Giugno 2012 - Volume XXXI - numero 6

Medico e Bambino


Editoriali

La pediatria di famiglia tra consunzione e rinascita

Giorgio Tamburlini

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G. Tamburlini La pediatria di famiglia tra consunzione e rinascita. Medico e Bambino 2012;31(6):347 https://www.medicoebambino.com/?id=1206_347.pdf


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Proviamo a cambiare concretamente
Ho letto con molto interesse ciò che è stato scritto negli ultimi numeri di Medico e Bambino sul futuro della pediatria, l’editoriale di Giorgio Tamburlini e ritengo che quanto scritto sia condivisibile.
Da qualche anno faccio la pediatra di famiglia; penso che forse la riduzione del numero dei pediatri, nel futuro, sarà salutare per i bambini; potrà essere l’occasione di una riorganizzazione della pediatria, ora inflazionata, nel nostro Paese. Mi chiedo spesso cosa pensano i nostri bambini, sani, che sono continuamente portati dal pediatra e in Pronto Soccorso; che percezione hanno; continueranno ad andare dal medico per qualsiasi cosa anche da grandi?
In altri Paesi anche il futuro del lavoro del medico generalista è materia di riflessione, si veda “The evolving primary care physician”, NEJM may 17, 2012: “...molte funzioni possono essere svolte, e meglio, da figure sanitarie non mediche... il medico deve essere partner di un team multidisciplinare o impiegato in centri di salute, con scomparsa del lavoro individuale... pena la riduzione a figura di lusso per pochi”. Cita alcune esperienze dove queste forme organizzative sono in essere, sottolinea come una maggior competenza acquisita e un più stretto e proficuo rapporto con gli specialisti, permetta di migliorare la cura dei pazienti senza riferirli a un secondo livello. Sottolinea la necessità di occuparsi di salute mentale e dei pazienti con patologie croniche complesse.
Dunque proprio le stesse cose!
È evidente che molte delle funzioni svolte dai pediatri di famiglia, e alcune funzioni, impropriamente svolte dai reparti di pediatria degli ospedali, dovrebbero essere svolte da personale sanitario non medico, alcune addirittura da personale non sanitario.
Il pediatra dovrebbe vedere tanti bambini, non mille volte sempre gli stessi, riflettere su ciò che vede, su una realtà che cambia, studiare, vedere altri bambini.
Organizzare e verificare gli interventi di promozione della salute.
Fare in ambulatorio tutto ciò che si può fare, avere un rapporto permeabile con l’ospedale, uno scambio, una collaborazione.
Avere un rapporto molto stretto con i servizi di NPI, pensare di acquisire delle competenze non solo per fare diagnosi, ma per fare qualcosa in termini di intervento; essere primo riferimento per la scuola.
Un aspetto essenziale, quindi, è la cultura pediatrica, l’altro è l’organizzazione.
Organizzare meglio, sicuro, ma per che cosa? I due ambiti cruciali sono l’assistenza ai neonati e al bambino critico, che ancor oggi, in molte situazione, non riceve l’assistenza intensiva adeguata.
Organizzare meglio per il mal d’orecchie forse non serve. Cito il prof. Panizon, discriminare fra chi ha bisogno di cure e chi solo di comprensione.
Le cose scritte dal prof. Biasini nella sua lettera (Medico e Bambino 2012;5:285-6) sono assolutamente condivisibili, ma come poter fare tutto ciò?
Dal punto di vista organizzativo dovrebbe esserci un disegno, una definizione dei ruoli e dei compiti, una restituzione chiara di ruolo al personale infermieristico.
Per costruire dei team multidisciplinari è possibile mantenere il rapporto convenzionato per il pediatra o è necessario trasformarlo in un rapporto di dipendenza?
Come superare le resistenze corporative, l’opposizione del sindacato?
Come superare le chiusure di ciascuna “istituzione”? Basta vedere quello che succede in questi giorni appena si accenna a fare qualche taglio.
Se ci sono delle esperienze concrete, se ne parli, si raccontino, possono servire da modello. Proviamo a cambiare concretamente.

Daniela Lizzi
Pediatra di famiglia, Udine
mercoledì, 18 Luglio 2012, ore 09:51

Pediatria del futuro e cambiamento
Lavoro da diciassette anni come pediatra di famiglia.
Assisto 770 bambini: ho limitato il numero degli assistiti volutamente perché la quantità degli assistiti influisce, a mio avviso, sulla qualità dell’assistenza.
Da diversi anni partecipo ai vari forum sul cambiamento della pediatria di famiglia: uno dei primi nel lontano 2007.
“Quale pediatria? Quale pediatra?"
La risposta, allora la vedevo negli obiettivi, ancora attuali, proposti da Biasini nel suo bellissimo articolo (Medico e Bambino 2006;25,2:83): “una pediatria che si trasformi in una comunità di professionisti che recuperino l’abitudine a lavorare insieme, ma non nel vuoto, bensì in un sistema organizzato come il SSN, con comuni obiettivi e comuni metodi di lavoro.”
Individuati gli obiettivi, mi sono sempre chiesta quale pediatra avrei voluto essere e dalla mia esperienza professionale allora avevo cercato di individuare alcuni punti essenziali:
“Un buon pediatra di famiglia deve saper ascoltare ed essere consapevole delle sue responsabilità, esercitare una buona vigilanza sulle patologie, mettersi possibilmente in armonia con se stesso e con gli altri (utenti, medici ospedalieri e infermieri, colleghi), tenere sempre vivo il desiderio di imparare da chi ha più esperienza nello specifico campo, non abusare del suo potere, verificare la qualità del suo lavoro, collaborare con l’ospedale, condividere le emozioni e le paure di genitori sempre più disorientat“ (Medico e Bambino 2007,26:82-5).
Ho sempre amato lavorare in team, ma nel territorio in cui vivo nessuno ha mai creduto in un progetto di pediatria di gruppo, neppure quando ci sarebbero state le risorse.
Cosa è cambiato da allora nella ASL in cui opero?
Nulla. L’ASL, ha accorpato in un unico ambito molti comuni, un progetto che avrebbe permesso l’istituzione di una Pediatria di gruppo in un'unica sede, ma tutti i miei colleghi interpellati hanno preferito continuare a lavorare individualmente o riuniti nell’associazionismo vigente con pediatri di altri distretti, garantendo sicuramente una maggiore disponibilità diurna del pediatra sul territorio, ma insufficiente a dare risposte efficaci ai problemi emergenti.
Editoriali e dibattiti si susseguono, ma nulla potrà cambiare se gli individualismi e gli interessi corporativi sindacali prevalgono sempre, impedendo di rifondare una pediatria di famiglia adeguata ai cambiamenti dei tempi: più moderna, più preparata professionalmente, ma anche più generosa, più solidale, più accogliente, più disponibile a condividere ed imparare i saperi unendosi in team con altre figure importanti dell’area pediatrica (infermieri, neuropsichiatri, psicologi, educatori, assistenti sociali). Solo così potremo raggiungere “in modo proattivo tutte le famiglie”.
Dare informazioni e supporti a tutte le famiglie sulle buone pratiche della salute richiede tempo, conoscere profondamente due genitori richiede ascolto. Se devi assicurare questo servizio a 1200 bambini lo si farà velocemente e non adeguatamente. Ma supportati da altre figure professionali la situazione cambia.
“L’home visiting”, la vecchia visita domiciliare, ormai scomparsa dalla nostra pratica quotidiana, quante volte ci ha permesso di ampliare lo sguardo sul mondo di un bambino e di conoscere qualcosa di più sulla sua storia?
L’ingresso del mondo nei nostri confini, ci pone localmente davanti a sfide complesse che vanno affrontate.
Chiamiamole “case della Pediatria”, “Centri territoriali”, ma proviamo a cambiare, realizzando una rete comunicante e sinergica: ospedale-pediatria di famiglia, figure socio educative.
Senza questa rete le risposte saranno sempre parcellari e frammentarie, ma uniti in un progetto etico e qualitativo potremo veramente essere un punto di forza della pubblica sanità.


Mariarita Cajani, Pediatra Di Famiglia, Erba
ACP
mercoledì, 29 Agosto 2012, ore 16:57

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