Rivista di formazione e di aggiornamento professionale del pediatra e del medico di base, realizzata in collaborazione con l'Associazione Culturale Pediatri

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a cura di Maria Valentina Abate

UOC di Pediatria, Ospedale di Treviglio (Bergamo)

Indirizzo per corrispondenza: valentina_aba@yahoo.it

Sommario

Coronavirus. Che differenza c'è con una normale influenza?

L'antitetanica fatta da bimbi vale per sempre

Neuromielite ottica

Un bambino su 4 soffre di disturbi del sonno

Farmaci, metà degli avvelenamenti dei bimbi per 4 errori degli adulti

Facebook, come lo usano gli adolescenti con malattie croniche

Leggere libri ogni giorno migliora la pagella dei bambini

Neurofibromatosi

I primi dentini nel bambino


Coronavirus. Che differenza c'è con una normale influenza?

Le risposte dell’OMS

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Spesso influenza e Covid-19, la malattia sviluppata dal nuovo Coronavirus, vengono messe a confronto anche per cercare di dare un parametro di riferimento sulle caratteristiche delle due malattie. E ora l'OMS prova a chiarire con un documento quali sono le differenze tra i due virus e sulle loro modalità di diffusione. Conoscerle è importante - sottolinea l'OMS - per implementare misure di sanità pubblica in grado di rispondere sia al Covid-19, sia al virus dell’influenza.

Influenza e Covid-19: la prima la conosciamo bene essendone affetti ogni anno milioni di persone in tutto il mondo, la seconda è del tutto nuova e di lei sappiamo quello che si sta apprendendo sul campo, giorno dopo giorno, a seguito dell'epidemia in corso partita dalla Cina a gennaio ed estesa ormai a moltissimi Paesi in tutto il mondo, con l'Italia tra quelli con più soggetti colpiti, sia in termini assoluti, che in rapporto alla popolazione.
A fare il punto sulle differenze tra influenza e Covid-19 è l'OMS in un focus pubblicato oggi con domande e risposte che mettono a fuoco in cosa differiscano le due malattie e i due virus che le provocano. Entrambe le infezioni presentano danno origine a problemi respiratori, ma sussistono importanti diversità sulle modalità di diffusione. Conoscerle è importante - sottolinea l'OMS - per implementare misure di sanità pubblica in grado di rispondere sia al Covid-19, sia al virus dell'influenza.

In cosa sono simili Covid-19 e virus dell’influenza?
In primo luogo, entrambi i virus si presentano con una patologia di carattere respiratorio ad ampio raggio: i pazienti possono essere asintomatici, presentare una sintomatologia di bassa gravità, fino ad arrivare a una patologia severa e alla morte.
In secondo luogo, entrambi i virus si trasmettono per contatto, goccioline nasali (droplet), materiale contaminato dalla persona infetta. Dal punto di vista della salute pubblica, le misure da implementare per limitarne la diffusione sono le stesse: igiene delle mani, starnutire all'interno del gomito o in un fazzoletto di carta e poi gettarlo.

Quali le differenze?
La velocità di trasmissione è un importante aspetto differenziale tra i due virus. L'influenza ha una media di giorni di incubazione più bassa e un intervallo seriale più breve del Covid-19. L'intervallo seriale del Covid-19 è di 5-6 giorni, mentre quello dell'influenza è di 3 giorni. Ciò significa che l'influenza può diffondersi più velocemente del Covid-19.
La trasmissione in 3-5 giorni della malattia, o la potenziale trasmissione pre-sintomatica, rappresenta il maggior vettore dell'influenza. Di contro, sappiamo che ci sono persone in grado di diffondere il Covid-19 ventiquattro-quarantotto ore prima che appaiano i sintomi, ma, al momento, questo aspetto non possa rappresentare il vettore più pericoloso della trasmissione.
Il numero di riproduzione dei casi - ovvero il numero delle infezione generate da un singolo caso - è stimato tra 2 e 2,5 per Covid-19; un numero più alto di quello dell'influenza. Tuttavia, le stime relative sia a Covid-19, sia all'influenza, sono estremamente correlate al tempo e al contesto in cui avvengono, per cui è difficile fare comparazioni dirette.
I bambini sono un importante veicolo di trasmissione comunitaria del virus dell'influenza. Per quanto riguarda il Covid-19, i primi dati hanno indicato un impatto minore tra i bambini e le percentuali di forme cliniche nella fascia di età 0-19 anni sono basse. Inoltre, i dati preliminari che arrivano dagli studi condotti in Cina indicano che i bambini colpiti dal virus sono stati infettati dagli adulti, piuttosto che viceversa.
Mentre il range dei sintomi è simile tra i due virus, le percentuali di forme severe delle patologie sembrano essere differenti.
Per quanto riguarda Covid-19, i dati a disposizione suggeriscono che l'80% dei casi è di bassa gravità o sono asintomatici, il 15% sono costituti da gravi infezioni, il 5% è rappresentato da casi critici che richiedono la somministrazione di ossigeno. Questa percentuale di situazione critiche potrebbe essere più alta se confrontata con quella dell'influenza.
La popolazione a maggior rischio per l'influenza è rappresentata dai bambini, dalle gestanti, dagli anziani, dagli immunodepressi e da tutti coloro che soffrono di patologie croniche.
Per quanto riguarda il Covid-19, al momento sappiamo che la popolazione a maggior rischio è quella anziana e con patologie sottostanti che possono rendere più grave l'infezione.
La mortalità con Covid-19 appare più alta di quella provocata dall'influenza, in particolare dall'influenza stagionale. Servirà ancora tempo per fare una stima esatta della mortalità di Covid-19.
I dati che abbiamo a disposizione a oggi indicano che la percentuale di "mortalità cruda" (ovvero il rapporto tra il numero dei decessi riportati e quello dei casi riportati) si attesta tra il 3 e il 4%; la percentuale di mortalità da infezione (ovvero il rapporto dei casi mortali riportati e il numero delle infezioni riportate) potrebbe essere più bassa.
Invece, per quanto riguarda la stagione influenzale, generalmente la mortalità si attesta sotto lo 0,1%.

Quali risorse terapeutiche sono disponibili per Covid-19 e influenza?
In Cina sono in corso alcuni trial clinici e sono in fase di sviluppo più di 20 vaccini per Covid-19, ma nessuno ancora è pronto per essere impiegato. Per l'influenza sono invece disponibili vaccini e antivirali. Il vaccino per l'influenza non è efficace per Covid-19, ma è assolutamente raccomandato vaccinarsi per prevenire l'influenza.


L'antitetanica fatta da bimbi vale per sempre

I risultati di uno studio: l'importante è non aver saltato le dosi di richiamo

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Non c'è bisogno di richiami vaccinali per il tetano o per la difterite in età adulta se durante l'infanzia sono stati fatti tutti i vaccini contro queste malattie. A dirlo è uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Clinical Infectious Disease che, precisano i ricercatori, è in linea con le recenti raccomandazioni dell'Organizzazione Mondiale della Sanità di far fare i richiami agli adulti se non hanno avuto la serie completa di dosi da bimbi. Lo studio non ha infatti riscontrato differenze significative nei tassi di malattia tra i Paesi che richiedono agli adulti di proseguire con la vaccinazione rispetto a chi invece non segue questa stessa raccomandazione. Nell'analisi sono stati valutati i dati di milioni di persone provenienti da 31 Paesi nordamericani ed europei tra il 2001 e il 2016. "Per essere chiari, questo studio è pro-vaccino", dice il capo della ricerca, Mark K. Slifka, docente alla Scuola di Medicina della Oregon Health & Science University. "Tutti - prosegue - dovrebbero ricevere la loro serie di richiami di tetano e difterite quando sono bambini. Ma una volta che l'hanno fatto, i nostri dati indicano che dovrebbero essere protetti per la vita". La ricerca ne segue un'altra, fatta nel 2016 dal team di Slifka, che ha notato come il vaccino anti-tetano e anti-difterite portava a 30 anni di immunizzazione. Di conseguenza, i ricercatori hanno raccomandato da quel momento di vaccinare gli adulti contro queste malattie solo ogni 30 anni.


Neuromielite ottica

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Secondo le ultime acquisizioni, la neuromielite ottica, o malattia di Devic, non è un'unica patologia, ma piuttosto una serie di patologie caratterizzate da un'infiammazione con meccanismo autoimmune e dalla demielinizzazione a carico di uno solo o di ambedue i nervi ottici, di aree del midollo spinale e, in misura minore e più tardivamente, del cervello. Questo gruppo di patologie si definisce "disordini dello spettro della neuromielite ottica", in inglese Neuromyelitis Optica Spectrum Disorders, NMOSDs. Per comodità di consultazione, di seguito si userà comunque la denominazione neuromielite ottica.

Epidemiologia
La prevalenza della neuromielite ottica è di 1-2 casi su 100.000 ed è più elevata nelle femmine, rispetto ai maschi, in misura maggiore, rispetto alla sclerosi multipla, altra malattia caratterizzata da demielinizzazione. Sempre rispetto a quest'ultima malattia, compare in età più avanzata, di solito tra i 35 e i 45 anni, ma si sono osservati casi anche in bambini di 3 anni e in anziani oltre i 90 anni. In una casistica di 850 soggetti afferiti a una struttura ospedaliera toscana per la gestione di malattie demielinizzanti, la frequenza di persone con neuromielite ottica è stata dell’1,5%. Pur avendo una prevalenza molto ridotta, la neuromielite ottica non è compresa fra le malattie rare riconosciute dal Ministero della Salute, ma fra quelle croniche con codice di esenzione 041.

Cause e meccanismi di sviluppo della neuromielite ottica
Come per altre malattie autoimmunitarie, si ritiene che molti fattori concorrano allo sviluppo della neuromielite ottica e l'aspetto meglio definito della sua fisiopatologia è la produzione di auto-anticorpi diretti contro una molecola denominata acquaporina-4, abbreviata in AQP4. Le acquaporine sono strutture poste nella membrana delle cellule e contribuiscono al trasporto dell'acqua attraverso la membrana stessa. I danni provocati dalla neuromielite ottica coinvolgono gli astrociti e comportano l'infiltrazione dei tessuti da parte dei globuli bianchi e la distruzione degli oligodendrociti e dei neuroni. Il risultato finale di tali processi è la necrosi delle aree infiammate, che è difficile da compensare e determina alterazioni delle funzioni neurologiche, che variano in base alla localizzazione dei danni. L'andamento tipico della malattia è caratterizzato da un'alternanza fra recidive e remissioni. Più raramente l'andamento è progressivo senza remissioni.

Sintomi, segni e diagnosi nella neuromielite ottica
I sintomi più caratteristici della neuromielite ottica sono le alterazioni della vista che vanno dalla visione "appannata" o "sdoppiata", fino alla cecità e agli occhi si può avvertire anche dolore. Se i danni provocati dalla malattia interessano anche il midollo spinale, si osservano parestesie o paresi e alterazioni del controllo degli sfinteri, con sedi che cambiano seguendo la distribuzione delle lesioni. Si rilevano anche dolore e spasticità agli arti e, più raramente, vomito incoercibile e nausea. In alcuni casi, si associano alterazioni della funzione endocrina e del sonno, dovuti a danni a carico dell'ipotalamo. I sintomi hanno, di solito, un andamento recidivante, che corrisponde ai picchi di infiammazione dei tessuti interessati. Alla neuromielite ottica si possono associare altre malattie autoimmuni, come lupus eritematoso sistemico (LES), sindrome di Sjögren e miastenia grave.

Diagnosi
La raccolta di una diagnosi dettagliata e un'accurata visita neurologica, con valutazione di mobilità degli arti, forza della contrazione dei muscoli, trasmissione degli stimoli e funzioni mentali, sono la base della diagnosi. Esami approfonditi della visione sono un importante elemento del percorso diagnostico. La risonanza magnetica contribuisce a confermare la diagnosi, evidenziando lesioni caratteristiche a carico dei nervi ottici e del midollo spinale. In particolare, quelle localizzate a quest'ultima struttura e che, durante un attacco acuto di mielite si estendono fino comprendere un tratto equivalente a 3-4 vertebre, permettono di differenziare la neuromielite ottica dalla sclerosi multipla. Un altro elemento distintivo, rispetto a quest'ultima, è l'assenza di lesioni dell'encefalo nelle prime fasi della malattia. Un ulteriore elemento a conferma della diagnosi è il rilievo della presenza di anticorpi anti-aquaporina-4 nel sangue. Questa evidenza riguarda circa il 70% dei casi di neuromielite ottica e può mancare nelle forme con lesioni meno estese. D'altra parte, non tutte le persone con autoanticorpi anti-aquaporina-4 sono affette da neuromielite ottica. Per localizzare con maggior precisione i danni che coinvolgono alcuni nervi, si usano le prove dei potenziali evocati. Altri esami che fanno parte del percorso diagnostico sono l'analisi del liquido cefalorachidiano e la tomografia a coerenza ottica. Nella diagnosi differenziale si considera spesso la sclerosi multipla, ma anche con la mielite associata alle malattie idiopatiche, virali e paraneoplastiche e a quelle del tessuto connettivo come il Lupus Eritematoso Sistemico. A volte la neuromielite ottica va distinta dalle neuropatie del nervo ottico associato a ischemie e a malattie del tessuto connettivo.

Trattamento per la neuromielite ottica
Se la neuromielite ottica non viene diagnosticata o non viene trattata, provoca il decesso nel 30% dei casi entro 5 anni dall'esordio, per insufficienza respiratoria secondaria ai forti attacchi di mielite. Una percentuale elevata di malati perde la vista a uno o a entrambi gli occhi o va incontro a paraparesi permanente. La cura della neuromielite ottica prevede dosi elevate di corticosteroidi per via endovenosa per la gestione delle recidive che, in alcuni casi, richiedono la plasmaferesi. La somministrazione di immunosoppressori come azatioprina, micofelato mofetil e rituximab è mirata a controllare la malattia a lungo termine e a prevenire le recidive. La prognosi è variabile: le recidive possono essere seguite da un recupero spontaneo delle funzioni neurologiche precedentemente alterate, ma a volte tale recupero è parziale o assente.


Un bambino su 4 soffre di disturbi del sonno

Colpa anche dell'alimentazione. Ecco i cibi per il buon riposo

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I suggerimenti degli esperti SIPPS e il progetto "Nutripiatto" con le indicazioni per una dieta corretta dei più piccoli attraverso un kit dedicato.

I disturbi del sonno con esordio in età neonatale tendono generalmente a protrarsi anche negli anni successivi: nei bambini e negli adolescenti, gli ormoni che stimolano la crescita vengono rilasciati infatti durante il sonno. Anche se sembrano distinti, sonno e alimentazione sono in realtà due aspetti correlati fra loro: come dormiamo incide su come mangiamo e viceversa, infatti, in molti casi uno stile di vita alimentare sbagliato o alcune malattie dell'apparato digerente, influiscono sul corretto riposo notturno. Per questo motivo la SIPPS – Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale –, nell'ambito di Nutripiatto, l'iniziativa di orientamento nutrizionale per bambini da 4 a 12 anni, intende fornire utili consigli ai genitori affinché comprendano quanto sia importante, per loro e per il loro bambino, un sonno adeguato in termini di quantità e qualità.  «Sonno e alimentazione sono due situazioni spesso connesse tra loro – ricorda il Dott. Giuseppe di Mauro, Presidente della SIPPS – poiché nell'essere umano il ritmo con cui vengono assunti i pasti, la loro composizione e il loro orario influenzano la qualità del sonno. I bambini non sfuggono certamente a questa regola. Nei primi mesi di vita, quando l'alimentazione è esclusivamente lattea, il bambino necessita di svegliarsi spesso durante la notte, ma in caso di coliche, il sonno può diventare disturbato e può peggiorare per il fatto che si tende erroneamente a iper alimentare il piccolo, pensando che il pianto dipenda dalla fame».
I ricercatori che si occupano di sonno ritengono che ci siano molte variazioni legate al singolo individuo, in linea di massima i periodi medi di sonno sono:
Fino a 12 mesi: 14-18 ore compresi giorno e notte
Da 1 a 5 anni: 12-14 ore distribuite nelle 24 ore
Da 6 a 10 anni: 10-12 ore al giorno
Da 11 a 18 anni: 8-10 ore al giorno

Secondo recenti studi di esperti in neuropsichiatria infantile, il 28% dei bambini con insufficiente quantità di sonno si addormenta a scuola una volta a settimana; il 22% facendo compiti; il 32% è troppo stanco per fare sport.

4 consigli per avere una alimentazione corretta e, al contempo, un buon sonno
  1. Evitare il sale nelle minestrine.
  2. Somministrare il formaggio in quantità ridotte (5-10 g) e solo in alternativa ad altre fonti di proteine (per evitare eccessive quantità di sale e proteine).
  3. Dare carne rossa non più di 1-2 volte a settimana: le proteine della carne in eccesso possono provocare sete e impedire al bambino di dormire perché vuole bere; troppa acqua significa anche aumentare la sua voglia di urinare.
  4. Non esagerare con le verdure passate nella pappa a cena: in alcuni bambini possono provocare meteorismo e coliche addominali e quindi ostacolare il sonno normale «Ci sono alimenti che favoriscono il sonno - prosegue il Dott. Venturelli - mentre altri lo possono comprometterlo. L'eccesso di proteine nella dieta può provocare sete: il bambino urina di più per eliminare l'urea (prodotto di scarto delle proteine) e di conseguenza ha il sonno disturbato, perché ha molta sete e chiede spesso da bere».
Ma quali sono gli alimenti che favoriscono il sonno? 
  1. Il triptofano, ovvero l'aminoacido precursore della serotonina, l'ormone che favorisce la tranquillità e interviene sui meccanismi che regolano il tono dell'umore. È contenuto in buone quantità nel latte, nello yogurt, nel riso, nell'orzo, nei legumi, nelle mandorle e nei pinoli.
  2. Il potassio che è il sale minerale che assicura il benessere del cuore, favorisce la regolarità del battito. È dimostrato che esplica un effetto rilassante e che una sua eventuale carenza può, come conseguenza diretta, compromettere il riposo notturno. È contenuto in buone quantità nelle zucchine, nelle albicocche, nelle banane, nelle carote, nelle prugne, negli spinaci, nel pollo e nello yogurt. Ne sono ricche anche le patate che, oltre al potassio, contengono zuccheri che agevolano l'utilizzo del triptofano.
  3. La vitamina B6 è una delle sostanze che più aiutano l'organismo a utilizzare il triptofano. Per questo motivo è consigliabile introdurre nella dieta del piccolo: latte, riso, orzo, patate, carni bianche e banane.
  4. Le erbe infine sono molto importanti per conciliare il sonno. Tra queste troviamo la camomilla, il biancospino, la melissa, la passiflora, il tiglio, la valeriana e la verbena. Sono le cosiddette 'erbe della buonanotte', con cui preparare infusi e tisane da somministrare a bambini sopra l'anno di vita.
E quali sono invece, gli alimenti o le abitudini da evitare?
  1. Le proteine contenute nella carne e nel pesce possono avere un effetto eccitante, meglio quindi inserirle nei pasti del mezzogiorno; la sera meglio usare pasta, riso e cereali, con aggiunta di legumi.
  2. Caffè, tè, cioccolato, broccoli, broccoletti, cime di rapa e tutti i formaggi stagionati sono da evitare dopo le ore 17, perché contengono tiramina, una sostanza che può ostacolare il sonno e causare irrequietezza.
  3. Spegnere o evitare che siano a disposizione televisione, computer, tablet, telefoni cellulari nella stanza del bambino.
  4. Evitare esercizi fisici intensi almeno un'ora prima di coricarsi, perché innalzano la temperatura corporea.
  5. Mantenere costante la routine del sonno: l'orario della nanna è molto importante per i più piccoli.

«Il pediatra è la persona più idonea alla quale i genitori devono rivolgersi quando ci sono problemi di sonno nei loro bimbi. Per poter intervenire tempestivamente con consigli alimentari adeguati, di comportamento e con medicine se necessario».


Farmaci, metà degli avvelenamenti dei bimbi per 4 errori degli adulti

Genitori e nonni tolgono i tappi ai contenitori di pillole e li lasciano in giro

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Metà degli avvelenamenti da farmaci nei bambini sotto i cinque anni sono dovuti a disattenzioni di genitori e nonni, che rimuovono soprattutto le pillole dai contenitori con il tappo di sicurezza. Lo ha scoperto uno studio del Centers for Disease Control and Prevention (CDC) americano pubblicato dal Journal of Pediatrics, che ha identificato anche i quattro errori più comuni che si fanno e che mettono a rischio la salute dei più piccoli, dal mettere le pastiglie in contenitori divisi per giorno al non raccogliere quelle eventualmente cadute a terra.
I ricercatori hanno analizzato circa 4500 segnalazioni arrivate ai centri antiveleni in Arizona, Florida e Georgia per un periodo di otto mesi nel 2017, verificando che metà dei casi possono essere ricondotti a comportamenti sbagliati degli adulti. Tra i farmaci che causano i ricoveri ci sono inoltre anche quelli per il diabete e per i problemi cardiaci, particolarmente pericolosi per i più piccoli. Se rapportata all'intera popolazione USA, sottolinea lo studio, questa percentuale implica 50mila ricoveri l'anno solo negli USA.
“La grande maggioranza di genitori e nonni compie uno di questi errori - spiegano -: per ricordare di prendere i farmaci questi vengono rimossi dalle confezioni originali per finire, divisi per giorno, in contenitori più facili da aprire. Gli adulti inoltre spesso mettono le pillole sul comodino o nei cassetti della cucina, oppure, quando viaggiano, in sacchettini di plastica o altri contenitori da viaggio. E spesso è solo un incidente. Qualcuno fa cadere le pillole e non riesce a trovarle tutte quando le raccoglie.”


Facebook, come lo usano gli adolescenti con malattie croniche

Secondo uno studio effettuato a Trieste, su un bacino di oltre duecento pazienti tra i 13 e i 24 anni, il social network è un mezzo per condividere l'esperienza e connettersi ad altri soggetti nelle stesse condizioni

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Il tempo speso sui social media, e in particolare su Facebook, cresce notevolmente nei periodi acuti della malattia per adolescenti e giovani adulti affetti da patologie croniche (passando da una media 5 ore a 11). Lo rivela uno studio dell’IRCCS Materno-Infantile “Burlo Garofalo” di Trieste che ha indagato in che modo i pazienti di età compresa fra i 13 e i 24 anni stanno online, in particolare sulla piattaforma guidata da Mark Zuckerberg. La ricerca, dal titolo Adolescents with chronic disease and social media: a cross-sectional study, ha sondato attraverso un questionario anonimo un gruppo di 212 persone con fibrosi cistica, morbo di Crohn, diabete mellito di tipo 1 e malattie infiammatorie croniche intestinali, tutte patologie che richiedono anche periodi di ricovero ospedaliero.
Come emerge dai risultati, attraverso Facebook oltre il 97% degli intervistati sente il bisogno di condividere la sua esperienza con gli amici, mentre poco più di 200 intervistati lo utilizza anche ai fini della ricerca in rete di nuove terapie. Per il 94% degli intervistati, è fondamentale anche rintracciare soggetti che soffrono della stessa patologia mentre per tutti non è molto gradita in generale, nella rete di contatti, la presenza di medici e infermieri. La ricerca evidenzia che, nelle fasi acute, il tempo di permanenza online cresce. Il team guidato da Egidio Barbi, direttore della Clinica Pediatrica del dipartimento dell'ospedale triestino, si è focalizzata su Facebook per capire tempistiche di utilizzo e fini, dimostrando che per adolescenti e giovani adulti il social network è ancora un mezzo importante.
Sebbene considerato superato da altri social media più giovanili, Facebook resta, almeno per come emerge dallo studio, una piattaforma che permette di condividere l'esperienza della malattia raggiungendo facilmente persone nelle medesime condizioni, e strumento per vincere l'isolamento connesso ai periodi di degenza (anche attraverso una diretta si può presenziare un evento, ad esempio).
Rilevante è anche il tema dell'autonomia, considerando che una fetta di pazienti (il 70%) percepisce molto il tema della dipendenza dai genitori tra gli aspetti negativi del vivere con una malattia cronica. Inoltre, anche grazie al social network, è stato possibile reclutare volontari per il sondaggio.
Secondo Barbi, "l'indagine è un primo passo di un lungo cammino esplorativo sul mondo di adolescenti e social", ma anche un invito a considerare l'accesso alla rete come parte della qualità del servizio che viene erogato in ospedale.


Leggere libri ogni giorno migliora la pagella dei bambini

La lettura di fumetti non ha lo stesso effetto sui voti

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Leggere tutti i giorni un libro migliora le performance scolastiche, non solo nelle materie umanistiche ma anche in quelle scientifiche. Lo suggerisce uno studio condotto tra Università di Malaga e University College di Londra, pubblicato sulla rivista Oxford Review of Education. Lo studio ha coinvolto oltre 43mila bambini di 10-11 anni, il cui livello di apprendimento è stato seguito fino ai 13-14 anni. I ricercatori hanno esaminato frequenza e qualità delle letture dei bambini. È emerso che chi legge libri tutti i giorni o quasi vede crescere la media dei propri voti di 0,22 punti, che equivale a un aumento del livello di istruzione ottenibile in tre mesi di scuola media, ovvero il 10% dello sviluppo scolastico dell'intero triennio delle scuole medie.
L'aspetto fondamentale della scoperta è che una lettura non vale l'altra: la lettura di fumetti, riviste o altro non sortisce lo stesso effetto positivo sulle performance scolastiche di bambini e ragazzi. Inoltre che la lettura frequente di libri influisce positivamente anche sui voti a matematica oltre che nelle materie umanistiche.


Neurofibromatosi

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Il termine neurofibromatosi si riferisce a tre malattie associate a modificazioni dei geni (genetiche), che provocano lo sviluppo di tumori nell'ambito del sistema nervoso. Questi tumori si formano a partire da cellule che svolgono un ruolo di supporto e di protezione delle fibre nervose e non da quelle deputate a trasmettere gli stimoli.

Neurofibromatosi di tipo 1
Questa patologia è chiamata anche malattia di von Recklinghaus e ha una frequenza di un individuo ogni 3-4mila. Molte persone che ne sono affette ereditano la malattia attraverso i geni ma una percentuale variabile fra il 30 e il 50% dei casi sviluppa questa condizione per una modificazione spontanea dei geni (mutazione), non trasmessa dai genitori. I portatori della mutazione la possono trasmettere ai discendenti.
La diagnosi di neurofibromatosi di tipo 1 si pone sulla base della presenza di due o più delle seguenti alterazioni:
  • macchie della pelle di colore marrone chiaro (in numero minimo di 6);
  • lesioni del sistema nervoso definite neurofibromi (in numero minimo di 2) o un singolo neurofibroma che coinvolge vari nervi;
  • lentiggini alle ascelle o all’inguine;
  • lesioni denominate amartomi, dette anche noduli di Lisch, a carico della parte colorata dell'occhio, l'iride, in numero superiore o uguale a 2;
  • un tumore del nervo ottico, quello che porta gli stimoli dall'occhio al cervello, chiamato glioma;
  • sviluppo anomalo delle colonna vertebrale o di un osso della testa chiamato sfenoide o della tibia (osso della gamba);
  • un genitore, un fratello o un figlio affetti da neurofibromatosi 1.
Fra gli altri segni e sintomi ci possono essere: una circonferenza della testa superiore alla norma, alterazioni congenite del cuore, aumentata pressione del sangue, danni ai vasi sanguigni e vari problemi mentali. Una percentuale variabile fra il 3 e il 5% dei tumori caratteristici della neurofibromatosi 1 diventa maligna. Alcuni segni della malattia sono presenti alla nascita e altri si sviluppano entro i 10 anni. Per questo motivo la conferma della presenza della malattia può essere ritardata. La maggior parte delle persone con neurofibromatosi 1 ha una vita normale, fatto salvo un progressivo peggioramento dei sintomi e delle lesioni, che può limitare sensibilmente la qualità della vita e avere importanti ripercussioni psicologiche. Non esistono cure che prevengano i danni ai nervi e i neurofibromi vengono rimossi con interventi chirurgici quando provocano sintomi, diventano maligni o sono all'origine di danni estetici. Le lesioni che diventano maligne possono esser curate anche con radioterapia e chemioterapia. I danni alle ossa richiedono, in alcuni casi, soluzioni chirurgiche. A questi approcci si aggiungono i trattamenti dei sintomi che si possono associare alla neurofibromatosi di tipo 1 come dolori di testa (cefalee) e convulsioni.

Neurofibromatosi di tipo 2
Questo tipo di neurofibromatosi è molto più raro, in quanto colpisce una persona su 25.000, mentre la modalità attraverso la quale la genetica ne determina lo sviluppo è simile a quella citata per la neurofibromatosi di tipo 1. L'aspetto che caratterizza la neurofibromatosi di tipo 2 è la presenza di tumori che si sviluppano lentamente a carico dell'ottavo nervo cranico. Vale a dire di una coppia di nervi, ottavo nervo cranico destro e ottavo nervo cranico sinistro, localizzati all'interno della testa. L'ottavo nervo cranico ha due rami deputati, rispettivamente, a trasmettere al cervello stimoli relativi ai suoni raccolti dall'orecchio e a regolare la funzione dell'equilibrio. La crescita dei tumori caratteristici di questa patologia danneggia progressivamente le strutture coinvolte nella funzione dell'udito e dell'equilibrio, con vertigini, nausea e vomito, determinando forme anche gravi di disabilità. Tali tumori prendono il nome di schwannomi e, oltre a quelli appena descritti, possono colpire qualsiasi altro nervo, sia nella testa che in periferia. A volte, tali lesioni possono comparire sotto la pelle, nel caso coinvolgano nervi molto superficiali. Nei soggetti con neurofibromatosi di tipo 2 possono essere rilevati anche altri tumori del sistema nervoso, come:
  • meningiomi: si sviluppano a carico delle meningi, che sono le membrane che avvolgono il cervello
  • gliomi: sono localizzati nel midollo spinale, la parte di sistema nervoso presente all'interno colonna vertebrale.
Nei bambini i sintomi possono essere talmente lievi da passare inosservati e tendono a essere individuati intorno ai 20 anni. Quelli che più spesso indirizzano verso la diagnosi riguardano la funzione dell'udito. L'andamento della malattia varia sensibilmente da un individuo all'altro, il peggioramento dei sintomi può essere lento ed esiti peggiori si associano allo sviluppo di meningiomi. La neurofibromatosi di tipo 2 va gestita da centri specializzati, che integrano soluzioni chirurgiche con altri approcci. Di recente sono stati sperimentati farmaci in questa patologia.

Schwannomatosi o neurofibromatosi di tipo 3
È una forma rara di neurofibromatosi, diversa da quelle di tipo 1 e 2 sia per la causa genetica che per le caratteristiche cliniche. È stata individuata la mutazione specifica di un gene rilevabile nei casi di Schwannomatosi che si ripetono nell'ambito di una stessa famiglia, ma solo il 15% dei casi è ereditario. Il 30% delle persone affette da questa patologia presenta tumori localizzati in una singola parte dell'organismo, mentre più spesso sono diffusi in diverse aree, e il numero di lesioni può essere variabile. Il sintomo dominante della malattia è il dolore che può raggiungere, in alcuni soggetti, intensità elevata, provocando disabilità. Non ci sono farmaci utilizzati nella pratica clinica per curare questa patologia, ma se ne usano per controllare il dolore. Nei confronti di questo sintomo la chirurgia può risolvere alcuni quadri.


I primi dentini nel bambino

Spesso l'eruzione dei dentini provoca fastidi e disagi: cosa fare?

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La dentatura decidua consta di 20 elementi dentari, 10 per ogni arcata: 4 incisivi, 2 canini e 4 molari.
Gli incisivi centrali inferiori sono di solito i primi denti decidui a spuntare tra il 3° e il 6° mese di vita del bambino, mentre gli incisivi superiori erompono leggermente più tardi, di solito tra il 5° e il 7° mese di vita. L'eruzione degli incisivi centrali e laterali delle due arcate si completa, generalmente, entro il primo anno di vita.
L'eruzione dei denti decidui è completa a circa 2 anni e mezzo di età.
L'inizio dell'eruzione dei denti da latte è molto spesso associata a disturbi di vario tipo, come febbre, rush cutanei, bronchiti e diarrea. Secondo alcuni, però, si tratta di credenze prive di fondamento scientifico.
Molti bimbi, tuttavia, provano fastidio e voglia di mordicchiare, per questo si possono proporre dei giochini contenenti liquidi refrigeranti che, posti in frigo o in freezer, una volta in bocca offrono un'azione anestetica dovuta al freddo e un massaggio esercitato dalla superficie ruvida.
Per le gengive arrossate, in farmacia si possono trovare delle pomate a base di sostanze naturali, come timo, aloe vera camomilla, malva, calendula, timo o acido ialuronico, oppure contenenti un anestetico locale.
Il miele rosato, molto usato fino a qualche tempo fa, viene oggi sconsigliato perché potrebbe predisporre alla carie.
Una volta spuntati i dentini, sarà necessario insegnare al piccolo a lavarli. Il trucco sta nel far sembrare il momento dell'igiene orale un bel gioco, grazie anche agli spazzolini per bambini oggi in commercio, che sembrano proprio dei giocattoli.


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M.V. Abate (a cura di) Coronavirus. Che differenza c'è con una normale influenza? - L’antitetanica fatta da bimbi vale per sempre - Neuromielite ottica - Un bambino su 4 soffre di disturbi del sonno - Farmaci, metà degli avvelenamenti dei bimbi per 4 errori degli adulti - Facebook, come lo usano gli adolescenti con malattie croniche - Leggere libri ogni giorno migliora la pagella dei bambini - Neurofibromatosi - I primi dentini nel bambino. Medico e Bambino pagine elettroniche 2020;23(3) https://www.medicoebambino.com/?id=NEWS2003_10.html