Rivista di formazione e di aggiornamento professionale del pediatra e del medico di base, realizzata in collaborazione con l'Associazione Culturale Pediatri

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Appunti di viaggio


Il primo impatto con l'Angola
Gabriele Cont
Specializzando in Pediatria, Clinica Pediatrica IRCCS Burlo Garofolo, Università di Trieste
Indirizzo per corrispondenza: contgabriele@gmail.com

Ciao a tutti.
Qui umanamente parlando per il momento reggo, fortunatamente le origine abruzzesi mi aiutano, ma professionalmente sono proprio cazzi!! Che sia la volta buona che mi metta a studiare! Mi mancano le nostre giornate in reparto! Vi racconto qui di seguito un po’ come vano le cose.
Ebbene sì, mi ci sono volute 2 settimane per metabolizzare, digerire e poter buttare giù due righe.
Per i primi 10 giorni non mi sembrava certo di stare in Africa!
Certo, la popolazione è africana (neri), ma se non fosse per questo e per le patologie tropicali... il calore dell’Africa, della terra madre di tutte le terre... beh c’è ben poco!
Si perché qui si vive e si lavora dentro a un piccolo lager, dotato di camera con bagno (rubata non appena se ne è liberata una, la mia iniziale era senza bagno e più triste dell’urologia dell’ex ospedale civile di Gorizia...). Qui “dentro” nella “casa” ci sono gli altri volontari che uno dopo l’altro, manco ci fosse un’epidemia (la suina??) se ne ritornano a casa... infatti il luogo di queste ridente capitale africana (un guazzabuglio di traffico, gente e immondizia) che maggiormente frequento e conosco è proprio l’aeroporto!
Tutto questo comunque è stato l’inizio... ANGOLA - GABRI 3-0
Al lavoro ce ne sono di cose da fare, imparare, burocrazia da compilare, cose da capire, modi per farsi capire, strategie da attuare per intendersi, pazienza, pazienza, rabbia per le cose che non vanno, frustrazione per le cose che non capisco, non so fare e dovrei, mente vuota o troppo piena, frustrazione per la morte che non arriva mai o per quella che arriva e, diavolo, ora no, non l’aspettavi!
Dicevo questo era l’inizio... certo ora qualcosa ne capisco in più...ma resta pur sempre un oceano, dove colmo 1-2 goccine al giorno e dove piano piano mi sto facendo il pelo sullo stomaco. Pazzesco, intendiamoci non giustifico il “non fare” e il “lasciar morire per indifferenza”, “per il cambio turno” e nemmeno per “la necessità di mangiare il panino” ma mi sto accostumando (italiano o portoghese?) a farmene una ragione, che la vita e la morte vanno a braccetto, che in fin dei conti il mio impegno, la mia forza lavora, le mie attenzioni le sto dedicando ai loro figli e se poi loro stessi (medici, infermieri, madri) se ne fregano, beh non posso cambiar il mondo!
Sto diventando come loro??
Questo era l’inizio.
Poi mi hanno portato alla scuola qui vicino, complesso scolastico che va dalla I elementare alle superiori, all’interno del nostro muro di cinta (un giardino dove c’è di tutto, il nuovo campetto di calcio a 7, in terra battuta, o meglio argilla stirata con qua e là medio-piccole increspature e declivi concavi dove perdere ginocchia e caviglie; macchine abbandonate, un florido orticello immerso in detriti e materiali di scarto, macchine agricole, una ruspa che prima o poi voglio poter manovrare - sogno di ogni bambino maschio - e qualche container parcheggiati con lauta ricompensa da versare alle casse dei preti). Si, perché mi dimenticavo, all’interno del nostro lager c’è il convento e il seminario. Gente accogliente, solidale, ospitale ma da capire e interpretare, no preti delle nostre terre, qui il seminarista veste alla moda con cellulare e stile diaconale.. Ma tutta brava gente!
Confuso, si perché ora riemergono in superficie tutti i miei pensieri.
Dicevo poi mi hanno portato alla scuola e come per incanto e un po’ anche per magia la tristezza è volata via e mi è nata dentro una carica irrefrenabile data da quei candidi cori mattutini degli scolaretti delle elementari: 14 file, di 18-20 bambini, maschietti e femminucce, disposti in fila indiana, nel tentativo per definizione irrealizzabile (qui in Africa, ma forse tipico dell’età) di mantenere i ranghi ordinati. Camici bianchi, piccoli soldatini, gioiosi e cantanti, occhi grandi, denti bianchi, camici bianco latte dicevo (non hanno l’acqua calda e la strada è sempre così polverosa.., argillosa, che non mi capacito come facciano a essere cosi bianchi questi maledetti camici), tutti neri, ma proprio neri..dai capelli a treccioline decorative alle piante dei piedi. Piccoli ma dalla voce intensa, del timbro squillante, ritmica, accompagnata da meticolosi movimenti delle mani, delle braccia e dei piedi. Gioiosi, che mi trasmettono una gioia immensa e mi fan capire che questa sì, questa è la MIA AFRICA!
E poi c’è il BAIRO... il quartiere, dedalo di strade polverose, una sorta di favelas, si proprio favelas composta da latta, legno, plastica, carcasse di cisterne, di uomini..gente con una propria autonomia, una lixeira (un immondezzaio a cielo aperto). Non mi è mai capitato di vedere una cosa simile. Gli abitanti del bairo sono per il 70% di età inferiore ai 18 anni! Pazzesco, le strade sono tutto un pullulare di gambette, vestitini, treccine, piedini nudi, pozzanghere di liquami, bambini e bambine che giocano a pallone, saltano l’elastico, si spingono su monopattini artigianali, evitano di farsi investire dalle macchine, trascinano recipienti di 30kg di acqua, ridono e scherzano e sembrano felici! Sembrano, ma penso sotto sotto sappiano che non gli resta altro che farsela passare! Luoghi dove l’uomo bianco fa scalpore, dove toccare la mia testa pelata diventa il gioco del quartiere, dove senti sussurrare le vocine dei bambini “homen brancos, homen brancos”. Dove diventi l’invitato per eccellenza!
Ospitalità e dignità senza eguali... ospiti a cena di amici di amici che vivono in 4 in 8 mq, che condividono il giardino (2mq) con un’altra famiglia. Che preparano il piatto migliore della casa, che comprano le birre con lo stipendio, che percepisci a pelle che non si tratta di falsità!
E poi vien la messa celebrata da un frate nero, in portoghese, all’interno dell’ospedale...tutto a un tratto il mio lager perde le inferiate e le mura di cinta (che mi proteggono dall’esterno??) e d’incanto, a occhi chiusi coccolando un bimbo da me ricoverato (pareva autistico, perché qui si caricano il figlio sulle spalle e per 8 ore al giorno, 7 giorni alle settimana questo disgraziato interagisce solo con la schiena della madre?????), percepisco di essere in AFRICA! Musica, canti, spiritualità, balli questa sì che è una festa e poi lui, il mio piccolo “autistico” mi guarda e mi stampa un sorriso a 56 denti (tutti bianchi!)... questione di stimoli?
Come prima parte può acabare (finire).
Datemi il tempo di metabolizzare... le caipirinhas!

Vi abbraccio tutti,
Gabriele



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G. Cont. Il primo impatto con l\'Angola. Medico e Bambino pagine elettroniche 2009;12(10) https://www.medicoebambino.com/?id=APTV0910_10.html