Rivista di formazione e di aggiornamento professionale del pediatra e del medico di base, realizzata in collaborazione con l'Associazione Culturale Pediatri

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a cura di Maria Valentina Abate

UOC di Pediatria, Ospedale di Treviglio (Bergamo)

Indirizzo per corrispondenza: valentina_aba@yahoo.it

Sommario

Coronavirus: cosa fare se si aspetta un bambino e durante l’allattamento

Anoressia: un disturbo devastante e a volte letale

Tumori e adolescenza: come gestire la malattia nell’età più delicata

Coronavirus: perché i bambini si ammalano di meno

Coronavirus e arrossamenti delle dita nei bambini: acrovasculite acuta?

Coronavirus: quale alimentazione può aiutare?

Coronavirus: teenager sono resilienti, ma i maschi soffrono di più

Coronavirus: stop alla fecondazione assistita, 4500 nascite in meno

Coronavirus: quale ruolo per medici di famiglia e pediatri?

Coronavirus: attenzione ai sintomi negli adolescenti


Coronavirus. Cosa fare se si aspetta un bambino e durante l’allattamento

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In gravidanza sono più a rischio di infezioni respiratorie? Posso trasmettere il virus al mio bambino? Posso allattare? Questa alcune delle 19 domande e altrettante risposte contenute nella FAQ elaborata dalla Regione Veneto in collaborazione con Gianfranco Jorizzo, consulente materno-infantile del Ministero della Salute e basate sulle attuali conoscenze scientifiche. Vai alla FAQ.

Sono in gravidanza come posso proteggermi e sono più a rischio di infezioni respiratorie? Sono gravida e positiva al Covid-19, posso trasmettere il virus al mio bambino? Sono una gravida al terzo trimestre e coronavirus positiva, dovrò partorire prima? Potrò fare la peridurale? Sono diventata mamma, ho sintomatologia sospetta di interessamento delle vie aeree (o sono coronavirus positiva). Mentre allatto posso evitare di usare la mascherina?
Sono queste alcune delle 19 domande e altrettante risposte per fugare i dubbi e allontanare preoccupazioni delle donne in gravidanza e delle neomamme contenute nella FAQ elaborata dalla Direzione Prevenzione della Regione Veneto in collaborazione con Gianfranco Jorizzo, Responsabile del Servizio di Medicina Prenatale dell’ULSS 6 Euganea, Coordinatore dell’Area Materno Infantile dell’ULSS 6 Euganea, Coordinatore del Comitato Percorso Nascita Nazionale del Ministero della Salute e consulente Materno Infantile del Ministero della Salute.
Il vademecum è diviso in tre sezioni: la gravidanza, il travaglio e parto, l’allattamento.
Le risposte sono basate sulle evidenze scientifiche tratte dalle Raccomandazioni del 18 marzo 2020 del Royal College of Obstetricians & Gynaecologists e dal Gruppo di Lavoro dell’Istituto Superiore di Sanità con la comunità scientifica italiana dei neonatologi, pediatri, ginecologi e ostetriche (SIN, SIMP, SIP, SIGO, AOGOI, AGUI e FNOPO) coordinato dal Centro Nazionale di Prevenzione delle Malattie e di Promozione della Salute (CNaPPS).

La FAQ per le donne in gravidanza


Anoressia: un disturbo devastante e a volte letale

La dottoressa Sabrina Mencarelli risponde a 14 quesiti specifici sul male che colpisce i giovani e spesso non lascia scampo

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I disturbi del comportamento alimentare sono in aumento. Fino a qualche decennio fa conoscevamo soltanto anoressia e bulimia. Oggi quasi tutti sanno di che cosa si sta parlando quando si menzionano termini quali binge eating, ednos, alimentazione incontrollata, oppure, ortoressia e bigoressia.

Il 15 marzo è stata la Giornata del Fiocchetto Lilla, dedicata proprio ai cosiddetti DCA (disturbi della condotta alimentare) che in Italia interessano circa 3 milioni di giovani, nella stragrande maggioranza (95,9%) donne.
Un giorno con i riflettori puntati su questi disturbi, i quali prendono di mira il corpo per esprimere disagi più profondi e che spesso sono infatti accompagnati da patologie neuropsichiatriche di rilievo. Molti di questi problemi non hanno soltanto una fase di inizio, uno sviluppo ed una guarigione. Alcuni, l’anoressia in special modo, dopo l’esordio possono accompagnare chi ne è colpito perfino per il resto dell’esistenza. Finanche a risultare letali, ovvero a condurre il paziente alla morte.
È di questi ultimi mesi la drammatica storia del ventenne Lorenzo, che se ne è andato dopo 6 anni di calvario. I suoi genitori, oggi straziati dalla perdita, avevano provato ad aiutarlo in ogni modo, seguendolo personalmente con l’affetto, la dedizione e la cura. Ma anche agendo sul campo, affidandolo ciclicamente alle strutture sanitarie preposte, con la speranza che potessero essere risolutive.
La tragedia di questa ennesima famiglia, costretta ad entrare in un tunnel che a un certo punto diventa senza vie di uscita, era cominciata quando il ragazzo stava al primo anno delle superiori a Torino. Dapprima una diagnosi di depressione e poi l’inizio dell’incubo vero e proprio, con Lorenzo che non mangiava più e perdeva peso. Nulla è stato lasciato al caso. I genitori hanno tentato di tutto: dai ricoveri nei reparti di Psichiatria degli ospedali, all’assistenza presso una struttura dedicata, in Val d’Aosta, dove il giovane era stato seguito dagli specialisti, potendo perfino proseguire gli studi con il materiale didattico inviato dalla scuola.
Sei lunghi anni di sofferenze, fisiche e morali. Con qualche momento di sconforto assoluto che oggi mamma Francesca e papà Fabio raccontano nelle interviste rilasciate ai quotidiani nell’intento di essere di esempio ed aiuto ad altre famiglie.
Un giorno, alla domanda: «Lorenzo, perché non mangi?», la risposta era stata «Perché così so che prima o poi muoio». E quel giorno è arrivato, lo scorso 3 febbraio 2020.
Con la dottoressa Sabrina Mencarelli, psicologa, psicoterapeuta specialista nei disturbi alimentari, analizziamo dunque qui di seguito le caratteristiche dei comportamenti anomali nei confronti del cibo che in alcuni casi possono avere conseguenze irreversibili.

1) Che cosa intendiamo esattamente per “disturbi del comportamento alimentare”?
«Per disturbi del comportamento alimentare (DCA) si intendono comportamenti disfunzionali nel modo di mangiare poiché alla base di tali comportamenti sono presenti delle ossessioni che coinvolgono il cibo e per forme corporee».

2) Fra i molti casi, quali sono i più complessi da trattare: per gli specialisti è più impegnativo ad esempio avere a che fare con un paziente anoressico piuttosto che con l’ortoressico?
«Tutti i DCA sono in egual modo complessi, poiché sono vere e proprie nuove forme depressive e ossessive che limitano lo spazio vitale delle persone che ne soffrono. La gravità è spesso associata ai livelli di malnutrizione di queste persone e alle complicanze organiche non riferibili solo alla diagnosi».

3) Perché è il genere femminile quello decisamente più interessato da questi disturbi?
«Il genere femminile è più colpito numericamente parlando, ma molti sono i casi che riguardano oggi anche i maschi. Sono meno precocemente identificabili poiché spesso si presentano con una forte attenzione ai muscoli e conseguentemente con attività sportive estenuanti che li isolano. Gli stessi criteri diagnostici oggi hanno eliminato l’amenorrea secondaria come sintomo nella diagnosi, proprio per includere anche il genere maschile».

4) L’adolescenza è l’età in assoluto più a rischio per questo tipo di situazioni? Se sì, per quale motivo?
«Oggi le bambine sviluppano in età precoce rispetto a prima e già a 8/9 anni può comparire il menarca. Questo ha anticipato l’attenzione per il corpo e quindi i rischi collegati. Sui fattori predisponenti dei DCA possiamo vedere casi di pregresse obesità infantili, episodi di bullismo (dove quasi sempre viene attaccato il corpo), talvolta i pazienti vanno a cercare i siti che esortano all’anoressia o alla bulimia trovando una larga condivisione di comportamenti disfunzionali con altri pazienti malati. Si tratta quasi sempre di persone che hanno un’elevata labilità emotiva e personologica, associata ad una bassa autostima e ad un’incapacità di gestione della frustrazione».

5) I DCA possono essere considerati un fenomeno del nostro tempo, quindi determinati dal contesto storico-sociale, oppure esistevano anche nel lontano passato?
«La nostra società moderna è, rispetto a prima, molto più attenta all’immagine, più che ai contenuti. È radicalmente cambiato il nostro modo di comunicare e questo ha divulgato stili di vita e comportamenti che hanno condizionato gran parte della popolazione. Molti secoli fa erano presenti nelle sante, delle forme di anoressia che, una volta raggiunto uno stato di grave malnutrizione, generavano vere e proprie psicosi da digiuno. Il che portava queste persone a sviluppare delle forme di pensiero considerato ascetico».

6) Quale è la chiave che voi specialisti avete riconosciuto come la più efficace nel trattamento psicologico di questi casi? Il dialogo, il convincimento, l’accettazione, una figura determinante per il paziente?
«Il trattamento dei DCA deve seguire oggi delle linee guida condivise a livello scientifico che prevedono come metodo di approccio elettivo un’equipe multidisciplinare e diversi livelli di cura. Oggi assistiamo nei disturbi alimentari ad una migrazione sintomatica ovvero al cambiamento di stato dei disturbi, possiamo passare da un’anoressia nervosa ad una bulimia nervosa ad un BED. Per evitare questo passaggio è di fondamentale importanza fare una precisa diagnosi della sintomatologia che in quel momento si evidenzia nel paziente e comprendere in base alla motivazione alle cure dello stesso, alla gravità, e alle risorse che ha il giusto livello di intervento. I diversi livelli di intervento sono nei casi più gravi i ricoveri salvavita, con degenza ospedaliera, le strutture residenziali, i Centri diurni e gli ambulatori. L’equipe multidisciplinare dovrebbe prevedere almeno la figura del dietista o medico nutrizionista, lo psicologo, lo psichiatra ed il medico internista. Altro aspetto importantissimo è la prevenzione, nelle scuole, tra i medici e in tutti quei luoghi di aggregazione dove un semplice sport potrebbe rappresentare un fattore di rischio».

7) Che cosa non vorrebbe mai sentirsi dire una persona con DCA?
«Un paziente affetto da DCA non vuole sentirsi dire spesso che è un capriccio, che basta solo mangiare e che deve farlo per le persone che gli vogliono bene».

8) Quali cibi sono maggiormente “presi di mira” ovvero considerati “nemici” da parte di chi soffre di questi disturbi?
«In genere i cibi che sono più temuti nei disturbi alimentari sono quelli che a parere dei pazienti fanno ingrassare: ovvero i carboidrati o i grassi. Nelle ortoressie invece le paure vengono proiettate verso cibi che non sono “sani” come la carne ad esempio o cibi non biologici che sono interpretati come potenzialmente contaminanti. In questi casi l’atteggiamento è fobico, ci sono persone che non vanno nemmeno a mangiare in alcuni ristoranti dove vengono cucinati cibi per loro pericolosi. Nei disturbi selettivi dell’alimentazione invece i cibi vengono scelti per consistenza o colore».

9) Possiamo considerare i DCA alla stregua dell’autolesionismo, seppure sviluppato in forma diversa?
«L’autolesionismo è uno dei sintomi che si associa ai DCA. Quando prevale un forte senso di colpa nell’essersi concessi di mangiare, tagliarsi è per il paziente una forma punitiva. Esiste anche la dimensione del piacere che nei pazienti con DCA non è presente per cui, l’unico modo per poter riattivare delle emozioni avviene, paradossalmente procurandosi dolore».

10) Quale ruolo hanno i genitori del paziente, sia in termini positivi e di supporto, sia in termini di possibile causa dei disturbi od ostacolo al loro superamento?
«La famiglia ha un ruolo elettivo nel decorso della malattia, va sostenuta e aiutata nel comprendere cosa è un DCA, non colpevolizzata. Le cause dei DCA sono multifattoriali di conseguenza la famiglia non può essere l’unica causa, talvolta può semmai rivelarsi un fattore di rischio. È comunque sempre una grande risorsa nel decorso del disturbo».

11) Esistono strutture di eccellenza per il trattamento dei DCA?
«Ci sono ancora poche strutture dedicate che purtroppo non coprono l’intero territorio nazionale. Questo costringe le famiglie ad estenuanti spostamenti da una regione all’altra. Non potendo garantire ovunque, dopo la dimissione dei loro cari la continuità delle cure, fondamentale per evitare le ricadute. La continuità delle cure anche dopo i vari ricoveri è di fondamentale importanza si è visto che entro il terzo anno dall’insorgere della malattia se si interviene precocemente, il DCA va quasi in remissione. Altro aspetto importantissimo è la prevenzione, nelle scuole, tra i medici e in tutti quei luoghi di aggregazione sportiva dove un semplice sport potrebbe rappresentare un fattore di rischio.».

12) I farmaci sono sempre necessari nel trattamento?
«In alcuni casi quando si evidenziano gravi comorbidità psichiatriche associate, le medicine possono essere di aiuto in una prima fase di stabilizzazione della cura, ma è stato ampiamente dimostrato che solo una riabilitazione psico-nutrizionale-motivazionale è l’intervento necessario, solo il farmaco non sarebbe efficace».

13) Qual è la percentuale di mortalità per questo genere di problemi?
«Molti pazienti muoiono per complicanze organiche che sopraggiungono, ecco perché non è facile dare dei numeri esatti. Certo è che spesso viene intercettata quando vi è oramai purtroppo una cronicizzazione che rende difficile intervenire in tempo».

14) La morte è proprio l’obiettivo finale del paziente?
«Questi pazienti non sono realmente consapevoli dei rischi clinici ed organici che corrono. Spesso affermano di voler toccare il fondo con l’accezione per loro di una possibile rinascita da una esistenza in cui si sentono imprigionati. È come se il loro corpo esprimesse un linguaggio che chiede di essere interpretato e compreso».


Tumori e adolescenza: come gestire la malattia nell’età più delicata

Studio dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano su un campione di 66 pazienti di età compresa fra 16 e 24 anni. Analizzata anche la sfera sessuale

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Gli adolescenti alle prese con un tumore hanno bisogni peculiari, legati all’insorgenza della malattia in un momento particolarmente delicato del processo di crescita. Chi si ammala di cancro nel pieno dello sviluppo si trova infatti ad affrontare la diagnosi e la cura della malattia oncologica nella fase in cui dovrebbe essere impegnato al raggiungimento di alcune tappe fondamentali dello sviluppo. Compreso il primo approccio con la sessualità, che può tardare o essere inficiato dalle trasformazioni fisiche e psicologiche legate alle terapie. Un aspetto ancora oggi problematico per molti ragazzi e - nonostante i molti progressi fatti - poco indagato dagli specialisti.
«La normalità deve rimanere un punto fermo per gli adolescenti che si ammalano - afferma Andrea Ferrari, oncologo pediatra dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano e responsabile del Progetto Giovani, che punta ad aiutare i ragazzi a guardare oltre la malattia -. Quanto detto vale anche per la sessualità. È importante anche quest’area sia esplorata, affrontata e valorizzata da un’équipe multidisciplinare».

L’impatto della malattia oncologica sulla sessualità
La riflessione è la diretta conseguenza di uno studio pubblicato dagli specialisti dell’ospedale milanese sulla rivista Pediatric Hematology and Oncology. Partendo dall’analisi della letteratura e dall’esperienza clinica maturata all’interno del Progetto Giovani, i ricercatori hanno creato un questionario con lo scopo di indagare i bisogni specifici inerenti l’area della sessualità (funzionale, relazionale-affettiva, personale-psicologica e di comunicazione).
A essere interpellati, i pazienti adolescenti e giovani adulti, con l’obbiettivo di capire quali aree della sessualità risultassero particolarmente importanti o problematiche, così da definire interventi di supporto e sostegno mirati su tali tematiche. Lo studio ha coinvolto un campione di 66 pazienti di età compresa fra 16 e 24 anni. La qualità delle relazioni personali e la vita sentimentale sono state indagate sia in riferimento al periodo precedente la malattia sia durante i trattamenti. In questo modo è stato possibile verificare quanto le relazioni siano cambiate prima e dopo le terapie oncologiche.

Cosa raccontano i ragazzi?
Dai risultati è emerso che, in oltre 1 caso su 2, la malattia e le cure avevano avuto un impatto negativo sulle relazioni con gli altri. E che, nella metà dei casi, la relazione sentimentale preesistente si era interrotta con la diagnosi di tumore. Due pazienti su 3, inoltre, hanno raccontato di non aver avuto la possibilità di parlare con qualcuno riguardo agli aspetti legati alle sessualità. Nella quota restante di coloro che invece erano riusciti ad affrontare anche questo tema, soltanto il 20 per cento aveva parlato con medici o infermieri, ma nessun giovane era stato informato della possibilità di avere una normale vita sessuale. Anzi: in oltre 1 caso su 3 ai ragazzi era stato consigliato di evitare l’attività sessuale. Riguardo ai problemi funzionali, i ragazzi hanno descritto difficoltà di erezione e dolore durante il rapporto sessuale. Secchezza vaginale e dolore i disturbi maggiormente segnalati dalle ragazze.

Il dialogo che serve (e che spesso manca)
«La malattia e le cure impattano sull’adattamento psicosessuale dei pazienti adolescenti - spiega Elena Pagani Bagliacca, psicologa dell’unità di Pediatria Oncologica dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano -. Su questo aspetto occorre fare di più, ricordando di avere comunque sempre di fronte un adolescente, al di là della sua malattia». Aggiunge la collega, Laura Veneroni: «I ragazzi ci chiedono di parlare con loro di amore e sessualità, e noi non solo dobbiamo farlo, ma dobbiamo saperlo fare nel modo corretto. Integrare nello staff figure dedicate può essere un primo passo per rispondere alle esigenze dei ragazzi e accogliere i loro bisogni».


Coronavirus, perché i bambini si ammalano di meno

Uno studio su Jama Pediatrics analizza la diffusione del Covid-19 nei più piccoli. Cercando di capire le cause della minore diffusione della patologia tra i giovanissimi

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Seppure normalmente i bambini siano prede facili dell’influenza, nel caso del nuovo coronavirus le cose sembrano essere diverse. I minori contagiati sono meno numerosi degli adulti. E allora perché tenerli chiusi in casa, così come indicato da decreti ministeriali e raccomandazioni dei medici?
A fronte della confusione che circola a proposito, una risposta univoca, oltre al buon senso che dovrebbe prevalere in questi casi, arriva dalla scienza. I pediatri americani, in un articolo pubblicato oggi su Jama Pediatrics, analizzano la diffusione del Covid-19 nei bambini residenti nel paese in cui è comparso per primo, la Cina, traendo considerazioni sulla base di questi dati scientifici, incluse le ragioni per le quali i nostri figli piccoli si ammalano meno.
“Si tratta di informazioni utili a comprendere ancora meglio il principio di precauzione adottato nel nostro paese secondo cui dobbiamo tutti stare a casa” commenta Alberto Villani, presidente della Società Italiana di Pediatria (SIP) che ha stilato 10 consigli pratici per le famiglie con bambini, dal titolo Stiamo a casa, consultabili sul sito della SIP.

Le ipotesi e gli scenari
Si legge su Jama Pediatrics che su oltre 72.000 casi totali di Covid-19 registrati in Cina, l’1,2% sono ragazzi dai 10 ai 19 anni e lo 0,9% bambini di età inferiore ai 10 anni. Fra questi si evidenzia un decesso fra gli adolescenti e nessuna morte nei piccoli di età inferiore ai 10 anni. I sintomi sono gli stessi degli adulti e sono parecchi i bambini asintomatici.
Alla luce di questi dati i ricercatori ragionano sulle cause che potrebbero essere alla base della minore diffusione della patologia nei giovani e giovanissimi ipotizzando diversi scenari. “I tassi di diffusione più bassi del previsto nei bambini cinesi potrebbero essere dovuti alla ridotta esposizione al virus dei piccoli - spiegano gli autori - oppure alla riduzione del contagio per una possibile immunità già acquisita dagli altri virus della stessa famiglia che hanno colpito il paese gli anni scorsi. Ancora potrebbero dipendere dalla ridotta probabilità di manifestare la malattia, anche se infetti dal virus. Va anche considerata la presenza di bambini infetti ma asintomatici che potrebbero essere fonte di nuovi contagi per altri bambini ed adulti”.

Non abbassare la guardia
“Per questi motivi e nonostante la minore frequenza della malattia nei piccoli non c’è alcuna ragione per abbassare la guardia”, affermano gli specialisti americani che ricordano come le strategie di isolamento sociale siano vitali anche per una fascia particolare di bambini, quelli affetti già da altre patologie, come asma, malattie polmonari, cardiache, neuromuscolari o genetiche e per i bambini immunodepressi che sono particolarmente suscettibili al Covid-19.

La Società di Pediatria
Commenta Villani: “I dati confermano ancora una volta che in questo momento dell’epidemia si deve restare a casa e uscire solo per i motivi chiaramente riportati nei decreti ministeriali. Ci sono anche casi di bambini asintomatici e portatori sani del virus perciò in grado di contagiare altri coetanei che magari incontrano per strada, oppure adulti e nonni. Perciò se si dispone di spazi all’aperto, come terrazze, giardini e cortili interni, è utile programmare un’ora al giorno di attività libera per i nostri piccoli, nel rigoroso rispetto del distanziamento sociale con gli estranei. Altrimenti è bene tenerli a casa dove possono svolgere molte attività alternative, incluso partecipare alle faccende domestiche e cucinare con i genitori.”

Le eccezioni al decreto
“Ci sono delle eccezioni - spiega Villani - come nel caso di una famiglia monogenitoriale con un bambino così piccolo che non può e non deve essere lasciato a casa da solo mentre si esce per fare la spesa, nel rispetto del distanziamento sociale. Oppure nei casi di bambini con diagnosi di spettro autistico. Loro devono poter uscire di casa, anche più volte al giorno, nel rispetto del distanziamento sociale. Così come i disabili su sedia a rotelle devono poter uscire, sempre nel rispetto del distanziamento sociale. Un lattante in carrozzina invece non deve uscire, a lui non serve andare a spasso. Può stare vicino a una finestra aperta”.


Covid-19 e arrossamenti delle dita nei bambini: acrovasculite acuta?

Una possibile spia di coronavirus in bambini e adolescenti?

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Sono ormai diverse settimane che su chat e gruppi medici dedicati al Covid-19 sempre più colleghi pubblicano fotografie di strane lesioni arrossate e dolenti a livello delle dita di mani e piedi di bambini e adolescenti.
Tali lesioni hanno spiazzato molti di noi medici per l’elevata frequenza con cui stiamo osservando un fenomeno che era relativamente raro in epoca pre-Covid e che non somiglia per nulla alla più nota malattia mani-piedi-bocca con cui qualche genitore si confonde nei primissimi giorni.
Sembrano saltate fuori dal nulla! In forma “epidemica” esattamente nello stesso periodo in cui si è diffuso in Italia il Covid-19. E quando vedi tanti colleghi segnalare lo stesso fenomeno clinico il dubbio che si tratti di un fenomeno infettivo ti viene sempre… Dolenti, arrossate o talora nerastre, queste lesioni hanno un decorso abbastanza duraturo finanche 2 settimane! E come non ipotizzare che tali strane e nuove lesioni possano rappresentare una manifestazione cutanea di questo nuovo Coronavirus, ormai tanto diffuso quanto ancora poco conosciuto?
Come non pensare che bambini e adolescenti, asintomatici sul piano sistemico e respiratorio, possano talora esprimere l’infezione con manifestazioni minori di questo tipo? Tale inevitabile dubbio attraversa ormai come un’onda colleghi in tutta Italia (… e non solo! ho visto qualche segnalazione anche su gruppi in Francia!).
Ed è così che dalla Dermatologia pediatrica di Bari, alcune colleghe hanno di recente sollevato con nuova forza tale quesito, attraverso un interessante case-report: “Acroischemia acuta nel bambino in tempo di Covid-19”.
In tale documento viene segnalata non solo la positività al tampone per Covid-19 di due adolescenti che presentavano suddette lesioni cutanee, ma soprattutto viene enfatizzato il parallelismo della diffusione epidemica del Covid-19 con la diffusione epidemica di un gran numero di casi con tali lesioni acrali. Le colleghe scrivono quanto segue: ”… negli ultimi decenni non ci era capitato di vedere contemporaneamente due eventi così eccezionali: un’epidemia virale con un tasso di mortalità del 10% dei soggetti positivi al tampone e un’epidemia di lesioni acroischemiche di alcune dita in bambini e adolescenti asintomatici.” Il mancato schiarimento alla digitopressione di tali lesioni ne denota poi la verosimile natura vasculitico-ischemico-emorragica: le vasculiti, in pratica, sono un ampio gruppo di patologie pediatriche, di gravità variabile, legate all’infiammazione su base infettiva o immunomediata di vasi sanguigni. La porpora di Schonlein-Henoch è un esempio di vasculite pediatrica a decorso benigno. La malattia di Kawasaki è invece un esempio di vasculite pediatrica a decorso più impegnativo. E tra l’altro l’origine di quest’ultima sembra essere proprio di natura virale, pur se non è una malattia diffusiva, in quanto colpisce solo soggetti immunologicamente predisposti.

La presunta acrovasculite pediatrica da coronavirus che si sta delineando sotto i nostri occhi in queste settimane, sembra invece avere un decorso benigno dal momento che i casi sinora descritti sembrano risolversi con completa guarigione nell’arco di 14-20 giorni.
Ovviamente tutto quanto detto sinora non è assolutamente sufficiente per essere certi di un reale nesso causale tra Covid-19 e tali lesioni acroischemiche, ma è più che abbastanza per ipotizzarlo.
D’altronde il decorso “atipico”, blando e paucisintomatico del virus nella popolazione pediatrica era noto già dalla casistica cinese.

La violenza con cui però l’epidemia da Coronavirus è piombata sul mondo, ha creato non poche difficoltà ad eseguire un’accurata diagnostica su larga scala. Se ad oggi avviene che addirittura casi gravi non riescano ad eseguire un tampone diagnostico per motivi contingenti e organizzativi, è più che naturale che finora non vi sia stato ancora modo di studiare per bene tali bambini. Cercare il virus su tampone oppure gli anticorpi su siero per Covid-19 (appena saranno disponibili test attendibili!), sarà utile non solo per capire se c’è davvero un nesso di causalità, ma anche è soprattutto per avere un’ulteriore spia sintomatica in Pediatria che ci permetta di isolare i bambini che presentino tali lesioni alle dita!
Va aggiunta poi un’ultima riflessione: nel caso di bambini o adolescenti monosintomatici, che presentino solo tali lesioni cutanee in assenza di sintomi respiratori o gastrointestinali, non si può escludere la falsa negatività del tampone faringeo. È noto infatti che pazienti asintomatici sul piano respiratorio (così come pazienti clinicamente guariti dall’infezione!) possano dare dei tamponi falsamente negativi. È per tale ragione che il tampone ai guariti viene ripetuto due volte!

Dunque non si può escludere che, al di là di ogni ipotesi di nesso tra Covid-19 e acroischemia acuta pediatrica, non possa rendersi necessaria una biopsia cutanea per chiarirne la natura, se non altro nei pazienti che presentino maggiore gravità di tali lesioni.

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Coronavirus: quale alimentazione può aiutare?

Contro le infezioni virali non ci sono diete particolari, ma un aiuto dall’alimentazione può venire: vediamo come

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Seguire uno stile di vita alimentare corretto può aiutare a facilitare il processo di guarigione e in questo periodo, in cui chi può lavora da casa e comunque non si deve uscire, se non per comprovate necessità, può aiutare anche a evitare di mettere su chili di troppo.

La Società Italiana di Nutrizione Umana ha dato alcuni consigli per mantenere un corretto stile di vita alimentare:

  • Per evitare un aumento di peso, portare in tavola solo quello che si è deciso di mangiare, evitando di servirsi portate troppo abbondanti, ridurre il consumo di bevande zuccherate e di dolci, contenere l’uso di sale e di condimenti ricchi di grassi.
  • Consumare almeno 5 porzioni al giorno di frutta e verdura, cosa che comunque andrebbe fatta sempre, in quanto fonti di minerali e vitamine, particolarmente vitamina C e vitamina A, utili a rafforzare le difese immunitarie e la protezione delle vie respiratorie. Per favorire la sintesi endogena di vitamina D si possono esporre braccia e gambe al sole, ora che il tempo volge al bello.
  • Cercare di mantenere una regolare, sia pur limitata attività motoria, ad es. cyclette, tapis roulant, oppure ginnastica a corpo libero 1 o 2 volte al giorno.
  • Per chi ama cucinare, la necessità di restare a casa e in famiglia può essere un’opportunità per dedicare più di tempo alla preparazione di pasti più salutari e più gustosi, nel rispetto delle nostre tradizioni mediterranee.
  • Non assaggiare i piatti che si stanno preparando, non mangiare in piedi e in fretta, ma apparecchiare la tavola e mangiare con la famiglia, sfruttando questa opportunità per raccomandare ai ragazzi un’alimentazione varia e ricca di frutta e verdura.
  • Coinvolgere i bambini nella preparazione del cibo, si divertiranno e mangeranno più volentieri ciò che hanno contribuito a preparare, e non si sa mai, potrebbero diventare gli chef di domani.


Coronavirus: teenager sono resilienti, ma i maschi soffrono di più

Tollerano meno la solitudine, la socialità in rete aiuta di più le ragazze

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L’emergenza coronavirus continua, ma gli adolescenti si mostrano ‘resilienti’. Cresce il rispetto delle norme di sicurezza, mentre la paura, dopo un’impennata iniziale, resta stabile. La socialità in rete per le ragazze risulta un’ottima alternativa per mantenere le relazioni, un po’ meno per i ragazzi che iniziano a soffrire più la solitudine.
Emerge da un’indagine online condotta dal 9 al 20 marzo dal Laboratorio Adolescenza, con oltre 3000 risposte da parte di teenager e giovani adulti. Il coronavirus rimane l’argomento principale di conversazione con i genitori, mentre con gli amici, nelle videochiamate, prevale il desiderio di evasione.
“Passano i giorni, crescono consapevolezza e prudenza - evidenzia Maurizio Tucci, presidente di Laboratorio Adolescenza - ma senza panico e soprattutto i giovani stanno dimostrando di ‘reggere’ l’isolamento molto meglio di quanto ci saremmo potuti immaginare. L’impegno delle scuole nel garantire la prosecuzione dell’attività didattica, ma anche una maturità complessiva ci stanno restituendo l’immagine di un’adolescenza più che confortante. La generazione ‘nata nell’ovatta’ che, come i genitori, non aveva mai dovuto affrontare emergenze vere, sta dando un’ottima prova di sé”.
Relativamente al timore, “dopo un incremento (coinciso con l’entrata in vigore delle restrizioni), anche la nuova situazione viene metabolizzata rientrando in una ‘normalità’”. Questa sensazione, comunque, cresce con l’età e in base al genere (molto preoccupato il 18,3% delle femmine rispetto all’8,3% dei maschi). Doppia, inoltre, la preoccupazione dei giovani nel Centro Sud rispetto a quelli del Centro Nord (22,2% rispetto all’11,1%) secondo gli esperti probabilmente perché “mentre al Nord l’emergenza si sta già vivendo in pieno, al Sud l’incognita sul futuro genera una paura maggiore”. Altissimo e in crescita il consenso verso le misure di sicurezza: negli ultimi giorni di rilevazione è arrivato al 93%. Passa dal 48,9% al 78,9% la percentuale di chi afferma di seguirle rigorosamente e si annulla quella di chi le rispetta raramente o mai (0,4%). I più prudenti sono studenti di scuole medie e over-19, le femmine più dei maschi.


Coronavirus: stop alla fecondazione assistita, 4500 nascite in meno

Guglielmino, sospesi circa 35.000 trattamenti in 3 mesi

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La pandemia di Covid-19 peserà anche sulle nuove nascite, in particolare su quelle con fecondazione assistita, i cui trattamenti sono in questo periodo sospesi. Il temporaneo ma prolungato stop alla PMA è arrivato, infatti, in un periodo dell’anno in cui la domanda è più alta e i cicli riproduttivi non effettuati nel trimestre marzo-maggio porteranno a circa 4500 nascite in meno. Per le coppie coinvolte “si tratta di un temporaneo ma grave disagio, da affrontare con la corretta informazione e con equilibrio emotivo”, sottolinea il ginecologo Antonino Guglielmino, presidente della Società Italiana della Riproduzione Umana (SIRU).
Secondo l’ultima Relazione sulla Procreazione medicalmente assistita presentata dal Ministro della Salute al Parlamento, in un anno in Italia sono stati eseguiti 97.888 trattamenti riproduttivi su 78.366 coppie, con la nascita di 13.973 bambini (ultimi dati disponibili, relativi al 2017). “Mantenere questi numeri sembra molto difficile visto il prolungarsi della pandemia nel periodo primaverile, il più gettonato per accedere ai trattamenti”. Se la sospensione si protrarrà almeno fino a maggio, si tratta minimo di tre mesi di fermo, che equivalgono a 30.000-35.000 cicli riproduttivi assistiti che non verranno effettuati, con una perdita stimata di 4000-4500 bambini che sarebbero nati”.
L’emergenza sanitaria in atto, “ha determinato, sin dai primi momenti, una condizione di allarme, sia per la diffusione dell’infezione, sia nei confronti delle gravidanze in fase iniziale, per via della mancanza di dati scientifici validati da esperienze precedenti”. Tali preoccupazioni, ancora prima dei decreti, ordinanze e provvedimenti adottati dal Governo e dalle Autorità sanitarie, avevano spinto la SIRU a redigere 10 raccomandazioni che indicavano i comportamenti da assumere nei Centri italiani, “prevedendo innanzitutto la sospensione di nuovi trattamenti riproduttivi, fermo restando il completamento di quelli in corso”.
La SIRU ha quindi attivato in tempi record due task force: una composta da infettivologi ed esperti di medicina della riproduzione e l’altra da psicologi e psicoterapeuti. Questi ultimi, in particolare, stanno seguendo con assistenza telefonica gratuita centinaia di coppie infertili che desiderano avere figli e sono costrette ad aspettare il superamento di questa fase emergenziale. Il messaggio è infatti che “rimandare non significa rinunciare”, anche perché non ci sono dati che indichino che una donna che contrae il Covid-19 avrà problemi ad ottenere la gravidanza in futuro. Inoltre, “stiamo rispondendo alle preoccupazioni e ai dubbi di tante donne con gravidanze in fase iniziale”. E, soprattutto, conclude Guglielmino, “ci stiamo preparando ad una lenta ripresa dell’attività assistenziale nella prospettiva di convivenza con il coronavirus”.


Coronavirus. Quale ruolo per medici di famiglia e pediatri?

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Medici di famiglia e pediatri possono rappresentare un “anello di congiunzione” tra problemi globali, possibili soluzioni e azioni locali, in aderenza alle più rigorose evidenze scientifiche. Un loro maggiore coinvolgimento consentirebbe non solo di raccogliere informazioni in modo tempestivo e preciso sullo stato di salute della popolazione e dell’ambiente, ma anche e soprattutto nel trasmettere al cittadino un immediato senso di protezione da parte del Servizio Sanitario.

Le grandi epidemie sembravano essere ormai di interesse solo per gli storici. Ma i tempi sono cambiati. Dall’herpes a la malattia dei legionari negli anni ‘70, all’AIDS, all’Ebola, alla SARS, e ora al Covid-19, le malattie contagiose ritornano a minacciare l’umanità interessando di volta in volta Paesi ed etnie diverse.
Nella realtà italiana un aspetto su cui si sta discutendo a fronte dell’emergenza Covid-19, riguarda i problemi dei Sistemi sanitari sempre più centrati sugli ospedali di eccellenza (pubblici o privati che siano), in cui viene sguarnito progressivamente il territorio sia dei “piccoli” ospedali che dei presidi territoriali necessari. Con il risultato che il cittadino si è abituato, per problemi che eccedano la normalità, a intasare i Pronto Soccorso degli ospedali, saltando a piè pari la Medicina di famiglia (MF, medici di medicina generale e pediatri di famiglia).
A conferma di ciò sembra essere quanto affermano in questi giorni alcuni interventisti/rianimatori Italiani, che operano nelle zone in cui la situazione è attualmente più grave, e che hanno lanciato sul NEJM quasi un grido di dolore: “Western health care systems have been built around the concept of patient-centered care, but an epidemic requires a change of perspective toward a concept of community-centered care”.
In altre parole, da queste prime considerazioni, emerge la necessità di un approccio che valorizzi tutte le competenze in campo puntando con chiarezza e forza ad una stretta collaborazione tra: assistenza ospedaliera, Cure primarie e presidi di prevenzione.

Quale può essere il ruolo dei medici delle Cure primarie in una condizione epidemica?
La trasmissione comunitaria diffusa a livello epidemico-pandemico di una malattia infettiva potrebbe sopraffare il nostro sistema sanitario a livello globale. È quindi indispensabile una stretta collaborazione tra tutte le componenti funzionali della sanità pubblica: ospedale e assistenza sanitaria di base (ambulatoriale e domiciliare).
Un buon controllo dei contagi (comprendente politiche e procedure per prevenire o ridurre al minimo il rischio di trasmissione) è una delle pietre miliari riconosciute nella gestione di una malattia infettiva e dovrebbe essere al centro della gestione della pratica generale delle epidemie. I medici delle Cure primarie (Medicina di famiglia) si trovano in una posizione eccellente per: a) educare i pazienti sulla pertinenza e l’efficacia delle misure igieniche, anche con l’applicazione personale delle misure di contenimento del contagio; b) rilevare e segnalare epidemie e mini-epidemie di malattie, virali e non, o altri aspetti connessi (applicabilità concreta delle linee-guida, criticità assistenziali, ecc.) come dimostrato anche da esperienze italiane (quali InfluNet, SPES e Pedianet).
I dati epidemiologici ottenuti nelle Cure primarie rappresentano le migliori misurazioni proxy della prevalenza giornaliera dei disturbi presenti nella comunità. La Medicina di famiglia può anche: collaborare allo sviluppo di protocolli per la gestione sul territorio dei pazienti con malattie simil-influenzali in conformità con le linee guida nazionali, evitare la perdita di segnalazione di casi e allo stesso tempo prevenire il panico nella comunità.
Non è certo da tenere in secondo piano il fatto che questi medici sono in possesso di abilità uniche di comunicazione e supporto utili per potenziare sia le capacità di resistenza dei pazienti (anche quelle psicologiche) sia per migliorare l’alfabetizzazione sanitaria della comunità sul controllo delle infezioni.
I medici delle Cure primarie hanno in effetti le potenzialità per integrarsi sia nei percorsi assistenziali orientati “verticalmente”, cioè quelli che riguardano la gestione di malattie che richiedono un collegamento stretto tra i vari livelli assistenziali, sia, e soprattutto, in quelli orientati “orizzontalmente” in cui assumono valore l’integrazione dell’assistenza a livello territoriale per rispondere ai bisogni degli individui e la progettazione di sistemi di cura incentrati sulle esigenze generali della popolazione.
A questo proposito, diverse recenti e autorevoli pubblicazioni hanno sottolineato le grandi potenzialità offerte dal coinvolgimento dei Primary Care Provider. Proprio lungo questa linea di ragionamento, in un articolo pubblicato recentemente sul Canadian Medical Association Journal si discute di un protocollo che prevede una rete tra tutti gli operatori delle Cure primarie e le strutture ospedaliere in modo da poter condividere dati e rendere sempre più puntuali ed efficaci gli interventi terapeutici.
Insomma, perché le cose possano andare meglio nel corso di una grande epidemia (ma non solo) le autorità sanitarie pubbliche devono rivalutare fortemente il ruolo dei medici di famiglia e dei pediatri che operano nelle Cure primarie, coinvolgendoli in modo più coordinato nei percorsi di assistenza, prevenzione della diffusione ed erogazione di cure adeguate. Dotandoli, però, anche dei necessari strumenti di protezione della loro salute e di quella delle persone con cui entrano in contatto. Tutto questo accompagnato da sistemi di comunicazione efficienti e rapidi su informazioni cliniche, aggiornamento epidemiologico e risultati delle indagini. Per dare un’efficace risposta a problemi seri di salute pubblica come una pandemia, ogni componente del sistema deve avere competenze sufficienti a soddisfare la domanda di salute. E devono essere stabiliti rapporti di interazione efficaci tra i componenti stessi a supporto del coordinamento, della comunicazione e della collaborazione.

Medici sentinella
Il termine molto evocativo di “medico sentinella” o meglio di “rete di medici sentinella” (MS) non è affatto recente. A partire dal 1955, a seguito del Weekly Return Service a Birmigham, nel Regno Unito, a cura del Royal College of General Practitioners, si sono succedute in tutto il mondo un elevato numero di esperienze. È stata condotta una ricerca bibliografica, in collaborazione con la banca dati EBSCO, per verificare la diffusione di esperienze e indagini che hanno coinvolto i MS. In totale, sono stati recuperati tra il 1984 e il 2017, 6691 articoli che rispondevano ai criteri di ricerca prestabiliti
Su questo tema è in atto un’importante esperienza promossa da FNOMCeO e ISDE per la realizzazione di una Rete Italiana Medici Sentinella per l’Ambiente (RIMSA).

Medici sentinella per l’influenza
L’ambito in cui questo tipo di esperienza si è maggiormente sviluppato è quello della sorveglianza della diffusione dell’influenza. Esistono esperienze assolutamente efficienti e consolidate in tutto il mondo, moltissime in Africa. In Italia esiste il sistema definito InfluNet coordinato dall’ISS. InfluNet è una rete formata da medici delle Cure primarie sentinella che è in funzione dal 1999-2000, rappresentativa di tutte le Regioni Italiane, che si basa sulla partecipazione volontaria di una media di 973 medici di Medicina generale e pediatri di famiglia all’anno (range 754-1055). Questo sistema indaga anche la mortalità (con dati ISTAT) e la positività dei tamponi faringei eseguiti da un campione di MS. Questo sistema oltre ad avvertire tempestivamente sul momento di inizio delle periodiche epidemie influenzali stagionali è estremamente importante per verificare l’efficacia degli interventi di prevenzione (come la vaccinazione) e di assistenza.
Nel caso del Covid-19, quando siamo ancora nel pieno di questa triste e tumultuosa esperienza, si rende evidente un insegnamento per il futuro: la separazione tra i vari livelli assistenziali e, in particolare, quella tra i medici di famiglia (MF) e i sistemi di prevenzione, è stata assolutamente nefasta.
Questo è ormai chiaro per quanto riguarda gli aspetti assistenziali. Infatti, sempre più spesso viene richiamata la necessità di un coinvolgimento dei MMG e dei PdF in modo integrato nella risposta all’epidemia. Ci sembra però altrettanto importante promuovere il coinvolgimento di questi professionisti anche nell’ambito della prevenzione.
Infatti, un loro coinvolgimento consentirebbe non solo di raccogliere informazioni in modo tempestivo e preciso sullo stato di salute della popolazione e dell’ambiente in cui essi vivono, ma anche e soprattutto di trasmettere nel cittadino un immediato senso di protezione da parte del Servizio Sanitario che nel 95% dei casi nel territorio è rappresentato dal MF. Questo è tanto più vero per l’assistenza dei soggetti in quarantena domiciliare.
A questo si aggiunga che sempre più spesso si rende evidente la necessità di potenziare e valorizzare un sistema di assistenza intermedia tra cittadino ed ospedale che eviti di intasare il pronto soccorso e i reparti ospedalieri e migliori la qualità delle cure.

Alcune esperienze di MF per conoscere e contrastare Covid-19
A fronte di questa situazione diversi medici del territorio hanno cercato di trovare delle soluzioni scientificamente consolidate che consentissero di affrontare il problema assistenziale ed epidemiologico in modo efficace.
Ad esempio, a Brescia, partendo dalle esigenze e dall’esperienza delle Province alcuni medici hanno deciso di collaborare per la creazione di indicazioni per il monitoraggio e la gestione dei casi Covid-19 a domicilio, da attuarsi solo quando il ricovero è impossibile
A Modena è stata creata una app che consente di tracciare i contatti (Contact Tracing). Si sta così definendo un progetto che verrà successivamente presentato alla comunità medica locale per poi discuterlo con la AUSL di riferimento.
Al Sud e in particolare in Puglia, come in altre Regioni, MMG, PdF e Medici di Continuità Assistenziale sono sprovvisti di DPI (Dispositivi di Protezione Individuale), per questo si limitano per lo più ad effettuare triage telefonico, servendosi anche di app e piattaforme che consentano un contatto video con il paziente. In particolare, le Aziende Sanitarie hanno richiesto a MMG e PdF reperibilità di 12 ore al giorno tutta la settimana nell’attesa dell’attivazione del servizio USCA (Unità Speciali di Continuità Assistenziale), alle quali spetterà l’assistenza domiciliare dei pazienti affetti da infezioni da Covid-19.
L’emergenza ha resa necessaria una reale interazione tra i Dipartimenti di Prevenzione e i Medici delle Cure Primarie a cui compete la segnalazione dei pazienti a rischio ai dipartimenti sopra menzionati. Manca però un sistema di condivisione dei dati unico che consenta ai Medici delle Cure Primarie di essere a conoscenza dei casi positivi e a rischio. Questo causa l’impossibilità di garantire la continuità delle cure necessarie ed inoltre, mette in pericolo i sanitari stessi come è capitato spesso ai Medici di Continuità Assistenziale e del Sistema di Emergenza del 118.

Conclusioni
Dalla epidemia di Covid-19 ancora in corso, si ricava un insegnamento importante: la separazione tra i medici di famiglia (MF) e sistemi di prevenzione è assolutamente nefasta.
Questo è infatti ormai chiaro per quanto riguarda l’assistenza (response). Infatti, sempre più spesso e da più parti, viene richiamata la necessità di un maggiore, nonché più organizzato e protetto coinvolgimento integrato dei MMG e dei PdF nella riposta all’epidemia. Emerge anche però che è altrettanto importante promuovere il loro coinvolgimento nell’ambito della prevenzione. Dove è essenziale avere rilevatori che siano in grado di avvertire tempestivamente i segnali che giungono dal territorio. Questa necessità è ormai ben chiara nella epidemia corrente ma potrebbe essere altrettanto rilevante nel caso delle malattie trasmesse da vettori (VBD), la cui rilevanza è altamente variabile a livello geografico, tanto da essere note come “malattie focali”.
Questo insegna che tutte le strategie globali (adattamento e mitigazione) come ad esempio nel caso dei Cambiamenti Climatici devono considerare con molta attenzione il contesto locale.
In sintesi, i medici di famiglia (MMG e PdF), se adeguatamente sensibilizzati, formati ed organizzati, possono rappresentare un “anello di congiunzione” tra problemi globali, possibili soluzioni e azioni locali, in aderenza alle più rigorose evidenze scientifiche. Pertanto, un loro maggiore coinvolgimento consentirebbe non solo di raccogliere informazioni in modo tempestivo e preciso sullo stato di salute della popolazione e dell’ambiente, ma anche e soprattutto nel trasmettere al cittadino un immediato senso di protezione da parte del Servizio Sanitario che, come già detto, nel 95% dei casi viene rappresentato dal MF.
Quanto fino ad ora argomentato assume un peso estremamente importante in questa fase dell’epidemia in cui l’assistenza domiciliare sta assumendo un’importanza cruciale sia da un punto di vista diagnostico-terapeutico che preventivo.


Coronavirus: attenzione ai sintomi negli adolescenti

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Finora sono oltre 300 i bambini risultati positivi al Coronavirus. «Ma è un dato sottostimato» spiega la dottoressa Vania Giacomet, responsabile del reparto di Infettivologia pediatrica dell’ospedale Sacco di Milano. «I piccoli hanno, in molti casi, trasmesso il virus in famiglia».
Respiratori? No grazie. Meglio tablet e peluche. C’è un reparto, all’ospedale Sacco di Milano, dove più che gli apparecchi per la ventilazione servono device per salutare papà, i nonni, i compagni e la maestra. È il reparto di Infettivologia pediatrica, diretto dalla dottoressa Vania Giacomet (anche docente associato di Pediatria all’Università di Milano), che si occupa soprattutto di monitorare - e se serve anche ricoverare - i minori e le loro mamme. «Perché questa è una malattia che se, fortunatamente, non si è dimostrata letale per i bambini, colpisce però soprattutto le famiglie».

Dottoressa Giacomet, quanti sono i bambini infettati da Covid-19?
Secondo i tamponi effettuati, i bambini colpiti sono poco più di 300. Ma è un numero estremamente sottostimato. In Cina, uno studio effettuato su oltre 2mila bambini ha dimostrato che il 90% aveva sintomi lievi, il 10% sintomi severi e, di questi ultimi, solo la metà gravi.

È perché i sintomi sono lievi che i bambini sfuggono al monitoraggio?
Non esiste una contabilità dei soli casi che riguardano i minori. Spesso i loro tamponi sono risultati positivi perché i controlli erano stati prima fatti sulle madri, i padri o i nonni. Quando i bambini si ammalano è perché sono malate anche le madri. Ecco perché qui ricoveriamo i nuclei familiari.

Avete avuto situazioni gravi? Anche i bambini vengono sottoposti a respirazione artificiale come gli adulti?
No. Nei bambini i sintomi sono diversi. Ci sono tosse, febbre, bronchioliti (che sono infezioni del sistema respiratorio assolutamente comuni in inverno, curabili e note a chi ha avuto figli piccoli). In alcuni casi, si manifestano problemi gastrointestinali, come diarrea. Come vede, sono sintomi influenzali comuni in questa stagione, che non allarmano. Per questo, ritengo che molti più bambini di quelli che pensiamo abbiano avuto il virus Covid-19, magari siano stati accuditi dai nonni mentre i genitori lavoravano e li abbiano, involontariamente e facilmente, infettati.

Insomma, i bambini come formidabili veicoli di propagazione del virus.
Purtroppo direi di sì. E i nonni, che sono il vero welfare della famiglia italiana, ne hanno fatto maggiormente le spese o hanno contagiato coetanei e conoscenti in condizioni di salute più precarie.

Perché i bambini si ammalano in maniera meno grave?
Non è del tutto chiaro. Se negli adulti il virus scatena, nei casi gravi, una reazione abnorme e sproporzionata del sistema immunitario, nei bambini il fatto che esso stesso sia incompleto e deficitario provoca una risposta più “proporzionata” all’infezione. Nei bambini si ha spesso una ripresa ottimale nell’arco di una settimana. La stessa situazione, da quanto abbiamo potuto osservare empiricamente, sembra riguardare i bambini immunodepressi, la cui risposta è analoga ai bambini sani.

Vale lo stesso discorso per gli adolescenti? Hanno colpito il caso del diciottenne intubato e di una sedicenne deceduta in Francia per il virus.
Sugli adolescenti dobbiamo tenere alta l’attenzione. Non ci sono abbastanza dati su di loro. Noi ci occupiamo di tutti i minori e abbiamo rilevato che, in alcuni casi, la risposta immunologica degli adolescenti è più simile a quella degli adulti che non a quella dei bambini. Lo dimostrano alcuni casi di ricoveri, in Italia e all’estero.

Come si curano bambini e ragazzi? I farmaci attualmente in sperimentazione potrebbe avere un utilizzo anche pediatrico?
Nella maggior parte dei casi funziona il trattamento con aerosol e farmaci di supporto. Utilizziamo antivirali che hanno anche posologia pediatrica. Mentre sui farmaci che si stanno attualmente sperimentando nel mondo per il trattamento dei sintomi più gravi da Covid-19 bisognerebbe fare studi specifici per capire gli eventuali dosaggi sui bambini.

Un genitore che ha dubbi sui sintomi del figlio che cosa deve fare?
Rivolgersi telefonicamente al pediatra di base e monitorare con lui il decorso della situazione. Tenere sotto controllo l’idratazione e la condizione dei bronchi.

Quindi, a voi, non servono respiratori...
In generale, questa esperienza avrà su tutti i bambini - senza scuola, amici, attività ludiche, sportive, giochi al parco - un impatto psicologico importante. Ai bambini ricoverati, lontani dalle famiglie, cerchiamo di fornire tablet per giocare, leggere e connettersi con i familiari e gli amici all’esterno. Così come cerchiamo di incrementare il supporto psicologico per fare superare loro, al meglio, questa fase.

Vuoi citare questo contributo?

M.V. Abate (a cura di) Coronavirus: cosa fare se si aspetta un bambino e durante l’allattamento - Anoressia: un disturbo devastante e a volte letale - Tumori e adolescenza: come gestire la malattia nell’età più delicata - Coronavirus: perché i bambini si ammalano di meno - Coronavirus e arrossamenti delle dita nei bambini: acrovasculite acuta? - Coronavirus: quale alimentazione può aiutare? - Coronavirus: teenager sono resilienti, ma i maschi soffrono di più - Coronavirus: stop alla fecondazione assistita, 4500 nascite in meno - Coronavirus: quale ruolo per medici di famiglia e pediatri? - Coronavirus: attenzione ai sintomi negli adolescenti. Medico e Bambino pagine elettroniche 2020;23(4) https://www.medicoebambino.com/?id=NEWS2004_10.html
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