronica? Pare proprio di si, stando a una certa molte di letteratura scientifica, ed alla preoccupazioni che ne discendono a livello internazionale. L’OMS, ad esempio, ha istituito un gruppo di lavoro su famiglia educazione e salute ( di cui sono stato chiamato a far parte), la CE ha recentemente sollecitato (proprio al gruppo con il quale ho lavorato per l’European Child Health Report) una sezione sulla web addiction (cosa che ci siamo rifiutati di fare, proprio perché si tratta di dare un giudizio equilibrato…).
In ogni caso, obiettivo raggiunto, se ne discute…Ma, per favore, senza estrapolazioni e imputazioni e insinuazioni.
PS Caro Tornese, certo, il lavoro citato come spunto era sull’uso dei cellulari da parte delle madri, e poi si parlava di bambini. Quale ingiustificato salto logico…! Ma era un editoriale, quasi un elzeviro, non un articolo di revisione né un digest né una pagina gialla. Usando una metafora primaverile, direi che un fiore che sboccia può far correre il pensiero ad un albero in fiore, anche se quel fiore non darà origine a quell’albero. Non è pensiero cartesiano, è associazione di idee, componente indispensabile della intuizione.


Giorgio Tamburlini
IRCCS "Burlo Garofolo", Trieste
martedì, 22 Marzo 2011, ore 12:14

Confusioni, strumenti, virtualità, arricchimento, confronti
Un dibattito sui rischi da internet che si sviluppa su web: bellissimo. Che se aspettavamo di parlarne insieme ad un tavolo con una ribolla potevamo anche diventare così vecchi che - non solo facebook - ma pure internet non c'era più.
1. Non sottovaluto la questione sollevata da Giorgio. Anzi, proprio perché è un argomento delicato dovremmo evitare di fare confusione. Un conto sono i danni da cellulare; altro è la permanenza dei ragazzi su internet; altro ancora la dipendenza da videogames. Tre questioni diverse che meriterebbero - forse - tre editoriali diversi.
2. Mischiando cose diverse si rischia di indicare ai lettori un falso problema: il pericolo della pervasività della tecnologia. Al contrario, quella che ci offre la stagione presente è un'opportunità straordinaria, che purtroppo non è sufficientemente nota a medici e dirigenti sanitari: e se facebook fosse anche una piattaforma utile per studi collaborativi? e twitter un formidabile strumento per l'ealerting in epidemiologia?
3. Non è detto che, utilizzando internet, i ragazzi vivano mondi virtuali. Scambiano informazioni, esperienze, opinioni, soluzioni di "compiti a casa" con amici veri, con fidanzate reali o inseguite (comunque non solo sognate, come le mie ai tempi). Questo è un nodo critico (digitale=virtuale) difficile da sciogliere da parte di chi, come me, non è digital born.
4. La comunicazione degli adolescenti (su internet ma non solo) non è detto sia semplificata. E' diversa dalla nostra. Se vogliamo, è più ricca (non a caso si usa l'espressione "enhanced communication"), perché integra testi, video, immagini, file audio...).
5. Alberto Tozzi (nel commento al post di dottprof.com (http://dottprof.com/2011/03/aiuto-il-multitasking/) si augura sia possibile "insegnare (ai ragazzi) come cercare efficacemente le informazioni, come approfondire e non fermarsi a Wikipedia." D'accordo con Alberto, ma attenzione: "insegnare" a patto di essere disposti ad apprendere da chi, in quell'ambito, ne sa almeno quanto noi. A proposito, Giorgio, quanti ragazzi ci sono tra gli esperti del gruppo di lavoro dell'OMS?


Luca De Fiore
AS Roma
martedì, 22 Marzo 2011, ore 16:15

Content is (quasi) the king
Vorrei contribuire al dibattito con un input breve ma per me importante: troppo spesso quando si affrontano temi del genere ci si focalizza (dicendo cose magari anche ragionevoli o addirittura giuste) sulla forma e troppo poco sul contenuto dei mezzi di comunicazione. Un errore - o meglio una miopia - che ho visto applicata in passato alla televisione (e probabilmente decenni fa è stata applicata al telefono e al cinema), poi a Internet, poi alla telefonia mobile, oggi ai social network e domani Dio solo sa a che cosa.

I giovani passano le ore davanti al computer o alle consolle di gioco, è indubbio. Dobbiamo esercitarci sulle strategie da ideare e poi apllicare per fare in modo che queste ore diminuiscano e che i teenager considerino 'meno importanti' questi mezzi di comunicazione nell'ambito del loro relazionarsi? Come volete, anche se potrebbe essere un tentativo vano, condannato in partenza a essere una battaglia da retroguardia.

Ma vogliamo anche sottolineare che è importante lottare perché il contenuto dello stare connessi sia di qualità più elevata? "Content is the king", diceva Bill Gates nel 1996. Altri hanno successivamente messo in discussione questo assioma, ma io credo sia ancora valido. Se un 15enne (o un 40enne) passeggia per prati, boschi, musei e biblioteche tanto meglio. Ma se un 15enne (o un 40enne) sta 10 ore al giorno 'connesso' vogliamo adoperarci perché abbia accesso a contenuti di qualità, perché scambi link che suscitino riflessione, perché goda di entertainment intelligente, perché soprattutto abbia gli strumenti culturali per costruirsi un gusto e un'identità, per capire come muoversi sul Web, come cercare e trovare qualcosa che davvero valga la pena trovare e inoltrare agli amici?

Personalmente farò di tutto perché mia figlia (che oggi ha 4 anni) in futuro coltivi rapporti umani veri e non virtuali, faccia attività fisica e non vegeti davanti a uno schermo, e così via - ci mancherebbe. Ma cercherò anche di fare in modo che sappia sfruttare meglio possibile il meraviglioso strumento che è il Web.

Anche il mestiere di genitore e di educatore deve diventare 2.0, credo.
David Frati
Giornalista, editor di "Pediatria", magazine ufficiale della Società Italiana di Pediatria
martedì, 22 Marzo 2011, ore 16:36

Connessi con (a) ragione
Credo che anche il punto di vista di un’insegnante e mamma possa portare un contributo a questo dibattito.

È anacronistico pensare che i figli del XXI secolo possano vivere senza il telefonino nel jeans o una connessione che permetta loro di navigare e “incontrarsi” su internet in ogni momento della giornata. Penso però che sia realistica la posizione di chi teme che «la connessione quasi perenne [possa] ridurre i momenti di silenzio comunicativo, in cui vi possa essere spazio per la riflessione». Il vero problema mi sembra infatti la superficialità e passività nell’uso delle nuove tecnologie e dei social network sui quali spesso i ragazzi si limitano a postare frasi e pensieri di altri, a far passare il tempo più che a comunicare davvero. La maggior parte dei miei alunni (10-14 anni) incontra notevoli difficoltà nel motivare le proprie scelte o il proprio punto di vista – la risposta più gettonata è “perché sì/no” - e penso che questo dipenda anche dalla passività con cui fruiscono delle nuove tecnologie, che spesso invadono il loro tempo senza dargli opportunità per riflettere, farsi domande ed elaborare in maniera attiva e autonoma il proprio pensiero.

Quanto dice Frati mi sembra quindi la vera sfida per gli insegnanti di oggi: «fornire gli strumenti culturali per costruirsi un gusto e un’identità, per capire come muoversi sul web», per sviluppare quel minimo di senso critico che li renda adulti consapevoli e responsabili. Senza lasciarsi andare al pessimismo, bisogna però ammettere che si tratta di un compito piuttosto arduo in un Paese che non investe nella scuola, ma piuttosto le taglia i fondi, gli insegnati e anche il tempo.

A mio parere diventa quindi determinante il ruolo delle famiglie. Perché i nostri figli non diventino dipendenti e tantomeno passivi nei confronti delle nuove tecnologie, credo che dobbiamo abituarli fin da piccolissimi ad ampliare il campo delle esperienze, creando in loro interessi alternativi ed assecondandone le passioni, senza cedere alla tentazione di lasciarli in balia delle “babysitter tecnologiche” presenti nelle nostre case; solo così le nuove tecnologie potranno essere per loro strumenti per conoscere, approfondire, comunicare e facilitare lo scambio di esperienze reali.

Nella nostra vita frenetica una scelta educativa di questo tipo non è sempre facile, ma la mia esperienza di mamma mi dimostra che sedersi accanto ai propri figli per leggere loro una fiaba li fa diventare dei piccoli lettori autonomi (e anche critici!) già a 6 anni. Mi sembra che scarrozzarli tra palestre e scuole di musica o di danza, non li avvii solo al multitasking selvaggio a cui siamo tutti condannati, ma permetta di mettersi a suonare il pianoforte ancora con il grembiule addosso piuttosto che correre ad accendere il computer per giocarci appena rientrati a casa. Credo inoltre che scegliere di avere una sola televisione in casa, e non dove mangiamo abitualmente, mi aiuti ad avere un tempo di qualità da trascorre con loro per comunicare e “conoscerci” meglio. Non per questo scoraggio i miei figli ad utilizzare il computer: i miei bambini di 8 e 5 anni lo fanno in modo piuttosto autonomo, per giocare in primo luogo (col permesso e per un periodo limitato), ma anche per fare ricerche, scrivere o disegnare (mentre il piccolo di 3 anni li osserva con molta attenzione!).

Certo i miei figli sono ancora piccoli e temo il periodo in cui avrò tre adolescenti per casa, penso però di fare qualcosa perché fino ad allora imparino a conoscere le potenzialità del web, ma ancor di più mi auguro che stiano già iniziando a sperimentare che solo attraverso la loro intelligenza e la loro sensibilità potranno sfruttarle appieno.

Laura Lenzi
Mamma e insegnante (precaria) nella Scuola Secondaria di I grado, Brindisi
giovedì, 24 Marzo 2011, ore 12:57



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