Marzo 2021 - Volume XXIV - numero 3

M&B Pagine Elettroniche

Striscia... la notizia

a cura di Maria Valentina Abate

UOC di Pediatria, Ospedale di Treviglio (Bergamo)

Indirizzo per corrispondenza: valentina_aba@yahoo.it

Sommario

Pubertà precoce. Bambino Gesù: «Casi più che raddoppiati durante il lockdown»

Adolescenti, aumenta il consumo di sostanze illegali comprate sul web

Con pandemia più abusi su minori, corsi per pediatri

Il suicidio in Pediatria: parliamone

Malattie rare: per il rachitismo ereditario oggi esiste una speranza di cura

Influenza: quest’anno meno di un terzo dei casi

In Italia si diventa mamma sempre più tardi. Età media 31,3 anni, il dato più alto d’Europa

I sintomi della psoriasi pediatrica


Pubertà precoce. Bambino Gesù: «Casi più che raddoppiati durante il lockdown»

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Più del doppio, rispetto allo scorso anno, le vicende di pubertà anticipata o precoce registrate all’Ospedale Pediatrico “Bambino Gesù” di Roma durante i mesi iniziali della pandemia.

Sono più che raddoppiati, durante il lockdown del 2020, rispetto allo stesso periodo del 2019, i casi di pubertà anticipata o precoce registrati all’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma. La rilevazione è contenuta in uno studio osservazionale condotto dagli specialisti del reparto di Endocrinologia, guidato dal professor Marco Cappa, che è stato pubblicato sull’Italian Journal of Pediatrics. La seconda fase della ricerca, già avviata, ha l’obiettivo di accertare le cause di questo fenomeno.

Così è la pubertà precoce
«La pubertà precoce consiste nella maturazione sessuale che inizia prima degli 8 anni nelle bambine e prima dei 9 anni nei maschi. Rientra nell’ambito delle malattie rare con un’incidenza di 0,1-0,6% della popolazione (in Italia da 1 a 6 nati ogni 1000). Il corpo del bambino inizia a trasformarsi in adulto troppo presto, con un’accelerazione dello sviluppo dei caratteri sessuali e una rapida chiusura delle cartilagini di accrescimento osseo: per effetto di questo processo, i bambini crescono velocemente in altezza, ma poi il picco si esaurisce e da adulti hanno una statura inferiore alla media. Se la diagnosi interviene precocemente - prima degli otto anni - è possibile usare dei farmaci per rallentare la pubertà».

L’incremento dei casi
«È la sproporzione dei numeri ad aver suscitato l’attenzione degli endocrinologi del Bambino Gesù. Nel periodo marzo-settembre 2019 i pazienti che presentavano un anticipo puberale o una pubertà precoce sono stati 93 (87 femmine e 6 maschi); nello stesso periodo del 2020 sono stati rilevati, invece, 224 pazienti (215 femmine e 9 maschi). Si tratta, ovviamente, in base alla definizione di pubertà precoce, di bambini di età inferiore agli 8 anni. Per la precisione, nel 2019, l’età media si è attestata per le bambine a 7,51 anni e a 7,97 nei maschi. Nel 2020, invece, le rilevazioni hanno segnato un’età media di 7,33 anni nelle bambine e di 8,14 nei maschi. L’indagine è stata estesa anche agli anni 2017 e 2018: nel periodo considerato, la pubertà anticipata o precoce ha interessato un numero tra gli 80 e i 90 pazienti».

I fattori scatenanti e coincidenti durante il lockdown
«L’ipotesi dei ricercatori è che alla base del fenomeno ci sia stata una combinazione di fattori coincidenti durante il lockdown: modifiche dello stile di vita (scarsa attività fisica), modifiche dell’alimentazione (è stato il momento in cui tutti si sono cimentati ai fornelli) e l’uso prolungato di PC e tablet (per seguire la scuola a distanza)».
«Durante il lockdown i bambini hanno subito dei cambiamenti che hanno influito sul normale timing della crescita. Lo abbiamo rilevato tramite gli accessi ai nostri ambulatori, ma sicuramente ci sono casi che ci sfuggono e il numero di bambini con pubertà precoce può essere ancora maggiore. Si tratta di un fenomeno il cui impatto è tutto da valutare. È probabile, ad esempio, che il trend di incremento staturale a cui assistiamo di anno in anno potrebbe avere un significativo arresto legato al fenomeno della pubertà rapida» conclude l’esperto.


Adolescenti, aumenta il consumo di sostanze illegali comprate sul web

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Non solo le «classiche» eroina e cocaina, tra i ragazzi cresce l’abuso di oppioidi, ansiolitici e sostanze sintetiche non meno pericolose. Neanche la pandemia ha fermato il mercato dello sballo, che ha trovato spazi su internet come dimostrano i sequestri.

No, la pandemia non ha fermato l’abuso di droga. Anzi: il consumo di sostanze stupefacenti magari è cambiato, ma quasi certamente è cresciuto. Lo ipotizza il rapporto di dicembre dello European Monitoring Centre for Drugs and Drug Addiction (EMCDDA), in cui sono confluiti i dati raccolti fino a ottobre 2020, che conferma la tendenza degli ultimi anni a uno spostamento verso droghe diverse dalle classiche cocaina ed eroina, ma non per questo meno dannose. Sono le nuove sostanze psicoattive o NPS, la massa quasi indistinta di droghe di ultima generazione dedicate soprattutto ai giovani in cerca di emozioni chimiche: derivati di oppioidi, cannabinoidi sintetici, catinoni, feniletilamine e chi più ne ha più ne metta, che spuntano come funghi e viaggiano senza freni perché, finché non vengono identificate e inserite nella tabella delle sostanze stupefacenti, sono di fatto legali.

Nuove sostanze identificate
Anche secondo la Relazione annuale 2020 della Direzione Centrale dei Servizi Antidroga l’uso è in crescita, con i sequestri di dosi cresciuti in Italia del 95 per cento nel 2019. Nell’ultimo rapporto EMCDDA c’è però anche una buona notizia perché dopo il boom del 2014-2015, quando le nuove droghe segnalate al sistema di allerta europeo erano un centinaio l’anno, l’introduzione di novità nel mercato dello sballo viaggia ora a un ritmo meno vorticoso (anche se nei primi dieci mesi del 2020 ne sono arrivate 38). Negli ultimi cinque anni tuttavia è rimasto invariato il numero di nuove sostanze identificate e presenti in circolazione: c’è quindi una gran massa di NPS con cui «farsi», a cui si aggiungono la cannabis in tutte le sue forme e medicinali come benzodiazepine, oppioidi o antidepressivi da aggiungere al mix, in una scelta quasi illimitata per acquisti che si possono fare sempre più spesso su internet.

L’isolamento non ha fermato lo spaccio
Anche per questo l’isolamento a casa non ha intaccato il mercato, anzi: come spiega la criminologa Mara Mignone del Centro Ricerche e Studi su Sicurezza e Criminalità (RISSC), «Il disagio, soprattutto dei giovani, è aumentato ed è cresciuto il tempo passato sul web, dove è sempre più facile trovare droghe o farmaci anche senza spingersi nel darknet, la rete parallela che pullula di attività illegali. Sempre più spesso i venditori promuovono la loro merce su social o piattaforme che nascono per tutt’altri scopi, per esempio per videogiochi o forum; poi per la transazione ci si sposta sui messaggi, pochi passaggi e il pacchetto con le sostanze arriva a casa, del tutto anonimo. E con l’enorme incremento del viavai dei corrieri a causa della pandemia, intercettarli è come trovare un ago in un pagliaio».

Sostanze «da gruppo» e solitudine
Se quindi da un lato contrastare il traffico sta diventando perfino più complicato, dall’altro la domanda non accenna a scendere, complici i prezzi bassi delle dosi e soprattutto la solitudine e il malessere dei ragazzi, acuiti dalla pandemia. «Il disagio dei giovanissimi è palpabile», dice Enrico Zanalda, presidente della Società Italiana di Psichiatria. «Non abbiamo ancora dati certi, è plausibile un decremento nell’uso di sostanze “da gruppo” come gli eccitanti ma è certo l’aumento del consumo di quelle con effetto consolatorio, fra cui anche l’alcol. Nella solitudine può venire meno l’effetto imitazione, quando nel gruppo qualcuno assume sostanze, ma il malessere fa venire voglia di intontirsi con qualunque mezzo. I danni li capiremo solo fra qualche mese».

Mix pericolosi
Per le NPS sono ancora poco noti per l’eterogeneità delle sostanze e dei mix che si trovano nella dose; se però la chiusura delle discoteche riduce il numero di intossicazioni acute (la cronaca dei casi arrivati in Pronto soccorso negli ultimi anni racconta di crisi convulsive, disturbi cardiovascolari, ipertensione, coma), resta il timore per le conseguenze sul cervello, devastanti e imprevedibili soprattutto sui circuiti cerebrali in formazione dei giovanissimi. Oltre ad allucinazioni, deliri e aggressività momentanee le NPS possono provocare danni neurobiologici permanenti e, per esempio, portare a galla psicosi latenti o dare comportamenti distorti, incapacità di avere relazioni serene con gli altri, sindromi in cui si perde del tutto la motivazione alla vita. Senza contare la dipendenza, come segnala la Società Italiana di NeuroPsicoFarmacologia che affronterà il tema nel convegno nazionale la prossima settimana, o i danni dovuti all’uso di cocktail che mescolano droghe vecchie e nuove: stando a dati raccolti dall’Università di Chieti il 70 per cento dei giovani ricoverati per sintomi psichiatrici da sostanze psicoattive ha ammesso di usarne più di due, il 40 per cento ha associato benzodiazepine, antiepilettici, antidepressivi, oppioidi. Chi non trova altro spesso si arrangia proprio coi farmaci che recupera in casa, dagli amici o che compra online: è il pharming, la nuova frontiera del drogarsi facile. Un fenomeno che non ci riguarda, perché per i medicinali serve la ricetta medica e non c’è da preoccuparsi? Non proprio: stando all’EMCDDA l’Italia è terza, dopo Regno Unito e Finlandia, per la prevalenza di uso ad alto rischio degli oppioidi.


Con pandemia più abusi su minori, corsi per pediatri

Non solo violenza fisica ma anche estrema trascuratezza

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Conflitti tra genitori esacerbati dalla convivenza obbligata, distruzione della routine domestica, insicurezza economica: la pandemia costituisce un fardello pesantissimo per bambini e adolescenti. Diversi studi condotti nel mondo stanno infatti cominciando a documentare l’aumento dei casi di abuso su minori che si declinano in vario modo, non solo con forme di abuso fisico e violenza assistita, ma anche con trascuratezza estrema nelle cure fisiche e nei bisogni psicologici.
Questo uno dei temi al centro del progetto Menarini per creare una rete di pediatri ‘sentinelle’ anti-abusi, che si svolge per il quinto anno.
Ripartono infatti i nuovi corsi in digitale, organizzati con la Società Italiana di Pediatria (SIO) e la Federazione Italiana Medici Pediatri (FIMP), per aiutare gli specialisti a riconoscere e intercettare eventuali abusi anche in forme diverse da quelle “tradizionali”, ma sempre più diffuse e scatenate dalla pandemia. Settecento i pediatri coinvolti. A rischio per gli esperti sono soprattutto i minori in contesti disagiati, “ma nessuno è immune: infatti una indagine in era Covid della più importante charity per l’infanzia nel Regno Unito, mostra che quando aumentano stress e burn-out, il rischio di abuso sui minori si impenna. A partire da marzo 2020, tante famiglie si sono ritrovate oppresse da incertezza economica e lavorativa, sovraccarico di responsabilità dalla didattica all’accudimento dei figli h24, distanza dai nonni. Il distanziamento da adulti protettivi come gli insegnanti, e meno accessi al Pronto Soccorso, hanno fatto il resto”. “Tante le nuove modalità - evidenzia Pietro Ferrara, referente Sip per abusi e maltrattamenti - in cui si è probabilmente manifestato l’abuso in era Covid, a cominciare dalla violenza assistita di certo in aumento. È aumentato anche l’abuso da trascuratezza, con bimbi abbandonati a se stessi, privati delle cure primarie di base fisiche, come la pulizia e il nutrimento, ed emotive”. Un altro tema da non trascurare secondo Luigi Nigri, vicepresidente FIMP, è “il rifugiarsi dei ragazzi nella ‘rete’ che li ha esposti ancor di più al rischio di adescamenti, abusi sessuali online e cyberbullismo”. Per molti minori restare a casa ha conciso con l’obbligo “a convivere con persone violente, senza possibilità di chiedere aiuto - specificano Lucia e Alberto Giovanni Aleotti, azionisti e membri del board di Menarini - in questo contesto, Menarini ha voluto continuare a supportare questo progetto”.


Il suicidio in Pediatria: parliamone

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Il suicidio è raro nei bambini prima della pubertà; successivamente, la sua frequenza tende ad aumentare durante l’adolescenza.
Il pediatra è coinvolto nell’identificazione o nella gestione di giovani con comportamenti suicidari.
Il pediatra dovrebbe essere in grado di identificare la presenza di segnali di allarme per tentato suicidio.

In particolare, l’American Academy of Pediatrics (AAP) raccomanda di effettuare uno screening per il suicidio tra gli adolescenti durante le visite effettuate per malattie acute e durante i controlli di routine. D’altra parte, il pediatra dovrebbe anche fornire ai pazienti supporto diagnostico e terapeutico, collaborando con altri professionisti al fine di creare un team in grado di gestire tutte le loro diverse esigenze.
In media si stima che circa 2 milioni di adolescenti tentano il suicidio ogni anno, 700.000 soggetti in questa fascia di età richiedono assistenza sanitaria dopo un tentato suicidio, 2mila adolescenti muoiono. Si stima inoltre che mentre il tentativo di suicidio è due volte più frequente tra le femmine rispetto ai maschi, la morte per suicidio è più frequente tra i maschi che nelle femmine (9,4 / 100.000 contro 2,7 / 100.000).
Inoltre, sebbene la prevalenza di morte per suicidio tra gli adolescenti rimanga bassa (0,006%), il suicidio rappresenta la terza causa di morte tra i soggetti di età compresa tra 13 e 19 anni e la seconda causa di morte tra quelli di età compresa tra 10 e 24 anni.
In Italia, il suicidio nei più giovani rappresenta una delle principali cause di morte tra le persone di età compresa tra i 15 ei 24 anni; nel 2007 154 ragazzi di età compresa tra i 14 e i 24 anni sono morti a causa del suicidio.
Non esistono banche dati italiane specifiche per l’individuazione di tentato suicidio; approssimativamente, si stima che il rapporto tra tentato suicidio e suicidio nei più giovani sia di 200:1.
La causa nota più frequente di suicidio è il conflitto in una relazione sentimentale, seguito dal bullismo.
I disturbi affettivi e distruttivi dell’infanzia e l’abuso sono i fattori di rischio psichiatrico più spesso segnalati.

Il ruolo del pediatra
La prevenzione del suicidio è una questione estremamente impegnativa per gli operatori sanitari.
Alcuni dati della letteratura riportano che, in età adulta, le vittime di suicidio avevano spesso visitato il proprio medico prima di tentare il suicidio.
Considerando la maggiore incidenza del suicidio nell’adolescenza, il pediatra svolge un ruolo fondamentale nella valutazione del livello di rischio attraverso il giudizio clinico, riesaminando i fattori di rischio e protettivi e attraverso una verifica diretta dei pensieri e degli atti di suicidio. Inoltre, il pediatra svolge un ruolo fondamentale nel campo dell’educazione.

Anche se non ci sono test specifici per identificare i soggetti suscettibili al suicidio, i fattori di rischio devono essere indagati dal pediatra e presi in considerazione:

  • Malattia psichiatrica. I dati della letteratura mostrano che circa il 90% degli adolescenti che si suicidano soffre di un disturbo psichiatrico (in particolare disturbo dell’umore) e più del 60% dei giovani è depresso al momento della morte.
  • I bambini rispetto agli adolescenti hanno una maggiore difficoltà a rappresentare i propri stati interni e manifestano depressione attraverso sintomi comportamentali e somatici (dolori addominali, stipsi, cefalea) e attraverso l’umore irritabile;
  • gli adolescenti mostrano invece sintomi più simili a quelli sperimentati dagli adulti come umore depresso, perdita di interesse nelle attività quotidiane, perdita / aumento di peso e insonnia / ipersonnia.

Sintomi e segni di depressione possono essere notati dai familiari e devono essere esaminati dal medico curante:

  • Irritabilità e / o umore depresso
  • Perdita di interesse nelle attività quotidiane
  • Agitazione psicomotoria e / o perdita di energia
  • Bassa concentrazione e indecisione
  • Insonnia e / o ipersonnia
  • Perdita e / o aumento del peso corporeo
  • Perdita di speranze e senso di impotenza
  • Sensi di colpa e bassa autostima
  • Sintomi somatici cronici, che non rispondono alle terapie comuni (mal di testa, addominalgia, stipsi)
  • Pensieri di morte e / o suicidio

Anche nell’ambiente scolastico possono essere raccolti elementi interessanti di valutazione e segni di depressione del bambino:

  • Frequenti assenze
  • Ritardi eccessivi
  • Ridotta concentrazione
  • Difficoltà nello svolgimento dei compiti assegnati
  • Pianto in classe
  • Difficoltà ad adattarsi ai cambiamenti
  • Scarsa partecipazione alle attività scolastiche
  • Difficoltà di interazione con i compagni
  • Atteggiamento provocatorio
  • Irrequietezza e nervosismo
  • Isolamento e mutismo

L’autolesionismo non suicidario e il comportamento suicidario differiscono in intenzione (gli individui che intraprendono autolesionismo non suicidario non desiderano porre fine alla loro vita), letalità e frequenza (metodi ad alta letalità con bassa frequenza in comportamenti suicidari).
Negli anni dell’adolescenza i tentativi di suicidio sono circa due volte più frequenti nelle femmine rispetto ai maschi; inoltre il 30% dei soggetti che hanno tentato il suicidio in adolescenza riproverà entro 4 anni.
Quando un bambino o un adolescente viene ricoverato al Pronto Soccorso dopo aver tentato il suicidio, il pediatra deve essere in grado di valutare il rischio di ripetizione di tale atto.
Prima di dimettere il paziente, il pediatra dovrebbe sempre raccomandare ai genitori di rimuovere da casa armi o farmaci potenzialmente letali e di limitare il più possibile l’accesso ad alcol o altre sostanze con effetti disinibitori. Inoltre, è molto importante assicurarsi che il bambino / adolescente abbia una figura di sostegno a casa, e assicurare al piano familiare un adeguato follow-up.
La familiarità per comportamenti suicidari è un fattore di rischio per il suicidio indipendentemente dalla presenza di malattie psichiatriche.
Per questo motivo, il pediatra dovrebbe indagare e prendere in considerazione eventuali conflitti in famiglia, perdita di un familiare (divorzio / morte), possibili abusi o difficoltà di relazione tra genitori e figli.
Esiste una stretta associazione tra comportamenti suicidari e una relazione genitore / figlio caratterizzata da scarsa cura o iperprotezione.
L’abuso di droghe e alcol dovrebbe essere sempre indagato, poiché aumenta la possibilità di suicidio, soprattutto tra gli adolescenti maschi con disturbi dell’umore. L’abuso sessuale e fisico sono importanti fattori di rischio per comportamenti suicidari o idee suicide, soprattutto nei soggetti di età compresa tra i 16 e i 25 anni.
Il pediatra dovrebbe anche valutare l’orientamento sessuale degli adolescenti che sono a rischio di suicidio. La letteratura mostra che i giovani uomini omosessuali hanno 2-3 volte più probabilità di suicidarsi rispetto ai loro coetanei eterosessuali.
In particolare, coloro che vivono in famiglie che rifiutano il proprio orientamento sessuale corrono un rischio di suicidio 8 volte maggiore rispetto a coloro il cui orientamento sessuale è accettato dalla famiglia.

È stato riferito che sia i bulli che le vittime di bullismo corrono un rischio maggiore di comportamenti suicidi.

Infatti i “bulli” sono naturalmente più esposti a questioni legali (comportamenti criminali, compreso l’uso di droghe), e sono a rischio di sviluppare un disturbo antisociale di personalità.
Essere vittima di bullismo influisce sulla crescita mentale in termini di autostima e benessere personale, e può portare allo sviluppo di sindromi depressive o di anoressia nervosa in soggetti predisposti.

Insieme ai fattori di rischio, i pediatri dovrebbero indagare anche sulla presenza di fattori protettivi in età evoluiva:

  • Accesso ai Servizi di igiene mentale
  • Collegamenti positivi con la scuola
  • Stabilità familiare
  • Coinvolgimento religioso
  • Buoni rapporti con i loro coetanei
  • La capacità di risolvere problemi e superare le avversità

Successivamente, se si sospetta un’idea suicida, è necessario esaminare le seguenti domande specifiche:

  • Hai mai pensato di ucciderti o preferiresti essere morto?
  • Hai mai fatto qualcosa con lo scopo di farti del male o ucciderti?
  • Hai mai considerato dei metodi per porre fine alla tua esistenza?

Sebbene le domande dirette possano causare ansia al medico, è importante sapere che le indagini sull’ideazione suicidaria non inducono tali idee nel paziente.
È invece di vitale importanza comprendere la reale necessità di un’azione immediata.
In conclusione: i dati riportati evidenziano il ruolo fondamentale del pediatra nella gestione del bambino /adolescente con comportamento suicidario.
Dovrebbe essere in grado di indagare sulla presenza di disturbi dell’umore, pensieri suicidi, orientamento sessuale e altri fattori legati al suicidio ed educare coloro che vivono e lavorano con i giovani (genitori e insegnanti) a riconoscere i fattori di rischio per il suicidio, con particolare attenzione ai pazienti con malattie croniche.
Inoltre, il pediatra dovrebbe essere in grado di collaborare con altri professionisti (es. psichiatri) coinvolti nella cura dei pazienti a rischio di suicidio o tentato suicidio, dovrebbe essere consapevole dell’equilibrio tra benefici e rischi della somministrazione di farmaci antidepressivi e dovrebbe monitorare i pazienti durante il trattamento.


Malattie rare: per il rachitismo ereditario oggi esiste una speranza di cura

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Il 28 febbraio si celebra la Giornata Mondiale delle Malattie Rare. De Geronimo (AME): «Su circa 6mila malattie rare attualmente riconosciute, oltre 400 sono di interesse endocrino-metabolico, quindi il 7% e almeno il 20% dei pazienti affetti sono bambini».
Ritardo di crescita, gambe arcuate o gravissimo valgismo del ginocchio, problemi di dentizione, saldatura precoce delle ossa craniche fino a entesopatia. Sono i segnali del rachitismo ipofosfatemico ereditario, malattia rara che colpisce intorno ai 2-5 casi ogni 100mila abitanti. Spesso ha esordio precoce, determinando deformità scheletriche già durante l’infanzia.
In Italia, secondo l’Associazione Medici Endocrinologi (AME), la prevalenza della malattia è verosimilmente sottostimata. La buona notizia è che oggi esiste un trattamento farmacologico in grado di modificare la storia clinica delle persone che sono affette da rachitismo ipofosfatemico ereditario.
«Su circa 6mila malattie rare attualmente riconosciute, oltre 400 sono di interesse endocrino-metabolico, quindi il 7% e almeno il 20% dei pazienti affetti sono bambini», afferma il dott. Vincenzo De Geronimo, coordinatore commissione farmaci AME.
Le malattie rare sono un gruppo eterogeno di malattie, spesso geneticamente determinate, la cui poco frequente espressione clinica ne rende difficile il riconoscimento e che per questo vengono diagnosticate con grave ritardo. Una malattia viene definita “rara” quando si manifesta in non più di 5 casi ogni 10mila persone. In Italia l’elenco delle malattie note, circa 6mila, è stato progressivamente aggiornato e una parte di esse integrato nel DPCM del 12 gennaio 2017.
Il rachitismo ipofosfatemico ereditario è una malattia congenita prevalentemente dovuta alla presenza di mutazioni inattivanti a carico del gene PHEX sul cromosoma X, che comportano un importante incremento del valore ematico di FGF23. Questa molecola concorre alla regolazione del metabolismo calcio-fosforo, terzo importante attore accanto a vitamina D e paratormone, determinando una importante fosfaturia attraverso l’inibizione del riassorbimento di fosfato a livello renale.
Il trattamento tradizionale del rachitismo Ipofosfatemico ereditario consiste nella somministrazione di calcitriolo e sali di fosfato inorganico. «Tale approccio, però, - afferma De Geronimo - non consente di ridurre i livelli circolanti di FGF23 né di correggere la difettosa mineralizzazione ossea». L’utilizzo di burosumab, un anticorpo monoclonale rivolto contro FGF23, è stato approvato da EMA nel dicembre 2017 come farmaco orfano per il trattamento dell’ipofosfatemia X-linked in bambini di età superiore a 1 anno e adolescenti.
«Burosumab, attraverso l’inibizione di FGF23, ripristina il regolare riassorbimento renale di fosfato e la corretta idrossilazione della 25OH-Vitamina D3 in posizione 1. In Italia è rimborsabile dal SSN, ma purtroppo rimangono fuori dalla copertura terapeutica i pazienti in età adulta. Nel settembre 2020, dopo il parere favorevole dell’EMA, la Commissione Europea ha concesso l’autorizzazione per l’utilizzo di burosumab negli adolescenti più grandi e degli adulti».
Aspetti normativi sui farmaci “orfani” Le malattie rare, quando possibile, vengono trattate e diagnosticate attraverso l’uso di medicinali definiti “orfani” per lo scarso interesse da parte dell’industria farmaceutica a produrre e commercializzare tali farmaci alle attuali condizioni di mercato. Con una serie di atti normativi, dal 1983 (emanazione del Orphan Drug Act negli USA) a oggi sono tati definiti criteri per la designazione del farmaco orfano, per la loro approvazione e per l’attribuzione di incentivi. In Italia, per l’Autorizzazione all’Immissione in Commercio (AIC) dei farmaci orfani (elenco pubblicato sul sito dell’AIFA) si fa riferimento alle decisioni prese centralmente dall’EMA, ma in mancanza di AIC possono essere messe in moto una serie di procedure garantite da appositi provvedimenti legislativi che vanno dall’inserimento tra i farmaci distribuiti a carico del Servizio Sanitario Nazionale di farmaci richiesti da Associazioni di pazienti, Società scientifiche, Aziende Sanitarie, Università, Commissione Tecnico Scientifica (CTS) dell’AIFA (legge 648/1996) o l’uso “compassionevole” del farmaco.


Influenza: quest’anno meno di un terzo dei casi

A metà febbraio 2020 erano 5,6 milioni gli italiani colpiti, oggi sono poco più di 1 milione e 600mila

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Il dato nel bollettino settimanale dell’ISS che registra al 14 febbraio un totale di un milione e 682mila casi di influenza a partire dall’ottobre scorso. Più di tre volte di meno di quelli registrati nello stesso periodo del 2020.

L’anno scorso di questi tempi l’influenza faceva registrare un indice di contagio di 10,9 casi ogni mille abitanti e a metà febbraio erano 5 milioni e 632mila gli italiani allettati per l’influenza stagionale.
Quest’anno, come abbiamo già avuto modo di osservare nei mesi e settimane scorse, l’influenza ha colpito in misura molto blanda con un tasso di incidenza che nella settimana dall’8 al 14 febbraio si è fermato a 1,6 su mille abitanti, quasi sette volte inferiore a quello registrato nello stesso periodo del 2020.
Il merito di questo calo, che non si era mai registrato negli ultimi 20 anni da quando l’influenza è monitorata costantemente, come ci ha confermato recentemente il responsabile del monitoraggio Influnet dell’ISS Antonino Bella, va alle misure di prevenzione contro Sars-Cov-2 che hanno avuto un ruolo sostanziale nel prevenire i contagi.
Fatto sta che nella sesta settimana del 2021 (8-14 febbraio), i casi stimati di sindrome similinfluenzale, rapportati all’intera popolazione italiana, sono circa 93.600, per un totale di circa 1.682.000 casi a partire dall’inizio della sorveglianza.
Nella settimana dal 10 al 16 febbraio del 2020, il numero di casi era stato invece pari a circa 656.000, per un totale, dall’inizio della sorveglianza, di circa 5.632.000 casi.
Tornando ai nostri giorni l’incidenza maggiore si è avuta nella fascia di età 0-4 anni con 4,57 casi per mille assistiti. Mentre nella fascia di età 5-14 anni l’incidenza è stata dell’1,93, nella fascia 15-64 anni dell’1,47 e tra gli individui di età pari o superiore a 65 anni si è fermata a 0,74 casi per mille assistiti.


In Italia si diventa mamma sempre più tardi. Età media 31,3 anni, il dato più alto d’Europa

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A rivelarlo è Eurostat che segnala come l’età media delle donne nell’UE al momento del parto del primo figlio sta gradualmente aumentando e si attesta a 29,4 anni nel 2019. Il nostro Paese ben sopra la media è il primo per anzianità delle donne al momento della nascita del primo figlio. In Bulgaria le mamme più giovani: età media 26,3 anni.

L’età media delle donne nell’UE al momento del parto del primo figlio sta gradualmente aumentando e si attesta a 29,4 anni nel 2019. L’età media è aumentata in tutti gli Stati membri dell’UE durante questo periodo, anche se in misura diversa. È quanto riporta Eurostat in un focus.
La variazione maggiore si è verificata in Estonia, dove l’età media è aumentata di 1 anno, da 27,2 anni nel 2015 a 28,2 anni nel 2019, seguita da Lituania e Lussemburgo (entrambi +0,9 anni). In Italia la crescita è stata di 0,5 anni rispetto al 2018. Nello stesso periodo, le variazioni più piccole sono state registrate invece in Slovacchia (+0,1 anni) e Slovenia (+0,2).

L’età delle donne al primo parto varia da 26,3 in Bulgaria a 31,3 in Italia
Nel 2019 l’età della madre al primo parto era superiore a 31 anni in tre Stati membri dell’UE: Italia (31,3 anni), Spagna e Lussemburgo (entrambi 31,1 anni).
Al contrario, in due Stati membri l’età media in cui le donne hanno avuto il loro primo figlio era inferiore a 27 anni: Bulgaria (26,3 anni) e Romania (26,9 anni).


I sintomi della psoriasi pediatrica

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Le lesioni della psoriasi nei bambini possono variare nella distribuzione e morfologia: ad esempio, le placche eritematose coperte da scaglie bianche-grigie sono spesso più sottili e più piccole delle corrispondenti lesioni nell’adulto e tendono a svilupparsi sul viso e sulle zone flessorie (pieghe ascellari, inguinali ecc.).

Tuttavia, anche in età pediatrica i sintomi più frequenti comprendono:

  • arrossamento e desquamazione della cute, che appare secca e screpolata e può sanguinare
  • prurito
  • bruciore
  • dolore, riconducibile direttamente alle lesioni della psoriasi o alle condizioni associate
  • deformazione e ispessimento delle unghie (psoriasi ungueale)
  • gonfiore e indolenzimento delle articolazioni (artrite psoriasica)

Sebbene nel bambino sia possibile riscontrare tutte le varianti di psoriasi presenti nell’adulto (a placche, guttata, inversa, eritrodermica e pustolosa) la frequenza di insorgenza e le zone del corpo interessate cambiano a seconda della fascia di età.

Tipi di psoriasi
Le forme più comunemente riscontrate in età pediatrica sono le seguenti.

Psoriasi del pannolino (napkin psoriasis): è una forma di psoriasi pediatrica comune nei neonati. Si presenta sotto forma di eruzione cutanea che non guarisce con i prodotti comunemente utilizzati per trattare le dermatiti da pannolino. Le lesioni sono analoghe a quelle della psoriasi inversa dell’adulto, vale a dire chiazze eritematose dai bordi netti, minimamente elevate e prive di squame. Le placche eritematose si concentrano nell’area del pannolino, coinvolgono le pieghe inguinali e possono comparire nell’arco di 1-2 settimane.


Psoriasi a placche: analoga a quella dell’adulto, è la forma di psoriasi più diffusa nella seconda infanzia e in adolescenza. Le lesioni cutanee appaiono simili a quelle osservate nell’adulto, anche se di solito sono più sottili, più piccole e meno squamose. Le zone più frequentemente interessate sono il cuoio capelluto, spesso anche la prima sede di comparsa di psoriasi in età pediatrica, il viso e le pieghe cutanee. In età scolastica, la psoriasi spesso può colpire la parte esterna delle orecchie e le palpebre.


Psoriasi ungueale: in questo caso la psoriasi può essere accompagnata da modifiche delle unghie che appaiono inspessite e deformate. Circa un bambino su 4 presenta modifiche delle unghie, con una maggiore frequenza tra i maschi.


Psoriasi guttata: rappresenta la seconda forma più comune di psoriasi nei bambini. Può essere attivata da infezioni da streptococco correlate a tonsilliti, faringiti e otiti di origine batterica, o da infezioni virali. Le lesioni, prevalentemente localizzate su arti, viso e tronco, appaiono come piccole macchie rossastre a forma di goccia e si manifestano in modo improvviso, nell’arco di una o due settimane. Può regredire nell’arco di 3-4 mesi o evolvere nella forma di psoriasi a placche.


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Abate MV (a cura di). Pubertà precoce. Bambino Gesù: «Casi più che raddoppiati durante il lockdown» - Adolescenti, aumenta il consumo di sostanze illegali comprate sul web - Con pandemia più abusi su minori, corsi per pediatri - Il suicidio in Pediatria: parliamone - Malattie rare: per il rachitismo ereditario oggi esiste una speranza di cura - Influenza: quest’anno meno di un terzo dei casi - In Italia si diventa mamma sempre più tardi. Età media 31,3 anni, il dato più alto d’Europa - I sintomi della psoriasi pediatrica. Medico e Bambino 2021;24(3) https://www.medicoebambino.com/?id=NEWS2103_10.html