Rivista di formazione e aggiornamento di pediatri e medici operanti sul territorio e in ospedale. Fondata nel 1982, in collaborazione con l'Associazione Culturale Pediatri.

M&B Pagine Elettroniche

Striscia... la notizia

a cura di Maria Valentina Abate

UOC di Pediatria, Ospedale di Treviglio (Bergamo)

Indirizzo per corrispondenza: valentina_aba@yahoo.it

Sommario

I bimbi nati al Sud hanno +50% di rischio di morte nel primo anno vita

Vaccino Covid. L’appello dei pediatri agli adolescenti: "Ragazzi vaccinatevi, per voi"

Covid: pediatri, anche under-12 sani rischiano il ricovero

Durante la pandemia sono crollate le prescrizioni di antibiotici ai bambini

AIFA, nel 2020 +11,6% prescrizioni di psicofarmaci a under-17

Contro il melanoma no ai neonati in spiaggia e proteggere bene i bimbi

Neomamme, le notti insonni accelerano l’invecchiamento

Disprassia nei bambini: che cos’è, come si riconosce, come si interviene

Stare in mezzo agli alberi aiuta il cervello dei ragazzi a svilupparsi

Le capacità non cognitive sono molto importanti per la crescita del bambino: quali sono e come svilupparle

Basta schiaffi e sculacciate. Le punizioni fisiche sui bambini non educano e fanno danni psicologici


I bimbi nati al Sud hanno +50% di rischio di morte nel primo anno vita

Secondo uno studio, nel 2018 se ne sarebbero salvati 200 se fossero nati al Nord

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Un bambino residente nel Mezzogiorno ha un rischio del 50% in più di morire nel primo anno di vita rispetto a uno che nasce nelle Regioni del Nord. Tanto che, solo nel 2018, se il Mezzogiorno avesse avuto lo stesso tasso di mortalità infantile delle Regioni del Nord, sarebbero sopravvissuti 200 bambini. A mettere in luce le profonde disparità è uno studio in pubblicazione sulla rivista Pediatria, presentato in conferenza stampa della Società Italiana di Pediatria (SIP).
In base agli ultimi dati ISTAT disponibili, nel periodo 2006-2018 si è verificata una progressiva diminuzione della mortalità neonatale (nei primi 28 giorni di vita) e infantile (nel primo anno di vita), che hanno portato l’Italia a raggiungere tra i più bassi del mondo. In particolare, nel 2018 si sono avuti 1266 decessi nel primo anno di vita e la mortalità neonatale è stata del 2,01 per 1000 nati vivi. Si continua però a osservare un’ampia variazione territoriale. Nel Mezzogiorno, dove si sono avuti il 35,7% di tutti i nati, i decessi neonatali e infantili sono stati rispettivamente il 48% e il 45% rispetto a quelli avvenuti in Italia. Sicilia, Calabria e Campania sono state quelle con i tassi più elevati. Inoltre, le differenze diventano ancora più evidenti per i figli di genitori stranieri che risiedono al Sud (+100%).
“L’idea che nascere in un particolare territorio possa offrire una minore probabilità di cura e di sopravvivenza non è accettabile”, ha commentato la presidente SIP Annamaria Staiano. “Serve sinergia per invertire questi trend allarmanti e la SIP sta già mettendo in campo iniziative per intervenire in modo proattivo su un modello assistenziale così a rischio di disuguaglianze”, ha concluso Giovanni Corsello, ordinario di Pediatria all’Università di Palermo ed editor in chief di Italian Journal of Pediatrics.


Vaccino Covid. L’appello dei pediatri agli adolescenti: “Ragazzi vaccinatevi, per voi”

Le coperture vaccinali sono sotto i valori ottimali in tutta Italia nei ragazzi di età compresa tra i 12 e i 17 anni. Dai pediatri dell’Emilia-Romagna un manifesto in 15 punti: vaccino efficace e sicuro, unica arma contro il virus

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A fronte dei dati relativi alle coperture vaccinali contro Covid nei ragazzi di età compresa tra i 12 e 17 anni, sicuramente non ottimali in quanto inferiori al 50% in tutta Italia, e di notizie e passaparola basati su paure irrazionali, nel nostro ruolo di pediatri che lavorano in ospedale e sul territorio intendiamo fare un appello univoco e convinto a favore della vaccinazione degli adolescenti, rivolgendoci in primis a loro e augurandoci che i genitori comprendano l’importanza di vaccinare subito i propri figli.

Ho 12 anni, mia sorella ne ha 16 e ci vacciniamo contro il Covid. Perché dobbiamo farlo?

  • I vaccini contro Covid sono oggi l’unico strumento efficace e sicuro che abbiamo per contrastare la diffusione di SARS-CoV-2.
  • Anche noi non siamo al riparo dal virus e molti dei nuovi contagiati hanno un’età inferiore ai 18 anni.
  • Il SARS-CoV-2 può causare una patologia grave anche nei ragazzi e i dati sulle ospedalizzazioni lo dimostrano.
  • La pandemia da Covid ha colpito persone a noi care e alcuni di noi hanno dovuto affrontare la perdita prematura di amici o parenti. Vaccinandoci tuteleremo le persone che entrano in contatto con noi. Un esempio? Familiari e alcuni amici e compagni di classe meno fortunati che, per una carenza delle loro difese immunitarie, hanno una minore capacità di potersi proteggere da Covid.
  • A seguito dei lockdown causati da Covid, i ricoveri nei reparti di Pediatria per depressione, stati d’ansia e disturbi del comportamento alimentare tra gli adolescenti sono aumentati in modo vertiginoso.
  • Le chiusure prolungate delle scuole e delle Università hanno prodotto una drammatica perdita di apprendimento, in particolare tra gli studenti più svantaggiati, che ha causato abbandoni scolastici, incrementando enormemente la povertà educativa.
  • Finora nessuno degli adolescenti che si è vaccinato è stato ricoverato per Covid.
  • Più di 7 milioni di ragazzi sono già stati vaccinati negli Stati Uniti. La sicurezza della vaccinazione nella nostra fascia di età è elevata, non dobbiamo avere timore nel ricevere il vaccino: gli effetti collaterali più frequenti durano poche ore e sono dolore al sito dell’iniezione, mal di testa e dolori a muscoli e articolazioni.
  • I problemi cardiaci (miocarditi e pericarditi) che si sarebbero verificati in alcuni ragazzi vaccinati contro Covid negli Stati Uniti e in Israele sono stati rarissimi e si sono sempre risolti senza problemi. La relazione di questi problemi con la vaccinazione si sta ancora studiando. Viceversa, quello che sappiamo con certezza è che l’infezione da SARS-CoV-2, come altre malattie virali, può dare, anche se raramente, delle complicanze che interessano il cuore e altri organi.
  • I vaccini contro Covid non hanno alcuna influenza sulla fertilità né possono causare effetti collaterali sul nostro sviluppo o la nostra crescita.
  • Il vaccino o il green pass non sono limitazioni alla nostra libertà ma opportunità per provare a tornare a una didattica in presenza: la vaccinazione contro Covid è molto importante per evitare il rischio di chiusure prolungate delle scuole, garantire l’accesso all’istruzione e proteggere la nostra salute fisica e mentale.
  • Vaccinandoci contro Covid possiamo mantenere la normalità e la socialità che abbiamo riconquistato, facendo rispettare anche i nostri diritti ampiamente trascurati durante la pandemia.
  • Se siamo tantissimi a vaccinarci e lo facciamo tempestivamente, possiamo contribuire a ridurre la circolazione del virus e, di conseguenza, la comparsa di varianti virali più contagiose o aggressive che riducono l’efficacia dei vaccini. Solo in questo modo possiamo battere la pandemia, altrimenti vincerà sempre lei!
  • In questi ultimi due anni Covid ha assorbito gran parte delle risorse sanitarie: vaccinarsi significa dare una mano ai medici e infermieri, per curare chi è affetto da altre patologie diverse da Covid e contribuire alla ripresa regolare dei percorsi di cura e di prevenzione.
  • È comprensibile avere dei timori ma, come impariamo ogni giorno, possiamo e dobbiamo avere fiducia nella Scienza che ci dice che la scelta del vaccino in questo momento è quella più opportuna per la nostra salute e quella degli altri!

I firmatari del Manifesto
Susanna Esposito, Federico Marchetti, Stefano Zona, Gina Ancora, Francesco Antodaro, Andrea Bergomi, Rossella Berri, Maria Teresa Bersini, Giacomo Biasucci, Maurizio Bigi, Annalisa Bonetti, Antonella Brunelli, Maria Cristina Cantù, Fabio Caramelli, Silvia Cattani, Jennifer Chiarolanza, Margherita Codifava, Duccio Maria Cordelli, Alessandro De Fanti, Sara Denti, Simona Di Loreto, Dora Di Mauro, Donatella Ferrara, Alfredo Ferrari, Livio Franceschini, Carlo Fusco, Giancarlo Gargano, Chiara Ghizzi, Giuseppe Gregori, Nicola Guaraldi, Giovanna Rita Indorato, Lorenzo Iughetti, Marcello Lanari, Luca Laudizi, Tommasa Luppino, Anna Maria Magistà, Sandra Mari, Franco Mazzini, Maria Chiara Molinari, Alice Motta, Manuela Musetti, Luciana Nicoli, Simonetta Partesotti, Francesca Angela Pellicanò, Serafina Perrone, Simona Pesenti, Andrea Pession, Cristiano Rosafio, Roberto Sacchetti, Silvia Sassi, Laura Serra, Antonella Squarcia, Marcello Stella, Catalda Summa, Agnese Suppiej, Giulia Tediosi, Enrico Valletta, Viviana Varani, Gianluca Vergine, Giulia Vivi

Medico e Bambino 2021;40(7):421. DOI: 10.53126/MEB40420. Scarica il PDF.


Covid: pediatri, anche under-12 sani rischiano il ricovero

Vaccini anche a chi ha allergie e celiachia. Risposte in 15 FAQ

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“Anche i bambini adolescenti senza malattie pregresse sono a rischio di ospedalizzazione a causa del Covid, quindi necessitano di essere protetti dalla vaccinazione”. E soffrire di asma, celiachia, allergie e malattie croniche non costituisce una controindicazione.
A rispondere alle domande più di frequente poste dai genitori ai pediatri, sono le 15 FAQ pubblicate sul sito della Società Italiana di Pediatria (SIP) in cui si “raccomanda la vaccinazione Covid-19 per tutti i bambini e gli adolescenti di età pari o superiore a 12 anni”.
A maggio 2020, ricorda la SIP, solo il 5% dei pazienti Covid pediatrici che erano stati ospedalizzati aveva comorbidità e il 3,5% di loro è stato ricoverato in Terapia Intensiva. “Recenti evidenze scientifiche hanno dimostrato in tale fascia di età la presenza di gravi complicanze renali o di complicanze multisistemiche, anche al di là della ben codificata MIS-C, conseguenti a un’infezione pauci- o asintomatica”, si legge.
Rispetto alla celiachia gli studi disponibili non mostrano un incremento dell’incidenza di effetti collaterali in pazienti affetti rispetto al resto della popolazione; vi sono alcuni dubbi sull’efficacia, ma a oggi non sono disponibili studi che lo dimostrino. Anche chi soffre di asma, se la malattia è controllata, può essere sottoposto alla vaccinazione e “non vi sono evidenze che dosi basse o moderate di corticosteroidi inalatori possano avere impatto sulla efficacia”. Quanto ai bambini con disabilità neurologiche e immunodeficienze, sono più a rischio di essere ospedalizzati a causa del SARS-Cov-2, pertanto “devono essere vaccinati, anche se probabilmente l’immunogenicità della vaccinazione sarà minore”. Inoltre il vaccino anti Covid non contiene lattice o proteine dell’uovo per tanto non è controindicato in soggetti con queste allergie.
Attenzione particolare è rivolta alle miocarditi e pericarditi post vaccino Covid. Un recente report del CDC su oltre 7,3 milioni di dosi di vaccino somministrate a giovani tra i 12 e i 17 anni, dopo la prima dose ha rilevato 4 casi nelle femmine e 32 nei maschi ma nella maggior parte dei casi i pazienti che hanno necessitato di cure mediche hanno risposto bene ai farmaci.


Durante la pandemia sono crollate le prescrizioni di antibiotici ai bambini

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Uno studio su Pediatrics dimostra che nei mesi più acuti della pandemia le prescrizioni di antibiotici ai bambino si sono ridotte della metà. Mascherine e distanziamento hanno ridotto a diffusione di quelle infezioni, compreso il raffreddore, che i medici spesso trattavano con gli antibiotici.

Durante la pandemia negli Stati Uniti le prescrizioni di antibiotici ai bambini sono diminuite del 25 per cento con punte di oltre il 56 per cento. E subito viene la tentazione di commentare la notizia dicendo che sono state risparmiate terapie inutili e che forse l’emergenza sanitaria globale è servita a far capire che in molti casi si può fare a meno degli antibiotici limitando così il rischio della diffusione dei batteri resistenti. Ma lo studio su Pediatrics che ha descritto il fenomeno non dà appigli di questo tipo. Il calo delle ricette di antibiotici, così come quello di altri farmaci pediatrici, sembrerebbe strettamente legato a fattori contingenti, non ci sono elementi per immaginare in futuro grandi cambiamenti. I pediatri non hanno prescritto antibiotici semplicemente perché i bambini hanno avuto meno infezioni delle vie respiratorie durante la pandemia a causa delle misure precauzionali anti Covid-19. In sostanza è mancata l’occasione di commettere errori trattando un raffreddore di origine virale con un antibatterico. Ma è stato un caso straordinario. Perché durante la pandemia i piccoli pazienti hanno frequentato molto meno lo studio del pediatra perché sono mancati i soliti malanni stagionali. È così che si spiega come mai nel complesso, i farmaci prescritti per i bambini siano diminuiti di oltre un quarto durante i primi otto mesi della pandemia rispetto all’anno precedente, con il calo più netto registrato proprio nel settore degli antibiotici.
Il consumo di antibiotici tra bambini e adolescenti si è ridotto di quasi il 56 per cento tra aprile e dicembre 2020 rispetto allo stesso periodo del 2019. I ricercatori hanno anche osservato un calo delle prescrizioni per malattie croniche, come il disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD) e l’asma, ma nessun cambiamento nel numero di prescrizioni per gli antidepressivi.
«Il calo del numero di bambini che hanno usato antibiotici è in linea con le grandi diminuzioni delle visite pediatriche legate alle infezioni durante il 2020. Poiché gli antibiotici hanno importanti effetti collaterali, la drastica diminuzione della somministrazione di antibiotici può essere un fatto positivo. Al contrario, il calo nell’erogazione di farmaci per malattie croniche potrebbe essere preoccupante», ha dichiarato Kao-Ping Chua, pediatra e ricercatore presso l’Università del Michigan, a capo dello studio. Gli scienziati hanno analizzato le vendite dei farmaci destinati ai bambini e ai ragazzi tra 0 e 19 anni negli Stati Uniti durante la pandemia mettendole a confronto con quelle degli anni precedenti.
Tra gennaio 2018 e febbraio 2020 sono state compilate circa 26milioni di prescrizioni di terapie pediatriche al mese. Nei primi 8 mesi della pandemia in generale le ricette per i farmaci destinati ai bambini sono calate del 27 per cento rispetto allo stesso periodo del 2019.
In particolare, le prescrizioni di farmaci per le infezioni acute, compresi gli antibiotici, sono diminuite di quasi il 51 per cento, mentre quelle di medicinali per le malattie croniche sono scese del 17 per cento.
«La riduzione della somministrazione di antibiotici riflette molto probabilmente la riduzione delle infezioni, come raffreddore e mal di gola, a causa delle misure di mitigazione del rischio adottate per Covid-19 come il distanziamento sociale e le mascherine. Di conseguenza, i bambini hanno avuto effettuato meno visite correlate alle infezioni e hanno avuto meno opportunità di ricevere prescrizioni di antibiotici, sia appropriate che inappropriate», ha spiegato Chua.
Gli scienziati la considerano una buona notizia e non lo nascondono. Secondo i loro calcoli circa un quarto delle terapie antibiotiche viene prescritto inutilmente. E questa disinvoltura nel ricorso ai farmaci antibatterici la scontano i singoli pazienti che rischiano effetti collaterali anche gravi e la sconta l’intera umanità che rischia di non avere più armi di difesa contro i super batteri resistenti agli antibiotici.
Oltre agli antibiotici durante la pandemia è diminuito anche l’uso dei farmaci per i sintomi del comune raffreddore, in particolare per la tosse. I dati parlano di un calo di circa l’80 per cento nelle vendite di questi prodotti durante il periodo di studio. Ancora una volta per i ricercatori si tratta di un fatto positivo.
«Questi farmaci hanno scarsi benefici, ma sono associati a effetti collaterali potenzialmente dannosi, in particolare nei bambini piccoli. Dal punto di vista della qualità dell’assistenza sanitaria, il forte calo nella somministrazione di farmaci per la tosse e il raffreddore può rappresentare un lato positivo della pandemia di Covid-19», conclude Chua.


AIFA, nel 2020 +11,6% prescrizioni di psicofarmaci a under-17

Cresce soprattutto il consumo di antipsicotici, anche tra gli adulti

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Cresce il consumo di antidepressivi e antipsicotici nell’anno della pandemia, e cresce in particolari tra i bambini. “Nel 2020 la prevalenza d’uso degli psicofarmaci nella popolazione pediatrica è stata pari allo 0,3%, con un tasso di prescrizione di 28,2 per 1000 bambini, in aumento dell’11,6% rispetto all’anno precedente”. In particolare, tra gli under-17 “gli antipsicotici sono i farmaci che registrano l’aumento maggiore delle prescrizioni (+17,2%) rispetto all’anno precedente. È quanto emerge dal Rapporto Osmed 2020 sull’Uso dei Farmaci in Italia, presentato oggi dall’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA).
Il ricorso agli psicofarmaci presenta un andamento crescente per età, raggiungendo il massimo nella fascia 12-17 anni di età, nella quale si registrano un tasso di prescrizione di 65 per 1000 bambini e una prevalenza dello 0,71%. Analizzando le prescrizioni per sottocategoria di farmaci, la prevalenza d’uso maggiore si osserva per gli antipsicotici (0,19%), con un numero di confezioni pari a 15,7 per 1000 bambini, a cui seguono gli antidepressivi, con una prevalenza d’uso di 0,14% e la prescrizione di 8,1 confezioni per 1000 bambini, e i farmaci per l’ADHD (Disturbo da Deficit di Attenzione Iperattività) con una prevalenza pari a 0,06% e una prescrizione di 4,4 confezioni per 1000 bambini.
Anche negli adulti gli antipsicotici hanno visto un aumento importante. Dal 2014 al 2020 il consumo è “aumentato di oltre il 20% passando da 8,3 nel 2014 a 10,1 dosi giornaliere nel 2020.
Mentre in termini di variazione media annuale si rileva un aumento del 3,3%”. In media, per ogni cittadino, la spesa è stata pari a 4,87 euro con un aumento del 2,1% in confronto al 2019 (+4,2% in termini di dosi). Tra le Regioni “si notano importanti differenze”: “la Sardegna ha un consumo quasi doppio rispetto alla Lombardia e, in generale, in quasi tutte le Regioni del Centro-Sud, a eccezione della Campania, vi è un maggior ricorso a questi farmaci rispetto al Nord”.


Contro il melanoma no ai neonati in spiaggia e proteggere bene i bimbi

Intergruppo Melanoma Italiano: la prevenzione inizia da piccoli

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Un NO secco ai neonati in spiaggia almeno fino ai sei mesi di età neanche se sistemati al riparo dell’ombrellone. Per loro è anche sconsigliato l’uso di filtri solari.
Molta cautela tra i 6 mesi e un anno e in ogni caso solo durante le prime ore della mattina e il tardo pomeriggio. Sono le regole suggerite dall’IMI, Intergruppo Melanoma Italiano per esporsi al sole in sicurezza.
“Complice il lungo lockdown per la Covid 19 - afferma il presidente IMI Ignazio Stanganelli, direttore della Skin Cancer Unit dell’IRCCS Istituto Romagnolo per lo Studio dei Tumore professore associato dell’Università di Parma - con le prime giornate di bel tempo c’è più che mai la voglia di stare all’aria aperta. Ma non dobbiamo abbassare la guardia. Abbronzatura non vuol dire salute. Anzi, se non si seguono le regole della corretta esposizione si rischia di abbassare le difese immunitarie con danni permanenti alle cellule. E a farne le spese sono i più piccoli”. Le scottature in età pediatrica sono un fattore che predispone al melanoma, tumore maligno della pelle.
E i numeri parlano chiaro. Secondo i dati della Campagna di sensibilizzazione IMI “Il Sole per Amico” si brucia ancora il 9,4% dei bambini. Non solo: se da un lato negli ultimi 15 anni è aumentato del 14,7% l’uso di creme solari (dal 71,1% all’85,8%) e dell’11,1% (dal 19,7% al 28,8%) l’uso della maglietta ogni volta che si sta al sole, dall’altro il cappello invece non viene considerato un mezzo di protezione tanto che è aumentato del 6,6% chi non lo usa mai (dal 20,9% al 26,5%). I bambini con gli occhi chiari o marrone/verde corrono un rischio solo lievemente più alto di bruciarsi al sole, ma l’eventualità cresce sensibilmente per chi ha più di 20 nei sulle braccia e addirittura raddoppia per chi ha una pelle molto chiara rispetto a chi ne ha una scura.
“Per i bambini - conclude Stanganelli - è sempre consigliata la protezione massima (SPF +50), ma è bene fare anche uso di magliette e altri indumenti protettivi. Occhiali da sole compresi. In ogni caso l’esposizione deve essere lenta e graduale, per un tempo limitato e sempre protetti”.


Neomamme, le notti insonni accelerano l’invecchiamento

Studio: età biologica da 3 a 7 anni in più rispetto a chi riposa

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Quando le neomamme si lamentano che tutte le notti insonni trascorse a prendersi cura dei loro piccoli stanno togliendo anni alla loro vita, potrebbero avere ragione. Il poco sonno infatti accelera l’invecchiamento. Lo evidenzia una ricerca dell’UCLA, University of California di Los Angeles, pubblicata sulla rivista Sleep Health. Gli studiosi hanno monitorato 33 madri durante le gravidanze e nel primo anno di vita dei bambini, analizzando il DNA da campioni di sangue per determinare la loro “età biologica”, che può differire da quella cronologica.
È emerso che un anno dopo il parto, l’età biologica delle madri che dormivano meno di sette ore a notte alla ‘boa’ dei sei mesi di vita del loro piccolo era da 3 a 7 anni in più rispetto a quelle che invece riposavano per un tempo superiore. Le madri che hanno dormito meno di 7 ore avevano anche telomeri più corti nei globuli bianchi. Questi pezzi di DNA alle estremità dei cromosomi fungono da ‘cappucci’ protettivi. I telomeri accorciati sono stati collegati a un rischio più elevato di cancro, malattie cardiovascolari e di altro tipo e di morte prematura.
“I primi mesi di privazione del sonno dopo il parto potrebbero avere un effetto duraturo sulla salute fisica - evidenzia prima Autrice dello studio, Judith Carroll - sappiamo da un ampio numero di ricerche che dormire meno di sette ore a notte è dannoso per la salute e aumenta il rischio di malattie legate all’età”. Il sonno notturno delle neomamme partecipanti allo studio variava da 5 a 9 ore, ma più della metà riposava meno di 7 ore, sia sei mesi che un anno dopo il parto riferiscono i ricercatori.
Carroll esorta le neomamme a sfruttare le opportunità per dormire un po’ di più, facendo dei sonnellini durante il giorno quando il loro bambino dorme, accettando offerte di assistenza da familiari e amici”.


Disprassia nei bambini: che cos’è, come si riconosce, come si interviene

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Circa 6 bambini su 100 soffrono di disprassia, un disturbo della coordinazione caratterizzato da difficoltà a programmare ed eseguire azioni intenzionali.
Bambini che, a tre o quattro anni, non riescono a togliersi la giacca o a mangiare con il cucchiaino senza sporcarsi. Bambini che sembrano goffi e impacciati, che inciampano di continuo, cadono spesso e non riescono per esempio a calciare bene una palla. O, ancora, bambini che sembrano pigri e distratti o che faticano a formulare correttamente ciò che vorrebbero dire. Sono alcune delle possibili manifestazioni della disprassia, una condizione caratterizzata da difficoltà a programmare ed eseguire azioni intenzionali e che in alcuni casi può avere un impatto anche importante sulla vita dei bambini colpiti. Ne parliamo con Letizia Sabbadini, neuropsicologa e presidente dell’Associazione Italiana Disprassia dell’Età Evolutiva (AIDEE).

Che cos’è la disprassia?
“Tradizionalmente, la disprassia è sempre stata classificata come un disturbo della coordinazione motoria tuttavia, oggi si tende a utilizzare una definizione più generale che inquadra la disprassia come difficoltà a pianificare, coordinare ed eseguire movimenti intenzionali in serie o in sequenza deputati a un preciso scopo”. Insomma, non solo un disturbo della coordinazione motoria, ma proprio della coordinazione generale. “La disprassia va inclusa in un ampio spettro di disturbi che investono la coordinazione e che possono influenzare molti aspetti della vita quotidiana, compreso l’apprendimento delle abilità scolastiche” precisa Sabbadini, che poi continua “in generale c’è spesso anche la presenza di disturbi dell’attenzione e di disturbi d’ansia che è importante riconoscere precocemente”.
Questo disturbo - non si parla infatti di malattia - può essere presente da solo (disprassia primaria o idiopatica), oppure associato ad altre condizioni e sindromi (disprassia secondaria) come l’autismo o la sindrome di Asperger.

Da che cosa dipende?
“Le cause non sono ancora state chiarite ma è ormai sempre più riconosciuta la base genetica di questo disturbo. Viene riconosciuta una certa familiarità e infatti mi capita infatti di vedere papà che si riconoscono nelle difficoltà dei propri figli”. Si sa inoltre che la disprassia non sembra essere associata a particolari lesioni cerebrali, e l’ipotesi è che sia invece dovuta all’immaturità delle reti neurali (circuiti nervosi del cervello), soprattutto nei bambini nati prematuramente o immaturi di basso peso. Il rischio di disprassia sembra più elevato in bambini:

  • pretermine, cioè nati prima delle 37 settimane e post-termine;
  • di peso molto basso alla nascita;
  • che hanno mostrato sofferenza perinatale;
  • che hanno una storia familiare di disturbi della coordinazione motoria.

Quanto è frequente?
“Purtroppo la frequenza della disprassia è un dato ancora molto poco chiaro”. Secondo diverse pubblicazioni scientifiche ne sarebbe colpito il 5-6% dei bambini, alcuni in forma più lieve, quasi irrilevante, altri in forma più grave, ma la percentuale potrebbe essere ben più alta visto che spesso questo disturbo non viene diagnosticato. “Sappiamo però che la disprassia sembra molto più frequente nei maschi che nelle femmine: il rapporto è di circa quattro a uno”.

Come si manifesta?
Esistono varie forme di disprassia, che possono interessare solo l’ambito motorio, coinvolgendo vari aspetti della vita quotidiana, o anche quello verbale. Per parlare, infatti, è necessario coordinare e mettere in sequenza una serie di movimenti degli organi dell’apparato fonatorio, e se questa capacità viene meno, compaiono difficoltà nell’espressione verbale. “La disprassia si può manifestare anche molto precocemente, già nei primi mesi di vita con assenza di lallazione o nel primo anno o anno e mezzo di età, soprattutto con un ritardo dello sviluppo delle tappe motorie. In questo caso il bambino non gattona o c’è una deambulazione ritardata dopo i 15 mesi” afferma la neuropsicologa.
“Più avanti con l’età possiamo osservare bambini disprattici che hanno difficoltà a fare le scale o a fare i classici giochi all’aperto, come saltare o tirare calci a una palla”. “Per questo possono isolarsi volontariamente da questi giochi, perché avvertono di essere goffi e impacciati. Altri bambini invece non riescono a vestirsi correttamente, anche in un’età in cui i coetanei riescono perfettamente. Hanno difficoltà ad allacciare stringhe e bottoni o a togliersi la giacca. E ancora, possono mostrare difficoltà a usare le mani e le dita e quindi a utilizzare le forbici, a disegnare, addirittura a tenere in mano la matita. Mi capita di vedere molti bambini che già dalla scuola materna evitano di svolgere questo genere di attività e ad esempio si rifiutano di disegnare”.
Possono anche esserci difficoltà nella lettura e nella scrittura. A meno che non siano presenti altre sindromi non si tratta in genere di disturbi di origine cognitiva ma, di nuovo, di disturbi legati alla coordinazione motoria, per esempio alla coordinazione dei movimenti dello sguardo o di quelli della mano.
“Spesso nello stesso bambino si riscontrano più tipi di disprassia, di cui magari uno prevalente e gli altri più sfumati”. Inoltre, è importante ricordare che il disturbo può essere associato a un importante carico di frustrazione, dovuto alla consapevolezza dei propri “limiti”.

Quali sono i sintomi che c’è qualcosa che non va?
Esistono diversi indicatori, nelle varie fasce di età, che possono suonare come campanello di allarme.

Primi due anni:

  • difficoltà di suzione e alimentazione;
  • difficoltà nei cambi di posizione;
  • difficoltà ad afferrare e utilizzare oggetti;
  • ritardo nell’arrivare a particolari fasi dello sviluppo psicomotorio, come il gattonamento, la posizione seduta, il fatto di mettersi in piedi, il fatto di camminare da solo;
  • ritardo nella lallazione e, a due anni, scarsa varietà linguistica (produce meno di 50 parole).

Età prescolare:

  • difficoltà di concentrazione e di attenzione sostenuta;
  • necessità di tempi lunghi o molto lunghi per svolgere qualsiasi compito;
  • iperattività, movimento continuo, sonno agitato;
  • difficoltà a salire e scendere le scale;
  • difficoltà a compiere semplici giochi all’aperto, come saltare o calciare la palla;
  • difficoltà nei giochi di costruzione e di travaso, con il disegno, con le posate
  • difficoltà di disegno o di utilizzo di strumenti come forbici e pennarelli.

Età scolare:

  • difficoltà di concentrazione;
  • necessità di tempi lunghi o molto lunghi per svolgere qualsiasi compito;
  • difficoltà nel disegno;
  • difficoltà di copiatura dalla lavagna, nella scrittura (disgrafia) e nella scrittura;
  • difficoltà a farsi degli amici;
  • difficoltà o incapacità a organizzarsi, atteggiamenti caotici;
  • possibilità di esclusione sociale, di classificazione come bambino goffo, impacciato, “imbranato”.

Attenzione, però: notare qualcuno di questi segnali non significa per forza che il bambino sia disprattico. Può darsi tranquillamente che la sua sequenza di sviluppo sia solo un po’ più lenta di quella dei coetanei. Ogni bambino, in fondo, ha i propri tempi.
Tuttavia, in caso di dubbio, sempre meglio rivolgersi al medico. Perché se davvero ci fosse un problema, prima si interviene e meglio è.

Chi fa la diagnosi?
I segnali vengono riconosciuti più spesso dai genitori piuttosto che dal pediatra, e questo è un altro aspetto cruciale. “Bisognerebbe sollecitare di più la conoscenza della disprassia tra i pediatri che poi sono quelli che dovrebbero indirizzare i genitori verso una valutazione specifica”. Il primo punto di riferimento, in ogni caso, resta comunque il pediatra che eventualmente rimanderà a uno specialista, per esempio un neuropsichiatra infantile o un neuropsicologo infantile.

Come si interviene?
Come abbiamo già accennato, poiché si tratta di un disturbo multisistemico, che interessa più piani della vita e dell’attività del bambino, gli interventi dovrebbero essere multidisciplinari e riferiti alle varie componenti coinvolte: motoria, verbale, emotiva. “Le figure previste per una terapia integrata sono in genere quelle di neuropsicologi infantili, neuropsicomotricisti, logopedisti, ed è importantissimo che queste figure collaborino anche con la famiglia e con gli insegnanti”.
Per quanto riguarda gli interventi terapeutici, invece, “si tratta di attività ed esercizi che devono essere percepiti dai bambini il più possibile come ludici. Non si tratta comunque di intervenire solo nei primissimi anni di vita, ma si può lavorare anche casi con adolescenti e adulti”.

Si può guarire?
“Non è propriamente corretto parlare di guarigione, visto che non stiamo parlando di una malattia” afferma Sabbadini. “Quello che succede è che ci sono delle difficoltà più o meno marcate nello svolgere compiti della vita quotidiana e che quindi si può lavorare per eliminare o attenuare queste difficoltà. In alcuni casi si riesce a risolvere il problema completamente, in altri invece questo non è possibile, ma si riesce comunque a trovare sistemi per compensare i limiti. In genere, gli interventi sono tanto più efficaci quanto più sono precoci”. Va però sottolineato che di solito, anche chi recupera completamente tutte le abilità ha sempre bisogno di un po’ più di tempo per svolgere determinati compiti e azioni. “I movimenti non diventano mai del tutto automatici, per questo può rimanere una certa lentezza esecutiva”. Ciò però non deve assolutamente scoraggiare i genitori. “Nella mia esperienza ho conosciuto ragazzi disprattici che si sono laureati, sebbene avessero bisogno di più tempo per fare l’esame perché l’elaborazione della risposta a un test richiedeva appunto un tot di tempo in più. Il termine disprassia a volte fa paura, ma non è una malattia in senso stretto, è una condizione sulla quale bisogna intervenire il più precocemente possibile”.


Stare in mezzo agli alberi aiuta il cervello dei ragazzi a svilupparsi

Praterie, laghi e fiumi non hanno lo stesso effetto

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Quando un bambino cresce e si sviluppa, si dice che i neuroni nel suo cervello si ramifichino come alberi. Proprio gli alberi potrebbero effettivamente aiutare questo processo. Uno studio a lungo termine guidato dallo University College London su 3568 studenti, di età compresa tra 9 e 15 anni, ha scoperto che i ragazzi che hanno trascorso più tempo vicino ai boschi hanno mostrato un miglioramento delle prestazioni cognitive e della salute mentale durante l’adolescenza.
Lo studio rileva anche che altri ambienti naturali, come praterie o laghi e fiumi, non sembravano avere lo stesso impatto.
“Questi risultati-scrivono gli autori- suggeriscono che non tutti i tipi di ambiente naturale possono contribuire allo stesso modo a questi benefici per la salute”. Non è la prima volta, come ricorda il portale ScienceAlert, che i ricercatori trovano una connessione tra la presenza degli alberi e lo stato d’animo umano. Negli Stati Uniti e in Danimarca, studi epidemiologici a livello nazionale sui bambini hanno dimostrato che gli spazi verdi nelle aree residenziali sono collegati a un minor rischio di problemi di salute mentale più avanti nella vita. Nel Regno Unito, studi simili hanno scoperto che i bambini che vivono in quartieri cittadini più verdi hanno una migliore memoria di lavoro, cioè quella che permette di mantenere le informazioni nel cervello e di manipolarle. In particolare, a essere interessata è la memoria di lavoro cosiddetta spaziale, che consente di memorizzare i movimenti e replicarli.


Le capacità non cognitive sono molto importanti per la crescita del bambino: quali sono e come svilupparle

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Non cognitive skill: cosa sono e come la scuola può svilupparle
Le competenze non sono solo cognitive come ricordare, parlare, comprendere, fare nessi, dedurre, valutare. Esistono infatti anche le non cognitive skill o character skill, disposizioni della personalità quali apertura mentale, capacità di collaborare, sicurezza che sono altrettanto fondamentali per lo sviluppo psico-fisico del bambino e per renderlo un cittadino attivo un domani.

Non cognitive skill: significato
Sotto l’etichetta di non cognitive skill (capacità non cognitive) ricadono tutte quelle qualità umane non legate alla cognizione, ma comunque fondamentali da acquisire nell’età dello sviluppo: «Il termine è nato nel contesto anglosassone, per enfatizzare proprio tutto ciò che non viene immediatamente collegato alle capacità principalmente richieste dai percorsi didattici». «Alle abilità alfabetico funzionali, linguistiche, logico-matematiche, scientifiche, tecnologiche e digitali si aggiungono caratteristiche umane trasversali come la coscienziosità, l’apertura mentale, il senso di efficacia, la resilienza, l’autodeterminazione, la mentalità dinamica. Anche il termine character skill (competenze caratteriali, di personalità) indica qualcosa di meno misurabile o valutabile a scuola, ma assolutamente fondamentale per la vita».

Non cognitive skill: cosa sono
Le non cognitive skill sono dunque risorse di tipo psico-sociale, abilità e atteggiamenti che gli studenti devono acquisire per sviluppare un approccio più positivo e funzionale a ogni ambito di vita. Sono divisibili in tre componenti, sui quali bisogna lavorare parallelamente:

  1. Tratti di personalità, carattere o temperamento. «Se le caratteristiche di temperamento sono considerate ereditarie, carattere e personalità sono educabili e modificabili. I cosiddetti Big Five, i cinque principali tratti di personalità (coscienziosità, estroversione, gradevolezza, stabilità emotiva e apertura mentale) sono frutto anche degli interventi educativi e dell’ambiente e sono connotate perché sono competenze, non si limitano a descrivere la persona ma piuttosto la portano a certi comportamenti».
  2. Capitale psicologico. «È un’altra risorsa di tipo psicosociale che ha una forte caratteristica di malleabilità, caratterizzata, secondo il modello HERO, da quattro componenti: speranza, autoefficacia, resilienza, ottimismo. Non portano solo a una condizione positiva nella vita in generale, ma permettono ai bambini di pianificare e anticipare ciò che potrà accadere; non significa dunque semplicemente essere di buonumore, ma essere in grado di sapere cosa si potrà attivare in caso di bisogno e di circostanze negative. Il capitale psicologico può dunque potenziare i tratti di personalità: se ad esempio un bambino è coscienzioso, ma non positivo nei confronti di ciò che studia, non svilupperà la giusta motivazione».
  3. Elementi motivazionali. «Si tratta dell’aspetto da apprendere in modo particolare. Consiste nella capacità di sapersi motivare sulle sfide della quotidianità in termini di autoregolazione, ovvero di essere in grado di trovare la motivazione dentro di sé e non in relazione a fattori esterni come premi, voti o punizioni. Possiamo indicare motivazioni intrinseche il piacere della scoperta e dell’apprendimento o quello di portare a termine un buon lavoro».

Come si sviluppano le non cognitive skill nella scuola dell’infanzia
La dinamicità tipica dell’età dello sviluppo rende la fase prescolare e di prima scolarizzazione particolarmente adatta a sviluppare le non cognitive skill: «Prima si inizia meglio è, e gli approcci possono essere molto diversi. La scuola dell’infanzia, già di per sé, è focalizzata su attività non strettamente cognitive perché, a parte alcune pre-abilità funzionali al successivo percorso scolastico, il focus è proprio sulle soft skill: i bambini, attraverso giochi e laboratori, imparano a stare con gli altri, socializzano e sviluppano l’empatia. Gli agenti educativi e i genitori, a questa età, dovrebbero allearsi nell’individuare le predisposizioni personali e di temperamento dei bambini per sviluppare, in maniera empirica e adatta alle esigenze, alcune attività funzionali sul modello di quelle che vedremo in seguito».

Come si sviluppano le non cognitive skill nella scuola primaria
Nella scuola primaria permane una parte ludica evidente, ma si introduce l’insegnamento delle classiche materie scolastiche: «I maestri e le maestre non devono dividere gli insegnamenti cognitivi da quelli non cognitivi, perché non devono essere trattati come materie a parte ma essere percepiti come trasversali. Le attività sono dunque integrate alle varie discipline, ma non per questo sono mimetiche, anzi: devono essere esplicitate per far capire l’importanza delle non cognitive skill e il loro peso all’interno della valutazione. Nelle nostre sperimentazioni abbiamo osservato che lo sviluppo di queste capacità migliorano l’autoregolamentazione e la soluzione autonoma dei conflitti in classe, ma anche il rendimento negli aspetti cognitivi».

Come si sviluppano le non cognitive skill a casa
Il lavoro sui tratti della personalità e sul capitale psicologico non è diffuso in famiglia, ma basta poco per cambiare le cose: «Ai genitori suggerisco di inserire qualche routine e micro pratica quotidiana per cominciare a sviluppare le non cognitive skill del proprio figlio.

  • Creare una continuità con la scuola. «Ad esempio creare una continuità con il lavoro fatto a scuola prendendo spunto dalle attività suggerite in seguito».
  • Insegnate ai bambini a percepirsi competenti. «In generale, l’impostazione definita mindset è frutto di un lavoro quotidiano portato avanti in modo coerente da tutti gli agenti educativi: l’obiettivo anche in casa è quello di non favorire comportamenti disfunzionali con l’apprendimento, come ad esempio il pensiero che la matematica sia insormontabile o il non sentirsi in grado di superare un ostacolo. Percepirsi competenti necessita di essere insegnato».
  • Lezioni non frontali, ma dialogate (apertura mentale).


Basta schiaffi e sculacciate. Le punizioni fisiche sui bambini non educano e fanno danni psicologici

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La Scienza condanna le sculacciate. Alzare le mani sui bambini non è solo eticamente scorretto, ma è anche inutile da un punto di vista educativo e dannoso per la salute psichica. L’appello di ricercatori su Lancet: vietare per legge gli schiaffi ai bambini.

La Svezia è stato il primo Paese al mondo ad aver considerato illegale alzare le mani sui bambini per punirli. Era il 1979. Oggi le punizioni corporali nei confronti dei bambini sono un reato in 62 Paesi del mondo (l’Italia non è tra questi e neanche gli Stati Uniti). Ai validissimi motivi umani su cui si basa la scelta giuridica si aggiungono le ragioni della Scienza: essere maneschi con i bambini non è solo eticamente sbagliato, ma è anche inutile e dannoso. La condotta non migliora a suon di schiaffi e sculacciate mentre l’integrità psichica dei più piccoli può venire seriamente compromessa dalle violenze subite. La strategia del bastone, con o senza la carota, viene definitivamente bocciata dai ricercatori dell’Università del Texas con uno studio pubblicato su Lancet dove si dimostra che le punizioni corporali non hanno alcun potere educativo inducendo invece comportamenti problematici.
I ricercatori hanno passato in rassegna 69 studi (61 americani e 8 di altre nazioni) sugli effetti delle punizioni fisiche, come schiaffi e sculacciate, prestando grande attenzione a escludere dal campo di indagine i comportamenti che rientrano nella categoria degli abusi veri e propri. Alla fine è emerso che la punizione fisica non porta mai a nulla di buono e che anzi aumenta il rischio che insorgano problemi comportamentali in chi la subisce. E più gli adulti alzano le mani, più i bambini diventano problematici.
«Non ci sono prove che la punizione fisica faccia bene ai bambini. Tutte le prove indicano al contrario che la punizione fisica è dannosa per lo sviluppo e il benessere dei bambini», ha commentato.
«I genitori picchiano i loro figli perché pensano che così facendo il loro comportamento migliorerà. Sfortunatamente per i genitori che hanno alzato le mani, la nostra ricerca ha trovato prove chiare e convincenti che la punizione fisica non migliora il comportamento dei bambini, ma lo peggiora», ha detto Gershoff.
In tutti i 50 Stati degli USA il ricorso alle punizioni fisiche da parte dei genitori è legale. In 19 Stati gli insegnanti possono punire fisicamente gli alunni senza incorrere in denunce penali. «Questo è un problema di salute pubblica. Essendo stato ampiamente dimostrato che la punizione fisica ha il potenziale per causare danni ai bambini, i responsabili politici hanno la responsabilità di proteggere i bambini e legiferare per porre fine all’uso della punizione fisica in tutti i contesti», conclude Gershoff.

Leggi i risultati della ricerca

I bambini si comportano peggio dopo la sculacciata
Oltre alle modalità verbali e fisiche che possono essere considerate come abusi sui minori, come “colpire un bambino con un oggetto, colpire o schiaffeggiare il viso, la testa o le orecchie, lanciare un oggetto contro un bambino, minacciarlo” e molto altro ancora, anche le semplici punizioni corporali hanno comunque mostrato effetti negativi sui bambini. Lo studio ha fatto emergere che la sculacciata e altre forme di punizione infantile creavano nel tempo più comportamenti problematici esterni, come ad esempio “un aumento dell’aggressività, un incremento del comportamento antisociale e un aumento del comportamento distruttivo a scuola”. Il tutto indipendentemente dal sesso, dalla razza o dall’etnia del bambino. L’indagine condotta dalla prof. Gershoff ha inoltre rivelato che la punizione fisica aumentava i problemi di condotta, gli scoppi d’ira, il comportamento polemico e provocatorio, il rifiuto di seguire le regole e la vendicatività.


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