Rivista di formazione e di aggiornamento professionale del pediatra e del medico di base, realizzata in collaborazione con l'Associazione Culturale Pediatri

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a cura di Maria Valentina Abate

UOC di Pediatria, Ospedale di Treviglio (Bergamo)

Indirizzo per corrispondenza: valentina_aba@yahoo.it

Sommario

Bronchiti da bimbi, asma e polmonite da adulti

Covid-19: scoperto il meccanismo che scatena la risposta infiammatoria nei bambini

Alcol in gravidanza. SIN: “Gravi problemi per il neonato, anche a lungo termine”

AIFA: no all’uso di diosmectite in bimbi sotto 2 anni

Gli effetti del lockdown su bambini e adolescenti: aumentati mal di testa e ossessioni

Varicocele e dolore testicolare: cosa c’è da sapere

Trauma cranico, prima causa di morte in età evolutiva

Medicine complementari e alternative: medicalizzazione inutile e potenziali effetti collaterali


Bronchiti da bimbi, asma e polmonite da adulti

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Avere una bronchite prima dei sette anni di età predispone a soffrire di patologie come asma e polmonite da adulti. Questa associazione emerge da uno studio australiano partito nel 1961, che ha osservato, per una media di 46 anni, oltre 3mila persone nate in quell’anno. Lo studio è stato presentato pochi giorni fa al Congresso virtuale della European Respiratory Society.

I bambini che hanno avuto almeno una bronchite prima dei sette anni, da adulti sono esposti a un maggior rischio di sviluppare patologie come asma e polmonite. È quanto emerge da uno studio australiano presentato recentemente al Congresso virtuale della European Respiratory Society.
“I nostri risultati rafforzano le evidenze che la pneumopatia in età adulta può avere origine nella prima infanzia e che la bronchite da bimbi può influire negativamente sulla salute polmonare nelle persone di mezza età”, dice Jennifer Perret dell’Università di Melbourne, Autrice principale dello studio.
Perret e il suo team hanno analizzato l’associazione tra bronchite da bambini e problemi polmonari in adulti di mezza età partecipanti al Tasmanian Longitudinal Health Study, che ha seguito oltre 8500 persone nate in Tasmania nel 1961.
Quando sono entrate nello studio, quasi sessant’anni fa, è stata valutata la loro funzionalità polmonare e i loro genitori hanno fornito informazioni sul fatto che i figli avessero sofferto o meno di asma o bronchite prima del settimo compleanno. I partecipanti sono stati seguiti per una media di 46 anni.
I ricercatori hanno poi diviso i 3085 eletti allo studio in quattro gruppi, in base alla segnalazione o meno di bronchite da parte dei genitori:

  • assenza di bronchite (n = 1,616, 53%)
  • bronchite non ricorrente, con un numero di episodi compreso tra uno e cinque, durati meno di un mese (n = 873, 28%)
  • bronchite ricorrente, con almeno sei episodi di durata inferiore a un mese (n = 555, 18%)
  • bronchite ricorrente protratta, con sei o più episodi della durata minima di un mese (n = 41, 1,3%)

Rispetto al gruppo di riferimento “assenza di bronchite prima dei sette anni”, le persone con episodi non ricorrenti, ricorrenti o ricorrenti protratti di bronchite da bambini presentavano rispettivamente un rischio di 1,4 volte, 2 volte e 3,2 volte più elevato di polmonite entro un’età media di 53 anni. Inoltre, avevano un rischio 1,3 volte, 2,7 volte e 6,4 volte superiore di soffrire di asma.
Circa 14 soggetti ogni 100 nel gruppo di riferimento hanno ricevuto diagnosi di polmonite entro la mezza età, rispetto ai 19,25 e 35 ogni 100 nei gruppi della bronchite non ricorrente, ricorrente o ricorrente protratta.
Nel gruppo di riferimento, 19 partecipanti ogni 100 hanno ricevuto diagnosi di asma nella mezza età, rispetto ai 33, 50 e 70 ogni 100 nei gruppi non ricorrente, ricorrente o ricorrente protratta.
“Le associazioni con asma e polmonite erano più forti con l’aumentare della gravità della bronchite da bambini”, sottolinea Perret. “Tuttavia, non è emerso nessun legame statisticamente significativo tra bronchite da piccoli e bronchite cronica nelle persone di mezza età. Un risultato inaspettato; un ulteriore studio potrebbe fornire maggiori informazioni”.


Covid-19. Scoperto il meccanismo che scatena la risposta infiammatoria nei bambini

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Uno studio dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù con il Karolinska Institutet di Stoccolma fa luce sulla MIS-C, malattia infiammatoria confusa inizialmente con la Kawasaki. Le due patologie hanno manifestazioni simili, ma caratteristiche immunologiche differenti. La ricerca apre la strada a diagnosi precoci con test specifici e a trattamenti mirati. I risultati dello studio sono stati pubblicati su “Cell”.

Scoperto il meccanismo che scatena la grave risposta infiammatoria nei bambini con Covid-19. Inizialmente confusa con la malattia di Kawasaki, questa malattia infiammatoria sistemica causata nei bambini dall’infezione da SARS-Cov-2 è denominata MIS-C (Multisystem Inflammatory Syndrome in children).
A identificarne il profilo immunologico e a riconoscerne il funzionamento sono stati i ricercatori dell’ospedale pediatrico della Santa Sede in collaborazione con il Karolinska Institutet di Stoccolma. La ricerca, i cui  risultati sono stati appena pubblicati sulla rivista scientifica Cell, apre la strada a test specifici per la diagnosi precoce e a trattamenti mirati.
All’inizio della pandemia da SARS-CoV-2 i bambini sembravano essere quasi immuni dalle conseguenze del nuovo coronavirus. Andando avanti è diventato però evidente come anche loro, seppur in modo meno grave, potessero ammalarsi di Covid-19. In alcuni casi, purtroppo, i bambini possono persino sviluppare una grave forma di infiammazione sistemica, la MIS-C, una nuova patologia che può insorgere dopo aver contratto il coronavirus. I piccoli pazienti che ne sono affetti manifestano vasculite (infiammazione dei vasi sanguigni), problemi cardiaci, intestinali e un aumento sistemico dello stato infiammatorio. Si tratta di caratteristiche in parte in comune con un’altra vasculite - la malattia di Kawasaki - che avevano fatto pensare in un primo momento a un nesso di causalità proprio tra la Kawasaki e l’infezione da SARS-Cov-2.

Lo studio CACTUS - Immunological studies in children affected by Covid and acute diseases -  è stato messo a punto da medici e ricercatori del Bambino Gesù nel corso dell’emergenza sanitaria per cercare di capire la malattia da SARS-CoV-2 nel bambino. Alla ricerca hanno collaborato il Centro Covid-19 di Palidoro, il gruppo di Pediatria Generale che negli ultimi anni si è dedicato allo studio della malattia di Kawasaki e quello di Immunologia clinica e Vaccinologia del Dipartimento Pediatrico Universitario Ospedaliero. Sono stati coinvolti 101 bambini, di cui 13 con Covid, che hanno sviluppato la forma multisistemica infiammatoria, 41 con Covid, 28 con patologia di Kawasaki insorta in epoca pre Covid e 19 sani.

I risultati
In entrambe le malattie, Kawasaki e MIS-C, è stata rilevata un’alterazione dei livelli delle citochine (mediatori dell’infiammazione) coinvolte nella risposta immunitaria, ma con delle differenze: ad esempio l’interleuchina 17a (IL-17a) è risultata particolarmente aumentata nei bambini con malattia di Kawasaki ma non in quelli con Covid e MIS-C.
Rispetto ai bambini con Kawasaki, nei pazienti affetti da Covid che sviluppano MIS-C è stata individuata un’elevata presenza di auto-anticorpi, cioè di anticorpi diretti contro particolari porzioni di tessuto cardiaco o sostanze propri dell'organismo stesso, che agiscono contro due specifiche proteine (endoglina e RPBJ). Questi auto-anticorpi possono determinare il danno vascolare e cardiaco tipico della MIS-C.
Anche dal punto di vista cellulare sono emerse differenze sostanziali tra le due patologie. I bambini affetti da COVID, infatti, presentano un particolare tipo di linfociti T (sottotipo di globuli bianchi deputati alla difesa dell’organismo) con funzione immunitaria alterata rispetto ai bambini con malattia di Kawasaki. Questa alterazione è alla base dell’infiammazione e della produzione di autoanticorpi contro il cuore.

Le prospettive
I differenti indicatori individuati tra le due patologie hanno permesso di chiarire i meccanismi immunologici responsabili del loro sviluppo e consentiranno in un futuro prossimo di mettere a punto specifici test di laboratorio per arrivare a una diagnosi certa e precoce.
Monitorare i linfociti T e lo spettro degli anticorpi nei bambini affetti da Covid-19 permetterà di diagnosticare precocemente quei pazienti che sono a rischio di sviluppare una forma di MIS-C. “Questi risultati rappresentano un'importante scoperta anche per scegliere in maniera più accurata e basata su evidenze scientifiche i protocolli per la cura dell’infiammazione sistemica correlata all'infezione da SARS-CoV-2 e malattia di Kawasaki”.

Le terapie
Dai risultati della ricerca emerge l’indicazione di trattare con immunoglobuline ad alte dosi per limitare l’effetto degli autoanticorpi, con anakinra (un principio attivo immunosoppressivo che blocca i recettori dell’interleuchina-1) e con cortisone i bambini con MIS-C in una fase precoce per bloccare l’infiammazione secondaria a danno dei vasi. Al contrario, nei pazienti pediatrici viene sconsigliato l’utilizzo di tocilizumab (anti-IL6) e di farmaci bloccanti TNF-a. Per i pazienti con Kawasaki, i dati suggeriscono per la prima volta la potenziale efficacia di un farmaco che blocca l’IL-17 (secukinumab) per controllare l’infiammazione alla base di questa malattia.


Alcol in gravidanza. SIN: “Gravi problemi per il neonato, anche a lungo termine”

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In occasione della Giornata mondiale sulla sindrome feto-alcolica e i disturbi correlati che si celebra il 9 settembre, la SIN richiama l’attenzione sulle disabilità e i problemi derivanti dall’uso di bevande alcoliche durante la gravidanza, per contrastare il problema e contribuire alla diffusione di una corretta informazione. Per la Società Italiana di Neonatologia c'è ancora poca informazione e troppa accondiscendenza culturale con le donne in età fertile. 

Nel mondo, circa il 60% delle donne beve alcol durante la gravidanza e ogni anno nascono circa 120 mila bambini (in Italia quasi 2500) che probabilmente svilupperanno lo spettro dei disordini feto-alcolici (FASD). Si tratta di una grande eterogeneità di anomalie fisiche e neuro-comportamentali, di gravità molto variabile e relative sequele, che possono colpire il nascituro esposto all’alcol durante la gravidanza e l’allattamento.
“A livello mondiale, la stima della prevalenza della sindrome feto-alcolica (FAS), che rappresenta la più grave ed evidente forma tra le alterazioni imputabili all’alcol, oscilla tra lo 0,5 e i 3 casi su 1000 nati vivi nella maggior parte delle popolazioni, mentre l’intero spettro dei disturbi correlati (FASD), riguarda circa l’1% della popolazione globale. Un dato che deve far riflettere è che la FASD attualmente costituisce la prima causa di ritardo mentale nei bambini dei Paesi ad alto tenore economico”, afferma Fabio Mosca, presidente della Società Italiana di Neonatologia (SIN).
In occasione della Giornata mondiale sulla sindrome feto-alcolica e i disturbi correlati che si celebra il 9 settembre, la SIN richiama l’attenzione sulle disabilità e i problemi derivanti dall’uso di bevande alcoliche durante la gravidanza, per contrastare il problema e contribuire alla diffusione di una corretta informazione. È noto ormai da tempo come l’alcol, anche in piccolissime dosi, se assunto in gravidanza e durante l’allattamento, sia una sostanza teratogena che può causare gravi problemi al nascituro, anche a lungo termine.
"Tra questi la sindrome feto-alcolica (FAS), una condizione malformativa complessa, diagnosticabile già in epoca neonatale, caratterizzata da specifiche malformazioni facciali (rime palpebrali brevi, labbro superiore sottile, filtro naso-labiale piatto e allungato), microcefalia, deficit di crescita staturo-ponderale e ritardo neuro-psicomotorio.
Il pattern cognitivo-comportamentale dei bambini con FAS può includere deficit di funzionalità esecutiva e motoria, sia fine che grossolana, di elaborazione/integrazione delle informazioni, discrepanze tra abilità verbali e non verbali, disturbi di apprendimento, dell’attenzione e iperattività. Se non opportunamente individuate e trattate in età precoce, tali problematiche possono comportare una serie di disabilità secondarie che tendono a manifestarsi soprattutto in adolescenza, quali scarso rendimento scolastico o lavorativo, mancanza di vita autonoma e difficoltà socio-relazionali", spiega la SIN.
"Molte future mamme sono erroneamente convinte che consumare vino, birra, liquori, amari o superalcolici in maniera “moderata” non comporti problemi per il feto. Viceversa, sono poche le donne informate del fatto che il consumo di alcol in gravidanza sia sempre nocivo a prescindere dalla quantità assunta e dalle volte in cui viene consumato. L'Italia, dove culturalmente l'alcol è accettato e anzi associato tendenzialmente a immagini positive, è tra le nazioni al mondo con prevalenza maggiore di sindrome feto-alcolica.
Non esistono attualmente dati italiani sul consumo di alcol in gravidanza e sull’incidenza e la prevalenza della FAS/FASD. Per questo motivo, il Ministero della Salute ha recentemente finanziato all’Istituto Superiore di Sanità un progetto biennale sulla prevenzione, diagnosi precoce e trattamento mirato dello spettro FASD e della FAS".
Al progetto, patrocinato anche dalla SIN e diretto da Simona Pichini del Centro Nazionale Dipendenze e Doping, parteciperanno diverse strutture di Neonatologia e di Ostetricia in varie Regioni italiane. Da qualche anno inoltre è nata l'Associazione Italiana Disordini da Esposizione Fetale ad Alcol e/o Droghe, per fornire informazioni sulle disabilità e i problemi derivanti dall’uso di bevande alcoliche durante la gravidanza, sostenere la ricerca e dare supporto a chi è affetto da questa condizione e non è diagnosticato.
"La FASD si può prevenire al 100%, ma per farlo è indispensabile che i medici forniscano alle donne in gravidanza e in età fertile, tutte le informazioni utili per capire quali possano essere le conseguenze del consumo di alcol. Recentemente molti studi hanno dimostrato come l'alcol agisca anche sul DNA degli spermatozoi e dunque sarebbe consigliabile che anche gli uomini riflettessero sulle possibili conseguenze dell'assunzione di alcolici durante il periodo fertile. Purtroppo - prosegue la SIN - nonostante gli sforzi profusi per educazione e informazione sulla FAS, neonatologi e pediatri esprimono la preoccupazione sul possibile futuro aumento della prevalenza globale di questa malattia". 
"La causa maggiore della diffusione della FAS è la diffusa accondiscendenza culturale al consumo di alcol, riscontrabile anche tra alcuni professionisti sanitari a contatto con le donne in età fertile. L’unica indicazione corretta da fornire sarebbe infatti la totale astensione da alcol già da quando si comincia a pensare di voler concepire un figlio, una consapevolezza purtroppo non ancora abbastanza diffusa. 
Un incremento della FAS in futuro potrebbe anche essere dovuto ai tassi di consumo di alcol e di binge drinking, che risultano in costante aumento tra i giovani e alle gravidanze non pianificate, oggi in grande percentuale, che possono esporre involontariamente il feto a sostanze alcoliche. Per i bambini esposti all'alcol durante la gravidanza, fondamentale è la diagnosi precoce, per garantire una presa in carico che preveda cure mediche e psichiatriche/psicologiche, logopedia, terapia fisica, educazione speciale ed altri servizi essenziali".
 


AIFA: no all’uso di diosmectite in bimbi sotto 2 anni

Nota informativa sul farmaco utilizzato nei casi di diarrea acuta

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L'utilizzo pediatrico di diosmectite per il trattamento della diarrea acuta nei neonati e nei bambini di età inferiore ai due anni non è più indicato. Inoltre, la diosmectite non è raccomandata durante la gravidanza e l'allattamento con latte materno. Lo comunica l'Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) in una Nota Informativa importante pubblicata sul portale.
Sulla base di raccomandazioni internazionali, spiega AIFA, è stata effettuata di recente una revisione dei dati relativi al contenuto di impurezze nella diosmectite allo scopo di "verificare il potenziale rischio di esposizione ad alcune impurezze, fra cui principalmente il piombo, a seguito della somministrazione a breve e a lungo termine del medicinale nell'adulto e nei bambini. Questa revisione non ha evidenziato alcun effettivo problema di sicurezza. Tuttavia, a scopo precauzionale, è stato ritenuto opportuno limitare l'utilizzo di diosmectite, per il trattamento della diarrea acuta, a partire dai 2 anni di età".
Le medesime restrizioni sono state implementate in altri Stati europei e sono in accordo alle linee guida che, per il trattamento della diarrea acuta nei neonati e nei bambini sotto i 2 anni, raccomandano, come trattamento di prima linea, l'utilizzo delle soluzioni reidratanti orali.


Gli effetti del lockdown su bambini e adolescenti: aumentati mal di testa e ossessioni

Ricerca italiana, coordinata dagli specialisti dell’IRCCS Fondazione Stella Maris di Pisa. Contattate 700 famiglie di pazienti in cura. Analizzate età 1-5 e 6-18 anni.

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Era un sospetto, piuttosto fondato. Oggi è quasi una certezza. Il lockdown non ha giovato a nessuno sul piano della salute mentale. Ma tra i più penalizzati ci sono stati sicuramente i bambini e gli adolescenti (comprese le loro famiglie) alle prese con disturbi psichiatrici e neurologici. A confermarlo è una ricerca italiana, coordinata dagli specialisti dell’IRCCS Fondazione Stella Maris di Pisa, che hanno contattato oltre 700 famiglie di pazienti in cura con l’obiettivo di analizzare l’impatto che la pandemia e il lockdown hanno avuto sui loro figli: sia sulla salute psicofisica sia sulla continuità terapeutico-riabilitativa.

Il campione della ricerca
Per lo studio, effettuato in collaborazione con lo European Academy of Childhood Disability, sono state reclutate oltre 700 famiglie, mentre per il lavoro di comparazione sono stati selezionati circa 200 pazienti (1-18) per i quali era disponibile la compilazione da parte dei genitori di un questionario utilizzato negli studi epidemiologici (Child Behaviour Checklist) che fornisce un profilo delle problematiche emozionali e comportamentali. Obiettivo: evidenziare le differenze di comportamento tra prima e dopo il lockdown. I medici hanno contattato tutte queste famiglie durante il lockdown, al fine di comprendere come stavano vivendo la situazione e per cercare di capire quali fossero le criticità maggiormente emerse. Nell’ambito del questionario si è cercato, ad esempio, di comprendere l’utilizzo della teleriabilitazione come presidio per assicurare la continuità terapeutica nel corso del lungo isolamento. È così emerso che, durante l’emergenza, si è registrata una drastica e generale contrazione di tutti i trattamenti in presenza nelle diverse Regioni, sebbene queste fossero diversamente rappresentati come campione di studio.

Effetti del lockdown e problematiche neuropsichiatriche 
Nei bambini e ragazzi con problematiche neuropsichiatriche tra i 6 ai 18 anni è stato osservato un aumento della sintomatologia ossessiva-compulsiva, dei comportamenti correlati a un disturbo post-traumatico da stress e di alterazione del pensiero. Nei bambini tra 1 e 5 anni è invece emerso un aumento della sintomatologia ansiosa e delle lamentele somatiche come ad esempio mal di testa, mal di pancia. Sono invece in corso da parte degli specializzandi in Neuropsichiatria infantile dell’Università di Pisa, analisi più approfondite, finalizzate ad individuare il peso che le singole diagnosi, le comorbidità, il genere, le difficoltà socio-economiche o logistiche familiari, possano aver avuto sulle modificazioni sintomatologiche rilevate.


Varicocele e dolore testicolare: cosa c’è da sapere

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Il varicocele è la prima causa di infertilità per il sesso maschile e, dato che è suscettibile di terapia efficace, è necessario riconoscerlo da subito, preferibilmente entro l’età adolescenziale. Il varicocele è una patologia estremamente diffusa tra gli adolescenti, infatti sembra esserne affetto almeno il 20%, ma in molti di questi casi la diagnosi viene posta solo in età adulta.

Cos’è il varicocele?
Per varicocele intendiamo una dilatazione anomala delle vene del testicolo, in particolare del plesso pampiniforme, un complesso vascolare che consente il deflusso di sangue dai testicoli al circolo generale (la complessa rete di vasi sanguigni che porta il sangue dagli organi periferici al cuore). Quando queste vene si dilatano, il sangue anziché “immettersi” direttamente nella circolazione generale ristagna nel testicolo. Si tratta di vere e proprie varici che possono essere palpate sullo scroto, subito sopra o intorno al testicolo.
Il varicocele nella stragrande maggioranza dei casi (oltre 85%) interessa il testicolo sinistro, solo nel 4% dei casi è a destra e nei restanti casi è bilaterale e questa differenza è legata alle diverse caratteristiche anatomiche dei distretti venosi del testicolo destro e sinistro. È una condizione patologica in cui la predisposizione familiare gioca un ruolo fondamentale così come lo stile di vita. La predisposizione familiare per il varicocele non va intesa in senso stretto, cioè è sufficiente che in famiglia ci sia qualcuno affetto da patologie venose (come emorroidi, varici agli arti inferiori) perché il rischio di varicocele sia aumentato.
Il sintomo più caratteristico del varicocele è il senso di peso che si avverte a livello scrotale, dovuto al gonfiore testicolare, questo sintomo si accentua notevolmente la sera o dopo aver mantenuto a lungo la stazione eretta. Quando il varicocele è di grado avanzato è possibile avvertire anche una modesta dolenzia ma difficilmente un dolore intenso.
Palpando il testicolo è possibile avvertire la presenza di vene dilatate dello scroto, si ha la sensazione di tastare il cosiddetto sacchetto di vermi.
Nonostante da un punto di vista sintomatologico il varicocele, almeno negli stadi iniziali, non sia particolarmente invalidante e fastidioso è necessario intervenire il prima possibile per evitare che si inneschino le eventuali complicanze.
Il varicocele è infatti la prima causa di infertilità maschile, questo perché a causa della dilatazione varicosa e quindi del ristagno di sangue, la temperatura scrotale e testicolare aumenta e questo determina la stimolazione dell’azione di alcuni ormoni vasocostrittori che ne riducono l’ossigenazione. La produzione degli spermatozoi è molto sensibile agli sbalzi di temperatura, quindi un minimo innalzamento ne riduce il numero e soprattutto ne altera la motilità. Tutto questo influisce negativamente sulla fertilità.

Diagnosi e terapia per il varicocele
Esistono dei sintomi premonitori, non sempre efficaci però ai fini diagnostici, rappresentati da un anomalo allungamento dello scroto da un lato in età preadolescenziale spesso associato alla cosiddetta macchia blu sullo scroto, che può essere l’unico sintomo di un’iniziale dilatazione del plesso pampiniforme.
Fondamentale ai fini diagnostici è un’accurata visita medica attraverso la palpazione testicolare, meglio se effettuata durante la fase pre-puberale. La visita viene effettuata sia col paziente in posizione supina che in posizione eretta sia a riposo che mentre esegue la manovra di Valsalva, cioè un’espirazione forzata a glottide chiusa della durata di almeno 10 secondi.
Molte volte però la visita può lasciare qualche dubbio, perciò diventa necessario sottoporre il ragazzo e un eco-colorDoppler del testicolo e dello scroto al fine di mettere subito in luce eventuali alterazioni della circolazione venosa (nel senso di incontinenza) in quel distretto.
Esiste una classificazione effettuata in relazione al grado di gravità del varicocele che consente di evidenziare 3 stadi:

  • grado 1: varicocele evocabile (ad esempio in seguito a manovra di Valsalva)
  • grado 2: varicocele palpabile
  • grado 3: varicocele visibile.

In caso di varicocele di vecchia data è necessario effettuare anche uno spermiogramma al fine di valutare l’impatto di questa condizione sulla fertilità.
Nel varicocele di grado 1 e 2, salvo i casi in cui il paziente lamenti particolare fastidio, non è indicato alcun trattamento.
Per quanto riguarda la terapia, non esiste trattamento medico ma, negli stadi avanzati, è necessario ricorrere all’intervento di interruzione del reflusso venoso che si ottiene legando o occludendo (scleroembolizzazione) alcuni rami delle vene spermatiche. In età pediatrica o adolescenziale si preferisce intervenire attraverso legatura della vena spermatica interessata piuttosto che iniettando sostanze sclerosanti.
Una volta effettuato l’intervento è comunque necessario un adeguato follow-up perché il varicocele, specie se si continuano a preservare le vecchie brutte abitudini, può recidivare; la prima visita post-intervento completa di eco-colorDoppler delle vene spermatiche è consigliata nei primi 6 mesi.

È possibile prevenire il varicocele?
Il varicocele risente negativamente del cattivo stile di vita e delle cattive abitudini, infatti la dilatazione del plesso pampiniforme (e di conseguenza i sintomi) peggiora notevolmente nelle persone che conducono una vita eccessivamente sedentaria. L’attività fisica regolare è infatti un toccasana per il sistema circolatorio perché una buona massa muscolare, sufficientemente tonica, consente un regolare deflusso del sangue nel percorso dagli organi periferici al cuore. Oltre alla sedentarietà, è ugualmente deleterio per la circolazione, mantenere a lungo la stessa posizione (soprattutto la posizione eretta), come avviene in molte professioni.
Importante ai fini preventivi è anche una sana alimentazione e la cessazione dell’abitudine tabagica.

Altre cause di dolore testicolare
La diagnosi differenziale in caso di dolore testicolare va posta, solitamente, tra queste condizioni patologiche:

  • ematocele: consiste in una raccolta ematica a livello scrotale, è solitamente di origine traumatica
  • idrocele: cioè un accumulo di liquido all’interno dello scroto
  • tumore testicolare: non tipico dell’età pediatrica
  • ernia inguinale: anche questa condizione poco comune in età pediatrica
  • orchite: infezione del testicolo, in questo caso però il dolore è molto più acuto rispetto al varicocele
  • torsione testicolare: ma anche in questo caso il dolore è molto più acuto e violento.

In tutti questi casi, oltre alla raccolta di un’accurata anamnesi, la visita medica è senza dubbio dirimente ai fini diagnostici e solo in alcuni casi è necessario ricorrere ad indagini strumentali aggiuntive.


Trauma cranico, prima causa di morte in età evolutiva

L’attenzione dell’adulto unica arma di prevenzione

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Perdere di vista un bambino anche solo per qualche secondo non è impossibile, ma purtroppo a volte può essere fatale. È così che possono generarsi traumi cranici con esiti severi che rappresentano, inoltre, la prima causa di morte in età evolutiva. Per approfondire l’argomento l’agenzia di stampa Dire ha intervistato il prof. Enrico Castelli, responsabile della struttura complessa di Neuroriabilitazione dell’ospedale Bambino Gesù.

Il trauma cranico nel bambino non è così infrequente. Qual è la sintomatologia che deve spingere a rivolgersi al Pronto Soccorso? Quali sono gli esami a cui sottoporre il piccolo paziente?

“Il trauma cranico è una patologia abbastanza frequente nel bambino. Bisogna tener presente che in età evolutiva, tra i 0 e i 14 anni, circa un bambino ogni dieci durante un anno viene valutato da un medico proprio per gli effetti di un trauma cranico. Per fortuna nella maggior parte dei casi si tratta di un trauma lieve mentre esiste una quota, che si aggira al 5% e 10% che richiedono un ricovero ospedaliero.
Le cause possono essere diverse secondo l’età. Il bambino piccolo cade soprattutto dal fasciatoio o dalle braccia del genitore, mentre crescendo può cadere dal triciclo oppure essere investito quando attraversa la strada. Dai 14 anni in poi lo sport, in particolare l’uso della bicicletta o dello scooter, sono le principali cause di incidenti.
Quando si verifica il trauma cranico il genitore deve prestare attenzione ad alcuni comportamenti che il bambino può sviluppare come: non rispondere per due o tre secondi, se manifesta sonnolenza, non si risveglia, se ha un pianto incontrollabile oppure se mette in atto dei comportamenti insoliti. Questi sono tutti aspetti che hanno bisogno di una valutazione clinica.
È bene prestare attenzione anche alla presenza di vomito che si ripete, comparsa di convulsioni di tipo epilettico, cefalea che persiste o peggiora. Sotto l’anno di età bisogna considerare se la fontanella è tesa o gonfia perché questo potrebbe essere indice di un problema.
E ancora è segno che qualcosa non va se il piccolo ha difficoltà a parlare, a camminare, a muovere gli arti. Tutti questi fattori devono spingere il genitore a recarsi al pronto soccorso. Arrivato in ospedale il bambino viene classificato per tipo di trauma e viene sottoposto ad osservazione, se necessario secondo determinati parametri, il paziente viene dimesso o ricoverato. Generalmente il primo esame che viene effettuato sul piccolo è una TC. È importante poi valutare la storia clinica del paziente fattori che il medico deve valutare per definire la migliore strategia di trattamento”.

Alcune cadute possono portare a fratture e lesioni anche di tipo neurologico. Che trattamenti sono indicati e che ruolo svolge la riabilitazione?
“Ci possono essere diversi tipi di trauma da funzionale e temporaneo oppure, nei casi importanti che possono durare anche mesi, provocare dei danni permanenti. L’intervento riabilitativo deve essere precoce già con il bambino nel reparto di terapia intensiva. Una volta nel reparto di riabilitazione si rivaluta il bambino perché i danni possono essere motori, sensoriali, visivi, cognitivi, nella deglutizione e nella vita di relazione.
Si parte da interventi di riabilitazione intensiva quando il bambino è ricoverato che poi devono proseguire sul territorio perché è difficile che si risolvano in alcuni mesi. In particolare i bambini di 3 o 4 anni che hanno subito un trauma e hanno recuperato le loro funzioni possono essere comunque a rischio di sviluppare problemi di tipo intellettivo che si manifestano in età scolare. Per questo è bene sottoporre il bambino a controlli distanziati nel tempo”.

Le cadute accidentali possono originarsi anche durante l’attività sportiva. Quali sono gli sport che è meglio rimandare da una certa età in poi?
“Il calcio, la bicicletta, lo sci, l’equitazione possono essere avviati solo da una certa età in poi. Quello che è importante è che il bambino indossi il casco e tutti i possibili sistemi di protezione”.

Anche la casa può diventare un luogo davvero pericoloso… come mamma e papà devono metterla in sicurezza?
“La casa è considerata il luogo per eccellenza più sicuro, inevitabilmente cala l’attenzione rispetto a quando si è fuori. In realtà è dimostrato dal numero dei ricoverati che la casa può essere un grande fattore di rischio. Il bambino piccolo è velocissimo, per cui anche la disattenzione di pochi secondi può essere fatale.
Il bambino allora può cadere dal fasciatoio, dalle scale, tirarsi addosso gli oggetti come televisori e scarpiere e inciampare nei tappeti. È bene quindi fissare i mobili, mettere cancelletti nel caso ci siano delle scale in casa, e nella doccia o nella vasca inserire dei tappetini antiscivolo. E poi anche se esula dal domicilio quando si va in auto bisogna sempre mettere il bimbo nel seggiolino. Non bisogna cedere a pianti o tenerlo in braccio sul sedile anteriore, perché nel caso di incidente stradale non solo può picchiare la testa ma anche essere schiacciato dal peso del conducente o di chi lo tiene in braccio, causando traumi con esiti davvero severi e permanenti.
Quando si esce per una passeggiata, tenere sempre il bambino all’interno della strada perché la macchina che sopraggiunge potrebbe non vederlo. Insomma, l’attenzione dell’adulto è fondamentale per prevenire il trauma cranico, una delle poche patologie che si può prevenire e che si attesta però come la principale causa di morte in età evolutiva”.


Medicine complementari e alternative: medicalizzazione inutile e potenziali effetti collaterali

Studio dell’IRCCS "Burlo Garofolo" di Trieste

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Il prof. Egidio Barbi, coautore dello studio e direttore della struttura complessa Clinica Pediatrica dell’IRCCS Burlo Garofolo di Trieste: “È stato anche interessante rilevare come la tendenza a somministrare farmaci alternativi si correli con atteggiamenti di diffidenza verso la Scienza ufficiale, identificandosi spesso, ad esempio, con posizioni anti-vaccinali”. L’indagine è stata pubblicata sulla prestigiosa rivista “Acta Paediatrica”.

L’uso di medicine complementari e alternative è ampiamente diffuso nella popolazione adulta e nei bambini, nonostante la completa mancanza di evidenza sulla efficacia e sicurezza di questi prodotti. I bambini che ricevono terapie alternative finiscono con l’assumere molti più farmaci dei coetanei trattati solo con Medicina basata sull’evidenza.
Sono le conclusioni alle quali è arrivata l’indagine coordinata dalla Pediatria dell’IRCCS Materno Infantile “Burlo Garofolo” di Trieste, che ha sottoposto un apposito questionario ai genitori di bambini di 42 nazionalità diverse in cura presso quattro ambulatori pediatrici della Regione Friuli Venezia Giulia. Il lavoro scientifico, dopo attenta revisione che ne ha confermato la validità metodologica e dei contenuti, è stato pubblicato sulla prestigiosa rivista Acta Paediatrica (edita per conto dall’omonima Fondazione con sede presso l’Università medica svedese Karolinska Institutet).
Lo studio ha coinvolto le famiglie di 600 bambini (equamente divisi fra maschi e femmine) in età pediatrica (50 dei quali affetti da malattie croniche), con un’età media di 5,8 anni. L’analisi del questionario ha dimostrato che ben 358 bambini (il 60%) facevano uso sia di terapie convenzionali, sia di terapie complementari e alternative, 209 (35%) bambini utilizzavano solo terapie convenzionali, 25 (4%) solo terapie alternative e 8 (1%) non faceva uso di alcun tipo di terapia.
129 fra bambini che hanno fatto uso di Medicine complementari, ha assunto tre o più tipi di medicine alternativi e 164 di essi sono stati sottoposti ad almeno 10 cicli terapeutici, mentre 112 hanno assunto farmaci complementari o alternativi per almeno 30 giorni consecutivi.
L’uso di Medicine complementari e alternative è risultato più diffuso fra i bambini i cui genitori avevano un livello di istruzione superiore (diploma di scuola superiore o laurea) e provenivano da nazioni con un elevato reddito medio, quali, fra le altre, Italia, Croazia e Polonia, mentre nelle famiglie con un minor tasso di istruzione e provenienti da nazioni con un reddito medio basso, quali Bangladesh, Moldavia, Ucraina, la preferenza andava all’utilizzo esclusivo della Medicina convenzionale. Infine, secondo lo studio, le famiglie di bambini non vaccinati scelgono l’utilizzo di Medicine alternative e complementari in misura maggiore rispetto alle famiglie di bimbi vaccinati.
L’ideatrice e coordinatrice dello studio è stata Giovanna Ventura, pediatra di famiglia.
“La ricerca che abbiamo condotto – dichiara il prof. Egidio Barbi, coautore dello studio e direttore della struttura complessa Clinica Pediatrica del Burlo – ha rilevato un uso molto diffuso di Medicine complementari e alternative (quali omeopatia, fitoterapia, integratori ecc.) che, oltre a non trovare alcuna giustificazione scientifica, sottopone i bambini a una tangibile medicalizzazione inutile e rischia di avere potenziali effetti collaterali. Proprio per questo, quindi, noi pediatri dovremmo cercare di indagare sull’utilizzo di farmaci non convenzionali e capire le motivazioni all’uso da parte dei genitori. Di fatto lo studio, nato dalla osservazione della dottoressa Ventura e dei pediatri di famiglia che hanno collaborato, ci dice che proprio chi si rivolge di più alla cosiddetta Medicina ‘dolce’ o alternativa finisce con il medicalizzare ancora di più il proprio bambino, aumentando di molto il numero di sostanze, comunque industriali e con un mercato alle spalle, che vengono somministrate a questi piccoli, senza nessuna evidenza di un ipotetico vantaggio”.
“La diffusione di Medicine alternative e complementari, infatti – continua Barbi – è crescente in tutto il mondo e soprattutto in nazioni con reddito medio elevato, come l’Italia, e nelle famiglie a elevata scolarizzazione. Di fatto, questo studio dimostra come i genitori di gruppi a minor reddito e minor tasso di scolarità che, a mio avviso non necessariamente coincide con il concetto di istruzione, somministrano ai propri figli solo i farmaci veramente essenziali, quando servono e quando prescritti dal pediatra, evitando la ‘automedicazione’ con prodotti di utilità non dimostrata. È stato anche interessante rilevare come la tendenza a somministrare farmaci alternativi si correli con atteggiamenti di diffidenza verso la scienza ufficiale, identificandosi spesso, ad esempio, con posizioni anti-vaccinali”.
“In sostanza questo studio fotografa una parte della nostra realtà. È evidente che se vogliamo essere efficaci come pediatri, proteggendo i bambini dalla somministrazione di prodotti industriali inutili e tenendo alta la copertura vaccinale – conclude – dobbiamo essere capaci di interloquire in maniera più efficace con questa fascia di genitori”.


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