Rivista di formazione e aggiornamento di pediatri e medici operanti sul territorio e in ospedale. Fondata nel 1982, in collaborazione con l'Associazione Culturale Pediatri.

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a cura di Maria Valentina Abate

UOC di Pediatria, Ospedale di Treviglio (Bergamo)

Indirizzo per corrispondenza: valentina_aba@yahoo.it

Sommario

“Dal pediatra fino a 18 anni. Ma bisogna anche rimodulare le cure”. Le richieste della SIP

Nuovi farmaci per l’obesità a partire dai 12 anni, cambiano le linee guida

Epidemie di bronchiolite, no a cortisone e antibiotici

Un bambino su cinque non sa scrivere in corsivo. Tutta colpa degli smartphone?

Ipoacusia o sordità congenita. Colpisce 1-2 neonati su mille. SIN: “Fondamentali i programmi di screening neonatale”

Emicrania infantile

Scoliosi: come riconoscerla (agli esordi non dà sintomi), come si cura, quando serve il corsetto

Boom di neonati affetti da sifilide, è allerta sanitaria in USA: “Cure prenatali insufficienti”

Vaccino contro il papillomavirus, è raccomandato anche ai maschi. «La trasmissione è sessuale»

Eczema, colpisce il 6% di bambini e adolescenti nel mondo


“Dal pediatra fino a 18 anni. Ma bisogna anche rimodulare le cure”. Le richieste della SIP

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Serve anche una riorganizzazione dell’assistenza pediatrica per continuare a garantire a ciascun bambino il diritto a essere curato dal pediatra, sia in ospedale sia nel territorio, da 0 a 18 anni. Queste alcune delle indicazioni che arrivano dagli Stati Generali della Pediatria, convocati oggi al Ministero della Salute dalla Società Italiana di Pediatria per fare il punto sulle criticità dell’assistenza pediatrica.

“Garantire a tutti i minori il diritto alle cure pediatriche sino a 18 anni sia sul territorio sia in ospedale, senza differenze legate alla Regione in cui si nasce e si vive, come già avviene in altri Paesi europei come Francia, Gran Bretagna, Olanda, Polonia e Svezia”.
È questa solo la prima richiesta che arriva dagli Stati Generali della Pediatria, convocati oggi al Ministero della Salute dalla Società Italiana di Pediatria per fare il punto sulle criticità dell’assistenza pediatrica.
Per i pediatri SIP occorre poi una riorganizzazione dell’assistenza pediatrica per poter garantire una presa in carico adeguata e omogenea in tutto il Paese; e anche per superare la dicotomia organizzativa tra pediatria di famiglia e pediatria ospedaliera. Chiedono inoltre di accelerare il riconoscimento sul piano normativo del valore legale delle sub-specialità pediatriche, ad esempio il pediatra cardiologo, pediatra allergologo, pediatra gastroenterologo, come già avviene in altri Paesi europei, per rispondere meglio ai bisogni di salute di bambini e adolescenti, in particolare di quelli con patologie croniche. Infine auspicano una implementazione della rete dell’emergenza-urgenza, rafforzando le Terapie Intensive pediatriche, oggi numericamente inadeguate rispetto agli altri Paesi europei.
Dal pediatra fino a 18 anni. Sebbene per l’OMS e per la Legge italiana (Legge n. 176 del 1991) l’infanzia includa ogni persona sotto i 18 anni, il diritto alle cure pediatriche nel nostro Paese, ricorda la SIP, si ferma “innaturalmente” a 14 anni, proprio in quella fase in cui l’adolescente è nel pieno delle modificazioni puberali e delle sue dinamiche evolutive. Dopo questa età, infatti, i bambini non possono più essere seguiti dal pediatra di libera scelta, ma finiscono in carico al medico dell’adulto (con l’eccezione per i bambini con patologie croniche che restano in carico ai pediatri sino a 16 anni).
Non solo denunciano i pediatri SIP, per quanto riguarda l’assistenza ospedaliera la situazione è ancora più complicata: non esiste una Legge nazionale che definisca sino a quale età gli adolescenti abbiano diritto a essere curati nei reparti pediatrici, la situazione è diversa da Regione a Regione e persino all’interno della stessa Regione. Con la conseguenza che oltre il 25% dei bambini tra 0-17 anni viene ricoverato in reparti per adulti e circa l’85% dei degenti tra 15 e 17 anni è gestito in condizioni di promiscuità con pazienti adulti e anziani e da personale non specializzato nell’assistenza ai soggetti in età evolutiva.
Una situazione che riguarda in maniera particolare le Terapie Intensive. Quelle pediatriche, aggiungono, sono poche e mal distribuite: appena 26 in tutta Italia, con solo 202 posti letto e una media di 3 posti letto per 1 milione di abitanti contro gli 8 in Europa. Così moltissimi pazienti in età pediatrica vengono ricoverati nelle Terapie Intensive degli adulti e quindi, seguiti da personale con scarsa esperienza specifica sull’età evolutiva. Eppure, la letteratura scientifica ha attestato che la specifica esperienza in assistenza pediatrica è determinante per ottenere i migliori risultati possibili.
E così Regione che vai, ricovero che trovi. Attualmente troppe sono le differenze su base regionale: se in Sicilia, Sardegna, Molise, dopo i 14 anni gli adolescenti in linea di massima finiscono nei reparti degli adulti, in Lombardia e Trentino-Alto Adige ciò avviene dopo i 15 anni; in Toscana dopo i 16; in Basilicata si è accolti nei reparti pediatrici sino a 17 anni, in Abruzzo e Veneto sino a 18. Nelle altre Regioni l’età varia tra 14, 16, 18 anni a seconda degli ospedali. Così in Campania il limite è 14 anni, con l’eccezione di Benevento dove è 18 anni; in Liguria dopo 16 anni si va nei reparti per adulti, ma a Savona ciò avviene già dopo i 15. Unica eccezione in questo panorama variegato sono gli adolescenti con patologie croniche, che in linea di massima hanno diritto alle cure ospedaliere pediatriche sino alla maggiore età.
“Tutto questo non è accettabile - afferma la Presidente della SIP Annamaria Staiano - come pediatri difendiamo la specificità pediatrica, ossia il diritto di bambini e adolescenti a poter essere curati in ambienti a loro dedicati e da personale specificatamente formato per l’età evolutiva. È ben noto che un ambiente e un’assistenza a misura di bambino rappresentino una parte integrante del percorso di cura. Questa situazione finisce per penalizzare i ragazzi, disorientare le famiglie e creare ingiuste discriminazioni legate alla Regione in cui si vive”.
“Il legislatore intervenga - aggiunge Giovanni Corsello, Professore Ordinario di Pediatria, Università di Palermo - chiediamo di garantire nei Livelli Essenziali delle Prestazioni Assistenza (LEP) l’innalzamento dell’età pediatrica a 18 anni, in ospedale sul territorio, per gestire al meglio la transizione verso l’età adulta; l’adolescente è spesso orfano dal punto di vista assistenziale e delle sue risposte ai bisogni di salute”.
La Società Italiana di Pediatria sollecita quindi una riorganizzazione dell’assistenza pediatrica per poter garantire l’assistenza pediatrica in modo adeguato in tutto il Paese. “Non è accettabile che un bambino sia curato o assistito da un medico che non sia pediatra, sia in ospedale sia nel territorio”, aggiunge Annamaria Staiano. E i primi passi in questa direzione sono l’integrazione e la continuità dei percorsi di cura tra ospedale e territorio.
Superare la rigida distinzione tra ospedale e territorio. “Già adesso il numero di specialisti in pediatria non è sufficiente per mantenere l’attuale sistema organizzativo, che vede il territorio da un lato e l’ospedale dall’altro. Un gap destinato ad aumentare nei prossimi anni, nonostante la riduzione della natalità e il recente aumento del numero dei contratti per le scuole di specializzazione in Pediatria”, spiega Rino Agostiniani, Direttore Area Pediatria e Neonatologia ASL Toscana Centro e Tesoriere SIP.
“La dicotomia organizzativa tra pediatria di famiglia e pediatria ospedaliera, realizzata nel nostro Paese a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, oggi non è più sostenibile. Solo con una maggiore integrazione tra ospedale e territorio possiamo garantire continuità assistenziale, rispondere meglio all’emergenza urgenza pediatrica e alle patologie croniche, evitando la congestione inappropriata dei Pronto soccorso e migliorando la risposta territoriale alle esigenze dei bambini e delle loro famiglie”, aggiunge Agostiniani.
Sì al pediatra “sub-specialista” Altro capitolo che ha un impatto rilevante sull’assistenza pediatrica è l’incremento di bambini con patologie croniche complesse e rare, che costituiscono ormai il 18% della popolazione pediatrica. Per assistere questi bambini occorrono gli specialisti appropriati e una maggiore integrazione delle cure che coinvolga tutti i professionisti che si occupano di cronicità.
La SIP ribadisce quindi la necessità di accelerare il riconoscimento sul piano normativo del valore legale delle sub-specialità pediatriche, come già avviene in altri Paesi europei (ad esempio pediatra cardiologo, pediatra allergologo, pediatra gastroenterologo, pediatra endocrinologo, pediatra pneumologo), una richiesta già da tempo al vaglio del Ministero della Salute. L’Italia è tra i pochi Paesi europei a non vederle riconosciute.
“Eppure, il pediatra sub-specialista potrebbe dare una migliore risposta assistenziale ai tanti bambini e adolescenti con patologie croniche e rare e gestire meglio la transizione, sia in ospedale sia sul territorio”, afferma Renato Cutrera, Direttore Unità Pneumologia e Fibrosi Cistica dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma e Responsabile del Gruppo di Studio Cure Palliative Pediatriche della SIP.
Formazione e innovazione tecnologica le parole chiave per ripartire. Occorre inoltre investire sulla formazione perché “la Pediatria ha bisogno di specialisti adeguatamente formati sia sulla gestione di pazienti complessi, come quelli affetti da patologie croniche, sia su nuove tematiche di grande impatto clinico e sociale, come la bioetica, le cure palliative, le nuove forme di abuso e maltrattamento, le emergenze sanitarie. L’integrazione tra i diversi livelli di cura deve avvenire anche sul terreno della formazione professionale”, riprende la Presidente SIP.
Fondamentale sarà infine anche usare al meglio le grandi potenzialità che derivano dall’innovazione tecnologica e dalla telemedicina, che dovranno essere parte integrante dei nuovi modelli assistenziali. “Si tratta di potenzialità enormi per migliorare le attività di prevenzione, per consolidare le reti pediatriche e la filiera che lega ospedale, territorio e casa del paziente, per espandere l’efficacia d’intervento delle specialità pediatriche, per superare le diseguaglianze geografiche delle offerte clinico-assistenziali dei servizi pediatrici, per favorire la domiciliazione delle cure e del follow-up”, conclude Giorgio Perilongo, Professore Ordinario di Pediatria all’Università di Padova e coordinatore della Commissione per l’Innovazione tecnologica in Pediatria della SIP.


Nuovi farmaci per l’obesità a partire dai 12 anni, cambiano le linee guida

L’ultimo autorizzato a dicembre. Quando dieta e sport non bastano

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La prima scelta è l’adozione di uno stile di vita sano, con un’alimentazione corretta e regolare attività fisica ma quando ciò non basta, già a partire dai 12 anni di età nei ragazzi obesi è possibile usare farmaci per perdere peso e abbattere il rischio di sviluppare malattie correlate a un peso eccessivo.
È questa l’indicazione delle nuove linee guida per il trattamento dell’obesità infantile e degli adolescenti della Società Italiana di Endocrinologia e Diabetologia Pediatrica (SIEDP) alla luce dei farmaci ora disponibili, di cui uno autorizzato nel dicembre scorso anche per uso pediatrico che sta entrando nella pratica clinica. Ad oggi infatti in Italia sono autorizzati soltanto due farmaci contro l’obesità anche per la fascia pediatrica: la setmelanotide, per alcune forme genetiche rare di obesità a partire dai sei anni in poi e la liraglutide per le forme di obesità comune a partire dai 12 anni in poi.

La liraglutide, approvata a dicembre scorso. È un analogo di un ormone gastrointestinale umano, il GLP-1 che agisce riducendo l’appetito.
In Italia, soffre di obesità quasi il 10% dei bimbi (circa 700mila fra i 5 anni e i 15 anni); di questi, oltre 150mila sono obesi gravi.
“L’obesità non è una colpa né una scelta, ma una malattia cronica e complessa non del bambino ma di tutta la famiglia”, afferma la presidente SIEDP Mariacarolina Salerno. Tuttavia, sottolinea Maria Rosaria Licenziati, segretario generale della SIEDP, “dire che l’obesità è una malattia non significa che è sempre necessario un approccio farmacologico né tantomeno chirurgico. Lotta alla sedentarietà e un’alimentazione sana degli adolescenti e delle loro famiglie rappresentano il primo tentativo da fare”.
“Il farmaco non sostituisce, ma si affianca alla correzione dello stile di vita. Una possibilità che non avevamo e che ora è disponibile: farmaci che comportano una riduzione del peso anche del 10%», ribadisce il primo autore delle linee guida, Claudio Maffeis, professore di Pediatria all’Università di Verona. “Poi, se nemmeno le medicine funzionano, si può considerare l’intervento chirurgico”, conclude Maffeis.
Per rimarcare l’importanza di uno stile di vita sano, sabato 4 marzo in quattro città (Napoli, Genova, Parma e Messina) la SIEDP, con il supporto dell’Unione Italiana Sport per tutti, ha promosso l’iniziativa “Bambini in piazza per la Salute”, nell’ambito della quale sono state offerte visite gratuite ai bambini e sono state fornite indicazioni per adottare corretti stili di vita.


Epidemie di bronchiolite, no a cortisone e antibiotici

Le Linee guida dei pediatri ai medici e informazione ai genitori

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No a cortisone, antibiotici e broncodilatatori per curare la bronchiolite e più informazione ai genitori.
Sono alcune delle indicazioni contenute nelle nuove linee guida per contrastare il virus respiratorio sinciziale (VRS) responsabile di più del 60% delle infezioni nei bambini nel primo anno di vita.
Negli ultimi 2 anni in Italia e nel mondo ci sono state pesanti epidemie che hanno messo in difficoltà i sistemi sanitari per saturazione dei posti letto nei reparti e nelle Terapie Intensive. Di qui il documento pubblicato sull’Italian Journal of Pediatrics e realizzato con l’egida della Società Italiana di Pediatria (SIP), della Società di Neonatologia (SIN) della Società per le Malattie Respiratorie Infantili (SIMRI) e di altre 13 Società scientifiche pediatriche. “È importante - sottolinea Annamaria Staiano, presidente SIP - fornire ai pediatri un aggiornamento sulle migliori pratiche per la gestione della bronchiolite”. Tra queste l’uso preventivo di anticorpi monoclonali.
“Purtroppo - spiega Eugenio Baraldi, direttore del Dipartimento di Salute della Donna e del Bambino dell’Azienda-Ospedale Università di Padova - si utilizzano spesso farmaci come il cortisone, gli antibiotici i broncodilatatori per i quali non vi sono evidenze e che possono causare effetti collaterali”.
Fondamentale il ruolo dei genitori. Ecco quindi i consigli: indossare la mascherina e non baciare i piccoli se si è raffreddati; lavare le mani prima di toccare il bambino; tenerlo lontano da chiunque abbia il raffreddore; non fumare in casa; nel caso di prematuri, malattie cardiache o polmonari chiedere al pediatra se vi sono le indicazioni all’utilizzo degli anticorpi monoclonali per la prevenzione delle infezioni da VRS.


Un bambino su cinque non sa scrivere in corsivo. Tutta colpa degli smartphone?

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Ad accendere i riflettori sull’importanza dello scrivere in corsivo è uno studio recentemente pubblicato sulla rivista “Occupational therapy in health care”: il 21,6% dei bambini è a rischio di sviluppare problemi di scrittura, con il 10% che ha una scrittura “disgrafica”.

Uno studente su cinque della scuola primaria fa fatica a scrivere in corsivo. Ad accendere i riflettori su una possibile scomparsa della scrittura in corsivo è uno studio recentemente pubblicato sulla rivista Occupational therapy in health care (Carlo Di Brina, Barbara Caravale e Nadia Mirante). «Quello che emerge dai dati è la conferma di quanto l’ipertecnologia in età infantile influenzi i processi di sviluppo evolutivo e cognitivo», commenta il professore Giuseppe Lavenia, psicologo e psicoterapeuta, presidente dell’Associazione Di.Te., l’Associazione Nazionale Dipendenze Tecnologiche, Gap e Cyberbullismo.

Scrivere in corsivo fa bene
Secondo gli studiosi Il 21,6% dei bambini è a rischio di sviluppare problemi di scrittura, con il 10% che ha una scrittura “disgrafica”. «Imparare a scrivere bene rappresenta anche una fase essenziale nello sviluppo psicomotorio del bambino. La scrittura aiuta a coordinare i movimenti muscolari e promuove la destrezza, soprattutto il controllo fino-motorio, ossia la coordinazione di braccia, mani o dita per fare movimenti piccoli o complessi», aggiunge Lavenia.

La scrittura è il precursore dell’apprendimento
E sempre dalla ricerca emerge che il 5% dei bambini osservati soffra di disturbi specifici come quelli legati alla coordinazione motoria o alla dislessia, mentre i disturbi dell’apprendimento apprendimento vanno dal 5% al 15% in base all’età. «La scrittura è infatti il precursore dell’apprendimento: senza lo sviluppo psicomotorio essenziale associato alla scrittura, il bambino sarà meno capace di assorbire gli argomenti e i materiali delle lezioni - spiega il professore -. Comprendo che negli ultimi anni, non solo per la DAD, i bambini si siano abituati a scrivere su PC, tablet e cellulari, ma la scrittura a mano con carta e penna a mio avviso resta fondamentale», sottolinea lo psicoterapeuta.

Il cattivo esempio degli adulti
Spesso, è il cattivo esempio a complicare ulteriormente la situazione. Da un’indagine condotta dall’Associazione Nazionale Di.Te in collaborazione con la SIPEC che ha coinvolto 13.049 persone, tra cui genitori, adolescenti e bambini, è emerso che il 54% dei genitori allatta i figli mentre sta utilizzando il cellulare, compromettendo la speciale relazione che si instaura tra la madre e il figlio ed è di valore fondamentale nello sviluppo psico-emotivo e relazionale del bambino. Ma non è tutto: quasi il 90% dei giovani, in casa, senza smartphone si annoia. L’iperconnessione si è dimostrata causa di un malessere diffuso, ha fatto aumentare ansia e depressione, oltreché disturbi al tratto gastrointestinale.

Scrivere in corsivo aiuta la maturazione psicofisica
«Attenzione con queste mie parole non voglio demonizzare la tecnologia ma allo stesso tempo non è possibile dimenticare l’importanza della scrittura su quelle che sono le basi per una corretta maturazione psicofisica. Occorre quindi non abbassare la guardia e - conclude il professore Giuseppe Lavenia - continuare a considerare la scrittura manuale un tassello essenziale e non derogabile alla tecnologia per lo sviluppo psico-cognitivo completo di ogni bambino».


Ipoacusia o sordità congenita. Colpisce 1-2 neonati su mille. SIN: “Fondamentali i programmi di screening neonatale”

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L’incidenza aumenta di 10-20 volte per i bambini ricoverati in Terapia Intensiva Neonatale. In occasione della Giornata Mondiale dell’Udito, che si celebra il 3 marzo, la Società Italiana di Neonatologia ribadisce l’importanza di una diagnosi tempestiva della malattia, oltre che della cura dello sviluppo uditivo dei neonati, in particolare per quelli prematuri.

L’ipoacusia o sordità congenita è la seconda causa di disabilità dello sviluppo a livello mondiale e la sua incidenza è rimasta costante negli anni, nonostante i progressi della neonatologia. È una patologia che colpisce, ancora oggi, 1-2 neonati su mille e in alcune categorie di bambini, come i neonati ricoverati in Terapia Intensiva Neonatale (TIN) e quelli con familiarità per ipoacusia infantile, la prevalenza può essere 10-20 volte maggiore.
Il ricovero in TIN racchiude molteplici fattori di rischio per ipoacusia oltre alla prematurità, quali il basso peso alla nascita, l’insufficienza respiratoria, le infezioni, l’esposizione a rumore e l’assunzione di farmaci ototossici. Si stima che circa l’1,5% dei bambini dimessi sia affetto da una perdita uditiva neurosensoriale e che questa percentuale salga al 3% se si considerano i nati a meno di 28 settimane di gestazione.
A puntare i riflettori sull’ipoacusia o sordità congenita in occasione della Giornata Mondiale dell’Udito, che si celebra il 3 marzo è la Società Italiana di Neonatologia (SIN) che ribadisce l’importanza dei programmi di screening neonatale, per una diagnosi tempestiva della malattia, oltre che della cura dello sviluppo uditivo dei neonati, in particolare per quelli prematuri.
In aggiunta alle problematiche maturative del sistema uditivo, sottolinea la SIN, un elemento da tenere in considerazione concerne l’accertamento delle abilità percettive, che è strettamente dipendente da reazioni condizionate dalla maturità del sistema neuro-motorio. La complessità dei meccanismi fisiopatologici che sottendono le ipoacusie dei bambini dimessi dalle TIN e la molteplicità e la variabile distribuzione dei siti di lesione richiedono una diagnostica a elevato grado di complessità, spesso non conclusiva al momento della dimissione. L’appropriato intervento audiologico nel prematuro non può prescindere dal pieno coinvolgimento della famiglia, con l’informazione responsabilizzante, ma non allarmistica riguardo al rischio audiologico e riguardo procedure diagnostiche che potranno andare oltre le fasi dello screening.
“Con il nostro Gruppo di Studio Organi di Senso - spiega il Presidente della SIN Luigi Orfeo - stiamo portando avanti diverse iniziative a tutela dello sviluppo sensoriale dei neonati. Sosteniamo e promuoviamo i programmi di screening neonatale, per diagnosticare tempestivamente condizioni patologiche su cui è possibile intervenire per migliorare in modo rilevante la prognosi della malattia e la qualità di vita dei pazienti, evitando gravi disabilità. Abbiamo partecipato alla realizzazione di diversi strumenti a beneficio della formazione dei professionisti coinvolti nella salute dei neonati. Siamo quotidianamente impegnati per la riduzione dell’esposizione del neonato ai rumori in TIN, per la protezione del sonno e per il coinvolgimento dei genitori, che con la loro voce possono contribuire attivamente a ridurre lo stress e fornire stimoli positivi ai loro piccoli”.
Quest’anno l’OMS pone l’attenzione sul tema: “Ear and hearing care for all! Let’s make it a reality” ed è proprio la cura dello sviluppo uditivo dei neonati, in particolare quelli prematuri, al centro degli sforzi di neonatologi e infermieri nelle TIN. Studi recenti confermano l’attivazione di meccanismi percettivi associati al riconoscimento di “oggetti sonori” fin dal terzo trimestre di gravidanza. Infatti, è stato dimostrato che il bambino all’età di 4-5 mesi è in grado di riconoscere una melodia alla quale era stato esposto periodicamente durante l’ultimo trimestre di gravidanza.
In Italia, lo screening neonatale è obbligatorio per tutti i nuovi nati, nel rispetto del DPCM 12 gennaio 2017 sui LEA che garantisce a tutti i neonati “le prestazioni necessarie e appropriate per la diagnosi precoce delle malattie congenite previste dalla normativa vigente e dalla buona pratica clinica, incluse quelle per la diagnosi precoce della sordità congenita e della cataratta congenita, nonché quelle per la diagnosi precoce delle malattie metaboliche ereditarie individuate con decreto del ministro della Salute in attuazione dell’articolo 1, comma 229, della Legge 27 dicembre 2013, n. 147, nei limiti e con le modalità definite dallo stesso decreto”.
Lo screening uditivo è stato avviato negli anni 2000. Grazie alla rete realizzata in oltre 15 anni tra le Neonatologie italiane e il Gruppo di Ricerca sulle Disabilità Neurosensoriali (afferente all’Istituto Nazionale di Analisi delle Politiche Pubbliche, INAPP), sono stati condotti 9 Censimenti nazionali per monitorare la copertura dello screening. L’ultima indagine, ricorda la SIN, ha rilevato il mantenimento, negli ultimi anni, di una copertura superiore al 95%, valore ottimale raccomandato nelle linee guida internazionali. Nell’ambito delle attività progettuali dell’Azione Centrale del Centro nazionale per la prevenzione e il controllo delle malattie (CCM) 2018 del Ministero della Salute sono state stilate le raccomandazioni per l’implementazione di protocolli di screening visivo e uditivo nazionali.
Il Rapporto “Screening neonatale uditivo e visivo”, edito nel 2022, alla cui stesura ha partecipato anche la SIN, è la prima serie di raccomandazioni nazionali per i professionisti coinvolti nella diagnosi, cura e gestione degli screening neurosensoriali, che guideranno lo sviluppo di servizi multidisciplinari e di politiche pubbliche.


Emicrania infantile

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L’emicrania sta crescendo fra i minori. Lo certificano i dati raccolti negli ultimi quattro anni dalla Neuropsichiatria Infantile dell’IRCCS Materno Infantile “Burlo Garofolo” di Trieste.
L’emicrania è una delle principali cause di disabilità (collocandosi al 2° posto dopo la lombalgia) a cui oggi ONDA (l’Osservatorio Nazionale sulla salute della Donna e di genere) ha dedicato un Open day che coinvolge gli Ospedali Bollini Rosa per offrire servizi gratuiti clinico - diagnostici e informativi.
In particolare, con il termine emicrania, si identificano un gruppo di cefalee primarie caratterizzate da episodi ricorrenti di cefalee pulsanti, spesso associate a sintomi quali fastidio a luci e/o rumori (detti fotofobia e fonofobia), nausea e/o vomito. Un problema molto significativo per i bambini dato che la prevalenza dell’emicrania aumenta durante l’infanzia (raggiungendo il 2,5% nei bambini di età inferiore ai 7 anni) e in particolare durante l’adolescenza (raggiungendo il 5% all’età di 10 anni) ed è una delle principali cause di invalidità in tali fascia di età.
«Nello specifico - spiega la dottoressa Maria Elisa Morelli della Neuropsichiatria del Burlo che ha appena predisposto un focus pubblicato sul sito del Burlo - prima della pubertà, bambini e bambine sono colpiti allo stesso modo, mentre durante la pubertà, l’emicrania diventa più frequente nelle ragazze che nei ragazzi. L’emicrania cronica - continua - ovvero l’emicrania che si presenta almeno 15 giorni al mese per almeno 3 mesi, colpisce quasi l’1% dei bambini dai 5 ai 12 anni e circa l’1-2% degli adolescenti dai 12 ai 17 anni. L’emicrania cronica è associata a un maggior numero di assenze e a una riduzione delle prestazioni a scuola. È stato peraltro osservato - conclude il dirigente medico - che i bambini provenienti da contesti socio-economicamente svantaggiati sono a maggior rischio di sviluppare un’emicrania cronica».
Da non confondersi con i banali mal di tesa, l’emicrania cronica crea in molti pazienti mal di testa quotidiani o quasi giornalieri di gravità da bassa a moderata con caratteristiche emicraniche meno evidenti, cui si sovrappongono esacerbazioni del dolore con caratteristiche emicraniche più prominenti di fastidio alle luci, ai suoni o agli odori, nausea, vomito e dolore suscitato da uno stimolo cutaneo che normalmente non è in grado di provocare una sensazione dolorosa (allodinia cutanea).
«Per diagnosticare l’emicrania - chiarisce ancora la dottoressa Morelli - è necessaria un’accurata valutazione neurologica. Il bambino o l’adolescente con emicrania deve avere un esame obiettivo neurologico normale per la sua età. I pazienti che soffrono da almeno tre mesi di tipiche cefalee ricorrenti e hanno un esame obiettivo neurologico normale, di solito non necessitano di esami di neuroimaging come la risonanza magnetica. Tale esame, invece - aggiunge - deve essere eseguito se vi sono sintomi di ipertensione endocranica (come diplopia, atassia o peggioramento della cefalea in posizione supina) e/o anomalie all’esame obiettivo neurologico. L’elettroencefalogramma non è indicato nella valutazione di routine della cefalea, ma viene eseguito solo se si sospettano crisi epilettiche».
Per quanto invalidante, l’emicrania può essere curata attraverso due approcci che, secondo quanto spiegato dai responsabili della Neuropsichiatria Infantile del Burlo - sono: la terapia dell’attacco acuto e la terapia di profilassi.
«Educare il paziente, le famiglie, la scuola e tutti gli operatori coinvolti - affermano - è un aspetto importante nella cura dell’emicrania. La compilazione del diario delle cefalee (che il Burlo ha predisposto) aiuta a identificare in ogni singolo paziente il tipo di cefalea, le caratteristiche degli attacchi e la risposta al trattamento. In ogni caso - proseguono - quando si sviluppa un attacco di emicrania, si consiglia di far riposare o dormire il paziente in una stanza buia e silenziosa. L’uso precoce di un farmaco adeguato (a seconda dell’età del paziente e dell’intensità dell’emicrania) durante l’attacco di emicrania è, poi, un principio importante del trattamento acuto. Infine - concludono gli esperti dell’IRCCS triestino -, tutti i bambini e gli adolescenti con emicrania dovrebbero essere educati a adottare uno stile di vita utile a controllare l’emicrania, che includa le seguenti misure: buona igiene del sonno, esercizio fisico regolare, pasti a orari regolari, adeguata assunzione di liquidi e gestione dei possibili fattori scatenanti».


Scoliosi: come riconoscerla (agli esordi non dà sintomi), come si cura, quando serve il corsetto

La diagnosi precoce, per la scoliosi, può fare la differenza per una terapia di successo. Un primo esame lo possono fare i genitori. Le terapie disponibili in base alla gravità e quando serve la chirurgia

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Diversamente da altre malattie muscoloscheletriche della colonna vertebrale, la scoliosi non ha come tipico campanello d’allarme il dolore (se non nella fase avanzata nell’adulto per cause degenerative). Al suo esordio questa deformità della colonna non dà quasi mai sintomi e va quindi ricercata, anche perché una diagnosi precoce può fare la differenza. Lo hanno ricordato i più grandi esperti italiani e stranieri intervenuti di recente al congresso organizzato per celebrare i 50 anni di attività del Centro scoliosi dell’Istituto ortopedico Gaetano Pini di Milano. L’evento è stato l’occasione per fare un excursus sulle deformità vertebrali, dal loro riconoscimento fino alle ultime frontiere terapeutiche.

Che cosa è
«La scoliosi è la più comune deformità della colonna: interessa il 3% della popolazione, con un rapporto maschi femmine di 1 a 4. Per fortuna le forme gravi sono abbastanza rare, circa una su 2mila. La fase di crescita rapida della pubertà, in cui c’è una vera e propria tempesta ormonale, è quella in cui, se c’è una scoliosi, esplode e tende ad aggravarsi - spiega Bernardo Misaggi, direttore dell’Unità Operativa Complessa di traumatologia e per le patologie della Colonna vertebrale dell’Istituto Gaetano Pini di Milano, presidente della Società Italiana Chirurgia Vertebrale e Gruppo Italiano Scoliosi (SICV-GIS). Nell’85% dei casi la scoliosi giovanile viene definita idiopatica, in quanto non se ne conoscono le cause. Il sospetto deve sempre nascere quando c’è una familiarità: se la mamma ha avuto la scoliosi, i figli vanno controllati. Un primo esame, sempre consigliato, a prescindere dalla familiarità, possono farlo gli stessi genitori. La manovra consiste nel far piegare in avanti il ragazzino con le gambe tese per evidenziare se c’è un lato del tronco più alto dell’altro e quindi si evidenzia il cosiddetto “gibbo”».

Le deformità lievi
Il primo passo per affrontarla in modo corretto è affidarsi a uno specialista in materia, di solito un fisiatra o un ortopedico. Per stabilire se serve un trattamento e il tipo di approccio più adatto bisogna valutare non solo il grado di deviazione della colonna vertebrale (che alla radiografia della colonna in toto si misura in «gradi Cobb»), ma anche l’età del paziente e l’età della crescita ossea, nonché l’andamento della scoliosi nel tempo, ovvero il suo potenziale di aggravamento (quanto più indietro è la crescita ossea tanto più può peggiorare la scoliosi). «Nelle deformità lievi della colonna, intorno ai 10-15° Cobb, la ginnastica la fa da padrona. Esistono diverse strategie di rieducazione posturale, ma ciò che conta di più è la pratica di esercizi che rinforzino la muscolatura e allunghino la colonna: una buona muscolatura aiuta la scoliosi a non peggiorare. Resta comunque indispensabile fare controlli periodici perché, se c’è un peggioramento, occorre prendere altre misure».

Quando serve il corsetto
Quando la scoliosi raggiunge o supera i 20° Cobb si rende infatti opportuno il ricorso al corsetto ortopedico di plastica. «Bisogna dare la giusta correzione in base all’età anagrafica e ossea, allo stadio dello sviluppo e all’entità della curva. A seconda della gravità della scoliosi, si dà quindi l’indicazione su quante ore tenere il corsetto nella giornata, in alcuni casi può essere necessario tenerlo 24 ore su 24, altre volte basta la notte, altre ancora il pomeriggio e la notte» chiarisce l’esperto. Più complesse da curare sono le scoliosi tra i 40° e i 45° Cobb. «Nel nostro Istituto abbiamo ancora la possibilità di fare corsetti gessati che però non sono facili da accettare dal giovane e dalla famiglia per il disagio fisico e psicologico che ne può derivare. Tuttavia alcuni dati che abbiamo pubblicato dimostrano che, nelle scoliosi severe (40° e i 45° Cobb), l’uso del corsetto gessato consente in molti casi di evitare l’intervento chirurgico. In genere si fanno due o al massimo tre busti gessati, da cambiare ogni due o tre mesi, con una durata complessiva di sei, nove mesi. Se dopo i primi tre mesi la curva è già scesa sotto i 35° si continua coi corsetti gessati». Il trattamento con il corsetto di gesso consente di ottenere una correzione di circa il 50%, che è un ottimo risultato. «Per mantenere il beneficio, una volta tolto l’ultimo gesso, il ragazzo deve portare il corsetto di plastica fino al termine della crescita ossea (di solito 17-18 anni), se viene mantenuta la correzione con il corsetto ortopedico, il rischio di peggioramento non c’è più. Superata la fase critica, con il corsetto di plastica si può essere più comprensivi, facendolo usare magari solo di notte. Ogni caso va comunque valutato a sé» segnala Misaggi. Se invece, con il trattamento conservativo, sia con il corsetto in plastica che gessato, non c’è stato alcun beneficio perché la curva è molto rigida e la scoliosi tende a peggiorare, subentra l’indicazione chirurgica.

Quando serve la chirurgia
E quando la chirurgia «Quando la deformità della curva scoliotica supera i 45°-50°, si può ricorrere a tecniche chirurgiche di correzione della deformità della colonna con barre metalliche e artrodesi vertebrale, ovvero con la “fusione” delle vertebre con osso (che può essere autologo oppure da donatore)».


Boom di neonati affetti da sifilide, è allerta sanitaria in USA: “Cure prenatali insufficienti”

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L’allarme maggiore in Mississippi che ha visto un incremento di casi del 900% in cinque anni. Secondo gli esperti, l’assistenza prenatale insufficiente è il principale fattore di rischio sanitario per i neonati con sifilide.
“Sta accadendo qualcosa che sarebbe stato normale cento anni fa e non oggi”, così alcuni professionisti medici statunitensi hanno descritto l’incredibile boom di casi di sifilide tra neonati che sta interessano lo Stato del Mississippi, in USA, che ha visto un incremento di casi del 900% in cinque anni. Dagli stessi dati dei CDC emerge inoltre che in tutti gli USA i casi di sifilide congenita sono più che triplicati negli ultimi anni, passando da 941 nel 2017 ad almeno 2677 nel 2021.
L’allarme maggiore in Mississippi dove diversi sanitari hanno segnalato dati allarmanti che indicano 102 neonati curati per sifilide nel 2021 contro i sei casi di cinque anni prima. Secondo quanto ha raccontato alla NBC Thomas Dobbs, direttore medico della Crossroads Clinic, tra i sanitari dello stato americano c’è stupore e shock alla vista di bambini che ancora oggi nascono con la sifilide congenita che si pensava ormai debellata.
“I medici sono assolutamente inorriditi”, ha spiegato Dobbs che ha condiviso i dati preliminari dei Centers for Disease Control and Prevention, addebitando questo incremento spropositato di casi all’assistenza sanitaria prenatale inadeguata. “L’assistenza prenatale insufficiente è il principale fattore di rischio sanitario per i neonati con sifilide” ha scritto il medico, aggiungendo: “L’attuale sistema di finanziamento della Sanità pubblica ci rende vulnerabili a vecchie e nuove minacce per la salute. Non abbiamo necessariamente bisogno di più soldi per la Sanità pubblica. Dobbiamo spenderli saggiamente”.
Anche secondo molti professionisti sanitari, i crescenti casi di sifilide congenita potrebbero essere superati oltre che da un’assistenza sanitaria prenatale adeguata, come test per la sifilide, anche con una forza lavoro più corposa negli ospedali che sono a corto di personale dopo la pandemia di Covid-19. “Questo è solo uno di quegli esempi in cui abbiamo i dati, sappiamo dei casi ma devi avere il personale per diagnosticare i pazienti, quindi tracciare i contatti e seguirli per assicurarti che continuino a tornare per il trattamento”, ha spiegato il direttore di un altro importante Centro medico locale.
La sifilide congenita viene trasmessa da una madre a suo figlio mentre è incinta. Se non curata, una donna incinta con la sifilide ha una probabilità dell’80% di trasmetterla al suo bambino. I bambini infettati dalla sifilide potrebbero inizialmente non mostrare sintomi, ma per coloro che non vengono curati entro tre mesi dalla nascita le complicazioni possono essere gravi. La sifilide può danneggiare gli organi di un bambino. La malattia può colpire il sistema nervoso di un bambino e mettere in pericolo la vista e l’udito. Nei casi più gravi può portare anche alla morte.


Vaccino contro il papillomavirus, è raccomandato anche ai maschi. «La trasmissione è sessuale»

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Indispensabile ma ancora poco somministrato. Pensato per le ragazze, ma ormai vivamente consigliato anche ai maschi. È il vaccino contro l’HPV ovvero il papilloma virus, causa principale dei tumori alla cervice uterina ma non solo.
«È dimostrata la correlazione con il cancro - dice Claudio Mastroianni, docente alla Sapienza e presidente della Società italiana di malattie infettive - e dove è stata svolta una campagna sistematica di vaccinazione è crollata l’incidenza dei tumori. Il vaccino è inserito nel piano nazionale e va somministrato a tutte le donne in età pre-adolescenziale». Solo che i tassi di immunizzazione attualmente risultano insufficienti, come emerso durante il recente convegno nazionale svoltosi a Roma sul tema: “Eliminare il cancro alla cervice uterina: i bilanci e le prospettive a due anni dalla call to action dell’OMS”. Per le undicenni (coorte delle nate nel 2009) a livello nazionale solo il 32% ha ricevuto il ciclo completo di vaccinazione.
Nelle immunizzazioni dei giovani si riscontrano inoltre grandi differenze regionali: si passa dal massimo del 61% registrato nella Provincia Autonoma di Trento al 5% del Friuli Venezia Giulia. Leggermente migliore è la situazione per la coorte del 2008 dove però solo la metà delle giovani ha ricevuto le due dosi di vaccino. Per quanto riguarda i maschi nelle coorti del 2009 e del 2008 le percentuali sono del 26% e del 44%. Ma perché è bene vaccinare anche i ragazzi? «Iniziando l’attività sessuale più del 70% contrae l’infezione - aggiunge Claudio Mastroianni - il più delle volte cronica, con piccole lesioni alle mucose anali e oro faringee, al pene e sul glande. Ma soprattutto va considerato che l’89/90% dei tumori anali sono correlati al papilloma virus. Un altro dato preoccupante è che negli ultimi anni un quarto dei tumori oro faringei è dovuto all’HPV, ce lo confermano otorini e chirurghi maxillo-facciali. Per questo è importante che si vaccinino anche i ragazzi, perché il virus è a trasmissione sessuale e a seconda del tipo di rapporto aumentano i rischi». Per questo, «è sempre bene ricordare che un importante mezzo per prevenire le infezioni a trasmissione sessuale è il preservativo».
L’Istituto Superiore di Sanità calcola che «quasi il 30% di tutti i casi di carcinomi HPV-correlati si verifichino negli uomini» e per questo nelle ultime “Strategie vaccinali” afferma che «vantaggi dell’estensione della vaccinazione contro l’HPV ai maschi derivano dal contributo allo sviluppo dell’immunità di gregge, cioè alla diminuzione della circolazione del virus che andrebbe a ridurre il carico di malattia anche delle donne non vaccinate, dalla prevenzione delle lesioni ano-genitali e dei tumori, dalla protezione dei maschi omosessuali, che non godono dell’immunità indiretta conferita dalle campagne di vaccinazione rivolte alle donne».


Eczema, colpisce il 6% di bambini e adolescenti nel mondo

I sintomi si aggravano con gli anni, l’1% ne soffre in modo grave

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L’eczema riguarda il 6% dei bambini e degli adolescenti nel mondo e fino all’1% della popolazione giovanile ne soffre in modo grave.
Lo rivela uno studio pubblicato sulla rivista Clinical & Experimental Allergy e condotto da esperti della London School of Hygiene & Tropical Medicine. I risultati provengono da un’analisi di dati provenienti da 14 Paesi che hanno coinvolto 74.361 adolescenti di 13-14 anni e 47.907 bambini di 6-7 anni.
Conosciuto anche come dermatite, l’eczema è la più frequente malattia non contagiosa della pelle, caratterizzata da secchezza cutanea e desquamazione, arrossamento e prurito.
I ricercatori hanno stimato un aumento ogni 10 anni dello 0,98% della prevalenza dei sintomi dell’eczema tra gli adolescenti e dell’1,21% nei bambini, nonché dello 0,26% e dello 0,23% per decennio dei sintomi gravi dell’eczema.
“L’eczema rimane un grande problema di salute pubblica in tutto il mondo”, ha dichiarato la prima Autrice del lavoro, Sinéad Langan.
“Sono necessarie ulteriori ricerche a livello globale per affrontare l’onere legato all’eczema, con continui sforzi internazionali per identificare strategie per prevenire l’insorgenza del disturbo cutaneo e per gestire meglio l’impatto sugli individui, le loro famiglie e sul Servizio sanitario”, conclude.


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Abate MV (a cura di). Dal pediatra fino a 18 anni. Ma bisogna anche rimodulare le cure”. Le richieste della SIP - Nuovi farmaci per l’obesità a partire dai 12 anni, cambiano le linee guida - Epidemie di bronchiolite, no a cortisone e antibiotici - Un bambino su cinque non sa scrivere in corsivo. Tutta colpa degli smartphone? - Ipoacusia o sordità congenita. Colpisce 1-2 neonati su mille. SIN: “Fondamentali i programmi di screening neonatale” - Emicrania infantile - Scoliosi: come riconoscerla (agli esordi non dà sintomi), come si cura, quando serve il corsetto - Boom di neonati affetti da sifilide, è allerta sanitaria in USA: “Cure prenatali insufficienti” - Vaccino contro il papillomavirus, è raccomandato anche ai maschi. «La trasmissione è sessuale» - Eczema, colpisce il 6% di bambini e adolescenti nel mondo. Medico e Bambino 2023;26(3) https://www.medicoebambino.com/?id=NEWS2303_10.html