Novembre 2020 - Volume XXIII - numero 9

M&B Pagine Elettroniche

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a cura di Maria Valentina Abate

UOC di Pediatria, Ospedale di Treviglio (Bergamo)

Indirizzo per corrispondenza: valentina_aba@yahoo.it

Sommario

Disturbi dell’alimentazione: dal Ministero le nuove indicazioni

Esporre i neonati al frumento molto precocemente potrebbe prevenire la celiachia

Coronavirus: l’immunità è massima tra i 4 e i 15 anni, per questo i bambini si ammalano di meno

Coronavirus, i pediatri: “L’epidemia mette a rischio la salute dei bambini”

‘Solo’ 3 nati da mamma positiva su 100 hanno contratto Covid

Cyberbullismo, cosa possono fare i genitori

Adenoidi: quali sono i migliori metodi per intervenire?

Cistinosi nefropatica: perché la presa in carico del paziente è così critica?

La pubertà inizia un anno prima rispetto a 40 anni fa

Sono in calo, ma ancora troppi i cesarei: 32,8% dei parti

Coma etilico: cosa succede al tuo corpo dopo un solo bicchiere di alcol (con meno di 21 anni)

Carenza di vitamina D in gravidanza, il pediatra: diabete gestazionale, parti pretermine, asma nei bambini

Osteoporosi, la prevenzione inizia dall’adolescenza

Passi da gigante per salvare i bambini malati di tumore


Disturbi dell’alimentazione: dal Ministero le nuove indicazioni per accoglienza, triage e trattamento in Pronto Soccorso

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Pubblicato un documento con le indicazioni per il cosiddetto Percorso Lilla in Pronto Soccorso per le persone affette da disturbi della nutrizione e dell’alimentazione. Obiettivo del documento è fornire agli operatori sanitari un valido strumento di lavoro per il triage, la valutazione e la presa in cura dei soggetti fragili che presentano disturbi della nutrizione e dell’alimentazione e che si presentano in PS in condizioni in condizioni di urgenza.

Molte persone affette da disturbi della nutrizione e dell’alimentazione non ricevono una diagnosi e un trattamento appropriato; rivolgersi al Pronto Soccorso (PS) può quindi costituire una forma, per quanto impropria o forzata, di richiesta di aiuto. Soprattutto l’accesso in emergenza può rappresentare una preziosa occasione di ingaggio del paziente per l’avvio di un percorso terapeutico specialistico. Ed ecco che dal Ministero della Salute arriva una revisione con le indicazioni per il cosiddetto Percorso Lilla in PS per le persone affette da disturbi della nutrizione e dell’alimentazione
Obiettivo del documento “è fornire agli operatori sanitari un valido strumento di lavoro per il triage, la valutazione e la presa in cura dei soggetti fragili che presentano disturbi della nutrizione e dell’alimentazione e che si presentano in PS in condizioni in condizioni di urgenza”.

La sintesi
Per un percorso clinico-assistenziale completo ed efficace fondamentale è il lavoro in team tra le diverse figure professionali. Indispensabile, nell’ambito del processo di triage, la presenza di personale infermieristico adeguatamente formato, la cui esperienza e specifico training consentano non solo la raccolta dei dati e l’identificazione dei bisogni di salute della persona, ma anche il possesso di capacità relazionali e comunicative necessarie all’ascolto, al sostegno emotivo e alla costruzione di un rapporto di fiducia reciproca, al fine di far sentire paziente e familiari in una situazione di collaborazione e appoggio.

  • È consigliabile, quando possibile, ascoltare le informazioni fornite dai parenti (o altri eventuali accompagnatori), sia nei minori, ma anche nei maggiorenni quanto vi sia una scarsa collaborazione da parte del paziente (secondo e compatibilmente alla normativa sulla tutela della privacy).
  • Il medico del Pronto Soccorso dovrebbe vedere il paziente adulto da solo e, nel caso sia un minore, chiedere ai genitori di poterlo fare con il loro consenso.
  • L’approccio individuale con il paziente facilita l’esplorazione della sua prospettiva sulla consultazione e sulla natura del suo problema, e getta le basi per lo sviluppo di una relazione terapeutica collaborativa. Con gli adolescenti va comunque sempre eseguito un incontro congiunto con il paziente e i genitori per chiedere il loro consenso informato sulle procedure diagnostiche e terapeutiche da intraprendere.
  • Un’altra strategia, che può aiutare a ingaggiare il paziente, in particolare gli adolescenti, consiste nel sottolineare che l’esclusiva preoccupazione del medico sia il suo bene e non quello di altri, e che egli opererà solo per conto suo e non dei genitori e di altri significativi.
  • È utile, quando possibile, contattare il medico o il pediatra curante o gli specialisti che hanno in cura il paziente, in particolare quando si pongano ostacoli a una corretta valutazione del quadro clinico.
  • Quando non si ravvisa la necessità di un trattamento urgente in ambiente ospedaliero si possono proporre al paziente consulenze psicologiche che lo aiutino a prendere coscienza del problema e che, in virtù di particolari esigenze o situazioni come l’emergenza sanitaria Covid-19, possono essere svolte on line. In questi casi è importante comunque valutare preliminarmente se il paziente può essere adatto o meno a questo tipo di trattamento piuttosto che a quello vis-à-vis.

Comunicazione

  • Mostrare empatia
  • Essere consapevoli che i sintomi presentati sono l’espressione di un disturbo mentale, non di una volontà del paziente
  • Essere sensibili all’ambivalenza nei confronti del trattamento
  • Non stigmatizzare
  • Ascoltare il punto di vista del paziente
  • Non commentare le assunzioni del paziente
  • Informare il paziente sugli obiettivi della valutazione
  • Fare scegliere al paziente
  • Creare un dialogo

Anamnesi al triage

  • Rapide modificazioni del peso corporeo
  • Improvviso rifiuto del cibo
  • Presenza di inappropriati comportamenti compensatori (vomito autoindotto, uso improprio di lassativi, diuretici, supplementi tiroidei, eccessivo esercizio fisico)
  • Episodi di abbuffata e vomito autoindotto incontrollabili
  • Comparsa o aumento di sintomi psichici quali ansia, irritabilità, insonnia, depressione
  • Anamnesi positiva per uso di alcol e sostanze
  • Vegetarianismo o veganesimo soprattutto in giovani donne


Esporre i neonati al frumento molto precocemente potrebbe prevenire la celiachia: lo studio

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Il rischio infantile di sviluppare il disturbo allergico/autoimmune noto come celiachia potrebbe essere eliminato se i neonati fossero esposti al glutine già a 4 mesi di età, suggerisce una nuova ricerca britannica.
L’osservazione si basa sul lavoro svolto su 1300 neonati. La metà è stata esposta a cibi solidi, tra cui proteine del grano, a un’età in conflitto con le attuali linee guida sull’allattamento al seno. Tra i neonati esposti, nessuno ha sviluppato celiachia.
“È stata una sorpresa”, ha affermato l’Autore dello studio Gideon Lack. “Ma se questo studio fosse corretto, indicheremmo che per prevenire lo sviluppo della celiachia avremmo bisogno di introdurre quantità significative di frumento nella dieta di un bambino a 4 mesi di vita”.
Tuttavia, il risultato non ha messo la parola fine sul tema, ha avvertito Lack, professore di Allergologia pediatrica e Immunologia presso il King’s College di Londra.
“Questo è uno studio con un numero relativamente ridotto di pazienti”, ha affermato. “E, pertanto, non può essere considerato conclusivo e richiede chiaramente ulteriori studi e indagini”.
La celiachia è una condizione infiammatoria in cui il consumo di glutine danneggia l’intestino tenue. Può causare uno scarso assorbimento dei nutrienti.
“In qualche modo si tratta di una malattia allergica scatenata dal consumo di glutine, un importante componente del grano, sebbene sia presente anche nell’orzo e nella segale”, ha affermato Lack. “In altri modi si tratta di una malattia autoimmune, in cui l’organismo lancia una risposta immunitaria e tale risposta viene reindirizzata contro il rivestimento dell’intestino tenue”.
Ha aggiunto che circa l’1% della popolazione ne è colpito. Nei bambini, la celiachia può rimanere non diagnosticata per molti anni, causando una crescita inadeguata e malnutrizione. Negli adulti, può causare assottigliamento osseo, affaticamento e, in rari casi, tumore del colon.
I pazienti celiaci possono gestire la malattia evitando del tutto il glutine. Ma non esiste un modo noto per prevenire l’insorgenza della celiachia. Le attuali linee guida stabiliscono che il rischio di celiachia non è influenzato dall’età a cui si viene inizialmente esposti al glutine.
Tuttavia, Lack e colleghi hanno messo alla prova queste conoscenze durante un’ampia indagine che ha esaminato il rischio di allergia alimentare nel suo complesso, piuttosto che la celiachia nello specifico.
Il team si è concentrato su 1300 neonati inglesi e gallesi arruolati in uno studio alimentare tra il 2009 e il 2012.
Tutti erano stati allattati esclusivamente al seno fino a 13 settimane di età. Dopodiché, la metà ha continuato a essere allattata esclusivamente al seno fino al sesto mese. L’altra metà è stata esposta anche ad alimenti che potenzialmente provocano allergia.
Questi alimenti includevano latte vaccino, uova, arachidi, sesamo, merluzzo e grano. (Il team mirava a includere circa 4 grammi di proteine del grano a settimana, che contengono circa 3 grammi di glutine).
All’età di 3 anni, vi erano sette casi di celiachia nel gruppo di allattamento, ma zero nel gruppo che era stato esposto al grano precocemente.
La American Academy of Pediatrics, i Centers for Disease Control and Prevention degli Stati Uniti e il Governo del Regno Unito esortano i genitori ad allattare esclusivamente per sei mesi, non dando ai bambini alimenti o liquidi aggiuntivi, salvo se raccomandato dal punto di vista medico. I CDC affermano che questo “fornisce al bambino una nutrizione ideale e supporta la crescita e lo sviluppo”.
Lona Sandon è responsabile del programma presso il Dipartimento di Nutrizione Clinica dell’UT Southwestern Medical Center di Dallas e ha esaminato lo studio. Se i risultati dovessero persistere, ha affermato, potrebbero essere necessari grandi cambiamenti.
“Questo è uno di quegli studi che ti fanno pensare che noi, come pediatri, ginecologi, dietologi e assistenti medici, abbiamo dato ai genitori il consiglio sbagliato per anni, suggerendo l’allattamento esclusivo e l’introduzione limitata di cibi normali prima dei 6 mesi”, ha affermato Sandon.
L’allattamento al seno è un mezzo importante per conferire “fattori di rafforzamento del sistema immunitario”, ha sottolineato. Ma l’infanzia è anche quando i bambini “si formano e imparano a coesistere con batteri, virus e altre sostanze estranee come le proteine presenti negli alimenti”, compreso il glutine nel grano.
“Non esponendo i lattanti ai comuni allergeni presenti negli alimenti sin dalle prime fasi, è teoricamente possibile che il sistema immunitario non sia preparato per essere abbastanza robusto da poter gestire questi alimenti”, ha affermato Sandon.
Tuttavia, ha affermato che è troppo presto per cambiare prassi. Sono necessarie ulteriori ricerche, ha affermato Sandon, aggiungendo, “È sempre un po’ rischioso cambiare suggerimento in base a uno studio”.
I risultati sono stati pubblicati online il 28 settembre su JAMA Pediatrics.


Coronavirus: l’immunità è massima tra i 4 e i 15 anni, per questo i bambini si ammalano di meno

Lo studio della Scuola di Igiene e Malattie Tropicali di Londra

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L’immunità funziona al massimo in età scolare, tra i 4 e i 15 anni. Già a partire dall’adolescenza e quindi molto prima di quanto finora sospettato, avrebbe poi inizio quel declino fisiologico dell’immunità che rende gli anziani più vulnerabili a certe malattie. Gravità dei sintomi delle malattie infettive e tasso di letalità inizierebbero a crescere dai quarant’anni per Covid-19, mentre per il morbillo già dai vent’anni. Lo sostiene un lavoro condotto dalla scuola di igiene e malattie tropicali di Londra e apparso su Scientific Data. Il team ha analizzato 140 insiemi di dati provenienti da diversi tipi di studi e relativi a 32 malattie infettive, 9 virali e 13 batteriche, guardando al tasso di letalità e ai tassi di ospedalizzazione per fasce di età. La severità delle infezioni è elevata nei bambini piccoli, il cui sistema immunitario è in via di sviluppo, poi durante la prima infanzia essa decresce ma ricomincia a salire già nella giovinezza, a eccezione della sola dengue che colpisce gravemente i bambini.

Covid colpisce di meno i bambini
Caratteristica di Covid-19 è che malattia e decessi sono molto meno diffusi nei bambini rispetto agli adulti. Ciò ha rinnovato l’interesse per i cambiamenti della risposta immunitaria che avvengono in quella fase centrale della vita, tra l’infanzia e l’anzianità, in cui l’immunità veniva considerata grosso modo stabile.
“Sapevamo che con l’età avvengono dei cambiamenti nei marcatori immunitari. Ma la maggior parte degli studi finora si sono concentrati sugli adulti in là con gli anni. Dove li si è andati cercare, però, tali cambiamenti sono stati trovati anche nelle fasce di popolazione più giovani”, spiega la responsabile dello studio, l’epidemiologa Judith Glynn, che aggiunge: “I nostri risultati suggeriscono che il picco della risposta immunitaria viene raggiunto durante l’età scolare e quindi inizia a diminuire molto prima di quanto si pensi attualmente, in alcuni casi già a partire dai 15 anni”.

Altre patologie
Malattie come poliomielite, morbillo, HIV, tubercolosi, tifo e meningite meningococcica sono più gravi nei ventenni che nei ragazzi in età scolare under 15, dove si manifestano in forma più lieve. Per l’influenza stagionale, la brucellosi, la peste e probabilmente l’infezione acuta da epatite B, la gravità della malattia inizia a salire intorno ai 30 anni; per Covid-19, MERS, SARS ed epatite A, a partire dai 40 anni.
L’invecchiamento biologico del sistema immunitario, chiamato immuno-senescenza, è un processo irreversibile. Tra le conseguenze ci sono la maggiore suscettibilità alle infezioni, l’alterazione della risposta infiammatoria e l’aumento di malattie come cancro, infezioni, malattie autoimmuni e croniche in età avanzata.


Coronavirus, i pediatri: “L’epidemia mette a rischio la salute dei bambini”

Più insonni e sedentari, fanno anche meno prevenzione

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La salute fisica e psicologica dei bambini al tempo del Covid preoccupa i pediatri di famiglia ed è stato al centro del XIV Congresso Nazionale della FIMP, la Federazione dei pediatri di famiglia, da oltre sette mesi impegnati sulla prima linea della gestione dell’epidemia. Il virus mette a rischio i più deboli e anche i più piccoli che hanno bisogno più degli adulti di muoversi e di socializzare, di fare sport e di imparare, e nei casi di disturbi del neurosviluppo - il 15% del totale, con difficoltà di apprendimento, o forme di autismo, o con ADHD per esempio - di essere diagnosticati per tempo e sostenuti con continuità. E questo il Covid può complicarlo. Come l’aderenza al Calendario vaccinale.

Allarme vaccinazioni
“Ci allarmano i ritardi nei recuperi del calendario vaccinale, provocati dall’impegno dei Dipartimenti di Prevenzione sul contenimento del virus. Non abbiamo ancora dati ufficiali sul calo delle vaccinazioni, ma il pediatra di famiglia può dare un contributo e là dove questo è successo le vaccinazioni sono state migliori. Ribadiamo al ministro Roberto Speranza che su questo tema e sulla profilassi anti-influenzale siamo disposti a fare la nostra parte, approfittando degli accessi ai nostri studi programmati per i bilanci di salute”.

Il sonno perduto dei bambini
Il lockdown ha modificato il ritmo sonno-veglia di bambini e adolescenti, riducendo non tanto la quantità ma la qualità delle ore dormite. Dai dati di un sondaggio FIMP condotto on line su 4314 bambini e ragazzi da 1 a 18 anni senza patologie, è risultato che durante l’isolamento domestico c’è stato un generalizzato ritardo nell’andare a letto. Il 30% dei bambini nei mesi di chiusura lo ha fatto oltre le 23. Gli adolescenti che andavano a dormire oltre quell’orario sono passati dal 12 al 64%. È aumentata la percentuale dei bambini che impiegano più di un’ora ad addormentarsi, a causa di stati di ansia e risvegli notturni, e c’è stato un aumento di incubi e di parasonnìe cioè di disturbi del sonno: gli incubi sono passati dal 5 al 13% e i risvegli notturni (più di 2 per notte) dal 9 al 14%. Quanto al tempo passato davanti ai videoschermi, esclusa la didattica a distanza, i ragazzi nella fascia 13-18 anni che trascorrono più di 3 ore al giorno davanti a un pc a un tablet o a uno smartphone sono passati dal 31 al 93%, e nella fascia 1-3 anni dal 2 al 31%. Infine, i Covid-positivi tra zero e 18 anni sono passati dal 2% di giugno al 6% di oggi.

Autismo, disturbi di apprendimento e ADHD
Fra i temi centrali del congresso, i disturbi del neurosviluppo. Parliamo, di quelli del movimento, della comunicazione, dell’apprendimento, delle difficoltà intellettive, dell’attenzione e dell’iperattività (ADHD), fino a tutte le manifestazioni dello spettro autistico, che nel loro complesso riguardano il 15% della popolazione pediatrica. Sono condizioni di diversa entità sempre più frequenti (a prescindere dalla pandemia) e spesso ci vogliono anni per arrivare alla diagnosi. “Se consideriamo che un pediatra di famiglia può assistere circa 1000 bambini, potrà averne 150 con patologie o sindromi legate al neurosviluppo. Ma presto avremo la possibilità di riconoscere precocemente questi disturbi inserendo schede di screening all’interno dei bilanci di salute periodici, che ci permetteranno come in un film di osservare nel tempo il neurosviluppo dei bambini, e di cogliere eventuali segnali precocemente”. I pediatri di famiglia compileranno le schede in occasione dei bilanci di salute e valuteranno i cosiddetti tre assi neurofunzionali: motorio, comunicativo/relazionale e della regolazione. Potranno così riconoscere eventuali anomalie comportamentali e segnalare i casi ‘sospetti’ ai Servizi di Neuropsichiatria.

Un network per i disturbi del neurosviluppo
Il progetto sui disturbi del neurosviluppo coinvolge Istituto Superiore di Sanità (ISS) e oltre alla Federazione dei pediatri di famiglia, la Società di Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza È una novità assoluta che mette in contatto la Pediatria e la Neuropsichiatria infantile: “Si tratta del frutto di quattro anni di lavoro - racconta Maria Luisa Scattoni, coordinatrice per l’ISS del Network per il Riconoscimento precoce dei Disturbi del Neurosviluppo -. Un percorso che coinvolge, oltre alla pediatria di famiglia anche le neuropsichiatrie infantili, i nidi e le scuole dell’infanzia e le neonatologie di tutta Italia. Effettuiamo la sorveglianza della popolazione generale e ad alto rischio attraverso un protocollo di valutazione del neurosviluppo sulla popolazione da 0 a 3 anni. Potremo così intervenire tempestivamente, approfittando della neuroplasticità tipica della prima infanzia”. “ora pediatri e neuropsichiatri possono comunicare per arrivare a una diagnosi o per dare consigli alle famiglie. Il cervello del bambino è plastico, l’intervento precoce è importante, intervenire presto significa migliorare la vita di questi bambini”.

Alimentazione e isolamento
Altro tema chiave del congresso FIMP è la corretta alimentazione dei bambini e degli effetti della dieta sulla salute a breve e lungo termine. “Da un nostro studio emerge con forza l’importanza della dieta mediterranea, per il benessere complessivo del bambino, ma anche per evitargli lo sviluppo di patologie come la celiachia o il morbo di Crohn e altre malattie infiammatorie croniche come diabete, obesità, malattie degenerative e tumori, tutte patologie in drammatico aumento nella popolazione pediatrica. Un approccio che interviene inoltre nel determinare la costituzione del microbioma intestinale corretto, quello che la persona si porterà avanti tutta la vita”.
Con un grande sforzo siamo riusciti negli anni ad abbassare la curva dell’obesità ma abbiamo capito che bisogna anticipare il nostro intervento: il tipo di alimentazione nei primi mesi di vita è essenziale per il futuro”.

La dieta
Per quanto riguarda la dieta Il Covid è stato un giro di boa, abbiamo visto in questi mesi emergere abitudini alimentari scorrette specie nelle fasce più svantaggiate della popolazione ma durante il lockdown abbiamo anche avuto la possibilità di spiegare alle madri che erano in casa come cucinare in casa in modo salutare”. La FIMP ha un progetto nazionale in corso per capire quali sono le abitudini alimentari, gli errori di alimentazione nelle famiglie italiane la prevalenza della dieta mediterranea. “La dieta mediterranea è l’unico schema dietetico considerato anti-infiammatorio. È fondamentale però, perché esplichi il suo effetto benefico, che il pasto sia completo di ogni segmento che lo compone. Come radicarla negli stili di vita corretti? Già attraverso l’allattamento materno si lascia traccia del sapore di alcuni alimenti ed eliminando nei primi mesi di vita i sapori zuccherini. Dalla precocità dell’intervento educativo del pediatra di famiglia dipende lo stile alimentare del bambino e del nucleo familiare”.

Scuola, sport e sindrome della capanna
“Dobbiamo rimettere al centro il benessere psico-fisico dei più piccoli: la scuola si deve fare a scuola ma anche le attività motorie e sportive hanno un’importante componente legata alla routine degli incontri, alla socialità, al superamento di tante difficoltà, ma soprattutto al corretto sviluppo neuromotorio. Scuola e sport sono palestre di vita e tengono lontani il sovrappeso, i problemi del metabolismo, insieme alle fatiche psicologiche emerse in questo periodo nella popolazione pediatrica, come la cosiddetta sindrome della capanna, quello smarrimento che ha colto tanti bambini e li ha portati a non voler più uscire di casa”. A proposito di scuola che dire della chiusura delle scuole in Campania? “Le situazioni regionali sono differenti, si spera che il provvedimento di chiusura duri poco, detto ciò non so se è la scuola il posto nel quale il virus circola. A scuola vengono messi in atto tutti i sistemi di contenimento dell’infezione. A scuola i bambini va sicuro”.

La vaccinazione antinfluenzale
I criteri per la vaccinazione contro l’influenza vengono fissati dal Ministro ogni anno. Quest’anno, come sempre, il vaccino contro l’influenza stagionale è raccomandato ai bambini con malattie croniche o che hanno contatto con persone a rischio. “A causa del Covid quest’anno però - informa il presidente FIMP - il suggerimento è di vaccinare anche i bambini senza patologie da sei mesi a sei anni perché in quella fascia si ammalano di influenza da 8 a 10 volte di più degli altri, e rappresentano un serbatoio di virus influenzale, e meno influenza avremo meno pressione ci sarà sul Sistema Sanitario Nazionale.

I bambini e le dermatiti da gel igienizzante
In questi 7-8 mesi passati i pediatri hanno registrato un aumento delle dermatiti da contatto dovute all’uso eccessivo dei gel a base alcolica contro il coronavirus “quando si può cioè a casa e a scuola, i bambini e tutti dovrebbero usare acque e sapone”, hanno detto gli esperti.


‘Solo’ 3 nati da mamma positiva su 100 hanno contratto Covid

Ma con l’infezione raddoppiata la percentuale dei nati prematuri

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Solo il 3% dei nati da madre positiva al coronavirus hanno contratto il Covid. Ma l’infezione in gravidanza raddoppia il rischio di nascite pretermine, tanto che durante la pandemia in Italia circa 2 bimbi su 10 nati da mamme con il SARS-Cov-2 erano prematuri. Questi i dati che emergono dal Registro Nazionale della Società Italiana di Neonatologia (SIN), che sono stati presentati al 26° Congresso della Società scientifica, dal 7 al 10 ottobre 2020.
“Appena iniziata la pandemia - spiega all’ANSA Fabio Mosca, presidente della SIN - abbiamo attivato un Registro con i dati delle donne affette da Covid che partorivano. Fino a oggi solo 6 bambini su 215 nati da madri positive hanno avuto la trasmissione del virus, pari al 2,8%. Quindi il 97% dei neonati ha avuto solo i benefici del contatto con la madre. Inoltre, l’allattamento al seno, nella maggioranza dei casi è proseguito nei mesi successivi. Dei 6 neonati, uno è nato già positivo e tutti hanno avuto un decorso asintomatico o paucisintomatico: nessuno è stato ricoverato in terapia intensiva”. All’inizio della pandemia, la SIN ha scritto delle linee guida per sensibilizzare a proseguire, secondo precise regole di sicurezza, l’allattamento al seno. “Una scelta in contrasto rispetto a quanto accadeva in Cina, ma il tempo ci ha dato ragione. I dati - prosegue - confermano che l’infezione è nei neonati poco frequente e benigna: quindi, se la donna ha pochi sintomi, è preferibile non separarla dal figlio, per la salute fisica e psicologica di entrambi”.


Cyberbullismo, cosa possono fare i genitori

Riconoscere i sintomi per aiutare bambini e adolescenti

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Tra dubbi e incertezze la scuola è ricominciata. In molte classi la gestione dell’emergenza Covid 19 ha portato ad alternare la didattica in presenza con quella online e questo incide di conseguenza sul tempo che i ragazzi passano su internet.
Diventa quindi prioritario per genitori e insegnanti intraprendere un percorso educativo dedicato alla definizione di cosa sia un comportamento digitale appropriato e delle norme di convivenza online.
Queste le indicazioni che dottori.it, portale di prenotazione online di visite mediche specialistiche, ha chiesto Mauro Schiavella, psicologo, psicoterapeuta e manager della Ricerca presso l’Università di Milano Bicocca per aiutare gli adulti a comprendere il cyberbullismo e riuscire a intervenire in tempo.
Il primo chiarimento del dottor Schiavella riguarda i sintomi che un ragazzo può manifestare quando è vittima di bullismo che possono interessare sia la sfera comportamentale che emotiva. I genitori possono notare ad esempio l’aumento o la diminuzione evidente dell’uso dei dispositivi digitali rispetto all’uso abituale, oppure la scelta improvvisa di nascondere lo schermo quando gli adulti sono nei paraggi.
Un ulteriore campanello di allarme può essere rappresentato dalla continua apertura e chiusura dei profili social o dalla scelta di evitare eventi sociali e hobby, compresi quelli a cui in precedenza erano molto interessati. Dal punto di vista emotivo i ragazzi presi di mira dal cyberbullismo appaiono molto preoccupati, ansiosi di non riuscire a gestire ciò che li circonda, si sentono sopraffatti e in preda dei propri timori.
In tutti questi casi il consiglio dell’esperto è che il genitore dialoghi con il figlio e ne accolga le sue frustrazioni: un dialogo costruttivo può essere infatti un valido supporto per uscire da una situazione difficile.
Quello che conta comunque è che i genitori non intervengano solo a posteriori, ma che intraprendano un percorso educativo a priori dedicato alla definizione di cosa sia per loro un comportamento digitale appropriato, chiarendo quale sia la reputazione online a cui i figli dovrebbero aspirare.
I genitori dovrebbero anche vigilare sull’eventuale uso improprio di videogame vietati ai minori di 18 anni. Il percorso educativo dovrebbe partire dalla scuola primaria stabilendo poche e chiare regole rispetto all’uso dei dispositivi digitali e le relative conseguenze nel caso in cui i ragazzi non rispettino quelle regole. Essere dei modelli positivi per i propri figli è la chiave poi per essere educatori: i genitori dovrebbero essere i primi a non utilizzare la rete in modo prevaricatorio e prepotente.
Ma cosa fare nel caso si scoprisse che i propri figli sono vittime di cyberbullismo? È necessario documentare gli atti di cyberbullismo raccogliendoli in un archivio evitando di rispondere o inoltrare i messaggi ad altri. Fondamentale poi segnalare gli atti di cyberbullismo al distributore di servizi online perché violano i termini e le condizioni di utilizzo. Se invece gli atti di cyberbullismo comportano reati penali, vanno denunciati alle autorità competenti, a partire dalla Polizia Postale e delle Comunicazioni.
Se infine si scopre che il proprio figlio pratica azioni di cyberbullismo si può fare quella che viene definita prevenzione secondaria: si prendono in carico i cyberbulli in modo che possano lavorare su di sé e imparare a costruire relazioni sane basate sul rispetto e l’empatia.
Spesso succede che i bulli siano stati essi stessi vittime di prepotenze e violenze da parte di coetanei o adulti che li hanno portati a condizioni di sofferenza interiore e disagio psicologico che scaricano sugli altri, trasformandosi da vittime a carnefici. La psicoterapia in questo senso può essere un aiuto che permette di entrare in contatto con i propri dolori e le proprie sofferenze per poi accettarle, accoglierle e prendersene cura.


Adenoidi: quali sono i migliori metodi per intervenire?

Intorno ai quattro-sei anni alcuni bambini iniziano ad avere la voce nasale, a respirare male e a russare di notte. Se l’ingrossamento di queste tonsille persiste e dà problemi si deve intervenire

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È il dubbio di tanti genitori appena si accorgono che il bambino o la bambina fatica a respirare con il naso. Far togliere le adenoidi oppure no? Queste tonsille, dette faringee perché situate nella rinofaringe, la cavità che mette in comunicazione naso e bocca, hanno più o meno lo stesso scopo delle più note tonsille palatine, quelle che spesso s’infiammano nella stagione invernale (e non solo). Costituite da tessuto linfatico, hanno la funzione di “filtro” immunitario per tutto ciò che entra nel nostro corpo attraverso la bocca e il naso, quindi con l’alimentazione e la respirazione.
Molto piccole alla nascita, le adenoidi si sviluppano nei primi anni di vita e raggiungono le massime dimensioni intorno ai quattro-sei anni. In seguito, tendono ad atrofizzarsi, fino a scomparire completamente in età giovanile, quando non servono più. In età adulta si riscontrano solo in casi eccezionali.

Il problema è quando le adenoidi si sviluppano troppo
In alcuni bambini le adenoidi si sviluppano molto e possono occupare quasi tutta la rinofaringe. Quando sono molto voluminose (si dice ipertrofiche) possono provocare conseguenze negative che meritano il ricorso allo specialista otorinolaringoiatra.

Adenoidi: gli svantaggi di respirare a bocca aperta
Il sintomo principale dell’ipertrofia adenoidea è l’ostruzione nasale, che costringe a tenere la bocca aperta per respirare. Non si tratta solo di una seccatura, ma di un rischio concreto.
«La respirazione orale non è fisiologica, perché l’aria che entra nelle vie aeree direttamente attraverso la bocca non può essere opportunamente riscaldata, filtrata e umidificata come invece avviene quando respiriamo con il naso. Per questo la respirazione orale può favorire l’insorgenza di infezione cronica delle adenoidi (adenoidite), che si può accompagnare a infezioni ricorrenti o persistenti di tutte le vie aeree superiori, come otiti, bronchiti, faringotonsilliti, rinosinusiti».

Possono condizionare anche lo sviluppo osseo del viso del bambino
Inoltre, il fatto che il bimbo trascorra molto tempo a bocca aperta può avere conseguenze negative per lo sviluppo osseo dello scheletro facciale e comportare problemi di malocclusione e di ortodonzia. Infatti a bocca aperta il palato duro non è in contatto con la lingua e per questo può svilupparsi troppo stretto e profondo. A volte i bambini con marcata ipertrofia delle adenoidi sviluppano un aspetto tipico, con il viso più allungato, definito facies adenoidea». Luca Amorosa è direttore dell’Unità operativa complessa di Otorinolaringoiatria dell’Ospedale Maggiore di Bologna.

Rischi per le orecchie
Quando all’ipertrofia delle adenoidi si associa anche quella delle tonsille palatine, spesso compare una notevole difficoltà respiratoria durante il sonno. Questo provoca un russamento intenso e fasi di ostruzione respiratoria completa (apnee ostruttive del sonno), durante le quali si ha una significativa riduzione dei livelli di ossigeno nel sangue. «Un’altra conseguenza importante dell’ipertrofia delle adenoidi è l’ostruzione degli orifizi delle tube di Eustachio. Sono piccoli canali che mettono in comunicazione la rinofaringe con l’orecchio medio di entrambi i lati. Aprendosi di tanto in tanto, esse assicurano il rifornimento di aria nell’orecchio medio, necessario per un’ottimale funzione uditiva.

Senza aria nell’orecchio si accumula il muco
Quando le adenoidi sono molto ipertrofiche e tappano gli orifizi delle tube, l’aria nell’orecchio medio non viene rifornita. Questo può portare a un progressivo accumulo di muco piuttosto denso nelle cavità timpaniche (otite effusiva), che riduce la possibilità di vibrare della membrana timpanica e degli ossicini. Pertanto, un altro sintomo dell’ipertrofia adenoidea può essere il calo dell’udito. Di solito è piuttosto modesto e può non essere rilevato dai genitori, soprattutto quando si verifica in un orecchio solo. Nel tempo, però, se questo problema non si risolve può portare a danni irreversibili dell’orecchio medio».

Adenoidi: utili anche le acque termali
La prevenzione di base, utile in tutti i bambini, consiste nelle quotidiane pratiche di igiene nasale, come lavaggi a getto diretto o nebulizzazioni di soluzione fisiologica. È importante «che il bimbo impari al più presto a soffiarsi il naso in modo efficace. Quando l’ipertrofia diventa sintomatica, è tempo di iniziare una terapia. L’otorino prescriverà, secondo i casi, farmaci mucolitici e cortisonici, decongestionanti e antistaminici, in alcuni casi antibiotici e cortisonici, per via locale o per via sistemica. Anche le terapie termali con acque sulfuree o salsobromoiodiche si sono rivelate efficaci. È preferibile eseguirle dalla primavera inoltrata fino alla fine dell’estate».

Adenoidi: l’intervento chirurgico
Quando il problema non si risolve, e questo fortunatamente accade nella minoranza dei casi, può essere valutato il ricorso all’intervento chirurgico di asportazione delle adenoidi, l’adenoidectomia. Si opera in anestesia generale e per questo l’intervento va preparato con alcuni esami preliminari ed eseguito in sicurezza in una struttura adeguata. Le adenoidi vengono rimosse accedendo dalla bocca e dal naso e, spiega l’esperto, «particolare cura dev’essere posta all’emostasi, per evitare che il sanguinamento persista nelle ore successive.

Dopo l’intervento
Al risveglio dopo l’anestesia, il piccolo paziente può lamentare un leggero fastidio soprattutto alla deglutizione. Per questo, per il primo giorno, si preferisce alimentarlo con cibi morbidi o cremosi e non caldi. Nei giorni successivi l’alimentazione può riprendere normalmente. Di solito, dopo qualche giorno di convalescenza, il bambino può riprendere la frequenza scolastica e le normali attività, anche sportive. Solo per riprendere la frequenza in piscina occorre un po’ di più».
L’intervento non ha complicanze di particolare rilievo, a patto che, come detto, si esegua una completa emostasi. A volte il timbro vocale può subire un lieve cambiamento, che si risolve spontaneamente nel giro di pochi giorni. L’adenoidectomia è indicata in tutti i casi che non beneficiano in maniera sostanziale della terapia medica ed è controindicata solo in presenza di condizioni che non consentono l’anestesia generale, di importanti patologie della coagulazione e di palatoschisi.

Con l’intervento si salva anche l’udito
Nei bimbi affetti da otite effusiva, che non si risolve con terapia medica, si può procedere, nel corso dello stesso intervento, all’aspirazione del muco attraverso un piccolo taglietto praticato nella membrana timpanica, sotto controllo microscopico o endoscopico (miringotomia). Questo taglietto si richiude completamente e senza alcuna cicatrice nel giro di poche ore, al massimo qualche giorno. Quando il muco è particolarmente denso, a volte come la colla, nella miringotomia è preferibile introdurre un piccolo tubicino che assicura l’ingresso di aria nella cavità timpanica per alcuni mesi, dopodiché viene espulso senza necessità di un altro intervento. Questa procedura, di breve durata, non comporta dolore né alcun disagio, e assicura un completo recupero uditivo pressoché immediato. Nei mesi in cui il tubicino si mantiene aperto, però, è molto importante evitare l’ingresso di acqua nell’orecchio.


Cistinosi nefropatica: perché la presa in carico del paziente è così critica?

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Se dovessimo trovare un solo sostantivo che riassuma tutto ciò che si nasconde nel variegato mondo delle malattie rare, questo sarebbe sicuramente «difficoltà». Difficoltà nella comprensione dei sintomi, nella ricerca di personale medico altamente specializzato, nella formulazione di una diagnosi, nella presa in carico e nella gestione quotidiana del paziente, nel reperire informazioni adeguate e nell’intraprendere percorsi terapeutici spesso non risolutivi e non privi di effetti collaterali. La vita di chi si imbatte in una patologia che accomuna poche persone è decisamente impervia, e quella dei familiari che se ne prendono cura non è da meno. Basti pensare, ad esempio, ai pazienti con cistinosi nefropatica, una malattia genetica ultra-rara, di cui si contano solo 2000 casi nel mondo e 70-80 in Italia.

Cistinosi nefropatica: di che cosa si tratta?
La cistinosi nefropatica è la forma più comune e grave di cistinosi, una patologia metabolica da accumulo lisosomiale. Normalmente l’amminoacido cistina raggiunge gli organelli cellulari chiamati lisosomi, per contribuire alla formazione di proteine essenziali per l’organismo. Il materiale che non serve più viene poi smaltito dagli enzimi presenti nei lisosomi stessi, garantendo così un equilibrio tra ciò che viene metabolizzato ed eliminato. Invece in chi ha la cistinosi, anche nella forma nefropatica, la cistina in eccesso non viene correttamente espulsa per un difetto nel sistema di trasporto: l’amminoacido, quindi, si accumula in queste strutture cellulari, formando dei veri e propri cristalli che compromettono il funzionamento di numerosi organi e tessuti.

Come si manifesta?
A essere colpiti per primi nella cistinosi nefropatica - come suggerisce già il termine - sono i reni: i bambini, che nascono apparentemente sani, iniziano infatti a manifestare i segni della sindrome di Fanconi già nei primi anni di vita. Si tratta di una condizione patologica a carico dei tubuli renali, che induce una perdita eccessiva di glucosio, fosfati, amminoacidi, potassio, sodio, acido urico e acqua attraverso l’urina. Questa anomalia comporta una serie di disturbi, come minzione eccessiva, sete incessante, disidratazione, ritardo nella crescita e, a lungo andare, insufficienza renale completa. Non dimentichiamo, però, che la cistinosi nefropatica è una malattia multi-sistemica, cioè causa un danno progressivo a numerose strutture del corpo, non solo ai reni. Si possono verificare, infatti, anche patologie oculari, disturbi neurologici, indebolimento muscolare, fragilità ossea, rachitismo e problemi alla tiroide.

Una vita scandita dall’assunzione continua di integratori, ormoni e farmaci
Per scongiurare l’insorgere di queste condizioni e consentire al bambino di avere tutti gli elementi necessari per il benessere del suo organismo, vengono somministrati quotidianamente dosi massicce di sali minerali e vitamine e spesso anche trattamenti ormonali per supportare la crescita. A ciò si aggiunge la terapia specifica con cisteamina bitartrato, che consente di abbassare il contenuto di cistina nei lisosomi. Se intrapresa tempestivamente, questa cura è in grado di rallentare la progressione del danno renale e sistemico.

L’impatto sulla qualità della vita
«A impattare sulla qualità della vita del piccolo e dei suoi familiari non è solo la patologia in sé, ma anche questa complessa e quotidiana gestione di farmaci e supplementi, con cui si ha a che fare già nelle prime fasi dell’infanzia» conferma Mara Mazzina, presidente dell’Associazione Italiana Cistinosi. «In generale, questi trattamenti, che possono variare da individuo a individuo, devono essere assunti continuativamente nell’arco delle 24 ore, meglio ancora se a stomaco pieno e cercando di rispettare quanto più possibile gli orari prestabiliti inizialmente. Ciò è di per sé complicato e sfiancante ma lo è ancor di più se il paziente ha pochi anni (o addirittura mesi) di vita e i genitori, come è normale che sia, non hanno alcuna esperienza di questo genere. Per alleggerire il compito di mamme e papà e garantire al piccolo le migliori cure, oggi gli specialisti optano fin da subito per l’impiego di un sondino naso-gastrico o della gastrostomia endoscopica percutanea (la cosiddetta PEG), che consentono di somministrare grandi quantità di sostanze nutritive, liquidi, integratori e farmaci in maniera immediata, in totale sicurezza, a domicilio e sotto monitoraggio medico.
Ciò rappresenta sicuramente un vantaggio per i familiari, che sono supportati nella gestione giornaliera del malato raro, ma al contempo contribuisce all’insorgenza di ulteriori problemi. Questi dispositivi, infatti, vengono tolti intorno ai 6 anni: ciò implica che il bambino, per una questione di tutela personale, non possa frequentare la scuola materna, anche se le sue facoltà motorie e cognitive non sono compromesse. Indossare un sondino o la PEG in un asilo non solo può ostacolare il gioco, le attività formative e le relazioni ma può anche costituire un pericolo per il bimbo stesso. Questa scelta obbligata può rivelarsi un problema per i genitori, specialmente se questi sono entrambi lavoratori. Quando poi questi dispositivi medici vengono rimossi, il piccolo non è in grado di mangiare, masticare e deglutire autonomamente perché, a differenza dei suoi coetanei, non lo ha mai fatto prima. In questo caso ci si trova di fronte a un bambino anagraficamente pronto per le scuole primarie ma che in realtà, dal punto di vista delle abilità di base, è paragonabile a un neonato» continua Mazzina.

Il problema della somministrazione dei farmaci all’interno delle scuole
Le difficoltà - termine che ritorna per l’ennesima volta - non terminano qua. «Superati questi scogli iniziali, con l’avvio delle scuole elementari si pone un altro interrogativo: chi può aiutare il piccolo malato di cistinosi nefropatica ad assumere correttamente i sali minerali, le vitamine, gli eventuali ormoni e il farmaco che consente di abbassare i livelli di cistina nelle cellule? Questo quesito riporta l’attenzione su un tema, quello dell’assistenza infermieristica negli istituti scolastici italiani, ancora poco dibattuto. Purtroppo, anche alla luce del fatto che gli insegnanti non sono abilitati a somministrare alcun tipo di farmaco agli studenti, il bisogno di tantissimi bambini e ragazzi affetti da patologie che richiedono l’assunzione di medicinali o altre sostanze negli orari di lezione rimane ancora oggi irrisolto.
Alcuni Paesi, come la Spagna, hanno già promosso l’inserimento della figura dell’infermiere all’interno delle scuole, proprio per rispondere alle esigenze di molti genitori e pazienti. Non ci resta che sperare che anche in Italia si possano importare questi modelli vincenti, in modo da garantire la continuazione delle cure anche in ambito scolastico, senza costringere i genitori a fare la spola tra casa e scuola per aiutare i propri figli in queste pratiche» si augura la presidente dell’Associazione.

La difficoltà di gestire un malato di cistinosi nefropatica adolescente
Anche l’adolescenza, già piuttosto complicata, rappresenta una fase delicata sia per il malato di cistinosi nefropatica sia per i suoi familiari. «A questa età i ragazzi iniziano a voler essere indipendenti, anche nella preparazione e nell’assunzione dei supplementi e del farmaco» conferma Mazzina. «Per un genitore è sempre difficile gestire un figlio di 16-17 anni, quindi talvolta si tende ad assecondare il suo bisogno di autonomia e libertà. Spesso, però, proprio a causa del periodo critico che sancisce la fine dell’infanzia e l’inizio dell’età adulta, il giovane si rivela incostante nel prendere gli integratori e la cisteamina bitartrato, non rispetta gli orari prestabiliti, dimentica alcune dosi. Ciò può costituire un problema, specialmente se questa condotta è protratta nel tempo, perché le somministrazioni altalenanti non solo possono dare più frequentemente effetti collaterali ma possono anche vanificare tutti gli sforzi fatti in precedenza, accelerando la progressione della malattia» prosegue la presidentessa.

Mancano specialisti e Centri di riferimento per il paziente adulto
Dunque, la cistinosi nefropatica ha un forte impatto sulla qualità della vita di pazienti e familiari. Tuttavia, nonostante la gestione di questa patologia rara non sia affatto semplice, questi bambini e ragazzi possono guardare al futuro con speranza e fare anche progetti a lungo termine. Rallentando o addirittura bloccando i danni renali ed extra-renali, la terapia con cisteamina bitartrato ha notevolmente aumentato l’aspettativa di vita rispetto al passato. Prima della scoperta del farmaco, poco meno di trent’anni fa, i piccoli pazienti andavano incontro, già entro i 10 anni, a insufficienza renale completa, condizione che non lasciava loro scampo. All’epoca, quindi, non esisteva una classe medica che avesse studiato la progressione della malattia, proprio perché il destino del bambino con cistinosi era segnato ancor prima che si manifestassero altri sintomi oltre a quelli renali. Infatti, chi si occupava di questi malati era principalmente il nefrologo.

«Purtroppo questo gap non si è risolto nemmeno con l’avvento della terapia di riduzione della cistina, tant’è che ancora oggi mancano specialisti che conoscano a fondo tutte le implicazioni di questa malattia multi-sistemica e che possano prendere in carico a 360 gradi il paziente dall’infanzia fino all’età adulta» interviene nuovamente Mazzina. «Inizialmente il bambino, che per prima cosa avverte i disturbi della sindrome di Fanconi, viene preso in cura dal nefrologo pediatrico. Poi, col passare degli anni e l’insorgere di altri disturbi, i genitori non sanno più a chi rivolgersi perché a oggi non esiste una figura esperta di cistinosi nefropatica. L’auspicio è che anche in Italia, come succede in altri Paesi, come la Germania, possa nascere un Centro di riferimento per il paziente adulto, che si possa occupare della gestione multidisciplinare della patologia» conclude Mazzina.


La pubertà inizia un anno prima rispetto a 40 anni fa

Uno studio danese dimostra come la pubertà nelle ragazze cominci sempre prima. Dito puntato contro aumento del peso e agenti chimici contenuti in prodotti di largo consumo

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Le ragazze cominciano l’età puberale almeno un anno prima rispetto a quanto accadeva 50 anni fa. A dirlo una ricerca dell’Università di Copenhagen. I ricercatori in forza all’ateneo danese hanno analizzato 38 ricerche sulla pubertà che hanno coinvolto decine di migliaia di ragazzine di molti Paesi diversi. I risultati dello studio sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Jama Pediatrics.

Cos’è la pubertà?
La pubertà è il periodo della vita in cui caratterizzato da significativi cambiamenti nel corpo e nella mente, che indicano l’inizio del passaggio di una persona dall’infanzia all’età adulta. Questi cambiamenti includono lo sviluppo dei caratteri sessuali secondari, la maturazione delle gonadi e cambiamenti psicologici e comportamentali. Secondo il mondo scientifico la pubertà comincia tendenzialmente tra gli 8 e i 13 anni nelle ragazze e tra i 9 e i 14 tra i ragazzi.

Quando comincia la pubertà nelle varie zone del mondo?
Il team ha sottolineato che lo sviluppo del tessuto delle ghiandole mammarie varia a seconda delle zone del mondo, stabilendo che in media accade tra i 9,8 e i 10,8 anni in Europa, tra i 10,1 e i 13,2 in Africa e tra gli 8,8 e i 10,3 negli Stati Uniti.

La nuova ricerca danese
Ciascuno studio analizzato prendeva in considerazione il periodo in cui c’è lo sviluppo del tessuto ghiandolare del seno, che in termini medici si chiama telarca. Si tratta del segnale che la pubertà sta cominciando. Il team di ricerca non ha invece preso in considerazione il menarca, cioè la prima mestruazione, perché può dipendere da differenti fattori, che variano da persona a persona.

I risultati dello studio
L’analisi ha anche evidenziato che l’età in cui la pubertà inizia è sempre più giovane, con l’esordio che parte 0,24 anni prima ogni decade tra il 1977 e il 2013.

Quali sono le ragioni?
Lo studio è osservazionale, quindi i ricercatori non hanno scoperto perché questo accada. L’ipotesi è però che a un maggior peso corporeo, corrisponda uno sviluppo anticipato della ghiandola mammaria. Insomma l’équipe punta il dito contro l’epidemia di obesità che sta colpendo gran parte del pianeta. Tra le altre cause ci possono essere alcuni composti chimici che si trovano nell’ambiente e che potrebbero interferire con il sistema ormonale del corpo umano, giocando un ruolo cruciale nell’anticipo dell’arrivo della pubertà.

Cosa si può fare?
Di conseguenza i ricercatori consigliano di monitorare attentamente il peso dei pesi e di limitare l’esposizione a questi elementi chimici. Uno studio del 2018 svolto dall’Università della California ha spiegato come i composti chimici presenti nei prodotti per la pulizia della casa potesse avere un effetto sulla crescita e sullo sviluppo di bambini e adolescenti. La ricerca aveva esaminato la presenza di gruppi chimici come gli ftalati, i parabeni e i fenoli nelle urine. I ricercatori hanno dimostrato che per alcuni di questi elementi chimici, ogni volta che la loro concentrazione nelle urine di donne incinte raddoppiava, aumentavano le possibilità che la propria figlia cominciasse la pubertà in media un mese prima.

Indice puntato contro alcuni composti chimici presenti in prodotti di largo consumo
«Abbiamo la prova che alcuni agenti chimici largamente usati nella cura personale sono associati con l’esordio anticipato della pubertà nelle ragazze». A parlare è la dottoressa Kim Harley, professore associato all’Università della California. «In particolare, abbiamo scoperto che le madri che hanno livelli alti di due agenti chimici nel loro corpo durante la gravidanza, hanno figlie che entrano nella pubertà prima. I composti chimici in esame sono gli ftalati, usati nei profumi e il triclosan che è un agente antibatterico usato in alcuni saponi e dentifrici.


Sono in calo, ma ancora troppi i cesarei: 32,8% dei parti

Rapporto del Ministero: calano nascite e 33 anni l’età media al parto

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Scende ma resta alto, intorno al 32,8% dei parti, il ricorso al cesareo in Italia. Percentuale che sale al 34,3% tra le donne italiane mentre scende al 27,6% tra le straniere. Continua il calo delle nascite e l’età media delle donne che partoriscono sfiora i 33 anni. È quanto emerge dall’ultimo rapporto Certificato di assistenza al parto (CeDAP) in Italia, relativo ai dati del 2017 e pubblicato sul sito del Ministero della Salute.
Nel corso del 2017 prosegue il calo delle nascite, in tutte le aree del Paese, con 461.284 nuovi nati a fronte dei 474.925 del 2016. “Le cittadine straniere - spiega il rapporto - hanno finora compensato questo squilibrio strutturale; negli ultimi anni si nota, tuttavia, una diminuzione della fecondità delle donne straniere. Il tasso di natalità varia da 6,1 nati per mille in Liguria e Sardegna al 10,2 di Bolzano rispetto ad una media nazionale del 7,6 per mille”. L’ 89,5% dei parti, nel 2017, è avvenuto negli Istituti di cura pubblici ed equiparati, il 10,4% nelle case di cura e solo lo 0,1% altrove, ovvero a casa. Nel 2017, il 21% dei parti è relativo a madri di cittadinanza non italiana mentre l’età media della madre è di 32,9 anni per le italiane e scende a 30,4 anni per le straniere.
I parti cesarei sono il 32,8% del totale dei parti, in calo rispetto al 33,7%, del 2016 ma ancora troppi rispetto alle indicazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. A pesare sono soprattutto quelli effettuati nelle case di cura accreditate, dove il cesareo arriva a rappresentare quasi la metà del totale delle nascite (49,6%) contro il 30,9% negli ospedali pubblici. Circa il 15% delle donne ha avuto uno o due aborti spontanei prima del parto e sono stati rilevati 1317 nati morti corrispondenti a un tasso di natimortalità, di 2,86 nati ogni 1000 nati. “Negli ultimi 10 anni - si legge - tale tasso ha continuato a diminuire, anche se negli anni più recenti si assiste a un rallentamento di questo trend. Permangono, inoltre, notevoli differenze territoriali”.


Coma etilico: cosa succede al tuo corpo dopo un solo bicchiere di alcol (con meno di 21 anni)

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L’alcol può uccidere, soprattutto i giovani e anche dopo un solo bicchiere. Unica salvezza di fronte a una situazione grave è il Pronto Soccorso. Però ci sono i segnali per capire quando si arriva al pericolo. Le risposte alle domande più comuni a cura del dottor Emanuele Scafato, direttore dell’Osservatorio Nazionale Alcol dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS).

Che cos’è il coma etilico?
È la conseguenza estrema, spesso mortale, dell’intossicazione da alcol che dipende dall’incapacità di smaltire le quantità consumate. I giovani sotto i 21 anni, soprattutto le femmine, non hanno ancora maturato l’enzima in grado di ripulire l’organismo da quello che Freud chiamava Prezioso Veleno. Ecco perché anche un bicchiere può provocare reazioni pericolose per la vita, ma ogni organismo reagisce differentemente. Dopo aver bevuto un bicchiere da 12 grammi, l’alcol scende nello stomaco dove viene assorbito al 10 per cento. Il resto finisce nel fegato che non può metabolizzarne più di 6 grammi all’ora. Se nel frattempo si aggiunge un secondo bicchiere, l’alcol in eccesso è libero di circolare nel sangue e provoca una serie di sintomi a catena, fino al coma.

C’è differenza tra vino e vodka?
Il pericolo è costituito dalla quantità di alcol in circolo non dalla qualità. È importante inoltre la frequenza dell’ingestione, se è ravvicinata il tasso alcolemico va alle stelle rapidamente. Nella fase iniziale l’effetto è piacevole, le idee fuoriescono senza il controllo della ragione, prevale l’irrazionalità. Poi subentra la fase down ed è a questo punto che il rischio cresce.

Ci sono segni premonitori?
Nella fase down chi si trova accanto al ragazzo dovrebbe indurlo a smettere di bere. Lo stato di ubriachezza lo fa blaterare, biascica le parole, barcolla, perde controllo dei movimenti e percezione del pericolo. Infine, la discesa nel coma etilico. Immaginiamo una persona sul divano come in letargo, immobile. Il rischio maggiore è il blocco della respirazione. In questi casi deve essere tenuto sveglio, in piedi, costretto a bere una bella tazza di caffè, in attesa di trasportarlo al Pronto Soccorso. Soltanto l’intervento tempestivo dei medici con flebo di glucosio e reidratazione può evitare il peggio. L’alcol viene eliminato con l’urina.

Quanto è diffuso il fenomeno?
Ogni anno di alcol si intossicano 700 mila giovani sotto i 25 anni, fra loro circa 180 mila sono under 18. Il 15% degli interventi al Pronto Soccorso riguardano gli under-14. Non sappiamo quanti sono gli episodi di coma etilico, che è una situazione reversibile. I medici sanno riconoscere la semplice intossicazione e quella aggravata dall’uso di pasticche.

C’è un limite al di sotto del quale evitare conseguenze estreme?
No, ogni organismo ha un diverso modo di smaltire l’alcol. È certo che fino a 21 anni i giovani non producono l’enzima capace di metabolizzarlo, ancora più esposte sono le donne. Si può stare malissimo per una birra. Il contenuto di un solo bicchiere viene smaltito in 3 ore. Un bicchiere di troppo può uccidere, subito. L’alcol non è come il fumo, non aspetta. Se bevi puoi morire in pochi minuti, se consumi un pacchetto di sigarette al giorno, gli effetti deleteri si vedranno da adulto. È un concetto da inculcare fin dalla scuola media.

I genitori come possono vigilare?
L’alcol lascia tracce indelebili nell’alito, non c’è mentina che tenga. Se il ragazzo torna a casa con questo odore addosso non bisogna sottovalutare illudendosi si tratti di un episodio transitorio. Prima regola, vigilare, allarmarsi immediatamente, alzare le antenne.


Carenza di vitamina D in gravidanza, il pediatra: diabete gestazionale, parti pretermine, asma nei bambini

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“Uno studio recente ha dimostrato che tanto nascere da una madre affetta da asma, quanto nascere da una madre carente di vitamina D in gravidanza, rappresentino per il nascituro fattori di rischio di sviluppare asma negli anni successivi”. Ad accendere un faro sulla relazione tra stato vitaminico della gestante e rischio del bambino di sviluppare asma è Francesco Vierucci, pediatra della Struttura complessa di Pediatria dell’Ospedale San Luca di Lucca.
“Si è visto che i soggetti nati da madri che hanno mantenuto tutta la gravidanza una condizione di sufficienza di vitamina D, effettivamente avevano una diminuzione del rischio di sviluppare asma sia a 3 anni che a 6 anni. Quindi la profilassi con vitamina D nelle gestanti è una vera e propria prevenzione primaria dell’asma molto importante”.
Vierucci approfondirà l’argomento nel corso di “Napule è… Pediatria preventiva e sociale”. Tre giorni di eventi, dal 18 al 20 settembre 2020, dedicati alla Prevenzione, Allergologia, Dermatologia, Nutrizione e Gastroenterologia in età pediatrica, promossi dalla Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale (SIPPS) in live streaming sulla piattaforma digitale Health Polis, iDea Congress.
“Novità sulla profilassi con vitamina D: dalla mamma all’adolescente”, questo il titolo dell’intervento del pediatra del San Luca insieme a Giuseppe Saggese, direttore responsabile di Ripps, la rivista ufficiale della SIPPS.
Insufficienti livelli vitaminici in gravidanza possono portare a un’ampia serie di problemi. “Recenti studi hanno suggerito che riscontrare una carenza di vitamina D nella gestante possa essere inteso come un marker di cattiva prognosi della gravidanza stessa si può andare incontro a complicazioni come il diabete gestazionale, la nascita di un bambino di basso peso o anche pretermine”.
Il pediatra ricorda, infatti, che “lo stato vitaminico del neonato è completamente dipendente e proporzionale a quello della mamma. Per cui una madre carente di vitamina D partorirà un bambino carente. E questo può dare problemi sia nelle prime epoche di vita, che poi andare a influenzare negativamente tutti i processi dell’acquisizione della massa ossea”.
Stessa cosa per quanto riguarda l’allattamento. “Anche in questo caso la vitamina D serve per la promozione della salute ossea. Se, infatti, la donna non ha uno stato vitaminico adeguato è a rischio di una riduzione di massa ossea che non può recuperare. Nella fase dell’allattamento il ruolo della vitamina D è duplice perché la profilassi deve essere somministrata alla madre, per la sua salute, ma anche direttamente al lattante. Tutti i bambini, indipendentemente dal tipo di allattamento, devono ricevere la vitamina D”, conclude il pediatra.


Cistinosi nefropatica: perché la presa in carico del paziente è così critica?

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Iniziare la prevenzione ben prima della menopausa, a partire dal periodo di costruzione della massa ossea scheletrica, quindi dalla fase adolescenziale, passando per la vita fertile fino alla premenopausa e per tutto il periodo post-menopausale. Sono queste le nuove indicazioni per prevenire l’osteoporosi, malattia sistemica dell’apparato scheletrico che comporta una riduzione della resistenza dell’osso e il conseguente aumento del rischio di frattura. Se si riesce a prevenire la perdita di massa ossea nei periodi precedenti della premenopausa e della menopausa, si avrà una riserva maggiore che aiuterà a contrastare l’osteoporosi. “È importante considerare - afferma Stefano Lello del Dipartimento Tutela Salute Donna e Bambino, Fondazione Policlinico Gemelli-IRCCS - i periodi di amenorrea dai 3 mesi in su con riduzione dei livelli degli ormoni estrogeni o i periodi di anoressia nervosa, soprattutto nel periodo della adolescenza e fino alla età di 25-30 anni, periodo in cui si completa la costruzione della massa scheletrica”.
Fondamentale anche l’assunzione di vitamina D. “È un elemento essenziale in tutte le fasi della vita. Promuove l’assorbimento di calcio e fosforo a livello intestinale. Si consiglia di assumerlo con la dieta e nel caso si riscontri un introito giornaliero insufficiente, con la supplementazione”.
Dopo i 50 anni di età, nel mondo, una donna su 3 e un uomo su 5 corrono il rischio di una frattura per osteoporosi. In media se ne verifica una ogni 3 secondi. Nel 2017 la spesa annuale in Italia per le fratture causate da osteoporosi è stata di circa 10 miliardi di euro e per il 2030 si stima una spesa superiore ai 12 miliardi. Oggi però c’è uno strumento in più per la diagnosi della malattia.
Alla mineralometria ossea computerizzata (MOC) l’esame che indica la densità dell’osso, si è affiancato un altro dato che si ottiene durante l’esecuzione della MOC: il Trabecular Score (TBS), un parametro che fornisce informazioni sulla struttura interna a livello delle vertebre e aiuta a valutare in maniera più completa la resistenza dello scheletro. “Quello che però deve essere attentamente valutato è il rischio di frattura, e questo si può calcolare applicando degli algoritmi, cioè dei modelli che integrano il dato della MOC con vari fattori di rischio clinici, come età, peso, altezza, sesso, familiarità nei genitori per frattura di femore, uso di fumo e/o di alcool, uso di terapie cortisoniche”.


Passi da gigante per salvare i bambini malati di tumore

Il professor Andrea Biondi: “Oggi l’80% dei pazienti oncologici pediatrici ha la probabilità di guarire”

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“Vogliamo curare di più e curare meglio i bambini malati di tumore. Per questo fare Ricerca è fondamentale”: sono chiari gli obiettivi del professor Andrea Biondi, professore ordinario dell’Università degli Studi di Milano, direttore della Clinica pediatrica della Fondazione MBBM dell’Ospedale San Gerardo di Monza, uno dei Centri italiani di punta per la cura delle neoplasie ematologiche pediatriche, nonché direttore scientifico della Fondazione Tettamanti. L’occasione sono i prossimi Giorni della Ricerca, con cui Fondazione AIRC accende i riflettori sull’universo cancro per informare sui recenti progressi della Ricerca oncologica e per raccogliere nuove risorse da destinare al lavoro dei ricercatori.

Quanti sono in Italia i pazienti con queste patologie?
“Ogni anno curiamo, nei Centri AIOP, circa 1450 bambini e adolescenti fino a 14 anni, e circa 800 ragazzi fra i 14 e i 18 anni. Di questi 2250 pazienti, l’80% ha la probabilità di guarire. Il nostro protocollo di diagnosi e cura, che viene applicato in tutta Italia, con la massima collaborazione fra i diversi Centri, è uno dei nostri successi più importanti”.

Cosa significa quindi ‘curare di più’?
“La sfida è curare con successo anche quel 20% di pazienti che oggi non ce la fa”.

E ‘curare meglio’?
“Fare in modo che il bambino che supera il tumore sia un adulto che deve essere considerato sano, e non malato cronico. Ad esempio, cerchiamo di prevenire gli effetti nocivi della terapia sulla successiva qualità di vita, dopo la guarigione”.

Quanto conta la Ricerca?
“Negli anni ’80 si parlava di ‘tumori nei bambini’ in modo indistinto. Oggi sappiamo che, pur essendo in gran parte neoplasie ematologiche, c’è una estrema eterogeneità: grazie al sequenziamento del DNA abbiamo una ‘patente genetica’ super dettagliata che aiuta a indirizzare al trattamento più mirato. Abbiamo farmaci di diversi tipi: molecolari, oppure basati sul potenziamento del sistema immunitario, e altro ancora”.

Come vengono seguiti oggi i pazienti guariti?
“Con il ‘passaporto del guarito’, uno strumento ideato col collega Riccardo Haupt del Gaslini di Genova, e messo a regime grazie alle strutture informatiche del Cineca di Bologna e ad AIOP per il versante della privacy. È stato assunto come standard a livello europeo”.

Cos’è e come funziona?
“Il passaporto registra tutti gli stadi della malattia e le cure fatte, e aiuta a valutare i rischi futuri in base alle terapie messe in atto: ad esempio, se il bambino-paziente ha ricevuto farmaci cardiotossici, si dovrà tenere sotto controllo più attentamente il cuore dell’adulto. Questo ci consente un monitoraggio degli effetti a lungo termine: l’obiettivo è arrivare a identificare ‘prima’ della somministrazione i pazienti a rischio tossicità”.

La terapia più rivoluzionaria?
“Un protocollo front-line, con farmaci che derivano da studi sulle ricadute. In pratica, dalla modulazione del rischio sono stati sviluppati nuovi farmaci. Non era mai accaduto nei 35 anni in cui me ne sono occupato”.

Un miracolo, o quasi?
“No, la Ricerca non procede per miracoli, ma con il lavoro puntuale di tanti ‘operai’ che contribuiscono ai passi avanti. Un caso esemplare sono le ricerche sostenute da AIRC, che in modo rigoroso, competitivo e controllato è sempre stata al mio fianco nel percorso di medico e ricercatore, fin dalla prima borsa di studio a Harvard nel 1982”.

Come si aiutano i genitori dei bambini malati?
“Innanzitutto il genitore deve sentirsi accolto, e deve scattare un rapporto di alleanza con i medici: lottiamo insieme per uno stesso traguardo. Senza dimenticare il supporto che arriva da molte e importanti Associazioni di volontariato”.

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