Rivista di formazione e di aggiornamento professionale del pediatra e del medico di base, realizzata in collaborazione con l'Associazione Culturale Pediatri

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a cura di Maria Valentina Abate
Patologia Neonatale, ASST Papa Giovanni XXIII, Ospedale di Bergamo
Indirizzo per corrispondenza: valentina_aba@yahoo.it





Radiologia in Odontoiatria pediatrica.
Linee guida del Ministero della Salute per minimizzare i rischi

Le linee guida hanno lo scopo di aiutare nella scelta delle metodiche diagnostiche disponibili, garantendo il minimo rischio di esposizione a radiazioni ionizzanti. Il documento contiene indicazioni per radiologi, fisici medici, pediatri, odontoiatri, maxillofacciali, ognuno per le proprie specifiche competenze
Vai alle linee guida.

La diagnostica radiologica in Odontoiatria ha avuto negli ultimi anni un grandissimo miglioramento sia qualitativo sia quantitativo, ma in età evolutiva necessita di attenzioni e precauzioni perché non diventi un rischio per il paziente. Per questo è stato costituito un Gruppo di lavoro coordinato da Laura Strohmenger del Centro di collaborazione per l’Epidemiologia e la Prevenzione Orale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per mettere a punto un documento di linee guida in grado di fornire indicazioni chiare e univoche sui percorsi diagnostici radiologici per la presa in carico di problematiche odontoiatriche, negli individui in età evolutiva.

Le linee guida - pubblicate sul sito del Ministero della Salute - hanno lo scopo di aiutare nella scelta delle metodiche diagnostiche disponibili, garantendo il minimo rischio di esposizione a radiazioni ionizzanti.
“Il costo biologico è giustificato solo quando il beneficio che si ottiene, ovvero la diagnosi, è superiore” e il documento contiene indicazioni in questo senso per radiologi, fisici medici, pediatri, odontoiatri, maxillofacciali, ognuno per le proprie specifiche competenze.
Le apparecchiature radiologiche prese in considerazione sono i radiografi endorali, gli ortopantomografi, i cefalometri e la Cone Beam Compute Tomography (CBCT).
Il documento è composto da una serie di raccomandazioni basate sui dati disponibili, analizzati in base agli obiettivi e alle competenze dei partecipanti. Le raccomandazioni più forti si basano sulla disponibilità di dati di alta qualità estrapolati da linee guida e revisioni sistematiche della letteratura con metanalisi. Le raccomandazioni più deboli derivano da dati di minore qualità scientifica o dal parere degli esperti. Le opzioni cliniche rappresentano situazioni per le quali non è stato possibile trovare elemento a favore o a sfavore.
La diagnostica radiologica in Odontoiatria è principalmente basata su: radiografia endorale, ortopantomografia, tomografia computerizzata (TC) e, più recentemente, sulla CBCT. Tutte queste metodiche utilizzano, in varia misura, i raggi X, ovvero radiazioni ionizzanti che possono interagire a livello cellulare.

Gli effetti biologici delle radiazioni ionizzanti possono essere raggruppati in effetti deterministici ed effetti stocastici.
Gli effetti deterministici, spiegano le linee guida, sono provocati dall’esposizione a dosi di radiazioni ionizzanti estremamente più alte rispetto a quelle utilizzate nella diagnostica radiologica, e si manifestano solo se vengono superati determinati valori soglia, con una gravità crescente all’aumentare della dose assorbita. Sono causati da morte cellulare e possono manifestarsi con pancitopenia, alopecia, sterilità, ustioni, polmonite e gravi disturbi gastrointestinali con possibile morte del soggetto irradiato.
Gli effetti stocastici - causati da dosi di radiazioni più basse di quelle necessarie perché si manifestino gli effetti deterministici - sono dovuti a danni non letali e non riparati a carico delle cellule, e possono manifestarsi con una latenza variabile di anni. Per la radioprotezione, viene accettato l’assunto che esiste una relazione lineare tra rischio e dose radiante, e che non esiste un valore soglia di dose al di sotto del quale il rischio sia zero. In base a questo assunto può, perciò, essere stimato il rischio derivante dall’esecuzione di determinati esami radiologici.

Numerosi studi pubblicati negli ultimi anni - spiegano le linee guida - sottolineano l’esigenza di definire protocolli di acquisizione con parametri adattati alle ridotte dimensioni e alle esigenze diagnostiche specifiche del paziente pediatrico.
Uno studio anglosassone del 2013 ha evidenziato, per gli esami endorali, un superamento del livello diagnostico di riferimento nazionale nel 35% delle modalità operative utilizzate per pazienti adulti e di ben il 61% di quelle impiegate per pazienti pediatrici. Lo stesso lavoro evidenzia come, nonostante l’evoluzione tecnologica dei rivelatori digitali e dei sistemi di collimazione offra la possibilità di significative riduzioni di dose, in molti casi i parametri tecnici determinano valori di esposizione al paziente superiori a quelli richiesti per ottenere la corretta informazione diagnostica. Un altro lavoro finlandese del 2015 presenta un’indagine effettuata su 241 ortopantomografi e 118 unità cefalometriche utilizzate su pazienti pediatrici: le immagini panoramiche sono risultate di larghezza superiore al necessario nel 70% dei casi e di altezza superiore nel 96%. Anche le cefalometrie sono risultate di dimensioni superiori al necessario in più del 50% dei casi. La protezione alla tiroide è stata utilizzata in circa il 71% dei casi.

La campagna di sensibilizzazione e di educazione alla corretta gestione del rischio radiologico per i pazienti pediatrici, Image Gently, promossa da Associazioni scientifiche di area pediatrica e radiologica statunitensi, sintetizza in sei passi i punti chiave per minimizzare la dose nelle pratiche radiologiche dentali in età evolutiva:
  • selezione delle immagini radiologiche conformi alle specifiche esigenze del paziente; - impiego di rivelatori con la massima sensibilità (alta velocità nel caso di pellicole o equivalenti sistemi digitali);
  • collimazione del fascio radiologico sull’area di interesse;
  • utilizzo del collare tiroideo per tutti gli esami endorali e per gli esami extraorali quando non interferisce con la regione d’esame;
  • adeguata riduzione dei parametri di esposizione (tempi, intensità di correnti anodiche ecc.) rispetto ai parametri impiegati per pazienti adulti
  • utilizzo della CBCT solo quando necessario.
Da queste evidenze scaturiscono le prime raccomandazioni generali contenute nelle seguenti linee guida:

Raccomandazione 1
Gli ortopantomografi utilizzati frequentemente su pazienti pediatrici devono prevedere dei protocolli con campi di acquisizione e intensità del fascio radiante ridotti. Una riduzione di dose efficace di circa il 30% e riduzioni di dose agli organi superiori al 50% grazie all’impiego di un’altezza del campo radiante di 11 cm al posto di quella standard per adulto di 14 cm.

Raccomandazione 2
Le unità cefalometriche utilizzate frequentemente su pazienti pediatrici devono prevedere la possibilità di collimare il fascio sulla regione di interesse. Numerosi studi riportano la possibilità di ridurre la dose di oltre il 50% attraverso l’impiego di collimazioni definite appositamente per esami cefalometrici su pazienti pediatrici.

Raccomandazione 3
Le unità CBCT utilizzate frequentemente su pazienti pediatrici devono prevedere la possibilità di utilizzare campi di vista - Fields of View (FOV) - di dimensioni non superiori all’area di interesse diagnostico e di definire parametri di esposizione ridotti rispetto alle impostazioni previste per i pazienti adulti.

Raccomandazione 4
Il collare piombato contribuisce a ridurre significativamente la dose alla tiroide per tutti gli esami radiodiagnostici in Odontoiatria in età evolutiva.
Le linee guida proseguono con raccomandazioni per ogni singolo intervento.




Sostanze pericolose nei giocattoli vintage, rischio per i bimbi
Dal piombo al bromo tante sostanze messe al bando da nuove norme

La plastica usata in molti giocattoli di seconda mano e vintage potrebbe rappresentare un rischio per la salute dei bambini perché potrebbe non soddisfare le più aggiornate linee guida internazionali sulla sicurezza, secondo una nuova ricerca pubblicata su Environmental Science and Technology.
Gli scienziati dell’Università di Plymouth hanno analizzato 200 giocattoli di plastica usati che hanno trovato in case, asili e negozi di beneficenza nel Sud-Ovest dell’Inghilterra.
Questi includevano auto, treni, prodotti da costruzione, figure e puzzle, tutti con dimensioni che potevano essere masticate dai bambini piccoli.
Lo studio ha permesso di scoprire alte concentrazioni di elementi pericolosi tra cui antimonio, bario, bromo, cadmio, cromo, piombo e selenio - che sono cronicamente tossici per i bambini a bassi livelli per un lungo periodo di tempo - in molti elementi. Ulteriori test hanno dimostrato che in condizioni simulate dello stomaco (che comportano l’estrazione in acido cloridrico diluito) diversi giocattoli rilasciavano quantità di bromo, cadmio o piombo che superano i limiti stabiliti dalla direttiva sulla sicurezza dei giocattoli del Consiglio Europeo, con il rilascio di cadmio che supera il valore limite stabilito.
La ricerca è stata condotta da Andrew Turner che ha utilizzato la spettrometria a fluorescenza a raggi X per analizzare la presenza di elementi all’interno di singoli giocattoli.




Giornata mondiale della lebbra: la Medicina vuole cancellarla definitivamente entro il 2020

Oggi i più giovani rischiano di non sapere nemmeno cosa sia. Ma c’è stato un tempo in cui ai malati di lebbra veniva impedito qualsiasi contatto sociale e gli infetti erano degli emarginati, dal momento che tra le poche certezze c’era la modalità di trasmissione del patogeno, legata a un contatto diretto e prolungato con una persona infetta. D’altra parte la malattia, dalla fine del Medioevo al ventesimo secolo, ha rappresentato una sciagura pure in Europa.
La giornata mondiale che è stata celebrata il 26 gennaio vale più come un richiamo alla memoria, almeno nel nostro Paese. I lebbrosari - le strutture in cui venivano confinati i malati di lebbra, nota anche come morbo di Hansen - non esistono più e la malattia è ormai facilmente curabile.

Una malattia «scabrosa»
La lebbra è una malattia infettiva di origine batterica. A provocarla è Mycobacterium leprae, un batterio simile a quello che provoca la tubercolosi che, oltre che nell’uomo, può trovarsi negli armadilli, in alcuni primati e nel suolo. Ma perché i lebbrosi sono sempre stati temuti più per il loro aspetto che per le ripercussioni in sé della malattia? Perché la lebbra provoca segni fisici evidenti e deformità - dal momento che l’infezione può colpire i nervi periferici - anche molto invalidanti. E l’etimologia del nome stesso della malattia - lepròs in greco voleva dire scabroso - dà l’esatta misura della considerazione di cui potevano godere i malati nel Medioevo.
La lebbra può verificarsi a qualsiasi età, anche se la maggior parte degli esordi si registrano nel corso della terza decade di vita. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, i nuovi casi annui non superano più delle trecentomila unità. Mentre in tutto il Pianeta sarebbero tra uno e due milioni le persone che portano sul proprio corpo i segni della malattia. La maggior parte vive nei Paesi tropicali e subtropicali: in particolare India, America Latina e Africa.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità punta a «cancellarla» entro il 2020
Obiettivo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità è quello di eliminare la lebbra come problema di Sanità pubblica globale per il 2020. La strategia si basa sulla possibilità di assicurare un elevato standard di cura a tutte le latitudini, sull’individuazione precoce dei nuovi casi e sull’accesso tempestivo alla (polichemio)terapia, che negli ultimi quarant’anni ha cambiato in maniera decisa il decorso della malattia. Negli ultimi anni, in Italia, i nuovi casi non hanno mai raggiunto le venti unità. Ma si tratta quasi sempre di diagnosi di importazione: dall’America Latina (Brasile in particolare) e Africa (Senegal e Nigeria). L’ultimo episodio autoctono risale infatti al 2002.




OMS lancia l’allarme annegamento: ogni anno almeno 360mila morti. Ecco le strategie in atto

L’annegamento è la terza causa di morte per incidente nel mondo. Le stime globali appena rese note dall’OMS possono addirittura sottostimare in modo significativo la portata del fenomeno. I bambini, i maschi e gli individui con un maggiore accesso all’acqua sono quelli maggiormente a rischio. Tanto che nei più piccoli l’annegamento come causa di morte viene subito dopo la meningite e l’HIV e prima - quasi alla pari - del morbillo. Altissimi i costi: l’annegamento costiero negli USA costa da solo 273 milioni di dollari ogni anno in costi diretti e indiretti. In Australia e in Canada, il costo annuo complessivo è rispettivamente di 85,5 milioni e 173 milioni di dollari.
Rapporto OMS: Prevenire l’annegamento.

Siamo abituati ormai a sentirne parlare in occasione degli sbarchi di profughi che tentano di raggiungere le coste italiane coi barconi. O anche nei casi di disastri naturali come alluvioni e tsunami. Ma l’annegamento in realtà è la terza principale causa di morte per incidente non intenzionale in tutto il mondo, pari al 7% di tutti i decessi correlati a lesioni.
Ci sono circa 360.000 morti annegati l’anno in tutto il mondo e le stime globali appena rese note dall’OMS possono sottostimare in modo significativo l’effettivo problema di Salute pubblica legato all’annegamento.
I bambini, i maschi e gli individui con un maggiore accesso all’acqua sono maggiormente a rischio di annegamento. Tanto che nei più piccoli l’annegamento come causa di morte viene subito dopo la meningite e l’HIV e prima - quasi a pari - del morbillo.
Nel 2015, secondo le stime OMS, circa 360.000 persone sono morte per affogamento, rendendo l’annegamento un grave problema di Salute pubblica in tutto il mondo. In quell’anno gli infortuni hanno rappresentato oltre il 9% della mortalità globale totale. L’annegamento è la terza causa principale di morte per incidente non intenzionale, pari al 7% di tutti i decessi correlati a lesioni.

L’onere globale e la morte per annegamento si trovano in tutte le economie, tuttavia:
  • i Paesi a basso e medio reddito rappresentano oltre il 90% delle morti per annegamento non intenzionale;
  • oltre la metà degli annegamenti del mondo si verifica nella regione del Pacifico occidentale dell’OMS e nella regione del Sud-Est asiatico dell’OMS;
  • i tassi di mortalità sono più alti nella regione africana dell’OMS e sono 15-20 volte più alti di quelli osservati rispettivamente in Germania o nel Regno Unito.
Nonostante i dati limitati, diversi studi rivelano informazioni sull’impatto dei costi di annegamento.
Negli Stati Uniti d’America, il 45% delle vittime di annegamento è tra la parte economicamente più attiva della popolazione. L’annegamento costiero negli Stati Uniti costa da solo 273 milioni di dollari ogni anno in costi diretti e indiretti. In Australia e in Canada, il costo annuo complessivo per l’annegamento è rispettivamente di 85,5 milioni e 173 milioni di dollari.
I metodi ufficiali di classificazione dei dati per l’annegamento escludono le morti intenzionali (suicidio o omicidio) e le morti causate da disastri provocati da inondazioni e incidenti nel trasporto di acqua.
I dati provenienti dai Paesi ad alto reddito suggeriscono che questi metodi di categorizzazione determinano una significativa sotto-rappresentazione del totale dei casi di annegamento fino al 50% in alcuni Paesi ad alto reddito.
Tra i maggiori fattori di rischio c’è l’età. Il rapporto globale sull’annegamento (2014) mostra che si tratta di uno dei principali rischi per l’annegamento.
A livello globale, i più alti tassi di annegamento sono tra i bambini di 1-4 anni, seguiti dai bambini di 5-9 anni. Nella regione del Pacifico occidentale dell’OMS, i bambini di 5-14 anni muoiono più frequentemente da annegamento di qualsiasi altra causa.

Le statistiche sull’annegamento dei bambini di un certo numero di Paesi presentati nel Rapporto globale sull’annegamento sono particolarmente rivelatrici:
  • l’annegamento è una delle prime 5 cause di morte per le persone di età compresa tra 1 e 14 anni in 48 di 85 Paesi, con dati che soddisfano i criteri di inclusione;
  • Australia: l’annegamento è la principale causa di morte per lesioni non intenzionali nei bambini di età compresa tra 1-3 anni;
  • Bangladesh: l’annegamento rappresenta il 43% di tutti i decessi nei bambini di età compresa tra 1 e 4 anni;
  • Cina: l’annegamento è la principale causa di morte per lesioni nei bambini di età compresa tra 1 e 14 anni;
  • Stati Uniti d’America: l’annegamento è la seconda causa di morte per lesioni non intenzionali nei bambini di età compresa tra 1 e 14 anni.
I maschi sono particolarmente a rischio di annegamento, con il doppio del tasso complessivo di mortalità delle femmine. E hanno anche maggiori probabilità di essere ricoverati in ospedale rispetto alle femmine per annegamento non fatale. Gli studi suggeriscono che i maggiori tassi di annegamento tra i maschi sono dovuti a una maggiore esposizione all’acqua e a un comportamento più rischioso come nuotare da soli, bere alcolici prima di nuotare da soli e in barca.
Un maggiore accesso all’acqua è un altro fattore di rischio per l’annegamento. Gli individui con occupazioni come la pesca, utilizzando piccole imbarcazioni nei Paesi a basso reddito sono più inclini ad affogare. I bambini che vivono vicino a fonti d’acqua aperte, come fossati, stagni, canali di irrigazione o piscine sono particolarmente a rischio.
L’annegamento rappresenta il 75% delle morti nei disastri provocati dalle inondazioni.
I disastri causati dall’alluvione stanno diventando più frequenti e questa tendenza dovrebbe continuare. I rischi di annegamento aumentano con le alluvioni, in particolare nei Paesi a basso e medio reddito dove le persone vivono in aree soggette a alluvioni e la capacità di allertare, evacuare o proteggere le comunità dalle inondazioni è debole o solo in via di sviluppo.
I viaggi e gli spostamenti giornalieri effettuati da migranti o richiedenti asilo avvengono spesso su navi sovraffollate e non sicure prive di equipaggiamento di sicurezza o gestite da personale inesperto nel trattamento di incidenti di trasporto o di navigazione. Anche il personale sotto l’effetto di alcol o droghe è a rischio.

Esistono altri fattori associati a un aumentato rischio di annegamento, come ad esempio:
  • lo stato socioeconomico inferiore, l’appartenenza a una minoranza etnica, la mancanza di istruzione superiore e le popolazioni rurali tendono a essere associate, sebbene questa associazione possa variare da un Paese all’altro;
  • bambini lasciati incustoditi o soli con un altro bambino intorno all’acqua;
  • uso di alcol, vicino o nell’acqua;
  • condizioni mediche, come l’epilessia;
  • i turisti non hanno familiarità con i rischi e le caratteristiche idriche locali.
Ci sono molte azioni per prevenire l’annegamento. L’installazione di barriere (ad es. copertura di pozzi, utilizzo di barriere e box di gioco, piscine di recinzioni ecc.).
L’assistenza all’infanzia sorvegliata, basata sulla comunità, per i bambini in età prescolare può ridurre il rischio di annegamento e ha altri vantaggi comprovati per la salute.
Insegnare ai bambini in età scolare il nuoto di base, la sicurezza in acqua e le abilità di salvataggio in sicurezza è un altro approccio. Ma questi sforzi devono essere intrapresi ponendo l’accento sulla sicurezza e una gestione complessiva del rischio che includa programmi di sicurezza testati, un’area di formazione sicura, screening e selezione degli studenti e rapporti studente-istruttore per la sicurezza.

Politiche e legislazione efficaci sono importanti anche per la prevenzione degli annegamenti. L’impostazione e l’applicazione di norme sicure per la navigazione è una parte importante del miglioramento della sicurezza sull’acqua e della prevenzione dell’annegamento.
Costruire la resilienza alle inondazioni e gestire i rischi di inondazione attraverso una migliore pianificazione della preparazione alle catastrofi, la pianificazione dell’uso del territorio e i sistemi di allarme rapido possono prevenire l’annegamento durante i disastri provocati dalle inondazioni. Lo sviluppo di una strategia nazionale di sicurezza idrica può sensibilizzare alla sicurezza in materia di acque, creare un consenso sulle soluzioni, fornire una direzione strategica e un quadro per guidare l’azione multisettoriale e consentire il monitoraggio e la valutazione degli sforzi.
L’OMS ha pubblicato il rapporto globale sull’annegamento nel novembre 2014. Era la prima volta che l’OMS aveva sviluppato un rapporto dedicato esclusivamente all’annegamento. Il rapporto ha evidenziato che l’annegamento è stato finora trascurato e che i governi e le comunità di ricerca e di politica dovrebbero fare molto di più per dare priorità alla prevenzione dell’annegamento e alla sua integrazione con altri programmi di Salute pubblica.

Nel maggio 2017, l’OMS ha pubblicato Preventing drowning: una guida all’implementazione.
Questa pubblicazione si basa sul rapporto globale sull’annegamento e fornisce una guida concreta per annegare i professionisti della prevenzione su come implementare gli interventi di prevenzione degli annegamenti.
A livello nazionale, l’OMS ha collaborato con i ministeri della Salute in alcuni Paesi a basso e medio reddito per prevenire l’annegamento attraverso l’uso di barriere che controllano l’accesso all’acqua e l’istituzione di centri diurni per bambini in età prescolare. Inoltre, l’OMS ha anche finanziato la ricerca nei Paesi a basso reddito esaminando le questioni prioritarie relative alla prevenzione dell’annegamento.
A livello regionale, l’OMS organizza programmi di formazione e convoca workshop per riunire rappresentanti di governi, ONG e agenzie delle Nazioni Unite che lavorano alla prevenzione degli annegamenti.




Confermati i timori delle mamme: i bimbi gattonano in una nuvola di polvere

A sostenerlo uno studio pubblicato su “Environmental Science & Technology”. Ma tutto sommato non è un male: perché così si sviluppano le difese immunitarie.

Mentre gattonano i bambini inalano una dose di particolato biologico quattro volte superiore per chilogrammo di peso a quella di un adulto che si sposta camminando sulla stessa superficie. Muoversi a quattro zampe, una abilità che in genere si acquisisce intorno agli 8-9 mesi, e in particolare farlo su tappeti o moquette, provoca infatti la risospensione della polvere biologica - spore fungine, cellule epidermiche, batteri, pollini - che si deposita sulle superfici. E tutto questo il bambino lo finisce per inalare.

Lo studio
Lo spiega uno studio realizzato da un team di ingegneri e microbiologi statunitensi e finlandesi pubblicato di recente su Environmental Science & Technology. Il primo che ha misurato la quantità di particolato biologico inalata nel primo anno di vita in ambiente domestico, paragonandola a quella respirata nello stesso ambiente da un adulto. Una brutta notizia? Non è detto: l’esposizione precoce al particolato biologico, per dirla più semplicemente allo sporco di origine biologica, può rappresentare uno svantaggio, ma anche il contrario, in termini di salute futura.
“Molti studi hanno dimostrato che l’esposizione per inalazione a microrganismi e particelle che trasportano allergeni in quella fase della vita (il primo anno, ndr) gioca un ruolo significativo sia nello sviluppo di asma e patologie allergiche sia nella protezione da quelle stesse malattie”, ha chiarito infatti Brandon Boor, coordinatore della ricerca e assistant professor di Civil Engineering (Architectural Engineering Area) e Environmental & Ecological Engineering alla Purdue. “Diversi studi - ribadisce Boor - hanno indicato che l’esposizione a materiale ad alta biodiversità e concentrazione può anche abbattere la prevalenza di asma e allergie nel corso della vita”.

Un piccolo robot gattonatore
L’uomo è l’unico mammifero che impiega un anno o anche di più per sollevarsi da terra e camminare. Per questa ragione i bambini piccoli sono particolarmente esposti allo sporco delle superfici superfici: le loro vie aeree sono in effetti a pochi centimetri dai pavimenti, tappeti, moquette… Per misurare esattamente quanto bioPM (biological Particulate Matter, materiale biologico particolato) inalano mentre si spostano a quattro zampe e per confrontarlo con quanto ne inaliamo noi adulti, i ricercatori hanno costruito un robot che hanno testato su tappeti prelevati da appartamenti. Grande come un bambino, che gattona e alza la stessa quantità di polvere di un bambino, il piccolo robot contiene un macchinario all’avanguardia, un laser a fluorescenza per il materiale biologico, che misura le polveri disperse secondo per secondo e in tempo reale. “La maggior parte dei batteri, delle spore fungine e delle particelle di polline sono fluorescenti, quindi possono essere distinte in maniera affidabile dal materiale non biologico presente nell’aria” ha spiegato ancora Boor.

Una tempesta di polvere
Il risultato è stato che intorno ai bambini si genera, o meglio che i bambini stessi generano una nuvola di particelle risospese fino a 20 volte più concentrata che non nel resto della stanza: praticamente una tempesta di polvere biologica ad altezza naso-bocca. Polvere, tra l’altro, che i più piccoli sono particolarmente bravi, per così dire, a trattenere e a mandare giù.
Infatti, mentre una parte significativa delle particelle biologiche inalate da un adulto viene filtrata dalle narici e dalla gola, nei i bambini molto piccoli, che respirano più spesso con la bocca e che hanno tratti respiratori più corti, il particolato raggiunge più facilmente bronchi e polmoni.

Nessun allarmismo
Da quando nel David Strachan elaborò a fine anni ’80, la cosiddetta teoria dell’igiene secondo la quale l’aumento delle allergie registrato nelle società occidentali ossessionate dalla pulizia potrebbe essere attribuibile a un contatto alterato, o meglio limitato, con i microrganismi ambientali nel corso della prima infanzia, sono stati pubblicati parecchi studi che hanno confermato in effetti che nelle società rurali - mondi nei quali i bambini escono di casa, stanno spesso a contatto con animali, terra, e con altri bambini - il numero delle patologie di tipo allergico è significativamente più basso che non nelle città occidentali, dove i nostri figli trascorrono quasi tutto il loro tempo al chiuso, in casa. In questi casi, ragionano i ricercatori in una nota rilasciata dalla Purdue, le polveri biologiche indoor potrebbero contribuire a ristabilire il contatto perduto con la natura, che non è di per sé particolarmente pulita. Tuttavia, ha concluso Boor “mentre il nostro lavoro ha definito metodi nuovi per valutate l’esposizione microbica infantile, resta ancora molto da scoprire”.




Come vestire i bambini in inverno: le regole da seguire

Come vestire i bambini in inverno? Come vestire i bambini quando fa freddo? È una domanda che tutte le mamme almeno una volta si sono poste. “Coprilo bene, perché altrimenti prende freddo. Non dimenticare cappello e sciarpa”, dicono alcune nonne. “Non vestirlo troppo, perché suda e poi si ammala”: è il consiglio di altre nonne. Il dibattito su come vestire i bambini, soprattutto nella stagione invernale, è sempre aperto. Ma qual è la regola giusta? E soprattutto c’è un’associazione tra infezioni respiratorie e freddo? Un dato è certo: come ricorda l’American Academy of Pediatrics, i bambini sono molto sensibili agli sbalzi di temperatura, più degli adulti. Ma la correlazione tra infezioni respiratorie, temperature esterne e condizioni meteorologiche è ancora di dibattito scientifico.

Come vestire i bambini, perché è importante
Uno studio dei Paesi Bassi condotto all’inizio del 20° secolo ha dimostrato che l’incidenza delle infezioni respiratorie aumenta con il calo delle temperature corporee degli ambienti esterni. Non a caso, i mesi invernali sono comunemente definiti “i mesi del raffreddore e dell’influenza”! Uno studio americano rivela anche una significativa associazione tra incidenza di influenza e umidità nei mesi più freddi. Condizioni di bassa umidità in inverno possono aumentare la sopravvivenza del virus influenzale e consentirgli di trasmettersi in modo più efficace da persona a persona: si registrano picchi di attività influenzale durante la stagione fredda e secca (cioè, in inverno) quando umidità e temperatura specifiche sono a livelli minimi. Un altro studio americano ha rilevato che l’incidenza stagionale dell’infezione da virus respiratorio sinciziale è molto simile a quella del virus influenzale, soprattutto nei mesi invernali.

Come vestire i bambini: dai consigli della nonna a quelli del pediatra
Sicuramente vestirsi bene non è l’unico fattore che possa aiutare i bambini a prevenire le infezioni. Corretto lavaggio delle mani, vaccinazioni, alimentazione adeguata sono indubbiamente tra i più preziosi alleati della salute dei bambini. In ogni caso, “Vestilo il giusto. Meglio a cipolla, così siamo sicuri che stia bene” è il consiglio “della nonna” più prezioso da seguire!




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M.V. Abate (a cura di) Radiologia in Odontoiatria pediatrica. Linee guida del Ministero della Salute per minimizzare i rischi - Sostanze pericolose nei giocattoli vintage, rischio per i bimbi - Giornata mondiale della lebbra: la Medicina vuole cancellarla definitivamente entro il 2020 - OMS lancia l’allarme annegamento: ecco le strategie in atto - I bimbi gattonano in una nuvola di polvere - Come vestire i bambini in inverno: le regole da seguire. Medico e Bambino pagine elettroniche 2018;21(2) https://www.medicoebambino.com/?id=NEWS1802_10.html
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