Marzo 2008 - Volume XXVII - numero 3

Medico e Bambino


Articolo speciale

L'Africa, gli aiuti e noi

ANIKO ACZEL1, GIUSEPPE BATTAGLIA2, ELEONORA BIASOTTO3, CRISTINA BRONDELLO3, CHIARA BUSETTI4, SANTE CANTATORE5, ILARIA D’AQUINO5, ANDREA DE MANZINI6, ERICA DUDINE7, SERGIO FACCHIN6, TANIA GERARDUZZI3, ANNA LASAGNI5, MARZIA LAZZERINI3, ILARIA MARIOTTI5, MASSIMO MASCHIO5, ROSANNA MENEGHETTI5, ANNA LUCIA PALTRINIERI5, EMILIANO PANIZON2, FRANCO PANIZON8, MICHELE PASETTO9, ANNA LUCIA QUITADAMO5, MARIKA RIVA5, FABIO RODARO2, LAURA RUBERT5, SILVIA VACCHER5, FEDERICO VERZEGNASSI5

1Ex dirigente ONMI;
2Studente in Medicina (Università di Trieste o di Verona);
3Dirigente ospedaliero;
4Pediatra in missione operativa in Africa (Médecins sans Frontières, CUAMM);
5Specializzando in Pediatria (Università di Modena o di Trieste);
6Pediatra di Famiglia (ASL di Grado, ASL di Pordenone);
7Struttura Complessa di Medicina Riabilitativa, Ospedale Maggiore, Trieste;
8Professore Emerito (Università di Trieste);
9Direttore Amministrativo Hospital da Divina Providencia, Luanda

Indirizzo per corrispondenza: f.panizon@libero.it

AFRICA, AIDS AND US

Key words: africa, aids

A general, analytic and documented picture on the social and health conditions in Africa, with the figures of the envisaged and distributed aids and the results obtained during the last few years, on the culture, on democracy and especially on the paediatric mortality (Millenium Project) is supplied. The characteristics of the top-down (WB and MIF) and bottom-up (NGO, Churches, and others) interventions are compared. A brief description of the intervention, which up to now has lasted 6 years, as well as the results obtained by a small group of Italian paediatricians in an Angola Hospital and in particular the strategy of prevention and treatment of severe poor nutrition in Africa.

Vuoi citare questo contributo?

Aniko Aczel, Giuseppe Battaglia, Eleonora Biasotto, Cristina Brondello, Chiara Busetti, Sante Cantatore, Ilaria D'aquino, Andrea de Manzini, Erica Dudine, Sergio Facchin, Tania Gerarduzzi, Anna Lasagni, Marzia Lazzerini, Ilaria Mariotti, Massimo Maschio, Rosanna Meneghetti, Anna Lucia Paltrinieri, Emiliano Panizon, Franco Panizon, Michele Pasetto, Anna Lucia Quitadamo, Marika Riva, Fabio Rodaro, Laura Rubert, Silvia Vaccher, Federico Verzegnassi. L'Africa, gli aiuti e noi. Medico e Bambino 2008;27(3):174-180 https://www.medicoebambino.com/?id=0803_174.pdf


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La mia Africa
Primo giorno in ospedale dopo due mesi di Africa. E sento salirmi un senso di repulsione per tutto quello che sento e vedo. Peggio di quando sono tornata dal Brasile.
Mamme che si disperano e portano il figlio in Pronto Soccorso (PS) perché il figlio è caduto e si è escoriato un ginocchio, o che pretendono di mettere la supposta con l’EMLA al figlioletto di 11 anni… E medici che spendono ore per rassicurarle…
E mi domando ancora come posso tollerare tutto questo dopo aver visto mamme giovanissime con già due o tre figli che non sapevano nemmeno quanti anni avevano, che non sapevano leggere nemmeno l’orologio o cosa fosse un bagno, che accettavano passive che il loro marito avesse altre mogli o che si ubriacasse ogni sera...
E mi domando che cosa è giusto fare: sono giusti gli sforzi che facciamo per “aiutarli”, sempre che aiutiamo loro e non cerchiamo di tener buona la nostra coscienza o di fuggire a cose/responsabilità che qui ci divorano?
Sarà giusto andare lì e calar dall’alto delle verità completamente lontane dalla loro quotidianità, al loro pensiero comune, o forse è meglio andarsene via rapidamente e lasciarli crescere secondo la loro storia naturale anche se ci volessero mille anni? E forse, per mettere a tacere questa inquietudine, mi rispondo sempre con la frase di Madre Teresa che dice che ogni azione è come una goccia nell’oceano… Ma sarà vero? Servirà quella goccia all’oceano o creerà più danno che altro e sarà un seme che farà nascere un fiore o cadrà nel deserto?
Appena scesa dall’aereo sono stata accolta da una bandiera con una sciabola disegnata e con i colori rosso sangue e nero morte. Una popolazione triste, chiusa, che non ti guarda in faccia mentre parli e al tempo stesso così orgogliosa che piuttosto preferisce continuare a sbagliare che chiedere spiegazioni, per nulla angosciata, perché non se ne rende conto (e questo è ancora più grave), da un figlio che a 2 anni pesa 4 chili, che con la calma più assoluta ti viene a chiamare in corridoio perché il figlio “dottora, non respira più” senza capire che è morto!… Altro che le nostre che per due etti in meno si disperano e vogliono l’integratore!!!
Infermieri che dormono sui tavoli perché l’importante è avere un lavoro, non svolgerlo bene; pertanto non importa se non fanno le terapie perché non sanno fare le diluizioni (si saltano o non si dice al medico che manca il farmaco). E così mi vengono in mente le mie infermiere del PS, fantastiche! Loro che non devi aprir bocca e hanno già fatto tutto, che ti dicono “quando hai finito questa visita, vieni subito di là che c’è una mastoidite…” e ringrazio di averle…
A cosa serve tutto questo che sto dicendo? A niente probabilmente, o forse a riportare qualcuno con i piedi sulla terra, a far sì che qualcuno spieghi alla prossima madre isterica che è normale che un figlio si faccia alcune banali infezioni respiratorie nei primi anni o che una tosse non scompaia in due giorni. Che riporti tutti un po’ con i piedi a terra, perché in questa parte del mondo si creano problemi dove non ci sono, e al telegiornale si preferisce parlare della love story di un presidente piuttosto che della mancanza di antitubercolari per più di un mese in un Paese stracolmo di tubercolosi!
Forse serve a me come sfogo perché non so più cosa è giusto fare e cosa no. Perché spero in un consiglio sincero... o semplicemente vorrei ringraziare di cuore per ogni cosa di cui non ci rendiamo nemmeno conto, dall’acqua che arriva al settimo piano senza che dobbiamo andare a prenderla da una tanica e caricarcela sulle spalle, a un’insalata condita con l’olio, a una casa che sei in grado di pagare anche se con mille sacrifici e gettoni mal pagati ma che intanto puoi permetterti perché hai un lavoro, hai studiato, puoi mangiare, bere tutto quello che ti pare, che hai un frigorifero in cui tenere lo yogurt e non comprarlo dopo che è stato uno o più giorni sotto il sole…
E allora grazie a tutti loro che ti permettono di sentire questo quando ritorni al di qua del baratro, grazie a Leleno, Helena, Manuel Domingos, Tales, Alsenio, Teresa, Baltazar, e agli altri mille che mi hanno permesso di ringraziare per essere viva, per non essere malata come loro, per avere una casa pulita, per aver la possibilità di scegliere il mio destino, per poter dire a una mamma che suo figlio sta bene anche se è la terza febbre della stagione, che se non va di corpo da due giorni non occorre che venga in PS alle 4 di mattina….
Spero solo di non dimenticare troppo in fretta…
Stefania Norbedo


Stefania Norbedo
Specializzanda in Pediatria
marted�, 27 Maggio 2008, ore 15:42


Cara Stefania, la tua lettera arriva in controtendenza rispetto a un articolo, pubblicato sul numero di febbraio, a firma mia e di tutti quelli che sono stati nel Posto da dove tu sei appena tornata (Medico e Bambino 2008;27:174-80); in controtendenza perché la conclusione (non facile, né certa, nemmeno per ciascuno di noi, è che andare là faccia bene a noi (professionalmente, e nella comprensione del mondo, e nei sentimenti che ci guidano e ci guideranno nella vita) e a loro (ai medici, agli infermieri e alle mamme, anche solo un poco), che sia una carità, non per cambiare il mondo, ma per renderlo meno diseguale, non forse per salvar vite, che, a dispetto della dichiarata sacralità “valgono” oggettivamente 100 volte meno di quelle dei bambini che nascono qua, ma per trasferire gentilezza e conoscenze.
A me pare, dalla tua lettera, che abbia fatto bene anche a te, anche se ne hai riportato inquietudine e malessere. Anch’io, dopo il primo ritorno a casa, sono entrato in una lunga depressione, quella vera, quella delle pastiglie. Ma poi ci sono ritornato, e ancora, e ancora. Di quella esperienza, posso dire due cose.
La prima è che il medico, per sua natura, non agisce per cambiare il mondo, ma ne cura le ferite; e che trova conforto, alla sua vita, in ogni singolo atto (non dico in ogni vita salvata, che sarebbe già moltissimo, ma in ogni atto pietoso che riesce a compiere).
La seconda cosa è che, a mio avviso, il contributo che il volontariato riesce a dare all’Angola è più che una goccia. La missione di don João Calabria, sbarcata a Luanda negli anni ‘70, con un solo confratello che abitava in un container, serve ora un barrio di 400.000 abitanti, con un asilo Nido, una scuola per 2000 allievi, quattro posti di salute, un consultorio per TB e AIDS, un servizio ambulatoriale per malnutriti, un Ospedale, il “nostro”, quello della Divina Providencia. E si trova assieme ai Medici senza Frontiere, al volontariato del VIM, dal CUAMM, dall’Università Cattolica: e la somma di tutto questo non è miserabile. Forse non basta a compensare il male che la civiltà bianca ha dato e ancora dà, ma, anche per questo, è una presenza significativa.
Un caro abbraccio.

Franco Panizon

Franco Panizon

marted�, 27 Maggio 2008, ore 15:43

Aiuti internazionali
Mi ha fatto molto piacere leggere l’articolo sull’Africa pubblicato su Medico e Bambino (2008;27:174-80), spero possa essere l’inizio di un confronto e di una condivisione di esperienze.
In base alla mia formazione e all’esperienza pratica nel mondo della cooperazione nonché, oggi, anche come responsabile di una Onlus che si occupa di bambini di strada, vorrei proporre tre punti, tre flash di riflessione rispetto a quanto ho letto nell’articolo.
1. Trovo ci siano delle inesattezze nella contrapposizione che è stata fatta tra agenzie dell’ONU e ONG, rispetto alle maggiori difficoltà nel valutare l’operato e i risultati ottenuti da queste ultime. Esistono delle norme e tutti i soggetti, governativi e non, sono obbligati a “render conto” sia delle spese sostenute che dei risultati ottenuti rispetto agli obiettivi di partenza. Un progetto di cooperazione, inteso come inizio di un cammino condiviso di aiuto, in prospettiva, però, di una totale autonomia e autosufficienza del soggetto ricevente, viene finanziato con denaro pubblico solamente se strutturato in un certo modo.
Naturalmente il mondo della cooperazione è fatto di esseri umani, alcuni più furbi, arrivisti ed imbroglioni di altri, ma essi si distribuiscono in egual misura tra ONG e agenzie internazionali.
2. Credo possa essere interessante riflettere un po’ meglio sull’operato di enti come il FMI e la Banca Mondiale. Sono questi, a mio avviso, che dettano le regole del gioco, ma non solo in tema di aiuti all’Africa, bensì sulle regole di mercato che impoveriscono sempre di più l’Africa stessa.
3. Nell’ambito della cooperazione e degli aiuti internazionali, citerei il dibattito molto acceso che vi è all’interno di questa realtà tra chi opera in situazioni di emergenza e chi, invece, lavora a progetti di sviluppo. Nell’emergenza spesso viene proposto e, forse, imposto, il nostro modello di sviluppo e di risoluzione della crisi, pronto e impacchettato per l’uso, con tanto di bandiere e giornalisti al seguito, che però spesso, una volta tolte rapidamente le tende, rischia di lasciare un vuoto peggiore di quello trovato. I progetti di sviluppo partono da precise richieste locali, valutate con attenzione, cercando una sinergia tra culture diverse e risorse diverse; non possono durare meno di una decina d’anni per dare risultati concreti perchè coinvolgono tutte o quasi le sfere dell’esistenza umana, anche se si tratta di progetti sanitari, o agrari, o edili.
Mi scuso per questa mail scritta un po’ di getto e non rielaborata; spero però che contenga qualche spunto interessante.


Chiara Delben
Vicepresidente Arcoiris Onlus
luned�, 4 Agosto 2008, ore 11:05

Aiuti internazionali - replica
L’articolo a cui la dott.ssa Delben fa riferimento ha certamente il torto d’aver cercato di sintetizzare, per renderlo leggibile, una faccenda così complessa, contraddittoria e spigolosa, come quella degli aiuti internazionali.
Forse è sbagliato confrontare le accountability dei singoli soggetti di una Onlus, di cui è possibile (entro certi limiti) valutare i risultati particolari ma impossibile valutare l’effetto “reale”, con quelli dell’agenzia dell’OMS, da cui ci si attendono effetti generali misurabili (che sono peraltro sempre inferiori all’atteso o al dichiarato).
Ma su questi temi, lontani eppure sempre vicini, Medico e Bambino ritornerà presto, come Lei si augura.


Franco Panizon

luned�, 4 Agosto 2008, ore 11:07