Rivista di formazione e di aggiornamento professionale del pediatra e del medico di base, realizzata in collaborazione con l'Associazione Culturale Pediatri

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Striscia... la notizia

a cura di Maria Valentina Abate
Patologia Neonatale, ASST Papa Giovanni XXIII, Ospedale di Bergamo
Indirizzo per corrispondenza: valentina_aba@yahoo.it





Pediatria: aumentano i disturbi psicosomatici

Sono in aumento i disturbi psicosomatici in bambini e adolescenti: si manifestano molte volte con sintomi respiratori simili a quelli dell’asma e delle allergie e rappresentano il 15% dei casi. Si moltiplicano i bambini che arrivano in Pronto Soccorso (PS) con una tosse nervosa che non passa mai, e con stress respiratorio da iperventilazione causata dall’ansia. Si è discusso del tema in occasione del IV Forum della Società Italiana Medici Pediatri (SIMPe) e dell’Osservatorio Nazionale sulla Salute dell’Infanzia e dell’Adolescenza (Paidòss), a Bologna dal 19 al 21 ottobre 2017.
“Dieci, vent’anni fa capitava raramente vedere casi di disturbi respiratori funzionali, oggi nei servizi di PS e perfino nei reparti è comune trovare bambini con disturbi su base psico-comportamentale, e parliamo del 15% dei casi”, ha spiegato Giorgio Longo, pediatra allergologo dell’IRCCS Materno-Infantile “Burlo Garofolo” di Trieste.




Il 30% dei bimbi sotto i tre anni soffre di disturbi del sonno

Nei primi 3 anni di vita quasi il 30% dei bambini presenta un disturbo del sonno e questa percentuale scende al 15% dopo i 3 anni.
“Il sonno è di importanza fondamentale per la salute in generale - afferma il prof. Luigi Ferini Strambi, ordinario di Neurologia, Ospedale San Raffaele di Milano - per l’efficienza del sistema immunitario, per le corrette funzioni organiche e per il benessere quotidiano. La sua mancanza, infatti, oltre a interferire con i processi di crescita e ridurre le difese immunitarie, produce effetti negativi sulla concentrazione, sulla capacità di decisione e sull’efficienza”.

Le cause dei disturbi del sonno nei bambini
Tra i principali disturbi del sonno in età pediatrica, rivestono un ruolo importante i disturbi respiratori notturni (DRS): un terzo dei bambini di età compresa tra 2 e 6 anni presenta russamento occasionale, mentre il 15% russa abitualmente e il 2-5% ha una sindrome delle apnee morfeiche ostruttive.
Bisogna distinguere tre diversi fenotipi dei bambini con DRS: fenotipo comune (ipertrofia tonsillare), fenotipo adulto (obesità), fenotipo con anomalie cranio-facciali (micrognazia).
Se nell’adulto con DRS la sonnolenza diurna è un sintomo cardine, nel bambino si osserva soprattutto ipercinesia diurna, mentre la sonnolenza è presente solo nel 20% dei casi. Anche il sonnambulismo è frequente: ne soffre il 12-13% dei bambini intorno ai nove-dieci anni e il 6-7% dai sei agli otto anni.
L’episodio sonnambulico si verifica in genere nella prima parte del sonno. Se gli episodi avvengono dopo 3-4 ore dall’inizio del sonno o si ripetono più volte nel corso della stessa notte, è indicato uno studio polisonnografico notturno per escludere, ad esempio, una epilessia del lobo notturno frontale.
Quando il problema riguarda l’addormentamento potrebbe trattarsi di Restless Legs Syndrome (RLS): la prevalenza di RLS nella popolazione tra 5 e 17 anni è intorno al 2%. La sintomatologia compare tipicamente a riposo, si attenua con il movimento e si manifesta o si aggrava nelle ore serali e nella prima parte della notte, interferendo con il processo di addormentamento e generando insonnia. I soggetti affetti presentano un’intensa irrequietezza motoria che li costringe a continui movimenti delle gambe o ad alzarsi dal letto e camminare. Così in un comunicato WAidid.
Più rara, invece, è la narcolessia, la cui prevalenza è di 2-5 casi ogni 10.000 abitanti. I sintomi che devono far sospettare la diagnosi sono la sonnolenza diurna (non il semplice affaticamento) e gli attacchi cataplettici. Nel bambino narcolettico, la sonnolenza è un sintomo più costante nel corso della giornata. Gli attacchi cataplettici si verificano in concomitanza con una forte emozione e durano da pochi secondi a mezz’ora; sono caratterizzati da un’improvvisa diminuzione o perdita del tono muscolare, sia totale, con caduta del paziente, sia parziale con un’atonia dei soli muscoli della faccia e del collo, con incapacità a parlare, diplopia, abbassamento della mandibola e piegamento del capo in avanti.
“Dal secondo anno di vita, il sonno rappresenta uno stato diverso dalla veglia e non più una fase in cui si cade solo per stanchezza - interviene la prof.ssa Susanna Esposito, presidente del Congresso, ordinario di Pediatria all’Università degli Studi di Perugia e presidente dell’Associazione Mondiale per le Malattie Infettive e i Disordini Immunologici, WAidid -. Il sonno a questa età può suscitare ansia e angoscia poiché determina la separazione dall’ambiente e dalla persone conosciute. Il bambino deve essere, quindi, accompagnato dai genitori in questa fase mediante la messa in atto di alcuni rituali come ad esempio lavarsi i denti, mettere il pigiama, leggere o raccontare una fiaba. Queste semplici azioni, ripetute ogni sera, aiutano a segnalare l’avvicinarsi del momento di andare a letto e tranquillizzano il bambino che si appresta ad affrontare la fase del sonno”.
Non solo disturbi del sonno ma anche altri disturbi neurologici come il deficit di attenzione e iperattività e i tic, al centro del dibattito durante la sessione sulle novità in neurologia pediatrica al Congresso di Antibioticoterapia, continua WAidid.

Che cos’è il deficit di attenzione e iperattività
Il disturbo da deficit di attenzione e iperattività (DDAI), disturbo del neurosviluppo, caratterizzato da deficit di attenzione, iperattività e impulsività, è stato presentato dal prof. Alessandro Albizzati, neuropsichiatra infantile.
La prevalenza di tale disturbo nei bambini è pari al 3-4%, si presenta in concomitanza con disturbi del comportamento, quali il disturbo oppositivo provocatorio e della condotta, stati d’ansia e alterazioni dell’umore. Ecco, quindi, che il trattamento per DDAI si basa su un approccio multimodale che comprende interventi psicoeducativi, parent-teacher-child training e la terapia farmacologica.

I tic
Lo studio sui tic, infine, è stato presentato dal prof. Nardo Nardocci, direttore dell’Unità di Neuropsichiatria Infantile dell’Istituto “Carlo Besta” di Milano.
I tic rappresentano uno dei disturbi del movimento più frequenti nel bambino. Il tic si definisce come un movimento rapido e improvviso (tic motorio) o una emissione di suoni prodotti dal passaggio di aria attraverso il naso, bocca o gola (tic vocale).
Lo spettro clinico, oltre alla sindrome di tic transitori che è la più frequente, include quella dei tic cronici e la sindrome di Tourette che nella maggioranza dei casi si accompagna a disturbi da deficit di attenzione e iperattività e disturbi ossessivo-compulsivi. Recenti studi hanno evidenziato, inoltre, la possibilità che l’infezione da streptococco beta-emolitico possa avere un ruolo nell’eziopatogenesi dei tic, ma saranno necessari ancora nuovi studi per giungere a conclusioni definitive.




Allarme dei pediatri: “In 3 anni triplicati casi di adescamento online di bambini e adolescenti”
“Genitori, non sottovalutate la naturale ingenuità dei figli”

I casi di cyberbullismo e di dipendenza dalla tecnologia tra bambini e adolescenti sono in aumento. Il 30% dei piccoli con meno di due anni ha già avuto un primo contatto con un smartphone. Nove anni è l'età del primo profilo social. I casi di adescamento online sono triplicati in 3 anni. Ma, oltre alle insidie, la rete nasconde anche storie a lieto fine come quella “del bambino autistico che ha scoperto il mondo”. Di questo e di tutti i dati del fenomeno si è parlato a Milano al VI Convegno Nazionale SiMPeF, il Sindacato medici pediatri di famiglia.

Hanno da poco imparato a camminare, forse ancora con qualche problema di equilibrio, non sono in grado di pronunciare un’intera frase di senso compiuto, eppure, già interagiscono con uno schermo touch, come quelli dei più comuni smartphone. Tre bambini su dieci, con un’età compresa tra i 18 e i 24 mesi, hanno già avuto modo di utilizzare questi strumenti tecnologici. È solo uno dei dati dell’Osservatorio nazionale adolescenza, che ha spinto i pediatri a lanciare l’allarme: “i casi di cyberbullismo e di dipendenza dalla tecnologia tra bambini e adolescenti sono in aumento”.

I dati dell’Osservatorio Nazionale Adolescenza
I ragazzini e gli adolescenti sono sempre più iperconnessi. Con il trascorrere degli anni e l’evolversi della tecnologia, si abbassa vertiginosamente l’età di utilizzo. Oggi il 98% dei ragazzi tra i 14 e i 19 anni possiede uno smartphone personale. Tra i ragazzini della fascia 11-13 anni, l’età media di utilizzo della tecnologia informatica è scesa di un anno per quanto riguarda l’uso del primo cellulare, l’accesso a internet e l’apertura del primo profilo social che si aggira intorno ai 9 anni, rispetto a 4-5 anni fa.
Deve cambiare l’attenzione che i genitori dedicano ai propri figli, circa l’accesso alle tecnologie. Infatti, l’evoluzione tecnologica porta con sé una serie di problematiche e pericoli che hanno come bersaglio i più giovani, facili prede per la naturale ingenuità di questa età. I genitori devono essere consapevoli che quando il proprio bambino o bambina usa un cellulare o un computer può andare su internet, accedere alle chat, rischiare incontri potenzialmente pericolosi.
Al di là dei chiari problemi di bambini e adolescenti che subiscono abusi, cresce il disagio psicologico e questo lo misuriamo nel crescente numero di casi che vediamo nei nostri ambulatori. Per questo, abbiamo deciso di dedicare una delle sessioni principali del nostro convegno nazionale al tema cyberbullismo e dipendenza dalla tecnologia. Con l’obiettivo, grazie al supporto dei colleghi psichiatri infantili e agli insegnamenti degli esperti del Compartimento Polizia postale e delle comunicazioni della Polizia di Stato, di inquadrare il fenomeno, conoscerlo meglio e poter sensibilizzare i genitori che troppo spesso mostrano scarsa consapevolezza di tutto ciò.

Bullismo, il rapporto ISTAT
Tra i giovanissimi, secondo un’indagine pubblicata lo scorso anno, tra i ragazzi e gli adolescenti che usano il cellulare o navigano su Internet, il 5,9% denuncia di avere subìto atti di cyberbullismo, con le ragazze vittime più frequenti: 7,1% rispetto al 4,6% dei ragazzi.
Il cyberbullismo è la forma di bullismo attuato attraverso la rete, con l’invio di messaggi offensivi, immagini umilianti diffuse via mail, chat o sui social network. Si differenzia dal bullismo tradizionale perché è una prepotenza indiretta, mai faccia a faccia tra vittima e bullo. Può, tuttavia, essere potenzialmente più dannoso per la rapidità di diffusione e la possibilità di raggiungere un numero molto più elevato di spettatori.
Senza entrare nel dettaglio delle singole forme di addiction tecnologica, che vanno dalla social network addiction, una dipendenza da connessione, aggiornamento e controllo del proprio profilo, alla friendship addiction, la spasmodica ricerca di nuove amicizie virtuali, alla dipendenza da videogioco, al vamping, ossia il trascorrere numerose ore notturne sui social media a parlare e giocare con amici o fidanzata/o, e a molte altre si tratta di un problema che riguarda soprattutto gli adolescenti dai 13 sino ai 20 anni.
L’effetto sulle età più precoci dell’uso e dipendenza dal cellulare e dal computer è sottovalutato dai genitori, che spesso inconsapevolmente lo avallano e sostengono. Non solo è dimostrato che non vi sono miglioramenti nelle performance con tali strumenti, ma al contrario esistono elevati rischi di disagio psicologico per una dipendenza che può divenire totale. Inoltre, non vanno dimenticate altre insidie nascoste nel cyberspazio, tra quelle più significative, il rischio di fidarsi di sconosciuti, scaricare in modo non voluto materiale potenzialmente traumatico, oppure video pornografici, ricevere offerte sessuali, essere guidati verso siti che inneggiano all’autolesionismo o alla violenza e altro.
Secondo Telefono Azzurro i casi di adescamento online sono triplicati in 3 anni, passando dal 4,4% al 14,2% delle segnalazioni ricevute al numero 114 di Emergenza infanzia tra il 2012 e il 2014. Ma ciò che è peggio, è la sottovalutazione di queste insidie da parte dei genitori; sempre per Telefono Azzurro, un genitore su 2 ritiene improbabile che il proprio bambino, chattando, possa incontrare un pedofilo e nuovamente uno su 2 considera impossibile possa essere esposto a immagini esplicite. Addirittura l’88,9% esclude completamente che il proprio figlio possa spogliarsi e mettere propri video o immagini esplicite online.




Dislessia: come riconoscerla e in che modo supportare chi ha il disturbo
Dal 2 all’8 ottobre 2017 la settimana dedicata ai disturbi specifici dell’apprendimento

Dal 2 all’8 ottobre 2017 l’AID (Associazione Italiana Dislessia), in concomitanza con la European Dyslexia Awareness Week, ha organizzato anche in Italia la seconda edizione della settimana nazionale della dislessia, un evento che invita a riflettere non solo sui bambini e/o ragazzi con disturbi specifici dell’apprendimento (individuati dall’acronimo DSA), ma anche sulle loro particolarissime abilità. Ecco perché lo slogan di quest’anno è proprio “DSA? Diverse strategie di apprendimento. Conoscerle per fare la differenza”.

Dislessia: un disturbo su base neurobiologica
La dislessia è un disturbo dell’apprendimento che riconosce una base neurobiologica: si pensa che potrebbero essere almeno dieci i geni potenzialmente coinvolti nella sua genesi. Il bambino dislessico evidenzia una certa alterazione in alcune aree cerebrali coinvolte nel processo di lettura, ecco perché sin dalla scuola primaria legge in maniera stentata e lenta e può manifestare difficoltà nel comprendere ciò che ha letto, proprio perché le alterazioni cerebrali, a seconda di dove si localizzano, possono influenzarne, in maniera più o meno accentuata, la capacità di associare le lettere scritte, con i suoi corrispettivi. Il disturbo, infine, implica anche una maggiore difficoltà nell’automatizzazione del processo di lettura: i bambini dislessici hanno spesso genitori con una problematica simile.

Esercitarsi non basta
La dislessia, dunque, è una difficoltà seria che non può risolversi con il solo esercizio di lettura poiché occorre un intervento personalizzato. «Si deve evitare che il mondo di questi bambini sia definito unicamente dalla dislessia e dalla sua terapia, perché oggi sappiamo che le attività extrascolastiche potrebbero giocare un ruolo molto importante per i bambini con DSA, non solo perché offrono loro un ambiente per sperimentarsi diverso da quello scolastico in cui non ricevono le soddisfazioni che vorrebbero, ma anche perché sempre di più la ricerca internazionale e nazionale ci racconta delle ricadute positive di tali attività sull’apprendimento».
I numeri della dislessia tra l’altro, impongono una seria riflessione sulla sua grande diffusione. Secondo le stime dell’AID i ragazzi che presentano tale difficoltà, sono circa 350mila. Non è pensabile che il solo esercizio di lettura o un intervento standardizzato uguale per tutti riesca a risolvere un problema di tale portata. La professoressa Lopez dichiara ancora in merito: «Una didattica personalizzata e alcune attività come la musica e lo sport possono aiutare in modo consistente i bambini e ragazzi con dislessia. La musica, per esempio, sembra possa agire positivamente su alcune competenze necessarie alla lettura, quali la consapevolezza fonologica e l’attenzione uditiva. Allo stesso modo le attività sportive possono fornire un modo divertente per lavorare sulle funzioni esecutive. Queste attività se svolte secondo uno stile non competitivo, ma cooperativo, possono aumentare soprattutto nel bambino con DSA l’autostima, accrescere la curiosità e farlo vivere nella serenità che merita».

Come si arriva alla diagnosi
Per arrivare a formulare una diagnosi certa di dislessia è necessario ricorrere a una valutazione multi professionale alla quale partecipano neuropsichiatra, psicologo, logopedista e neuropsicomotricista in equipe per riuscire a individuare quali esercizi servono a quel bambino per apprendere. Solo con il tempo e dedicandogli moltissime attenzioni sia da parte del personale educativo sia dei genitori, si può arrivare a comprendere quale sia la strategia più giusta di apprendimento per quel bambino.
In linea generale si consiglia alle famiglie dei bambini con DSA di pianificare una strategia educativa che si riveli funzionale alle esigenze del proprio figlio (provare con approccio musicale o sportivo per esempio). È importante capire qual è la potenzialità specifica del ragazzino e tentare di rafforzarla quotidianamente così come è necessario capire se, per agevolare l’apprendimento può essere utile ricorrere a mappe concettuali, fare una sintesi o leggere insieme ad alta voce, per esempio. È fondamentale evitare che il bambino si annoi e perda di interesse verso l’attività proposta volta al suo apprendimento, così come bisogna gratificarlo quando riesce in un’attività, non tanto per il risultato conseguito, ma per l’impegno che ci ha messo.




Sedentari da piccoli, ossa fragili da anziani
La prevenzione dell'osteoporosi comincia dall'infanzia

L'osteoporosi non è semplicemente un problema legato all'invecchiamento, specie fra le donne, ma può avere le origini nell'infanzia. Una nuova ricerca australiana ha seguito i livelli di attività fisica di un gruppo di bambini di età fra 10 e 13 anni, lungo un arco di 10 anni, e ha concluso che i giovanissimi che trascorrevano la maggior parte del tempo seduti avevano una forza ossea del 9% minore negli arti inferiori.

"In questo studio abbiamo esaminato cosa accade alla forza ossea nel lungo periodo e i risultati mostrano l'impatto che l'inattività fisica ha nel corso del tempo", scrive la ricercatrice Rachel Duckham della Deakin University di Canberra, Institute for Physical Activity and Nutrition. "Benché si dedichi molta attenzione al rischio di sovrappeso e di obesità quando i bambini sono sedentari, vi sono ora crescenti evidenze che l'inattività ha un effetto anche sulla grandezza e sulla forza delle ossa", scrive sul sito dell'università. "L'inattività nell'infanzia può anche dare inizio ad un modello per il resto della vita giovanile. Se si è fisicamente inattivi a tre anni è probabile esserlo ancora a sei anni e per il resto della vita", aggiunge. Quando le donne raggiungono la menopausa il tempo in cui le ossa possono perdere densità a causa dei più bassi livelli di estrogeni, sono oggetto di consigli per mantenere la forza ossea con esercizio, cibi ricchi di calcio e vitamina D. Ma è un messaggio che deve cominciare nell'infanzia e nell'adolescenza, gli anni in cui si forma la maggior parte delle ossa, aggiunge Duckham.
"Se vogliamo prevenire l'osteoporosi dobbiamo cominciare nell'infanzia, è quando la malattia ha le sue origini", scrive ancora la studiosa "È anche necessario che le ragazze siano attive anche in adolescenza, quando molte di loro schivano lo sport e l'esercizio".



Retinoblastoma. Biopsia liquida dall'umore acqueo

Dalle gocce di umore acqueo sarebbe possibile evidenziare la presenza di DNA tumorale, per la diagnosi di retinoblastoma, nonché per valutare prognosi e risposta ai trattamenti. Una 'biopsia liquida' vera e propria, messa a punto da Jesse Berry della University of Southern California di Los Angeles, e colleghi. I risultati sono stati riportati su JAMA Ophthalmology.

Lo studio
Berry e colleghi hanno valutato diversi casi di retinoblastoma tra il 2014 e il 2015. I ricercatori hanno isolato DNA libero in sei campioni di umore acqueo dagli occhi di tre bambini, due dei quali sono andati poi incontro a enucleazione, ovvero asportazione dell'occhio. La valutazione dell'umor acqueo da campioni prelevati dall'occhio asportato avrebbe mostrato variazioni del materiale genetico compatibili con quelle tumorali. Inoltre, una mutazione nonsenso su RB1 da un bambino sarebbe stata identificata dai campioni di umor acqueo ottenuti nel corso dell'iniezione di melfalan, corrispondente alla caratterizzazione del tumore fatta secondariamente.

I commenti
“L'aspetto più interessante di questa ricerca è avere finalmente accesso al DNA tumorale, senza doverlo prelevare tramite biopsia dall'occhio - spiega Berry - Questo studio dimostra che l'umor acqueo ha un enorme potenziale come surrogato della biopsia classica. Questo è un primo passo verso la medicina di precisione nei bambini affetti da questa forma di cancro mortale”, ha concluso.
Il risultato più sorprendente è che una piccola quantità di liquido prelevato dalla parte anteriore dell'occhio può contenere abbastanza frammenti di DNA tumorale sufficienti a determinare con precisione valori relativi al retinoblastoma, collocato nella parte posteriore dell'occhio. L’affinamento di questa tecnologia potrebbe migliorare notevolmente lo standard di cura identificando in modo oggettivo quali pazienti possono beneficiare di trattamenti e dovrebbero effettivamente andare incontro a enucleazione primaria”.




Farmaci pediatrici: in Europa migliora la ricerca, ma è troppo poco e non finalizzata

È stato presentato ieri al Parlamento Europeo e al Consiglio d'Europa il Rapporto sui primi risultati ottenuti nei 10 anni dall'entrata in vigore del Regolamento Europeo per lo sviluppo e la sperimentazione dei farmaci per i bambini.
I risultati sono positivi: dal 2007 al 2016 la percentuale di bambini partecipanti a sperimentazioni cliniche è considerevolmente aumentata, 8,3 vs 12,4%. Eppure, molti dei farmaci presenti sul mercato sono ancora privi di autorizzazione per l'uso specifico per i bambini e gli adolescenti: le conoscenze si basano sui risultati di sperimentazioni cliniche condotte con gli adulti e non specifiche con i bambini e gli adolescenti. Ne consegue che frequentemente i bambini e gli adolescenti ricevono ancora prescrizioni di farmaci studiati e sperimentati solo per gli adulti.
Il Rapporto documenta che per alcune aree quali la reumatologia, o per alcune malattie quali quelle infettive o cardiovascolari, la nuova regolamentazione ha ottenuto risultati positivi per lo sviluppo di farmaci dedicati anche ai bambini (oltre la metà di tutti i piani di ricerca pediatrica - Paediatric Investigation Plans, PIC). Per altre aree quali l'oncologia o per le malattie rare questo strumento è risultato inefficace. Sono 7 i PIC conclusi in un decennio in oncologia pediatrica a fronte di 681 per l'adulto come il registro europeo dei clinical trial documenta.
L'interesse della ricerca industriale è stato selettivo investendo solo in quei settori in cui gli interessi dei produttori e i bisogni dei pazienti si sono sovrapposti sia per gli adulti che per i bambini. Un ulteriore esempio della mancanza di una ricerca indipendente europea e nazionale che operi negli interessi dei cittadini-pazienti e non sia condizionata dagli interessi del mercato.
Considerazione che rimanda anche al fatto che nell'intero Rapporto non si citino alcune aree di bisogni terapeutici negletti quale per esempio quella dei disturbi mentali dell'età evolutiva. Un'area ancora dimenticata dove gli psicofarmaci, per quanto poco utilizzati in età evolutiva, in particolar modo in Italia, lo sono troppo spesso in modo inappropriato o fuori dalle indicazioni per cui sono stati messi in commercio (off-label).
Trasparenza, indipendenza, finanziamento adeguato e mantenuto nel tempo sono gli elementi essenziali affinché, a partire dai momenti decisionali sino alla produzione dei risultati e alla loro applicazione nella pratica, la ricerca farmacologica risponda ai bisogni di salute delle persone, piccole e grandi. Il Regolamento Europeo per lo sviluppo e la sperimentazione dei farmaci per i bambini era nato per indirizzare, stimolare, forzare l'industria in questa direzione. Purtroppo i risultati sono modesti indicando che forse l'intera iniziativa andrebbe rivista e aggiornata.
Quindi, nonostante i risultati raggiunti (1000 protocolli di sperimentazioni cliniche pediatriche in Europa in un decennio di cui 131 già concluse), c'è ancora molto da fare per rendere la terapia farmacologica per i bambini in Europa e in Italia più efficace e sicura.




Legge Gelli, si volta pagina sui periti: ecco la risoluzione del CSM con i criteri di selezione

Malpractice e rischio clinico, mai più consulenti e periti estranei alla materia. Con l’attesissima risoluzione approvata ieri dal Consiglio Superiore della Magistratura finalmente si interviene a regolare i criteri per la selezione di periti e consulenti da parte dell'autorità giudiziaria nei procedimenti che riguardano la responsabilità sanitaria.
La risoluzione, proposta dalla VII Commissione presieduta da Claudio Galoppi, dà il via all'attuazione delle novità legislative introdotte dalla legge 24/2017 sul rischio clinico, normativa nota come Legge Gelli. Tra le novità la revisione degli albi dei periti, compresi alcuni criteri validi per le future nuove iscrizioni: per esempio, l’indicazione dell'esperienza professionale maturata e degli incarichi conferiti e revocati. In secondo luogo tale decisione diventa un utile precedente per procedere, anche negli altri settori in cui si articolano gli albi dei periti tenuti presso ogni tribunale, nella direzione di una maggiore trasparenza ed efficienza delle nomine dei periti, consentendo al magistrato di accedere con facilità a elenchi e a curricula aggiornati.
Relatori della pratica sono stati il consigliere Claudio Galoppi, presidente della Settima Commissione e l’ex ministro della Sanità, Renato Balduzzi, secondo cui: «superare la situazione che permetteva l'iscrizione in tali albi con il mero possesso del titolo di specialista significa dare al magistrato la possibilità di avvalersi di ausiliari con specifica e comprovata esperienza, sapendo quali e quanti incarichi il professionista nominando ha avuto e le loro vicende».
«Questo è il frutto - prosegue Balduzzi - della collaborazione tra CSM, Federazione nazionale degli Ordini dei Medici e Consiglio nazionale forense, che hanno condiviso l'esigenza di stipulare appositi protocolli contenenti linee guida rivolte a tribunali e ordini professionali per favorire l'omogeneità dell'attuazione della legge 24. Ciò costituirà una maggiore garanzia sia per il magistrato chiamato a esercitare il proprio ruolo di peritus peritorum, sia per le parti del processo, a cominciare dalla parte offesa».




SDA Bocconi: spesa sanitaria privata a quota 39,5 miliardi
Ma non è vero che si spende di più dove il SSN funziona peggio

L’86% della spesa sanitaria out-of-pocket delle famiglie italiane è per servizi ambulatoriali e beni (cure dentistiche, analisi ed esami, prestazioni professionali come quelle erogate dagli infermieri, dai fisioterapisti o dagli psicologi, ma anche farmaci e presidi vari, dai cerotti agli occhiali). Il restante 13,1% riguarda l’assistenza ospedaliera o a lungo termine. A spendere di più sono i cittadini di Valle d’Aosta (media pro capite 859 euro), Lombardia (752), Trentino A.A. (736), Veneto (674) ed Emilia Romagna (652). In coda Campania (303), Calabria (363), Sardegna (368) e Sicilia (404). I dati nel dettaglio.

Si richiama ciclicamente l’attenzione sul divario presente tra i sistemi sanitari regionali, sia in termini di performance che in termini di spesa pro capite, pubblica e privata. Ma se in passato era opinione diffusa che a pagare sempre più di tasca propria fossero i cittadini delle Regioni dove la sanità era peggio gestita e dove peggiore era l’opinione della popolazione sui servizi erogati (come a compensare le mancanze del sistema pubblico), oggi emerge che a tirare fuori più soldi dal proprio portafoglio sono invece i cittadini delle Regioni con i servizi sanitari più efficienti, come Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna.

A rilevarlo è una ricerca svolta dall’Osservatorio sui Consumi Privati in Sanità (OCPS) della School of Management della SDA Bocconi, in collaborazione con il Fondo Sanitario Integrativo del Gruppo Intesa Sanpaolo. La ricerca, che è stata presentata ufficialmente il 13 novembre 2017 in occasione di un convegno a Milano ma che siamo in grado di anticipare in anteprima, ha messo a confronto i dati di spesa pro capite degli assistiti del Fondo (200mila iscritti, 188 milioni di euro di prestazioni sanitarie annue intermediate).
Dai dati emerge che la spesa sanitaria out-of-pocket nel 2016 ha raggiunto quota 39,453 miliardi di euro. Di questi, 21,3 miliardi se ne vanno in servizi (tra cui spicca la spesa per le cure odontoiatriche, circa 9 miliardi, e per le prestazioni ambulatoriali, circa 7 miliardi), mentre i restanti 8,1 miliardi sono spesi in beni (la parte più rilevante è data dai farmaci in senso stretto, per 8,4 miliardi). Ma ci sono ben 5,2 miliardi se ne vanno in prodotti omeopatici, erboristici, integratori e simili, con un ulteriore quota di 3,4 miliardi spese per attrezzature e apparecchi terapeutici (occhiali e lenti a contatto correttivi, protesi uditive, riparazione e noleggio attrezzature).
In pratica, l’86% dei 39,4 miliardi che gli italiani tirano fuori di tasca propria è riconducibile a servizi ambulatoriali e beni. All’assistenza ospedaliera in regime ordinario e Day Hospital per cura e riabilitazione e assistenza a lungo termine (RSA ecc.) spetta, invece, il 13,1% della spesa totale out-of-pocket.




Ma a emergere, dalla ricerca dell’Osservatorio, sono anche le differenze territoriali dei consumi. La spesa pro capite per assistito dal Fondo, ad esempio, ammonta in media a 742 euro al Nord, si riduce a 732 euro per il Centro, e scende ulteriormente a 516 euro per il Sud e a 482 euro per le Isole.
In particolare, a spendere di più sono i cittadini della Valle d’Aosta (media pro capite 859 euro), della Lombardia (752), del Trentino A.A. (736), del Veneto (674) e dell’Emilia-Romagna (652). In pratica si spenderebbe di più in quelle Regioni tipicamente prese a modello per la capacità di offrire una sanità efficiente e di qualità. E la conferma sembrerebbe arrivare dal fatto che in coda si trovano, infatti, Campania (303), Calabria (363), Sardegna (368) e Sicilia (404), cioè quelle realtà che, quando si parla di sanità, troviamo spesso in fondo alle classifiche.
Questi, finora, i dati. Ma cosa nascono le cifre? Qual è l’atteggiamento degli italiani nei confronti della spesa sanitaria? Lo abbiamo chiesto, in questa intervista esclusiva, a Valeria Rappini, coordinatrice dell’Osservatorio sui Consumi Privati in Sanità (OCPS) della School of management della SDA Bocconi. Per Rappini, i fattori che influenzano maggiormente il ricorso alla spesa sanitaria out-of-pocket sono sicuramente da ricercare nei differenziali di reddito individuale, che consentono ai cittadini delle regioni più ricche di spendere con più facilità. E poi nella maggiore offerta di servizi in alcune Regioni, che farebbe da traino alla domanda. A confermarlo sarebbero anche i differenziali di spesa tra capoluoghi di Regione e il restante territorio. A Napoli, ad esempio, il dato di spesa pro capite è pari a 653 euro, mentre per il resto della Campania è pari a 471 euro. A Roma il dato di spesa pro capite ammonta 1108 euro (il più elevato a livello nazionale), mentre nel restante territorio regionale è pari a 712 euro.
Ma secondo Rappini, la ricerca svolta dall'Osservatorio evidenzia anche un altro aspetto: in alcune Regioni c'è una forte cultura della salute. Una sorta di diffuso senso del dovere nei confronti della propria salute sollecitato proprio dalle istituzioni locali. In poche parole, le Regioni con i migliori servizi sanitari, insegnerebbero ai loro cittadini l'importanza di stare in salute. E i cittadini sembrano avere imparato la lezione, investendo in salute e dimostrando di essere pronti a farlo anche a proprie spese.




SDO 2016, mobilità sanitaria

L’analisi di Quotidiano Sanità si basa sulle schede di dimissione ospedaliera 2016 per i ricoveri e, per la parte economica, su crediti e debiti sempre per la mobilità scritti nel riparto 2017 che, ovviamente, essendo ancora l’anno in corso, sono riferiti agli anni precedenti. Si tratta in sostanza di circa 937mila cittadini che si sono spostati per curarsi portandosi dietro una “dote” di oltre 4,3 miliardi tra dare e avere per le loro cure non nelle Regioni di residenza.

In Calabria il 20,5% dei cittadini se ne va altrove per un ricovero. In Emilia Romagna invece arrivano negli ospedali il 9% in più di ricoverati oltre i residenti. Dal punto di vista economico a chi costa di più la mobilità passiva è ancora una volta la Calabria, il cui saldo, negativo (oltre 296,5 milioni da pagare), vale percentualmente più del 1000% rispetto ai crediti (che si fermano a poco meno di 30 milioni), mentre questa volta in testa per i guadagni balza la Lombardia con un saldo economico positivo di circa 657 milioni che vale rispetto ai crediti il 65,4%, quasi tutti all’incasso quindi, di poco superiore al miliardo.

Sono questi i valori estremi della mobilità che si registrano analizzando le Sdo 2016 (dopo la presentazione generale del rapporto, l'analisi dei ricoveri per parto cesareo e la situazione delle infezioni ospedaliere ci occupiamo della mobilità sia dal punto di vista dei ricoveri che della spesa correlata).

L’analisi si basa sulle schede di dimissione ospedaliera 2016 per i ricoveri e, per la parte economica, su crediti e debiti sempre per la mobilità scritti nel riparto 2017 che, ovviamente, essendo ancora l’anno in corso, sono riferiti agli anni precedenti, tra cifre secche e conguagli vari.
Si tratta in sostanza di circa 937mila cittadini che si sono spostati per curarsi portandosi dietro una “dote” di oltre 4,3 miliardi tra dare e avere per le loro cure non nelle Regioni di residenza.

Mettendo in classifica le Regioni secondo la percentuale del saldo dei ricoveri, al primo posto c’è l’Emilia-Romagna, in positivo del 9%, seguita dalla Toscana (7,5%) e dalla Lombardia (7,2%). Le percentuali positive rispetto alle persone ricoverate sono praticamente tutte al Centro-Nord, mentre quelle negative, tranne Piemonte e Marche, sono tutte al Sud e nelle Isole.

I valori negativi vanno dal -1,9% di saldo del Piemonte fino, appunto, al -20,5% della Calabria, ma in realtà il valore peggiore prima di questo è quello della Basilicata che si ferma a -6,8%.
Il discorso è diverso (e anche la classifica) se rispetto al saldo dei ricoveri si analizza quello economico, legato spesso alla complessità e alla specializzazione delle degenze.
Come accennato, in testa c’è la Lombardia con un saldo da quasi 657 milioni da avere (il 65,4% dei crediti totali che superano il miliardo) e in coda la Calabria con un saldo di oltre -296,5 milioni che rappresenta il 1024,7% del credito di neppure 29 milioni e la differenza tra questi e un debito secco di oltre 325 milioni.
Nel dare e avere dal punto di vista economico il peso della complessità dei ricoveri si nota subito. Un esempio per tutti: il Molise. La Regione ha un saldo negativo di percentuale di saldo di ricoveri, ma dal punto di vista economico è in attivo di oltre 22,6 milioni. Questo perché nella Regione la mobilità attiva e il conseguente saldo economico è legata praticamente tutta solo all’Istituto Neuromed di Isernia, un Centro di rilevanza nazionale e di altissima specializzazione per patologie che riguardano la Neurochirurgia, Neurologia, Neuroriabilitazione e tutte le applicazioni relative alle neuroscienze in cui sono utilizzabili la Neuroradiologia, l’Angiocardioneurologia e la Chirurgia vascolare, che attrae e assiste pazienti da tutta Italia.
La mobilità si può poi distinguere tra quella tra Regioni limitrofe, relativamente “fisiologica” (ad esempio la massima mobilità dall’Emilia Romagna è in Lombardia e dalla Lombardia in Emilia Romagna), oppure quella tra Regioni molto distanti da quelle di residenza.
È il caso delle Isole: sia dalla Sicilia che dalla Sardegna, infatti, il maggior numero di pazienti in mobilità si ricovera in Lombardia, dove in realtà si dirige gran parte della mobilità del Sud.
Un dato sicuramente legato anche al fatto che è nel Sud la gran parte delle Regioni in piano di rientro e, quindi, con servizi e personale ridotti, dove, quindi, i pazienti, per ricoveri soprattutto di alta specialità sono costretti a recarsi in altre Regioni. E tra queste e le Regioni di residenza spesso ci sono veri e propri protocolli per l’assistenza ospedaliera che però costano cari alle Regioni di uscita dei pazienti.







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SDO 2016, mobilità sanitaria. Medico e Bambino pagine elettroniche 2017;20(9) https://www.medicoebambino.com/?id=NEWS1709_10.html
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