Rivista di formazione e aggiornamento di pediatri e medici operanti sul territorio e in ospedale. Fondata nel 1982, in collaborazione con l'Associazione Culturale Pediatri.

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a cura di Maria Valentina Abate

UOC di Pediatria, Ospedale di Treviglio (Bergamo)

Indirizzo per corrispondenza: valentina_aba@yahoo.it

Sommario

“Sì al vaccino Covid in gravidanza”. Il Position paper dei ginecologi italiani

Pediatri: la pandemia blocca gli accessi al Pronto Soccorso, -40%

Covid-19 e scuola, l’ISS: «Non è fra i primi contesti di trasmissione»

Covid, quando saranno vaccinati i bambini? Dosi, sperimentazioni e immunità di gregge

Covid e bambini. È la febbre il primo sintomo per 8 piccoli su 10. Solo l’8% trasmette il virus

ISTAT. Nuovo record negativo per la natalità: “Nel 2019 quasi 20mila in meno rispetto all’anno prima”

Se il bimbo stenta a parlare bisogna intervenire prima possibile

Alcol. Ministero: sono 8,7 mln i consumatori a rischio. Allarme binge drinking tra i giovani

L’allergia all’uovo guarisce prima se i bimbi mangiano biscotti


“Sì al vaccino Covid in gravidanza”. Il Position paper dei ginecologi italiani

“Ma la donna deve essere informata esaustivamente su tutti i pro e i contro”

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Le società scientifiche italiane SIGO, AOGOI, AGUI e AGITE hanno redatto un documento sulla vaccinazione Covid in gravidanza alla luce delle conoscenze attuali. Mancano ancora dati specifici ma “trattandosi comunque di un vaccino con mRNA, cioè non di un vaccino a virus vivo, e in cui le particelle di mRNA vengono rapidamente degradate, si ritiene che possano essere considerati sufficientemente sicuri nelle donne in gravidanza”. Il Position paper.

La Società italiana di ginecologia e ostetricia (SIGO), l’Associazione ostetrici ginecologi ospedalieri italiani (AOGOI), l’Associazione ginecologi universitari italiani (AGUI), l’Associazione ginecologi territoriali (AGITE) prendono posizione sulla vaccinazione Covid in gravidanza condividendo un Position paper ad interim sulla base delle conoscenze attuali.
Il documento è stato condiviso anche dalla Società Italiana di Neonatologia (SIN), dalla Società Italiana di Pediatria (SIP), dalla Società Italiana di Medicina Perinatale (SIMP), dalla Società Italiana Embriologia Riproduzione e Ricerca (SIERR) e dalla Federazione Nazionale degli Ordini della Professione di Ostetrica (FNOPO).
La premessa è che, come già sottolineato nelle linee guida internazionali e da AIFA, al momento “i dati disponibili sui vaccini sono derivanti solo da studi su modelli animali, e non hanno mostrato effetti dannosi in gravidanza”. Inoltre, “non sono disponibili dati di sicurezza ed efficacia nelle donne in gravidanza e allattamento”.
Tuttavia, si legge nel documento dei ginecologi e neonatologi italiani, “trattandosi comunque di un vaccino con mRNA (il riferimento è al vaccino Pfizer-BioNTech, l’unico attualmente autorizzato in Italia, NdR), cioè non di un vaccino a virus vivo, e in cui le particelle di mRNA vengono rapidamente degradate, si ritiene che possano essere considerati sufficientemente sicuri nelle donne in gravidanza”.

Inoltre, va tenuto conto di altri tre fattori:
1. le donne in gravidanza hanno un rischio analogo alla popolazione generale di contrarre l’infezione da SARS-CoV-2;
2. la maggior parte delle donne gravide che ha contratto l’infezione manifesta sintomi lievi-moderati: il ricovero in Terapia Intensiva si è osservato nel 3% dei casi e non è stata registrata al momento alcuna morte materna. Sono state registrate 4 morti in utero su 538 feti inclusi e nessuna morte neonatale (dati ISS);
3. i rischi materni sono aumentati in presenza di altre condizioni, quali l’età materna uguale o superiore a 35 anni, il tipo di attività lavorativa, co-morbilità come asma, obesità, diabete, ipertensione e l’appartenenza a etnia nera o altre minoranze etniche.

Su questi presupposti il Position paper evidenzia 7 indicazioni su come procedere rivolte sia alle donne in gravidanza che agli operatori del settore:
1. La vaccinazione è una scelta personale e la donna deve in tutti i casi essere informata in maniera esaustiva dal sanitario di fiducia su vari punti:

  • il livello di circolazione del virus nella comunità,
  • i potenziali rischi del vaccino,
  • i rischi connessi all’infezione da Covid-19 in gravidanza, sia per la salute materna che fetale,
  • i vaccini attualmente approvati dalla FDA non sono stati testati sulle donne gravide, e pertanto non vi sono dati relativi alla loro sicurezza in gravidanza.
  • il dato anamnestico di: età materna uguale o superiore a 35 anni, precedenti comorbilità come asma, obesità, diabete, ipertensione e l’appartenenza a etnia nera o altre minoranze etniche, rappresenta un rischio aggiuntivo di sviluppare una grave morbosità materna con possibili ripercussioni anche sugli esiti feto/neonatali.
  • l’occupazione professionale come operatrice sanitaria o caregiver in contesti in cui l’esposizione al virus è alta rappresenta un ulteriore elemento di rischio aggiuntivo da considerare nel decidere se vaccinarsi o meno in gravidanza e allattamento.

2. Le donne gravide che non hanno una storia recente di infezione da Covid 19 e che hanno specifici fattori di rischio aggiuntivi, possono considerare favorevolmente di ricevere il vaccino Covid 19, che è eseguibile in qualsiasi epoca di gravidanza.
3. Non vi sono controindicazioni all’esecuzione delle altre vaccinazioni (antinfluenzale e antipertosse) raccomandate in gravidanza. A scopo prudenziale, in assenza di evidenze, si raccomanda di mantenere un intervallo di almeno 14 giorni tra i vaccini.
Nello specifico:

  • in prossimità del picco epidemico influenzale, a prescindere dall’epoca di gravidanza, possono ricevere anche il vaccino anti-influenzale.
  • in prossimità della 28° settimana, epoca in cui è raccomandato il vaccino anti-pertosse, possono ricevere anche tale vaccino.

4. Le donne che allattano e non riportano una storia recente di infezione da Covid-19, possono considerare favorevolmente di ricevere il vaccino.
5. Le donne gravide che hanno riportato una storia recente di infezione da Covid-19, possono comunque considerare di scegliere di essere vaccinate; dato che le evidenze indicano che una reinfezione è altamente improbabile nei 90 giorni successivi all’inizio dell’infezione, si suggerisce di differire la vaccinazione fino alla fine di questo periodo.
6. Il desiderio riproduttivo non deve interferire nella scelta della donna a sottoporsi a vaccinazione.
7. Alle donne che decidono di non vaccinarsi è fondamentale ricordare l’importanza delle altre misure preventive quali l’utilizzo dei DPI, il distanziamento fisico e il lavaggio frequente delle mani.


Pediatri: la pandemia blocca gli accessi al Pronto Soccorso, -40%

A farne le spese sono i più fragili. Otto i bambini morti per coronavirus

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Ritardo di diagnosi per patologie gravi, terapie interrotte e accessi al Pronto Soccorso pediatrico ridotti in media del 40%. Queste sono alcune delle conseguenze della pandemia Covid sulla salute dei più piccoli secondo la Società Italiana di Pediatria (SIP). “A farne le spese sono soprattutto i più fragili, cioè quel milione di bambini con patologie croniche complesse che, durante le fasi più acute della pandemia, si sono trovati nella impossibilità di seguire i controlli, di raggiungere gli ospedali e spesso anche gli ambulatori dei pediatri di famiglia, con conseguenze negative sul piano clinico e psicologico”, ha spiegato Giovanni Corsello, past president SIP, intervenendo alla presentazione del congresso “La Pediatria italiana e la Pandemia da SARS-CoV-2”.
Per contro, sulla base degli ultimi dati forniti dall’Istituto Superiore di Sanità e aggiornati al 18 novembre, sono stati 8 i decessi per Covid-19 registrati nei bambini e nei ragazzi da 0 a 19 anni dall’inizio dell’epidemia, a fronte degli oltre 52.000 decessi registrati tra gli adulti. Sempre dall’inizio della pandemia il numero complessivo dei contagiati in questa fascia d’età è stato 149.219, pari al 12,2% del totale.


Covid-19 e scuola, l’ISS: «Non è fra i primi contesti di trasmissione»

Online il report dell’Istituto Superiore di Sanità "Apertura delle scuole e andamento dei casi confermati di SARS-CoV-2: la situazione in Italia"

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«La percentuale dei focolai in ambito scolastico si è mantenuta sempre bassa e le scuole non rappresentano i primi tre contesti di trasmissione in Italia, che sono il contesto familiare/domiciliare, sanitario assistenziale e lavorativo». È quanto evidenzia il report dell’Istituto Superiore di Sanità ’Apertura delle scuole e andamento dei casi confermati di SARS-CoV-2: la situazione in Italia‘, pubblicato sul sito dell’istituto. Il report spiega che dopo la riapertura delle scuole, nel mese di settembre 2020, l’andamento dei casi di Covid-19 nella popolazione in età scolastica ha seguito quello della popolazione adulta, rendendo difficile identificare l’effetto sull’epidemia del ritorno all’attività didattica in presenza.
Quello che si può notare è che pur con le scuole del primo ciclo sempre in presenza, salvo che su alcuni territori regionali, la curva epidemica mostra a partire da metà novembre un decremento, evidenziando un impatto sicuramente limitato dell’apertura delle scuole del primo ciclo sull’andamento dei contagi. Non solo: «L’incidenza giornaliera è risultata sovrapponibile fino al 20 ottobre per poi aumentare nelle persone non in età scolare rispetto a quelle in età scolare». A metà ottobre, ovvero ad un mese dalla riapertura delle scuole, la percentuale dei focolai in cui la trasmissione poteva essere avvenuta in ambito scolastico era intorno al 3,7% del totale, «valore che poi si è progressivamente ridotto».

203mila casi tra i 3 e i 18 anni negli ultimi quattro mesi del 2020
Secondo il report dell’ISS negli ultimi 4 mesi del 2020 (dal 24 agosto e al 27 dicembre) «sono stati diagnosticati in Italia come positivi per SARS-Cov-2 1.783.418 casi, di questi 203.350 (11%) in età scolare (3-18 anni)». «La percentuale dei casi in bambini e adolescenti è aumentata dal 21 settembre al 26 ottobre (con un picco del 16% nella settimana dal 12 al 18 ottobre) per poi tornare ai livelli precedenti - osserva il documento -. Le percentuali di casi in età scolare rispetto al numero dei casi in età non scolare oscillano tra l’8,6% della Valle d’Aosta e il 15,0% della provincia autonoma di Bolzano».
«La maggior parte dei casi in età scolare (40%) si è verificata negli adolescenti di età compresa tra 14 e 18 anni, seguiti dai bambini delle scuole primarie di 6-10 anni (27%), dai ragazzi delle scuole medie di 11- 13 anni (23%) e dai bambini delle scuole per l’infanzia di 3-5 anni (10%) - prosegue il report -. Nel mese di settembre, l’età mediana dei casi in età scolare è stata di circa 12 anni, per poi aumentare leggermente nel mese di ottobre e tornare al valore precedente a novembre e dicembre. La distribuzione dei casi tra femmine e maschi è risultata totalmente bilanciata a livello nazionale, ma con lievi differenze a livello regionale, talvolta con percentuali un po’ più alte per i maschi nel mese di settembre, prima della riapertura delle scuole».

Sileri: «Auspicabile riapertura scuole, rischio contagio basso»
«La scuola, come tutti i luoghi in cui i protocolli sono seguiti, è un luogo in cui il rischio di contagio è basso. La sua riapertura è dunque auspicabile, applicando un monitoraggio costante e prestando maggiore attenzione a ciò che c’è intorno ad essa, come il trasporto pubblico e la mobilità in generale».


Covid, quando saranno vaccinati i bambini? Dosi, sperimentazioni e immunità di gregge

I più piccoli non sono una categoria a rischio e i trial non sono ancora iniziati. La loro risposta immunitaria simile agli adulti con l’eccezione della fascia 0-2 anni che andrà studiata a fondo

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Nel piano di distribuzione del vaccino anti Covid che dovrebbe partire a gennaio si presterà particolare attenzione ai soggetti più fragili e a quelli più esposti. Per questo, secondo quanto sta elaborando il governo, i primi che riceveranno il vaccino anti Covid saranno gli operatori sanitari e gli anziani, soprattutto quelli ricoverati nelle RSA, dove nascono numerosi pericolosi focolai. «Verrà data la priorità alle categorie più esposte, sia a loro tutela, sia a tutela di chi a queste categorie viene affidato per l’assistenza» ha detto qualche giorno fa il presidente del Consiglio superiore di Sanità Franco Locatelli. Seguirà poi il resto della popolazione, forse toccherà poi agli studenti più grandi, anche se non sono state ancora davvero decise delle priorità. Ma quando toccherà ai bambini?

Bambini: non sono categoria a rischio
Locatelli ha confermato che anche i bambini verranno inclusi nel piano di vaccinazione nazionale, ma non saranno fra i primi. E i motivi sono due. I bambini si ammalano in genere meno gravemente di Covid-19, quindi non risultano una categoria a rischio. Inoltre si stanno concludendo (o si sono appena concluse) le ultime fasi di sperimentazione sugli adulti dei tre vaccini arrivati ormai a un passo, se non ci saranno intoppi, dall’approvazione degli Enti regolatori. Una volta che i vaccini saranno approvati per efficacia e sicurezza potranno partire trial su larga scala anche sui più piccoli. Attualmente non ci sono vaccini anti-Covid per la fascia pediatrica. «Gli studi inizieranno probabilmente verso aprile 2021, con la sperimentazione nei bambini» dice Antonella Viola, direttore scientifico dell’Istituto di Ricerca Pediatrica-Città della Speranza di Padova.

Perché vaccinare i bambini
Sebbene i più piccoli non sembrino essere in genere super diffusori di Covid-19 sappiamo che possono essere infettati. Hanno un rischio molto più basso di sviluppare una malattia grave o di morire rispetto agli adulti. Tuttavia in casi molto rari possono accusare come conseguenza all’infezione una grave condizione infiammatoria multisistemica, la «simil- Kawasaki». Ritardare troppo la vaccinazione dei bambini prolungherebbe in modo considerevole l’impatto della pandemia sull’istruzione, sulla salute e il benessere emotivo dei più piccoli Vaccinare anche i bambini sarà importante per raggiungere l’immunità di gregge. Se non si vaccinano i nuovi nati a fronte della morte dei più anziani si perderà infatti l’immunità sulla popolazione, è una strategia sanitaria.

Dosaggi ed effetti collaterali
«I bambini riceveranno lo stesso vaccino degli adulti, e molto probabilmente il dosaggio non sarà diverso. La risposta immunitaria a un vaccino di un bambino dai 4 anni è molto simile a quella di un adulto. Sarei sorpreso dell’opposto in un vaccino contro Covid» dice Sergio Abrignani, immunologo, ordinario di Patologia generale all’Università Statale di Milano. I possibili effetti collaterali possono variare anche se «in genere, con poche eccezioni - aggiunge Abrignani - sono più probabili effetti collaterali da vaccino in persone adulte che hanno una maggiore memoria immunitaria rispetto ai bambini che hanno un sistema immunitario ancora molto naïve, cioè con poche cellule di memoria, con molti linfociti ancora “vergini” che non hanno ancora incontrato il loro antigene».

Le sperimentazioni
Le sperimentazioni sui vaccini vengono svolte in fasi prima di ottenere l’approvazione. In genere si comincia con pochi adulti sani allargando via via la sperimentazione sia per numero sia per categorie. Una volta confermata la sicurezza di un vaccino allora viene testato anche su persone più anziane (nel caso di Covid è una categoria a rischio e i trial sono stati avviati precocemente) o su più giovani. Pfizer ha già esteso dal settembre 2020 l’arruolamento di adolescenti dai 16 anni e ha appena ottenuto l’autorizzazione dalla FDA per avviare un trial su ragazzini dai 12 anni in su. Anche Moderna avvierà trial su ragazzini dai 12 ai 17 anni. CanSino Biologics in Cina sta già includendo bambini (anche di sei anni) così come in India. Ma in genere i grandi colossi farmaceutici non si sono ancora mossi sui più piccoli proprio perché non sono considerati più a rischio rispetto al resto della popolazione. «È normale che in una situazione di emergenza come quella che stiamo vivendo sia stata data precedenza a un’altra categoria estrema, gli anziani che rappresentano la popolazione più a rischio» chiarisce Abrignani.

La fascia 0-2 anni
Andrà però indagata la fascia di età 0-2 anni. «I bambini così piccoli hanno in genere una risposta immunitaria incompleta e non completamente identica agli adulti perché ci sono ancora aree in via di sviluppo. Su di loro andranno certamente fatti studi specifici» sottolinea Abrignani. «Dal punto di vista immunologico i bambini tra i 2-6 anni si comportano quasi come gli adulti, e dai 7 sono sostanzialmente uguali». C’è dunque da aspettarsi che i vaccini, una volta approvati, saranno sicuri anche sui più piccoli. «Quando ci saranno dosi a sufficienza e dopo i trial su una fascia d’età più bassa potranno essere vaccinati anche loro» conclude l’immunologo.


Covid e bambini. È la febbre il primo sintomo per 8 piccoli su 10. Solo l’8% trasmette il virus

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Bassa quindi la trasmissibilità nelle scuole. Gli adolescenti hanno invece sintomi più simili agli adulti come mal di testa e alterazioni del gusto e dell’olfatto. L’infezione da SARS-CoV-2 nell’infanzia avviene prevalentemente in modo asintomatico o paucisintomatico. I risultati di uno studio multicentrico pediatrico della Società Italiana di Pediatria e dalla Società Italiana di Infettivologia Pediatrica (SIP-SItIP).
La febbre è il sintomo d’esordio più frequente (81,9% dei casi) dell’infezione da SARS-CoV-2 nel bambino, seguita da tosse (38%) e rinite (20,8%). Al quarto posto c’è la diarrea (16%).
Sono i risultati di uno studio multicentrico pediatrico condotto dalla Società Italiana di Pediatria (SIP) e dalla Società Italiana di Infettivologia Pediatrica (SItIP) su oltre 50 dei principali Centri Clinici infettivologici italiani, presentato in occasione del Congresso straordinario digitale della SIP.
“Il campione ha raccolto 759 pazienti, con più del 20% al di sotto di 1 anno di vita. A oggi può essere considerato il più dettagliato studio europeo sui casi pediatrici di infezione da Covid-19”.

L’indagine ha messo in evidenza che esiste un pattern tipico di presentazione con l’età. “Mentre i bambini sotto l’anno presentano più frequentemente tosse e rinite, i ragazzi più grandi, in età adolescenziale e preadolescenziale, hanno sintomi più tipici a quelli dell’adulto: alterazioni del gusto e dell’olfatto, vomito, mal di testa e dolore toracico”.
L’infezione da SARS-CoV-2 nell’infanzia, rileva lo studio, avviene prevalentemente in modo asintomatico o paucisintomatico: i bambini piccoli si possono infettare, ma spesso senza conseguenze. Si ammalano invece coloro che hanno già una patologia cronica, così come accade negli adulti e negli anziani, spiegano gli autori dello studio precisando che, la raccolta dei casi è stata effettuata prevalentemente in ospedale (il 12 % dei bambini era completamente senza sintomi).
Qual è la ragione per cui i bambini, e in special modo i più piccoli, si ammalano di meno? È ancora da scoprire, sottolineano gli esperti SItIP: “Le varie ipotesi attribuiscono un valore protettivo a una migliore risposta immunitaria, magari per il maggior stimolo delle altre infezioni virali frequenti nell’infanzia, per le tante vaccinazioni, per la minore espressione di recettori ACE-2 presenti nell’infanzia. Tutte ipotesi molto verosimili, ma ancora da confermare”.

Solo l’8% dei bimbi sono vettori del virus. Nel corso della sessione SItIP è stata anche presentata un’ampia rassegna di studi internazionali sulla contagiosità dei bambini. “Un’ampia analisi di molti studi scientifici conclude che i bambini raramente sono i carrier di Covid: si parla di un 8%. Per fare un confronto basta pensare che nell’epidemia di influenza aviaria H5N1 i bambini avevano, invece, portato l’infezione in famiglia in circa il 50% dei casi”, affermano Castelli Gattinara e Giangiacomo Nicolini, specialista in malattie infettive all’Ospedale San Martino di Belluno e membro del Consiglio direttivo SItIP.
“Il ritorno a scuola è da alcuni associato al ruolo dei bambini nella diffusione del coronavirus di questo autunno. In realtà - sottolineano Castelli Gattinara e Nicolini - tutte le indagini effettuate in vari Paesi del mondo dimostrano che la trasmissione avviene quasi sempre altrove e all’interno delle famiglie e gli studi in ambito scolastico mostrano una bassa trasmissibilità nelle scuole. Ecco perché gli asili e le scuole primarie possono rimanere aperte, con le opportune precauzioni e raccomandazioni di legge per la prevenzione dell’infezione da SARS-CoV-2, anzi devono farlo, data la loro importanza fondamentale per l’educazione e la socializzazione dei bambini”.
A riprova di questo i due infettivologi citano innanzitutto una vasta metanalisi pubblicata a fine settembre sulla rivista Jama Pediatrics su un campione di 41.600 bambini e adolescenti, più 269.000 adulti. Lo studio ha mostrato come la condizione di “contatto infetto” è circa la metà nei bambini rispetto agli adulti e anziani (probabilità di rischio: OR = 0,56). Anche la revisione di 81 articoli effettuata da Reza Sinaei della Kerman University of Medical Sciences, e pubblicata a settembre su World Journal of Pediatrics, mostra come i bambini riportino una minore percentuale di infezioni con manifestazioni meno gravi che negli adulti.

Che i più piccoli presentino una scarsa capacità di trasmettere il virus lo dimostrano pure gli studi sui focolai nelle scuole: “A giugno in Inghilterra su 30 focolai scolastici la trasmissione dai e ai bambini ha interessato solo 8 casi e da bambino a bambino solo 2 casi su 30. In Germania tra marzo e agosto sono stati registrati vari focolai scolastici che hanno rilevato come le infezioni sono state meno comuni nei bambini di 6-10 anni rispetto ai bambini più grandi e agli adulti che lavoravano nelle scuole”.
E uno studio italiano, di Danilo Buonsenso, pediatra della Fondazione Policlinico Agostino Gemelli IRCCS di Roma, sembrerebbe confermare quanto detto fin qui: “Al 5 ottobre 2020 un singolo caso di infezione veniva riportato in più del 90% delle scuole, mentre un cluster epidemico con più di 10 studenti è stato riportato da una sola scuola”, concludono i due medici.


ISTAT. Nuovo record negativo per la natalità: “Nel 2019 quasi 20mila in meno rispetto all’anno prima”

Leonardo e Sofia i nomi preferiti

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Continuano a diminuire i nati: nel 2019 sono 420.084, quasi 20mila in meno rispetto all’anno precedente e oltre 156 mila in meno nel confronto con il 2008. A diminuire sono soprattutto i nati da genitori entrambi italiani: 327.724 nel 2019, oltre 152 mila in meno rispetto al 2008. Il numero medio di figli per donna continua a scendere: 1,27 per il complesso delle donne residenti (1,29 nel 2018 e 1,46 nel 2010, anno di massimo relativo della fecondità).
Continuano a diminuire i nati in Italia. Secondo gli ultimi dati ISTAT pubblicati oggi nel 2019 sono 420.084, quasi 20 mila in meno rispetto all’anno precedente e oltre 156 mila in meno nel confronto con il 2008.
A diminuire sono soprattutto i nati da genitori entrambi italiani: 327.724 nel 2019, oltre 152 mila in meno rispetto al 2008. Il numero medio di figli per donna continua a scendere: 1,27 per il complesso delle donne residenti (1,29 nel 2018 e 1,46 nel 2010, anno di massimo relativo della fecondità).
Per l’ISTAT “si tratta di un fenomeno di rilievo, in parte dovuto agli effetti strutturali indotti dalle significative modificazioni della popolazione femminile in età feconda, convenzionalmente fissata tra 15 e 49 anni”.
“In questa fascia di popolazione - prosegue ISTAT - le donne italiane sono sempre meno numerose: da un lato, le cosiddette baby-boomer (ovvero le donne nate tra la seconda metà degli anni Sessanta e la prima metà dei Settanta) stanno uscendo dalla fase riproduttiva (o si stanno avviando a concluderla); dall’altro, le generazioni più giovani sono sempre meno consistenti. Queste ultime scontano, infatti, l’effetto del cosiddetto baby-bust, ovvero la fase di forte calo della fecondità del ventennio 1976-1995, che ha portato al minimo storico di 1,19 figli per donna nel 1995”.

La fecondità delle cittadine italiane verso il minimo storico
Nel 2019 le donne residenti in Italia hanno in media 1,27 figli (1,29 nel 2018), accentuando la diminuzione in atto dal 2010, anno in cui si è registrato il massimo relativo di 1,46. Per trovare livelli di fecondità così bassi bisogna tornare indietro ai primi anni duemila.
Tuttavia, in quegli anni la tendenza indicava un recupero dell’indicatore dopo il minimo storico di 1,19 figli per donna registrato nel 1995, recupero attribuibile in larga misura al crescente contributo delle donne straniere. Nel 2003, ad esempio, la fecondità delle straniere era pari a 2,52 figli per donna, rispetto al valore di 1,98 dell’anno più recente, in leggero aumento rispetto al 2018 (1,94).
Si conferma al Nord il primato dei livelli più elevati di fecondità riferito al totale delle residenti (1,30 nel Nord-Ovest e 1,32 nel Nord-Est), soprattutto nelle Province Autonome di Bolzano e Trento (rispettivamente 1,71 e 1,42), in Valle d’Aosta (1,31) e Lombardia (1,33).
Nel Mezzogiorno i livelli di fecondità restano stazionari rispetto all’anno precedente, attestandosi su 1,26 figli per donna, mentre al Centro il livello di fecondità è sceso da 1,23 a 1,19. A livello regionale, la Sardegna continua a presentare il più basso livello di fecondità (1,00), ancora in diminuzione rispetto al 2018 (1,02). Le differenze territoriali nella fecondità totale sono spiegate dal diverso contributo delle donne straniere: 2,1 al Nord, 1,78 al Centro e a 1,86 al Mezzogiorno.

In media si diventa madri a 31,3 anni
Le donne residenti in Italia hanno accentuato il rinvio dell’esperienza riproduttiva verso età sempre più avanzate; rispetto al 1995, l’età media al parto aumenta di oltre due anni, arrivando a 32,1 anni; in misura ancora più marcata cresce anche l’età media alla nascita del primo figlio, che si attesta a 31,3 anni nel 2019 (3,3 anni in più rispetto al 1995). Le Regioni del Centro sono quelle che presentano il calendario più posticipato (32,5 anni). Le madri residenti nel Lazio hanno un’età media al parto pari a 32,6 anni, superate solo da quelle della Basilicata e della Sardegna (con un valore di 32,8 anni entrambe).

Al Nord più di un nato su cinque ha genitori entrambi stranieri
“A partire dagli anni duemila - prosegue l’Istituto di Statistica - l’apporto dell’immigrazione, con l’ingresso di popolazione giovane, ha parzialmente contenuto gli effetti del baby-bust; tuttavia, l’apporto positivo dell’immigrazione sta lentamente perdendo efficacia man mano che invecchia anche il profilo per età della popolazione straniera residente”.
Al primo posto tra i nati stranieri iscritti in anagrafe si confermano i bambini rumeni (12.215 nati nel 2019), seguiti da marocchini (8687), albanesi (6684) e cinesi (3121). Queste quattro comunità rappresentano quasi la metà del totale dei nati stranieri (49,3%).
L’incidenza delle nascite da genitori entrambi stranieri sul totale dei nati è notoriamente molto più elevata nelle Regioni del Nord (21,2% nel Nord-Est e 21,1% nel Nord-Ovest) dove la presenza straniera è più stabile e radicata e, in misura minore, in quelle del Centro (17,4%); nel Mezzogiorno l’incidenza è molto inferiore rispetto al resto d’Italia (6,1% al Sud e 5,3% nelle Isole).
Nel 2019 è di cittadinanza straniera un nato su quattro in Emilia-Romagna (25%), il 22% dei nati in Lombardia, circa un nato su cinque in Veneto, Liguria, Toscana e Piemonte. La percentuale di nati stranieri è decisamente più contenuta in quasi tutte le Regioni del Mezzogiorno, con l’eccezione dell’Abruzzo (10%).

Leonardo e Sofia i nomi preferiti dai neogenitori
Sulla base delle informazioni contenute nella rilevazione degli iscritti in anagrafe per nascita, l’ISTAT elabora la distribuzione dei nomi maschili e femminili più frequenti nel 2019.
A livello nazionale, il nome Leonardo mantiene il primato conquistato nel 2018, mentre Francesco, anche quest’anno si conferma al secondo posto. In terza posizione, Lorenzo scalza Alessandro che scende al quarto posto. Per quanto riguarda i nomi femminili rimane in prima posizione Sofia, ma si rileva uno scambio sul podio tra Aurora che sale al secondo posto dal terzo, quest’anno occupato da Giulia.
Nonostante ci siano oltre 27mila nomi diversi per i bambini e quasi 26mila per le bambine (includendo sia i nomi semplici sia quelli composti), la distribuzione del numero di nati secondo il nome rivela un’elevata concentrazione intorno ai primi 30 in ordine di frequenza, che complessivamente coprono oltre il 44% di tutti i nomi attribuiti ai maschi e oltre il 38% di quelli delle femmine.


Se il bimbo stenta a parlare bisogna intervenire prima possibile

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Trenta mesi è il periodo in cui devono essere valutati eventuali problemi nella pronuncia delle parole e nella formazione delle frasi. Importante intervenire presto, prima che il difetto si cristallizzi. Entro i 3-4 anni è più facile recuperare.

I l momento in cui il bambino sillaba «mamma» o «papà» è atteso con trepidazione dai i genitori. Se stenta ad arrivare e ci si chiede allora se ci sia qualcosa che non va. Per orientarsi, la Federazione Logopedisti Italiani assieme all’Associazione CLASTA (Communication and Language Acquisition Studies in Typical and Atypical populations) ha messo a punto un documento in cui si indicano le tappe dello sviluppo da osservare e soprattutto gli interventi possibili per risolvere eventuali difficoltà comunicative. Spiega Tiziana Rossetto, presidente FLI: «Trenta mesi è il limite massimo entro cui va prestata attenzione agli indici predittivi di un possibile disturbo primario del linguaggio, valutando il vocabolario espressivo e la comprensione ma anche la situazione socioeconomica della famiglia, perché una condizione svantaggiata favorisce la persistenza di un eventuale difficoltà linguistica; intorno ai quattro anni è consigliabile arrivare alla diagnosi, per poter intervenire al meglio».

Chi inizia in ritardo
Se fra i tre e i quattro anni ci sono sintomi (per esempio un lessico molto scarno o frasi estremamente limitate e incomplete nella struttura, deficit di comprensione e comunicazione o difficoltà nel produrre suoni che rendono il parlato poco intellegibile) è quindi opportuno rivolgersi a uno specialista del linguaggio per capire se qualcosa non va. È questa l’età giusta per arrivare alla diagnosi: prima dei tre anni l’11-13 per cento dei bimbi ha un ritardo del linguaggio, ma nel 70 per cento dei casi proprio intorno ai tre anni c’è un recupero e tutto rientra nella norma. Sono i parlatori tardivi, che quasi mai poi hanno difficoltà concrete a scuola. Come specifica Rossetto, «La difficoltà ad acquisire la lingua a cui si è esposti è il più frequente disturbo del neurosviluppo in età prescolare: riguarda circa il 7 per cento dei bambini, in prevalenza maschi, e può presentarsi con diversa gravità, a volte come incapacità a esprimersi in modo corretto, nei casi più difficili si riduce anche la comprensione del parlato». Se i problemi persistono dopo i tre, quattro anni la probabilità di un recupero spontaneo prima di arrivare alla scuola primaria è minima, ecco perché la diagnosi di eventuali disturbi deve arrivare in questo periodo.

Il ruolo dei genitori
«L’obiettivo è non riconoscere il disturbo troppo tardi, quando si è stabilizzato e può diventare più difficile da affrontare», aggiunge Anna Giulia De Cagno, vicepresidente FLI. «Esistono per esempio questionari che possono aiutare a capire se le tappe normali sono rispettate: il pediatra o il logopedista possono far rispondere i genitori a queste semplici domande già quando il bambino ha uno, due o tre anni. Osservare il figlio, considerarlo un “comunicatore attivo” fin da piccolissimo è fondamentale per cogliere i primi indizi di un problema. E se c’è qualche oggettiva difficoltà e una diagnosi di disturbo del linguaggio, mai smettere di stimolare la comunicazione col piccolo: molti genitori tendono a parlare di meno se il figlio ha la diagnosi di un disturbo del linguaggio, ma questo crea danni aggiuntivi».

La tempistica
Intervenire con percorsi strutturati di recupero del linguaggio è importante, ma l’accesso non è sempre immediato e per i servizi di logopedia erogati dal Servizio Sanitario Nazionale le attese possono essere lunghe, come sottolinea De Cagno: «Anche uno o due anni, ma è un assurdo: intervenire presto significa spesso risolvere il problema in tempi brevi, rimandare implica agire su un disturbo che con i mesi si cristallizza e rischia di avere conseguenze peggiori, oltre che comportare terapie più lunghe e complesse».


Alcol. Ministero: sono 8,7 mln i consumatori a rischio. Allarme binge drinking tra i giovani

Nel 7,8% degli incidenti stradali guidatore è in stato di ebrezza

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Continuano a crescere i consumatori fuori pasto e quelli occasionali, mentre diminuisce il consumo giornaliero di alcolici ai pasti. Resta allarmante il fenomeno del binge drinking nei giovani, la fascia di popolazione più a rischio. La Relazione al Parlamento del Ministero della Salute.

Otto milioni e 700mila consumatori a rischio, 65mila persone alcoldipendenti prese in carico dai Servizi alcologici, oltre 5000 incidenti stradali rilevati soltanto da Polizia e Carabinieri. Questi alcuni dati contenuti nella Relazione al Parlamento sugli interventi realizzati nel 2019 in materia di alcol e problemi correlati, trasmessa dal ministro della Salute Roberto Speranza alle Camere il 1° dicembre 2020.

Il fenomeno
Il consumo di alcol rappresenta un importante problema di salute pubblica, in quanto responsabile in Europa di circa il 4% di tutte le morti e di circa il 5% degli anni di vita persi per disabilità. Secondo i dati ISTAT, anche per 2018, si conferma la tendenza degli ultimi anni, che mostra un aumento del consumo di alcol occasionale (dal 44% al 46%) e del consumo fuori pasto (dal 29% al 30%) mentre si osserva una diminuzione del consumo giornaliero (da 21,4% a 20,6%).

Consumatori a rischio, minori e over 65 i più inconsapevoli
La prevalenza dei consumatori a rischio, elaborata attraverso l’indicatore di sintesi dall’Istituto Superiore di Sanità, mostra che nel 2018 il 23,4% degli uomini e l’8,9% delle donne di età superiore a 11 anni, per un totale di quasi 8.700.000 individui (M=6.200.000, F=2.500.000) non si sono attenuti alle indicazioni di salute pubblica sul consumo di bevande alcoliche (Linee Guida per una sana alimentazione - Centro di Ricerca e Nutrizione anno 2018).
La fascia di popolazione più a rischio per entrambi i generi è quelle dei 16-17enni (M=48,3%, F=40,7%), seguita dagli anziani ultra 65enni. Verosimilmente a causa di una carente conoscenza o consapevolezza dei rischi che l’alcol causa alla salute, circa 800.000 minorenni e 2.700.000 ultra sessantacinquenni sono individui da considerare a rischio per patologie e problematiche alcol-correlate, esattamente quei target di popolazione sensibile per i quali gli OMS e Commissione Europea raccomandano azioni di intervento, volte a sensibilizzare le persone sulla non conformità dei loro consumi alle raccomandazioni di sanità pubblica.
La prevalenza di consumatori a rischio di sesso maschile è superiore a quelle delle donne per tutte le classi di età a eccezione dei ragazzi.

Binge drinking
Tra i comportamenti a rischio nel consumo di bevande alcoliche tra i giovani il binge drinking rappresenta ancora l’abitudine più diffusa e consolidata. Secondo lo studio sui modelli di consumo tra i giovani, nel 2018 il fenomeno del binge drinking ha riguardato il 17,2% dei giovani tra i 18 e i 24 anni di età, di questi il 22,6% maschi e l’11,1% femmine, dati sovrapponibili a quelli dell’anno precedente (ISTAT).

Dipendenza dall’alcol, più di 65 mila persone hanno fatto ricorso ai Servizi alcologici, circa 18 mila sono nuovi utenti
Nel 2018 sono stati presi in carico presso i servizi 65.520 persone. I nuovi utenti sono stati 17.887 (13.754 maschi e 4133 femmine), gli utenti già in carico sono stati 47.633 (36.440 maschi e 11.193 femmine). L’analisi per età evidenzia che la classe modale è 40-49 anni con 19.390 utenti sia per l’utenza totale che per le due categorie dei nuovi e vecchi utenti.
Si osserva una diminuzione del consumo esclusivo di vino e birra mentre aumenta l’abitudine a consumare altri alcolici insieme al vino e birra, specialmente tra le donne di 45 anni e più. Il consumo di alcol è più forte nel Centro-Nord, soprattutto nel Nord-Est, e tra i maschi.

Alcol e titolo di studio
La quota di consumatori di bevande alcoliche aumenta al crescere del titolo di studio conseguito, ciò avviene soprattutto per le donne e, soprattutto, in relazione al consumo fuori pasto. Andamento inverso ha, invece, il consumo quotidiano, che risulta crescente al diminuire del titolo di studio, soprattutto per gli uomini.

Accessi in Pronto Soccorso e ricoveri ospedalieri
Nel corso del 2018 si sono verificati complessivamente 40.083 accessi in Pronto Soccorso (quasi 1.000 accessi in più rispetto all’anno precedente), caratterizzati da una diagnosi principale o secondaria attribuibile all’alcol. Di questi il 70% si riferisce ad accessi di maschi e il restante 30% ad accessi di femmine. La distribuzione degli accessi in Pronto Soccorso per triage medico mostra che il 66% degli accessi avviene in codice verde, il 22% in codice giallo, il 10% in codice bianco e il 2% in codice rosso.
Dai dati ricavati dalle Schede di Dimissione Ospedaliera (SDO) nel 2018 si rilevano complessivamente 55.032 dimissioni ospedaliere, caratterizzate dall’avere indicata almeno una patologia attribuibile all’alcol. Delle 55.032 dimissioni ospedaliere, il 59% presenta tale diagnosi come principale motivo del ricovero, mentre per il restante 41% tale diagnosi è indicata come secondaria. La distribuzione mostra la netta prevalenza delle patologie epatiche croniche, come steatosi, epatite e cirrosi (56,2% delle dimissioni); seguono le sindromi da dipendenza da alcol, come intossicazione acuta (ubriacatezza acuta in corso di alcolismo) e alcolismo cronico e dipsomania (22,4%). I ricoveri per abuso di alcol, effetti postumi all’eccessiva assunzione più o meno occasionale di alcol, hangover, ebbrezza e ubriachezza, si collocano al terzo posto (15,6%).

Decessi attribuiti all’alcol
I dati relativi ai decessi totalmente alcol-attribuibili attualmente disponibili si riferiscono ai decessi avvenuti in Italia nel 2016. Nell’anno 2016 il numero di decessi è stato pari a 1290, di cui 1032 (80,0%) uomini e 258 donne (20,0%); questi dati sono in leggero aumento rispetto all’anno precedente. Le due patologie che causano il numero maggiore di decessi, sia tra gli uomini che tra le donne, sono le epatopatie alcoliche (M=759; F=203) e sindromi psicotiche indotte da alcol (M=201; F=42) che, nel complesso, causano il 93,0% dei decessi alcol-attribuibili tra gli uomini e il 95,0% tra le donne. La mortalità alcol-attribuibile è più elevata nella popolazione di età più avanzata sia per gli uomini che per le donne. L’analisi della mortalità alcol attribuibile a livello regionale fa emergere una variabilità territoriale piuttosto elevata. Le Regioni che nel 2016 hanno fatto registrare i livelli statisticamente più elevati di mortalità sono state la Valle D’Aosta, la Provincia Autonoma di Bolzano, il Friuli Venezia Giulia, il Molise. Le Regioni che viceversa hanno fatto registrare valori inferiori alla media nazionale in maniera statisticamente significativa sono state la Sicilia, la Toscana, l’Umbria e l’Emilia Romagna.

Incidenti stradali, nel 7,8% dei casi un conducente era in stato di ebbrezza
Carabinieri e Polizia Stradale, organi che rilevano circa un terzo del totale degli incidenti stradali con lesioni, hanno reso disponibili i dati riferiti all’anno 2018 sulle contravvenzioni elevate per guida in stato di ebbrezza e sotto l’effetto di stupefacenti in occasione di incidente stradale. Da tali dati risulta che, in totale per i due organi di rilevazione, sono 5097 gli incidenti stradali per i quali almeno uno dei conducenti dei veicoli coinvolti era in stato di ebbrezza, quindi l’8,7% degli incidenti rilevati dai Carabinieri e dalla Polizia Stradale risulta essere alcol-correlato, in aumento rispetto al 2017, quando tale percentuale era pari al 7,8%.


L’allergia all’uovo guarisce prima se i bimbi mangiano biscotti

Studio IRCCS Materno-Infantile “Burlo Garofolo” condotto su 86 pazienti per 4 anni

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Nei bambini allergici all’uovo non è necessario, nella maggioranza dei casi, eliminare dalla dieta tutti gli alimenti contenenti l’uovo. Anzi, mantenere un’assunzione regolare di “uovo cotto in matrice di frumento”, come ad esempio i comuni biscotti all’uovo, facilita l’attivazione dei meccanismi immunologici alla base dello sviluppo della tolleranza all’alimento. È quanto ha dimostrato uno studio dei ricercatori della Clinica Pediatrica dell’IRCCS Materno-Infantile “Burlo Garofolo” di Trieste, pubblicato sulla rivista scientifica del Karolinska Institute di Stoccolma, Acta Pediatrica.
Anche se la maggioranza dei bambini allergici crescendo acquisisce spontaneamente la tolleranza all’uovo, una percentuale minore continua ad avere reazioni anche in età adulta. “Con l’intento di migliorare la qualità di vita accelerando l’acquisizione di tolleranza e cercando di indurre la guarigione - spiega Egidio Barbi, direttore della Clinica Pediatrica e co-Autore dello studio condotto, tra gli altri, da Laura Badina e Irene Berti della Allergologia dell’Istituto - la scienza medica ha sviluppato protocolli di ‘desensibilizzazione orale’, ovvero assunzione progressiva di minime quantità dell’alimento offendente poi incrementate gradualmente”. In questo studio sono stati seguiti per un quadriennio 86 bambini tra i 3 e gli 8 anni, allergici all’uovo con reazioni sistemiche significative. La ricerca ha dimostrato che, senza dover passare da una “desensibilizzazione” con l’uovo fresco, si può inserire nella dieta l’uovo “cotto in matrice di frumento” migliorando la prognosi. Lo studio ha confermato che l’uovo dei biscotti è tollerato in un’alta percentuale di bambini allergici e può essere da subito introdotto nella dieta. Inoltre è stato riscontrato un miglioramento dei parametri immunologici nei bambini che assumono regolarmente i biscotti all’uovo simile a quanto si registra nella desensibilizzazione orale con l’uovo puro.
Dopo un anno di assunzione regolare di uovo “cotto in matrice di frumento”, tutti gli 86 bambini sono stati sottoposti a un “test di scatenamento” con uovo fresco: in circa il 60% il test è risultato negativo. “Si tratta - conclude Barbi - di una prova concettuale di importante significato clinico, facilmente applicabile su vasta scala”.


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Abate MV (a cura di). “Sì al vaccino Covid in gravidanza”. Il Position paper dei ginecologi italiani - Pediatri: la pandemia blocca gli accessi al Pronto Soccorso, -40% - Covid-19 e scuola, l’ISS: «Non è fra i primi contesti di trasmissione» - Covid, quando saranno vaccinati i bambini? Dosi, sperimentazioni e immunità di gregge - Covid e bambini. È la febbre il primo sintomo per 8 piccoli su 10. Solo l’8% trasmette il virus - ISTAT. Nuovo record negativo per la natalità: “Nel 2019 quasi 20mila in meno rispetto all’anno prima” - Se il bimbo stenta a parlare bisogna intervenire prima possibile - Alcol. Ministero: sono 8,7 mln i consumatori a rischio. Allarme binge drinking tra i giovani - L’allergia all’uovo guarisce prima se i bimbi mangiano biscotti. Medico e Bambino 2021;24(1) https://www.medicoebambino.com/?id=NEWS2101_10.html