Giugno 2019 - Volume XXII - numero 6

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Striscia... la notizia

a cura di Maria Valentina Abate
Patologia Neonatale, ASST Papa Giovanni XXIII, Ospedale di Bergamo
Indirizzo per corrispondenza: valentina_aba@yahoo.it





L’Italia non è un Paese per mamme
Impossibile per la maggioranza conciliare lavoro e famiglia e i servizi di supporto sono scarsi. Il report di Save the Children

E infatti si fanno sempre meno figli: nel 2018 il nostro Paese ha toccato il record negativo di 449 mila nascite ed evidenzia un forte divario Nord-Sud per quanto riguarda la rete di sostegno. L’associazione: “Il percorso nascita e la vita delle neomamme sono costellati di difficoltà e la crescita dei figli viene vissuta oggi come un impegno che ricade in gran parte sulle donne. C’è bisogno di una vera politica di sostegno alla genitorialità sul medio e lungo termine”.

Sono quasi 10 milioni le donne con figli minorenni in Italia. Scelgono la maternità sempre più tardi (l’Italia è in cima alla classifica europea per anzianità delle donne al primo parto con una media di 31 anni) e devono sempre più spesso rinunciare a lavorare a causa degli impegni familiari (il 43,2% delle donne tra i 25 e i 49 anni con figli minorenni risulta non occupata). Inoltre, lamentano poco sostegno per chi decide di mettere al mondo un figlio e una scarsa rete di servizi per la prima infanzia, che costringe buona parte del 40,9% di madri con almeno un figlio a scegliere un regime di part-time pur di continuare ad avere un’occupazione lavorativa. Il report mostra una condizione ancora molto critica e include anche la ricerca ‘l’Indice delle Madri’, elaborata dall’ISTAT per Save the Children, che identifica le Regioni in cui la condizione delle madri è peggiore o migliore sulla base di 11 indicatori rispetto a tre diverse dimensioni: quella della cura, del lavoro e dei servizi. Inoltre, anche quest’anno, l’indice evidenzia i principali mutamenti che hanno interessato la condizione delle madri dal 2004 a oggi nei diversi territori.

I numeri
In un Paese in cui la natalità ha toccato un nuovo record negativo - 449mila nascite nel 2018, 9mila in meno rispetto all’anno precedente - registrando la nona diminuzione consecutiva dal 2008, le mamme italiane hanno pochi figli, con un numero medio per donna pari oggi a 1,32, ben lontano dai 2,38 del 1970. Diminuiscono le famiglie numerose (5,3%); più cospicua, quasi il doppio, la percentuale di famiglie con un solo genitore (10%, in prevalenza madri).

Dalla disoccupazione all’impossibilità di conciliare lavoro e famiglia fino agli scarsi servizi
Un tasso di disoccupazione femminile, e in particolare delle madri, tra i più alti in Europa, impossibilità nel conciliare vita privata e impegni professionali, radicate difficoltà di carriera e di crescita salariale, forte squilibrio nei carichi familiari tra madri e padri, una scarsissima offerta di servizi educativi per l’infanzia. Un quadro critico che si riverbera sul benessere delle madri, ma che affonda le radici nelle pesanti disparità di genere in Italia. Il nostro Paese si attesta nel 2018 al 70° posto (su 149 Paesi presi in esame) del Global Gender Gap Report, perdendo ben 29 posizioni dal 2015. Uno squilibrio che grava in misura maggiore sulle mamme più in difficoltà: le donne che provengono da un contesto socio-economico disagiato, le mamme sole e quelle di origine straniera, per le quali ai problemi qui evidenziati si aggiungono spesso quelli delle barriere linguistiche, della mancanza di una rete familiare di sostegno e di un difficile accesso ai servizi sociali e sanitari.

Le differenze territoriali
I dati diffusi da Save the Children, l’Organizzazione internazionale che da 100 anni lotta per salvare la vita dei bambini e garantire loro un futuro, per quanto sottolineino in Italia un peggioramento generale nel sostegno alle madri, in particolare nell’area del lavoro e ancor di più dei servizi all’infanzia, fanno emergere la notevole diseguaglianza tra territori che hanno comunque attivato politiche di sostegno, in particolare al lavoro femminile e ai servizi (prevalentemente al nord), e territori invece ancora troppo carenti da questo punto di vista (soprattutto al sud).
Le Province autonome di Bolzano e Trento conservano negli anni i primi posti della classifica, seguite da Lombardia (3° posto, dall’8° dell’anno scorso), Valle D’Aosta (4°), Emilia Romagna (5°) e Friuli-Venezia Giulia (6°). La Provincia di Bolzano in particolare, passa da un 11mo posto nel 2008 a un primo nel 2017 che conserva anche nel 2018, principalmente per i miglioramenti attuati nel sistema dei servizi all’infanzia e nell’area della cura.
Tra le Regioni del Mezzogiorno fanalino di coda della classifica, la Calabria risulta quella dove è più complicato essere madri e perde due posizioni rispetto al 2017, preceduta da Sicilia (20° posto), Campania (che pur attestandosi al 19° posto guadagna due posizioni rispetto al 2017), Basilicata (18°) e Puglia (17°). L’indice mostra sempre valori sotto 90 per le Regioni del Mezzogiorno e, complice la persistente crisi economica, registra un ulteriore progressivo peggioramento in particolare rispetto all’offerta di servizi all’infanzia e all’occupazione femminile, evidenziando quindi la necessità di un impegno politico più forte in questa parte del Paese finalizzato a colmare le diseguaglianze.

Un’Italia a due velocità tra cura, lavoro e servizi per l’infanzia
Il divario Nord-Sud evidenziato dall’Indice delle Madri di Save the Children persiste anche nelle tre singole aree di indicatori prese in esame per ciascuna Regione: cura, lavoro e servizi per l’infanzia.
La prima area, quella della cura, mostra discreti miglioramenti per tutte le Regioni che hanno conquistato i primi posti come la Lombardia che oggi detiene il primato, ma nel 2017 si attestava al 3° posto o l’Emilia-Romagna che la segue, dopo aver guadagnato, dal 2017, ben due posizioni. La Provincia Autonoma di Bolzano, invece, dal 2017 perde una posizione, attestandosi al secondo posto. La Basilicata si attesta al fondo della classifica per quanto riguarda l’area della cura, preceduta da Molise che dal 2017 perde tre posizioni, Abruzzo (che si attesta al 19° posto) e Puglia che invece guadagna due posizioni dallo scorso anno. Da sottolineare i casi della Sicilia che nell’Indice della Cura occupa l’11° posto (18° posto nel 2008) e della Calabria al 14° posto (21° posto nel 2008). A partire dal 2008, molte delle Regioni hanno risentito dell’abbassamento del tasso di fecondità registrato in tutta Italia.

La seconda area riguarda il lavoro femminile. Anche qui le Province autonome di Bolzano e Trento si confermano al primo e al terzo posto, con al secondo la Valle d’Aosta, seguite da Emilia-Romagna (4°), Lombardia (5°) e Veneto che passa dall’8° posto nel 2012 al 6° dell’anno scorso, confermato anche quest’anno. La Sicilia si attesta fanalino di coda preceduta da Calabria che perde una posizione (20° posto) a favore della Campania (19°), precedute da Puglia (18°) e Basilicata (17°). I dati dimostrano che oggi è ancora molto difficile per una madre conciliare vita professionale e cura dei figli. Se nella fascia d’età 25-49 anni infatti, le donne occupate senza figli sono il 64,3%, tra quelle con figli minorenni la percentuale scende al 56,8%. Il ricorso al part-time per le mamme sembra una scelta quasi obbligata. Nella stessa fascia d’età (25-49 anni) ne usufruisce il 26,3% di quelle senza figli, mentre la percentuale sale al 40,9% tra le mamme. Tra le donne con un figlio lavora part-time il 38,5%, tra quelle con due figli il 42,9% e tra quelle con tre o più figli il 43,7%.
L’ultima area, quella che riguarda i servizi, permette di esaminare l’offerta territoriale delle nostre Regioni rispetto ai principali servizi educativi per l’infanzia. Ancora una volta, la provincia di Trento si attesta al primo posto, seconda la Valle d’Aosta seguite da Friuli-Venezia Giulia (3° posto), Provincia autonoma di Bolzano (4°) e Toscana (5°). Per quanto riguarda i servizi, è la Sicilia che si attesta all’ultimo posto preceduta da Calabria (20° posto), Campania (19°), Lazio, in ascesa di tre posti (18°), e Puglia (17°).
Dal 2004 a oggi, si registra un costante peggioramento dovuto in particolare alle carenze relative ai servizi per la prima infanzia pubblici. Quasi tutte le Regioni riportano dati peggiori rispetto al 2004 (tranne le Province Autonome di Trento e Bolzano e il Friuli Venezia Giulia, che, in controtendenza, hanno registrato qualche miglioramento). Ancor più rilevante, in Italia, è l’enorme squilibrio territoriale nell’offerta del servizio: in diverse Regioni del Centro-Nord come Valle d’Aosta, Umbria, Emilia Romagna, Toscana e Provincia Autonoma di Trento, la soglia obiettivo del 33% dell’UE è stata ampiamente superata già da diversi anni; in altre, come ad esempio la Sardegna, la copertura è vicina al 30%. In molte Regioni del Mezzogiorno, invece, l’obiettivo risulta ancora lontano.

Il sostegno alla natalità in 3 mosse
Il briefing diffuso da Save the Children offre quest’anno anche un approfondimento qualitativo sulle difficoltà più ricorrenti nel percorso nascita, con interviste a diversi esperti, operatori e operatrici. Mancanza di informazioni adeguate, solitudine, difficoltà di accesso alle strutture pubbliche di supporto, difficoltà di accesso al pediatra di base, sono alcuni dei problemi a cui si trovano a far fronte le neomamme in Italia.
Il quadro generale che emerge dal documento è molto critico; si rileva l’assenza negli anni di interventi strutturali, soprattutto al Sud, dove l’occupazione femminile è ai minimi storici. Manca, nel Paese, un investimento strategico per le donne e le madri, e vi sono scarsi segnali di una crescita culturale e sociale.
“Anche quest’anno la diffusione dell’indice sulla condizione delle madri, che presentiamo grazie alla collaborazione con ISTAT, rileva come in Italia, dove il numero di nuovi nati è in costante diminuzione, ci sia concretamente ancora poca attenzione alla maternità. Il percorso nascita e la vita delle neomamme, soprattutto di quelle più in difficoltà perché in situazioni di povertà, o sole, o di origine straniera, sono costellati di difficoltà e la crescita dei figli viene vissuta oggi come un impegno che ricade in gran parte sulle donne. È necessario che l’impegno nella tutela della maternità, così come dell’infanzia, sia riconosciuto come un investimento per il futuro del Paese. Occorre una presa di coscienza delle istituzioni tutte, affinché si scardini questo circolo vizioso e la maternità possa essere per tutte le mamme e i loro bambini un momento di gioia e di serenità, senza il pesante aggravio di ostacoli di carattere economico e sociale”.
“Negli anni sono stati varati diversi interventi una tantum, ma di scarsa efficacia. C’è bisogno di una vera politica di sostegno alla genitorialità sul medio e lungo termine. Save the Children propone un intervento in 3 mosse: aiutare subito le mamme più in difficoltà, a partire dai primi mille giorni di vita del bambino, garantendo un sostegno emotivo e materiale, anche in sinergia con gli interventi di contrasto alla povertà; valorizzare le migliori esperienze del mondo del lavoro, garantendo un congedo di paternità di almeno 10 giorni per riequilibrare fin da subito i carichi di cura e introducendo un sistema di family audit nel settore privato; promuovere il benessere del bambino e della famiglia fin dalla prima infanzia, assicurando l’assegnazione del pediatra di base prima delle dimissioni post parto per una continuità di cura e garantendo a tutti i bambini il diritto ad accedere ai servizi educativi del sistema integrato 0-6 anni.”




AIFA. Nota informativa importante su domperidone

L’uso di domperidone è associato a un aumento del rischio di eventi avversi cardiaci gravi. Questi medicinali sono controindicati in pazienti con insufficienza epatica, pazienti che presentano un prolungamento noto degli intervalli nel sistema di conduzione cardiaco e con disturbi elettrolitici significativi o malattie cardiache. E ancora, in caso di somministrazione concomitante dei farmaci che inducono il prolungamento del QT o di potenti inibitori di CYP3A4.
L’AIFA, in accordo con le Autorità regolatorie europee, ha comunicato alcune raccomandazioni per la minimizzazione dei rischi cardiaci e l’eliminazione dell’indicazione del domperidone in Pediatria.

In particolare, si evidenzia quanto segue
  • L’uso di domperidone è associato a un aumento del rischio di eventi avversi cardiaci gravi, tra cui prolungamento dell’intervallo QTc, torsioni di punta, grave aritmia ventricolare e morte cardiaca improvvisa.
  • I medicinali a base di domperidone sono controindicati:
    • nei pazienti con insufficienza epatica da moderata a grave;
    • nei pazienti che presentano un prolungamento noto degli intervalli nel sistema di conduzione cardiaco (QTc in particolare) e nei pazienti con disturbi elettrolitici significativi o malattie cardiache quali ad esempio l’insufficienza cardiaca congestizia;
    • in caso di somministrazione concomitante dei farmaci che inducono il prolungamento del QT;
    • in caso di somministrazione concomitante di potenti inibitori di CYP3A4 (a prescindere dai relativi effetti di prolungamento del QT).
  • Domperidone deve essere usato alla minima dose efficace per il minor tempo possibile. La durata massima del trattamento solitamente non deve eccedere una settimana.




Pipì a letto: un problema per il 15% dei bambini italiani
I medici la definiscono enuresi, bambini e genitori la conoscono come “pipì a letto”. È un problema diffuso soprattutto prima dei 10 anni di età, e può compromettere l’autostima e le relazioni sociali. Ecco i consigli dei pediatri della SIP

In gergo tecnico si chiama enuresi. Ma è più probabile che la conosciate semplicemente come “pipì a letto”. Un pericolo sempre presente nei primi anni di vita, quando il controllo dell’apparato urinario non è ancora perfettamente sviluppato, ma che spesso può continuare a perseguitare i bambini anche negli anni seguenti. Tanto da rappresentare uno dei più comuni disturbi dell’età pediatrica. Come certifica una nuova ricerca presentata nel corso del 75° Congresso Nazionale della Società Italiana di Pediatria (SIP): a cinque anni in Italia ne soffre circa il 15% dei bambini, percentuale che scende al 5% raggiunti i 10 anni di età. Non basta comunque una singola notte “bagnata” - avvertono gli esperti della SIP – per parlare di enuresi. E anche quando il disturbo è conclamato si può fare molto per risolvere il problema agendo su abitudini e alimentazione.

Enuresi: in che casi si parla di un disturbo
Qualche incidente di percorso capita praticamente a tutti i bambini, e non va considerato un disturbo a meno che il problema non si ripresenti periodicamente, e con caratteristiche precise. Si parla infatti di enuresi vera e propria solo quando le pipì notturne si presentano più di due volte a settimana per almeno tre mesi consecutivi, e in bambini di età superiore a 5 anni. “È doveroso fare chiarezza”, spiega Pietro Ferrara, referente SIP per il maltrattamento e abuso e docente di Pediatria all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma e all’Università Campus Bio-Medico di Roma. “Se vostro figlio ha meno di 5 anni, età entro cui si acquisisce normalmente il controllo degli sfinteri, e fa la pipì a letto questo è considerato fisiologico; può richiedere molta pazienza e tolleranza da parte dei genitori ma non deve allarmare. Prima dei 5 anni di età, infatti, non è indicato il trattamento farmacologico, ma solo dei consigli di tipo comportamentale”.

Quanti bambini ne soffrono? L’indagine SIP
La nuova indagine presentata al congresso dei pediatri italiani aiuta a tratteggiare le dimensioni di questo problema nel nostro Paese, e le conseguenze che può avere per i piccoli pazienti. I dati raccolti su oltre 10mila bambini parlano infatti di un disturbo comune, che a 5 anni interessa circa il 12-15% dei bambini, a 10 anni si attesta attorno al 5% per poi ridursi a circa l’1% dopo i 14 anni. Il problema è inoltre due volte più comune nei maschi rispetto alle femmine, e non va sottovalutato, specie al crescere dell’età: espone infatti a effetti negativi per il benessere, l’autostima, le interazioni sociali e la vita emozionale dei piccoli pazienti. Tra gli effetti negativi l’indagine SIP evidenzia anche la possibilità che l’enuresi alteri il ritmo sonno-veglia. In Italia capita al 48,1% dei bambini che ne soffrono, con conseguenze importanti sulla vita sociale e scolastica. Per fortuna, i dati evidenziano anche che nel 46,3% dei casi quando il bambino migliora nella sintomatologia migliora anche il suo rendimento scolastico.

Cosa deve fare un genitore?
Il primo consiglio per un genitore è ovviamente quello di rivolgersi al pediatra se ritiene che le pipì notturne del proprio figlio si stiano trasformando in un problema. Solo in casi particolari, infatti, e a giudizio del medico curante, vanno eseguiti degli esami. In caso di enuresi vera e propria è sufficiente eseguire un esame chimico-fisico delle urine. Se invece sono presenti anche altri disturbi diurni sono necessari altri accertamenti come l’ecografia dei reni e della vescica. In caso di una diagnosi, non bisogna poi farsi prendere dal panico. Meglio affrontare il problema con calma, instaurando un dialogo sereno con il proprio figlio, rassicurandolo e dandogli conforto, evitando il ricorso al pannolino e coinvolgendolo piuttosto nella pulizia del letto, per responsabilizzarlo. Da scoraggiare, senz’altro, anche il ricorso alle punizioni, inutili ma ancora troppo comuni: nel 51,5% dei casi i bambini con enuresi possono subire forme di punizioni da parte dei genitori come rimproveri (60%), lasciare il letto bagnato (18%), deprivazioni del sonno quando i bambini vengono svegliati più volte durante la notte per fare la pipì (7%) o addirittura misure disciplinari (5%).
“È fondamentale non punire il bambino ma comprenderlo e sostenerlo”, spiega Ferrara. Molto meglio, aggiunge l’esperto, agire sulle abitudini e l’alimentazione, specialmente la sera. “Raccomandiamo sempre ai genitori di evitare l’assunzione di caffeina (cioccolato, coca cola) e bevande ad alto contenuto di zuccheri o effervescenti; ridurre l’assunzione di liquidi, anche il latte, qualche ora prima di andare a dormire; prediligere cibi poco salati, frutta e verdura, evitando formaggi e cibi stagionati. Ai fini del successo della terapia, il Pediatra dovrà incentivare la compilazione di un calendario delle notti asciutte, coinvolgendo il bambino e la famiglia al fine di migliorare l’adesione alla terapia”.




Rimuovere subito le pile a bottone ingerite dai bambini
Anche se non ci sono sintomi possono danneggiare rapidamente lo stomaco

Le pile a bottone, quando ingerite accidentalmente dai bambini, possono danneggiare rapidamente lo stomaco. In alcuni casi possono perforare la parete gastrica.
Per questo, anche quando il piccolo non presenta sintomi e la batteria è passata in modo sicuro attraverso la parte stretta dell’esofago, il medico dovrebbe agire rapidamente considerando la rimozione. È questo il suggerimento che arriva da uno studio presentato alla Digestive Disease Week 2019. La ricerca è guidata da Racha Khalaf, del Digestive Health Institute al Children’s Hospital Colorado, mette in discussione la corrente pratica di attesa vigile prevista da alcune raccomandazioni USA.

I ricercatori hanno raccolto dati relativi a 68 ingestioni di pile a bottone da gennaio 2014 a maggio 2018. “Queste batterie - evidenzia Khalaf - sono dappertutto, si trovano in giocattoli, telecomandi, portachiavi, orologi, biglietti di auguri musicali”. Lesioni erosive al rivestimento della mucosa dello stomaco sono state riscontrate nel 60% dei casi esaminati, senza una relazione apparente tra danni e sintomi, o legami con il tempo trascorso dall’ingestione. Ciò suggerisce che medici e genitori non dovrebbero aspettare i sintomi o il passare del tempo per agire, sottolinea Khalaf, aggiungendo che rimuovere la batteria in anticipo evita ripetuti viaggi al pronto soccorso e riduce le radiografie. Le raccomandazioni dello studio rappresentano un approccio più ‘aggressivo’ al problema di quelle di due organizzazioni nazionali USA. La Società nordamericana per la gastroenterologia pediatrica, l’epatologia e la nutrizione infatti raccomanda l’osservazione quando sono trascorse meno di due ore dall’ingestione, la batteria è di 20 mm o meno e il bambino ha almeno 5 anni. Sulla stessa linea anche il National Poison Center che in assenza di sintomi suggerisce si attendere prima di agire per consentire alle pile ingerite di passare attraverso il sistema digestivo.




Morbillo. Nei primi 4 mesi registrati 864 casi e un decesso
E l’ECDC segnala che ci sono 1,1 milione di bambini e adolescenti italiani non vaccinati

Lo rivela l’ultimo bollettino appena pubblicato dall’Istituto superiore di sanità. Le segnalazioni provengono da 19 Regioni, ma oltre due terzi dei casi si sono verificati in Lazio, Emilia-Romagna e Lombardia. L’età mediana dei casi è 30 anni. Sono stati segnalati 86 casi in bambini sotto i 5 anni di età, di cui 31 avevano meno di 1 anno. L’87% dei casi non era vaccinato al momento del contagio. E intanto un report dell’ECDC ci dice che siamo il Paese europeo con il più alto numero di bambini e adolescenti non vaccinati.

In Italia dal 1 gennaio al 30 aprile 2019 sono stati segnalati 864 casi di morbillo (incidenza 42,9 casi per milione di abitanti), di cui 176 a gennaio, 168 a febbraio, 221 a marzo e 299 ad aprile”. È quanto riporta l’ISS nell’ultimo bollettino mensile pubblicato oggi. Nello stesso periodo nel 2018 i casi registrati erano 1.405. Le segnalazioni provengono da 19 Regioni, ma oltre due terzi dei casi si sono verificati in Lazio, Emilia-Romagna e Lombardia. L’età mediana dei casi è 30 anni. Sono stati segnalati 86 casi in bambini sotto i 5 anni di età, di cui 31 avevano meno di 1 anno. L’87% dei casi non era vaccinato al momento del contagio. Un terzo circa dei casi ha sviluppato almeno una complicanza. Tra le complicanze, sono stati segnalati anche due casi di encefalite. Sono stati segnalati 52 casi tra operatori sanitari (6% dei casi totali) di cui oltre l’80% non vaccinato. L’età mediana degli operatori sanitari è 29 anni. Sono stati segnalati inoltre 15 casi tra operatori scolastici, tutti non vaccinati, a eccezione di un caso.

Il report ECDC
Nel frattempo l’ECDC segnala come “da gennaio 2016 è in corso un’epidemia di morbillo che coinvolge tutti i Paesi dell’Unione europea (UE) e dello Spazio Economico Europeo (SEE). Tra il 1 gennaio 2016 e il 31 marzo 2019 è stato infatti segnalato al Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC) un numero molto elevato di casi (44.074 casi con l’Italia al secondo posto con 9.277 casi), rispetto ai tre anni precedenti (2012-2015)”. I numeri sono contenuti nel report “Who is at risk of measles in the EU/EEA? Identifying susceptible groups to close immunity gaps towards measles elimination”, contenente anche i profili epidemiologici dei singoli Paesi.
Sulla base della valutazione ECDC, in Europa “persiste il rischio di una continua e diffusa circolazione del morbillo. Tre i principali fattori di rischio identificati: la presenza di un elevato numero di persone suscettibili al morbillo (oltre 4,5 milioni di bambini e adolescenti nati dal 1999) a causa della scarsa copertura vaccinale (nel 2017 solo 4 Paesi dell’UE/SEE hanno raggiunto una copertura vaccinale del 95% per due dosi di vaccino contenente morbillo, mentre nel 2007 erano 14). L’Italia risulta essere il Paese con il più elevato numero di bambini e adolescenti (0-20 anni) non vaccinati (1,1 mln).
“La presenza di un elevato numero di casi di morbillo tra i neonati e gli adulti, i gruppi a più alto rischio di complicazioni; il persistere del rischio d’importazione dell’infezione, che può aggravare i focolai in corso o avviarne di nuovi in comunità in cui il virus non è attualmente in circolazione e dove persistono sacche di persone suscettibili all’infezione (nel periodo 2016-2019 quasi la metà dei casi importati di morbillo segnalati nei Paesi UE/SEE ha contratto l’infezione in un altro Paese UE/SEE, soprattutto in Paesi in cui il morbillo è ancora endemico e/o in cui erano in corso vaste epidemie)”.




Il bambino è a digiuno? Lo dicono gli acidi grassi liberi nel sangue

Secondo uno studio pubblicato da Pediatrics, il livello di acidi grassi liberi nel sangue può rappresentare, nei bambini, un marker per discriminare il digiuno dal non digiuno. Un’informazione particolarmente utile ai medici per i pazienti che devono sottoporsi a cure o a test di laboratorio negli ambulatori e negli ospedali.

Le concentrazioni di acidi grassi liberi (FFA) del siero sanguigno possono aiutare a capire se un bambino è a digiuno oppure ha mangiato. Un’informazione utile prima dell’esecuzione di alcuni test o analisi di laboratori. A questa conclusione è giunto uno studio condotto in USA e pubblicato da Pediatrics.
Le concentrazioni di acidi grassi liberi aumentano a digiuno, ma diminuiscono con l’assunzione di cibo. Un valore sierico < 287 mEq/ml di questi acidi è un limite sensibile e specifico per il non diugiuno nei bambini e può rivelarsi clinicamente utile, secondo quanto emerge dallo studio di Jack Yanovski e colleghi, del National Institutes of Health.
Dato che le linee guida per la valutazione dei bambini con obesità includono raccomandazioni per lo screening metabolico, i medici esaminano frequentemente anomalie del glucosio usando campioni di sangue a digiuno ottenuti in ambiente ambulatoriale. “I medici non possono presumere che tutti i pazienti pediatrici siano adeguatamente a digiuno all’arrivo”, notano gli Autori del lavoro nel lavoro pubblicato su Pediatrics.

Lo studio
I ricercatori hanno quindi cercato di capire se le concentrazioni sieriche di acidi grassi liberi potessero essere un marker utile per differenziare “non digiuno” da “digiuno” in un campione di bambini non diabetici di età compresa tra 5 e 18 anni che avevano glucosio, insulina e acidi grassi liberi misurati a digiuno o durante un test orale di tolleranza al glucosio come parte di più coorti di ricerca. Sono stati valutati un totale di 442 campioni da bambini ospedalizzati e altri 442 seguiti in ambulatorio. Il campione era vario per età, razza, etnia e categoria di BMI.
Un cut point di acidi grassi liberi < 287 mEq/ml ha avuto una “eccellente” sensibilità (99%) e specificità (98%) per lo stato “non digiuno”, mentre i cut point glucosio (> 97 mg/dl) e insulina (> 47,7 uU/ml) hanno avuto una sensibilità inferiore (77% e 71%) e specificità (87% e 95%), “suggerendo che gli acidi grassi liberi sierici possono essere un test superiore per la discriminazione tra digiuno e non digiuno”, osservano i ricercatori. Ci sono state differenze significative tra i valori di acidi grassi liberi a digiuno dei bambini i cui campioni sono stati raccolti in un setting ospedaliero (dove il digiuno può essere relativamente garantito) rispetto a quello ambulatoriale. Solo l’1,6% dei valori dei prelievi ospedalieri era coerente con il “non digiuno” rispetto al 9,7% dei valori rilevati in ambulatorio.

Le evidenze
“Proponiamo una concentrazione di acidi grassi liberi < 287 mEq/ml come cut point per il non digiuno nei bambini. Digiuno e non digiuno non sono tuttavia dicotomici, ma continui e la soppressione di acidi grassi liberi dovrebbe variare in base al tempo trascorso dall’ultimo pasto. I medici dovrebbero porre un forte sospetto di fronte a campioni con bassi livelli di acidi grassi liberi e concentrazioni di glucosio anormalmente elevate. Questi valori potrebbero infatti essere stati ottenuti dopo un digiuno non adeguato. I valori sierici di acidi grassi liberi possono fornire utili dati aggiuntivi nel valutare lo stato metabolico e il rischio di un bambino”.




Distrofia di Duchenne, la battaglia per una diagnosi precoce entro i due anni
Questa patologia neuromuscolare rara colpisce prevalentemente i maschi. L’appello dei pediatri SIMPE riuniti a congresso: “Anticipare i tempi per aiutare i bambini”

Il primo bersaglio sono i muscoli. Man mano si indeboliscono quasi tutti, quelli dello scheletro e non solo. Ed è una degenerazione precoce che inizia da bambini fino a sfociare, intorno ai 12 anni, nella disabilità. In poche parole, non ce la fanno più a camminare. È la Duchenne, malattia neuromuscolare rara che, legata al cromosoma X, colpisce prevalentemente i maschi (un bimbo ogni 5 mila nuovi nati), mentre le femmine sono portatrici sane. Vuol dire che non presentano alcuna sintomatologia, oppure che è molto lieve.

Di malattie rare ce ne sono tante, ma sulla Distrofia di Duchenne, probabilmente proprio perché tra le più gravi, si è concentrata l’attenzione dei relatori del congresso SIMPE (Società Italiana Medici Pediatri) che si è recentemente concluso a Sorrento. “Rappresenta un banco di prova ideale per il pediatra di famiglia perché se i bambini avessero una diagnosi precoce, cioè entro due anni, potrebbero ottenere enormi vantaggi da una altrettanto precoce e adeguata presa in carico”. La diagnosi che per questi bimbi arriva in media verso i tre anni e mezzo.

“Ma il valore medio è ingannevole perché c’è un 42% a cui la Duchenne viene diagnosticata verso i cinque anni, e a volte anche intorno a sette, otto, quando le condizioni dei muscoli sono già molto compromesse ed è più difficile riuscire a rallentare il decorso della patologia”. Già, perché più tardiva è la diagnosi più rapida è l’evoluzione verso la disabilità totale, con un’aspettativa di vita che oggi, nonostante negli ultimi anni sia raddoppiata, non supera il terzo decennio. La gravità della Distrofia di Duchenne infatti si esprime quando oltre ai muscoli scheletrici, vengono coinvolti quelli respiratori e il muscolo cardiaco. In sostanza, si assiste a una graduale sostituzione del tessuto muscolare con il tessuto fibrotico e adiposo.
Una corsa contro il tempo che vede i pediatri in prima linea insieme agli specialisti di malattie neuromuscolari per mettere in campo tutte le strategie terapeutiche disponibili. Ma cosa possono realmente fare per vincere la sfida? Riconoscere al più presto i primi segni della malattia. «Si tratta di poche e semplici operazioni già quotidianamente svolte con i nostri bambini, perché previste dai Bilanci di Salute. Oggi non è solo possibile individuare precocemente i piccoli pazienti osservando i segni tipici della Duchenne descritti dal decalogo». Quest’ultimo (riportato qui sotto e redatto dalla SIMPE) si identifica nelle dieci spie che devono insospettire. Chi? Prima di tutto il pediatra, poi i genitori che potranno attivare un monitoraggio ravvicinato del bambino. L’elenco è stato presentato, sempre a Sorrento, durante il PediaCampus, il corso di alta formazione dedicato ai pediatri di famiglia perché diventino a pieno titolo e con competenza il punto di riferimento dei genitori.
D’altronde la conferma arriva da un’indagine condotta dall’Osservatorio nazionale per l’Infanzia e l’Adolescenza Paidoss: il 90 per cento di 300 mamme e papà di bimbi affetti da patologia rara chiede che sia il pediatra a coordinare e gestire gli interventi. Non solo. Rivela sempre Paidoss che sarebbe necessario mettere a disposizione dei pediatri un maggior numero di mezzi diagnostici e di screening indispensabili a ottenere diagnosi tempestive. Anche stavolta la realtà attuale è ben diversa. In un caso su quattro gli specialisti dei centri di riferimento, dopo la diagnosi e durante il percorso terapeutico, non coinvolgono direttamente il pediatra. “PediaCampus va incontro alle esigenze delle famiglie: aumentare la sensibilità e l’informazione dei pediatri sulle malattie rare è fondamentale perché sappiano gestire al meglio i loro pazienti – conclude Mele – In questo senso il decalogo è importante non solo per i genitori, ma anche per i medici: semplici segni come la difficoltà a sedersi autonomamente o a stare in piedi, il ritardo nel camminare fino e oltre i 16-18 mesi, i polpacci tipicamente più grossi, possono e devono essere individuati dal pediatra durante le visite di controllo. La diagnosi precoce è fondamentale per mirare a una vita più lunga e di migliore qualità, per i bambini e per le loro famiglie: fino ai cinque anni i muscoli sono più preservati, mentre successivamente inizia un declino molto rapido. Insomma è indispensabile intercettare la patologia prima di un deterioramento muscolare consistente”.




I dieci sintomi della distrofia di Duchenne

Se il bambino presenta uno o più di questi sintomi, è opportuno discuterne con il pediatra e con uno specialista per una valutazione approfondita.

Prima di 18 mesi
1. Il bimbo ha difficoltà a stare seduto da solo o a gattonare.
2. Il bimbo non riesce a stare in piedi o a camminare prima dei 18 mesi.
3. C’è un ritardo del linguaggio e intorno a un anno e mezzo il piccolo non ha ancora detto la prima parola. Anche le frasi complete stentano ad arrivare.

A 3 anni
4. Ci sono tipiche difficoltà nell’andatura, che è spesso ondeggiante.
5. Il bimbo tende a camminare sulle punte o coi piedi molto piatti.
6. Dopo i tre anni spesso ancora cade ed è goffo nei movimenti.
7. Ha difficoltà ad arrampicarsi.
8. Ha difficoltà a correre.

A 5 anni
9. Non riesce a stare dietro ai compagni mentre giocano e i muscoli sono deboli.
10. Il segno di Gowers: nel tentativo di alzarsi dalla posizione supina, i pazienti caratteristicamente usano le braccia per arrampicarsi sul corpo poggiandole sulle ginocchia, per compensare la debolezza dei muscoli delle gambe.




L’asma dei bambini si cura anche con lo sport

Sono circa 630mila i bimbi con asma in Italia. Per i pediatri lo sport è benefico, con qualche accorgimento. Numerosi studi hanno dimostrato che la capacità cardio-respiratoria del bambino asmatico in buon controllo di malattia è, a parità di allenamento, perfettamente sovrapponibile a quella del bambino sano e che lo sport, se correttamente praticato, può diventare strumento efficace di riabilitazione respiratoria. Il bambino asmatico, quindi, non deve rinunciarvi, ma imparare a svolgerlo in sicurezza. “È fondamentale - spiega Diego Peroni, consigliere della Società Italiana di Pediatria (SIP) - istruire bambini e genitori con alcuni suggerimenti, quali svolgere attività fisica all’aperto lontano dalle aree urbane con traffico intenso, evitare le fasce orarie nelle quali gli inquinanti raggiungono il picco di concentrazione nell’aria, privilegiando lo sport la mattina presto o la sera tardi, ma soprattutto raggiungere un buon controllo della malattia, associando allenamento, laddove necessario, a premedicazione farmacologica”. Quale tipo di sport scegliere? “Il nuoto è certamente quello meglio tollerato dai bambini asmatici poiché l’immersione in acqua favorisce l’espirazione e l’incremento della ventilazione polmonare risulta moderato”, spiega Stefania La Grutta, Consigliere SIMRI (Società Italiana Malattie Respiratorie Infantili). La lotta, la scherma, il sollevamento pesi presentano un basso rischio in quanto comportano sforzi intensi, ma brevi e caratterizzati da uno scarso incremento della ventilazione. Gli sport basati sull’uso della palla possono essere praticati complessivamente senza problemi grazie all’alternanza di periodi di intensa attività a fasi con intensità ridotta. Al contrario, corsa e ciclismo possono più frequentemente scatenare crisi asmatiche, anche se con un buon controllo della malattia e un adeguato allenamento, possono essere comunque praticati. Assolutamente sconsigliate sono le attività subacquee”.




Da pediatri 5 regole salva-cuore, la cura inizia da piccoli

Il cuore, qualcosa di cui prendersi cura non solo da adulti. Le malattie cardiovascolari, che rappresentano la prima causa di morte e spesa sanitaria nelle società avanzate, si manifestano infatti da grandi, ma affondano le radici nell’infanzia. A evidenziarlo sono gli esperti della SIP, Società italiana di Pediatria, in occasione del 75esimo congresso di Pediatria a Bologna. Il Gruppo di Studio Ipertensione Arteriosa e Rischio Cardiovascolare della SIP ha realizzato un manuale sul rischio in bimbi e ragazzi. “I processi di alterazione vascolare, la premessa delle patologie cardiovascolari fino a infarto e ictus, iniziano nei primi 10 anni di vita - spiega Gianni Bona, esperto SIP - in qualche modo il decadimento delle arterie comincia dal primo giorno e interessa tutti: quello che cambia è la velocità con cui questi processi avvengono”. Tra i 10 ‘nemici’ del cuore, sin da piccoli, vi sono scarso o eccessivo peso alla nascita, predisposizione genetica, sovrappeso e obesità, fumo. E poi ipertensione, che riguarda il 4% dei bambini tra 6 e 16 anni (ben il 24% tra quelli obesi), sedentarietà e alterazioni del sonno: il 27% dei bimbi in età scolare e il 45% degli adolescenti dormono meno di quanto raccomandato. Infine alcune malattie croniche endocrinologiche, ai reni e al cuore, alcuni farmaci come cortisone, immunosoppressori, diuretici, e il fruttosio, il cui uso eccessivo può essere dannoso per la salute. Cinque le regole salva-cuore: misurare la pressione arteriosa sin dai 3 anni; ridurre il sale, ma anche il consumo di fruttosio contenuto in soft drink, tè zuccherati, succhi di frutta; incentivare l’abitudine a una prima colazione completa che rappresenti almeno il 20-25% delle calorie giornaliere, favorire l’utilizzo di alimenti integrali e farine poco raffinate, ricchi di fibre, meno assorbibili dall’intestino e che producono una minora elevazione della glicemia; far praticare ai bambini regolare attività fisica (almeno 60 minuti al giorno da 5 a 17 anni) e favorire gli spostamenti a piedi; favorire un sonno adeguato all’età.




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M.V. Abate (a cura di) L’Italia non è un Paese per mamme - AIFA. Nota informativa importante su domperidone - Pipì a letto: un problema per il 15% dei bambini italiani - Rimuovere subito le pile a bottone ingerite dai bambini - Morbillo. Nei primi 4 mesi registrati 864 casi e un decesso - Il bambino è a digiuno? Lo dicono gli acidi grassi liberi nel sangue - Distrofia di Duchenne, la battaglia per una diagnosi precoce entro i due anni - I dieci sintomi della distrofia di Duchenne - L’asma dei bambini si cura anche con lo sport - Da pediatri 5 regole salva-cuore, la cura inizia da piccoli. Medico e Bambino pagine elettroniche 2019;22(6) https://www.medicoebambino.com/?id=NEWS1906_10.html