Rivista di formazione e di aggiornamento professionale del pediatra e del medico di base, realizzata in collaborazione con l'Associazione Culturale Pediatri

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Striscia... la notizia

a cura di Maria Valentina Abate
Patologia Neonatale, ASST Papa Giovanni XXIII, Ospedale di Bergamo
Indirizzo per corrispondenza: valentina_aba@yahoo.it





Abuso infantile e depressione, cambiamenti simili nel cervello

È il risultato di uno studio osservazionale che ha coinvolto oltre 100 pazienti seguiti per due anni. I dati hanno dimostrato che le alterazioni presenti nel cervello (in questo caso la riduzione della superficie della corteccia insulare) sono direttamente collegate all’outcome clinico.

L’abuso durante l’infanzia può causare cambiamenti anatomici nel cervello, che a loro volta possono rendere gli adulti più vulnerabili alla depressione. È quanto emerge da uno studio tedesco che ha valutato oltre 100 pazienti di età compresa tra i 18 e i 60 anni. “Per molto tempo si è pensato che il trauma infantile fosse un importante fattore di rischio per lo sviluppo della depressione e che fosse associato a cambiamenti nel cervello - ricorda l’autore, Nils Opel dell’Università di Münster - Quello che abbiamo fatto è stato mostrare che effettivamente le alterazioni nel cervello sono direttamente collegate al risultato clinico. Questa è la novità”.

Lo studio
Lo studio osservazionale di due anni ha visto coinvolti 110 pazienti di età compresa tra i 18 e i 60 anni, che sono stati ricoverati in ospedale a seguito di una diagnosi di depressione maggiore. All’inizio, tutti i partecipanti sono stati sottoposti a risonanza magnetica del cervello e hanno risposto a un questionario che ha valutato il livello di maltrattamento vissuto da bambini. Nei due anni successivi, oltre due terzi dei partecipanti ha avuto una ricaduta.
Le scansioni del cervello hanno mostrato che l’abuso durante l’infanzia e la depressione ricorrente erano collegati a riduzioni simili nella superficie della corteccia insulare, una parte del cervello che si ritiene contribuisca a regolare le emozioni e l’auto-consapevolezza. “Penso che l’implicazione più importante del nostro studio sia che possiamo dimostrare che i pazienti traumatizzati differiscono da quelli non traumatizzati in un modo che li espone a un maggior rischio di depressione ricorrente. I pazienti traumatizzati differiscono inoltre in termini di struttura cerebrale e neurobiologia”.

I commenti
Non è chiaro, tuttavia, se i risultati alla fine porteranno a nuovi approcci terapeutici.
Lo psichiatra infantile e dell’adolescenza Morris Zwi, ha detto che i risultati dello studio forniscono comunque un punto di partenza per ulteriori ricerche.
“In questo momento c’è un grande interesse per la plasticità del cervello, cioè la possibilità per le cellule cerebrali di rigenerarsi o modificarsi per soddisfare i bisogni del cervello. Questo è il motivo per cui è importante sapere se i cambiamenti osservati in associazione a trauma e depressione sono transitori o permanenti, cosa che questo studio non può mostrare”. Secondo Zwi terapia o farmaci che intervengono sulle modifiche alla struttura del cervello potrebbero dare qualche chance a questi pazienti. Opel vede anche del potenziale nel trattamento su misura per i singoli pazienti sulla base delle informazioni ottenute dalle scansioni cerebrali.
“Sarebbe fantastico se in futuro potessimo utilizzare questi dati per prevedere quale paziente potrebbe aver bisogno di cure intensive o specializzate e poi proporre approcci terapeutici personalizzati”, ha concluso.




Medici appena laureati nei Pronto Soccorso della Toscana
ANAAO, questa è Sanità low cost. Intanto 10mila medici nel limbo

Ultima in ordine di tempo, l’assunzione nei Pronto Soccorso (PS) toscani di giovani laureati in Medicina senza nessuna specializzazione, entra nella lista delle misure-tampone scelte dalle Regioni per affrontare la carenza di medici. Dopo il Veneto, il Molise, l’Umbria, il Piemonte che hanno scelto di assumere medici già in pensione o di chiamare camici bianchi dalla Romania, le delibere di oggi fanno discutere.
A rendere nota la decisione è stata questa mattina la stessa Regione Toscana che ha annunciato di avere approvato ‘misure straordinarie’: l’assunzione di laureati in Medicina ancora privi di specializzazione, da formare e assumere con contratti libero professionali-formazione lavoro, nei PS in affanno per “grave sofferenza di organico, sia per i medici sia per gli infermieri”. “C’è il rischio concreto - è stato sottolineato - che la carenza di organico possa causare inefficienze e interruzione di pubblico servizio nel sistema dell’emergenza urgenza regionale”.
Duro il commento del segretario nazionale dell’Associazione medici e dirigenti del SSN ANAAO ASSOMED, Carlo Palermo: “Un giovane laureato in Medicina senza specializzazione assunto in PS con contratto libero professionale avrà scarsa protezione contrattuale, nessuna copertura previdenziale e dovrà pagarsi da solo l’assicurazione. I rischi sono tutti a suo carico. Le Regioni si stanno muovendo al risparmio. Stiamo assistendo alla nascita di una Sanità low cost”. “Per un laureato in Medicina assunto con queste modalità - ha spiegato - la prospettiva di lavoro è pari a zero. Non si fa altro che creare precariato. Nell’organizzazione della Sanità non c’è un pensiero comune, manca la programmazione e si produce disparità”. Non solo, per il segretario dell’ANAAO, “le ultime mosse del governatore Zaia sono una provocazione, una scelta chiaramente legata al progetto dell’Autonomia”. Palermo, dati alla mano, ha inoltre ricordato che in Italia ci sono già ben 10mila medici specializzati in attesa di chiamata, e altri 6mila che stanno frequentando l’ultimo anno di specializzazione: “Stiamo parlando di 16mila medici pronti per essere assunti negli ospedali con un contratto a tempo indeterminato, ma a cui vengono preferiti pensionati e neo-laureati per non spendere. Si preferiscono la Sanità al risparmio, la mortificazione dei professionisti, il limbo per i camici bianchi già formati mentre gli ospedali affogano”.




Medici emigranti, in Europa il 52% è italiano
Gli Emirati offrono 20mila euro al mese, casa, autista e scuola

Medici italiani con la valigia. Secondo i dati della Commissione Ue, tra i camici bianchi europei che lasciano il loro Paese, il 52% è costituito da italiani, seguono i tedeschi con il 19%. La Regione con il maggior numero di medici che espatriano è il Veneto, con 80 professionisti sui 1500 che emigrano ogni anno. Proprio in questi giorni, raccontano dall’Azienda sanitaria di Padova, gli Emirati Arabi stanno contattando medici italiani e offrono dai 14 ai 20mila euro al mese, interprete, casa, scuola, e autista.
Tornando invece ai Paesi europei, le richieste di nostri camici bianchi arrivano soprattutto da Gran Bretagna, Svizzera, Germania, Francia, Belgio, Olanda. Fuori dall’Europa la caccia al medico italiano parte soprattutto da Arabia Saudita, Qatar, Siria, Libia, Iraq, Sudan e Somalia. La ricerca avviene attraverso Linkedin o società di cacciatori di teste straniere specializzate. A quanto pare l’età non importa: nel giro di poco tempo all’ospedale di Padova una nefrologa esperta ha avuto un’offerta di lavoro dalla Francia, un altro specialista di 55 anni ha ricevuto un invito in Svizzera e un altro in Sudtirol direttamente dall’assessore ai servizi sanitari. Intanto nell’ultimo anno, 12 anestesisti dell’Ospedale di Verona hanno chiesto il trasferimento per via delle condizioni di lavoro troppo pesanti.

“I motivi che inducono tanti camici bianchi a lasciare l’Italia? Un accesso alla professione più meritocratico, prospettive di carriera migliori e retribuzioni molto più alte che in Italia”, elenca Adriano Benazzato, segretario ANAAO ASSOMED del Veneto. “Un danno anche economico per il nostro Paese se si pensa che lo Stato spende 150mila euro per ogni singolo medico solo laureato. Se ha fatto la Specializzazione, altri 150mila euro”.
Ma c’è anche chi non ci sta e nonostante offerte più che vantaggiose decide di restare. È il caso di Andrea Rossi, 41 anni, geriatra presso l’Azienda ospedaliera universitaria di Verona: “Mi ha contattato un’Agenzia di cacciatori di teste, la Global executive solutions offrendomi un posto di consulente medico geriatrico di zona al Queen Elizabeth Hospital di Norfolk. Mi hanno trovato su Linkedin, l’offerta era di 150mila sterline l’anno lorde, pari a 170mila euro. In Italia ne guadagniamo 71mila”. E conclude: “Se mi avessero trovato prima, quando ero precario e lavoravo con un contratto a gettoni pagato a ore, 10 euro lordi all’ora, avrei detto certamente di sì. Adesso ho un contratto a tempo indeterminato, faccio anche ricerca e ho tre figli piccoli. Ho deciso di restare”.




Casa pericolosa, 64% infortuni sotto i 5 anni avviene lì
Da Ministero della Salute linee guida per prevenire gli incidenti

A casa si pensa di stare al sicuro, ma in realtà ben il 74% delle lesioni trattate in ospedale avviene proprio lì, o nel tempo libero e lo sport. Nei bambini sotto i 5 anni il 64% degli infortuni non mortali avviene nella propria abitazione dopo una caduta, mentre sotto i 14 anni la prima causa di morte è rappresentata dagli infortuni accidentali, che coinvolgono di più i maschi. Lo segnalano le nuove Linee guida sulla prevenzione degli incidenti domestici in età infantile, pubblicate dal ministero della Salute. Secondo i dati Istat, i casi di urto o schiacciamento sono più frequenti tra i bambini e i ragazzi tra i 6 e i 17 anni e l’ambiente dove si verifica il maggior numero di incidenti è il salone, dove si concentrano il 28,5% degli incidenti nei maschi e il 38,4% nelle femmine. Nella stessa fascia di età gli incidenti sono legati in tre casi su quattro ad attività ludico-creative. Fino ai 5 anni di età il 57% degli incidenti causa danni alla testa e l’incidente più tipico è la caduta con trauma alla testa che in oltre la metà dei casi dà origine a un taglio o a una ferita. Anche tra i 6 e 13 anni la caduta è l’incidente più ricorrente, ma ogni 4 incidenti si verifica un caso di urto o schiacciamento. Le lesioni più frequenti sono contusioni, escoriazioni e lividi soprattutto su braccia e gambe. A casa c’è un rischio maggiore del 22% di incidenti domestici associato a elementi potenzialmente pericolosi, come il pavimento del bagno e della doccia scivolosi, scale sdrucciolevoli, specchi e porte a vetro vicino alle scale.
Nelle linee guida si suggerisce di fare gli interventi informativi-educativi alla popolazione pediatrica, dando precedenza ai soggetti a rischio e sotto i 5 anni, e quando è possibile, associare l’intervento educativo alla fornitura gratuita o a prezzo ridotto di dispositivi di sicurezza. Gli operatori socio-sanitari adeguatamente formati dovrebbero condurre programmi per lo sviluppo delle competenze genitoriali in tema di sicurezza domestica indirizzati specialmente alle famiglie a rischio.




Pisellino chiuso: igiene, aderenze e fimosi

Come effettuare pulizia e lavaggio? È utile la ginnastica prepuziale? Quando consultare il chirurgo?
Dottore il pisellino di mio figlio si apre ma non scende! Dottore al mio invece non si apre nemmeno… è troppo stretto! Devo preoccuparmi? Devo fare la ”ginnastica al pisellino”? Dovrà fare la circoncisione? Come faccio a pulirlo? Rischia di infettarsi? Questi e altri i quesiti più frequenti che ogni mamma, terrorizzata dal pisellino del proprio piccolo, solitamente si pone. Fortunatamente nella stragrande maggioranza dei casi c’è poco da preoccuparsi. Nei neonati e nei bimbi sotto i 3 anni di vita il pisellino è infatti fisiologicamente non retraibile (o talora solo parzialmente retraibile). Ma fino a che età?

Pisellino chiuso: fino a che età è normale?
L’impossibilità a “scappellare” completamente la pelle del pisellino (prepuzio) si osserva normalmente nella maggior parte dei bimbi sotto i 3 anni. La letteratura scientifica ci dice che osservando la naturale evoluzione spontanea di questi “pisellini chiusi” nel 90% dei casi essi “sbocceranno” entro i primi 3 anni , nel 92% entro i 6 anni, nel 99% entro i 16 anni di vita. Man mano che si cresce quindi la percentuale di individui con prepuzio ”non retraibile” si riduce, e dopo la pubertà, solo l’1 % presenta ancora difficoltà a “scappellare” il pene. La decisione di sottoporre il piccolo all’intervento di circoncisione va presa dunque solo in pochi casi selezionati.

Pisellino chiuso: quali sono i motivi?
Chiariamo alcuni termini: per glande s’intende la ”punta rosea del pisellino” ovvero la parte alta dove è normalmente presente il forellino da cui sbuca la pipi; col termine prepuzio ci si riferisce invece alla ”porzione di pelle” che normalmente ricopre il glande e che ogni mamma sarebbe felice di riuscire a tirare completamente giù quando lava il proprio piccolo. Il prepuzio del bambino svolge una funzione protettiva, immunitaria ed erogena.

I motivi per cui in molti maschietti il prepuzio non viene giù sono sostanzialmente due:
Aderenze balano-prepuziali fisiologiche: il prepuzio è normalmente attaccato al glande grazie a residui di tessuto chiamati ”aderenze” che spesso gli impediscono di scivolare fin giù. Man mano che il bimbo cresce tali aderenze vanno incontro a dissoluzione spontanea per effetto delle erezioni intermittenti dell’infante, della cheratinizzazione della parte interna del prepuzio e della leggera e gentile trazione che può fare la madre durante il bagnetto al piccolo (MAI forzando! come vedremo tra poco).
Fimosi fisiologica: l’apertura del prepuzio è normalmente più stretta sotto i 3 anni e tende ad allargarsi successivamente. È compito del pediatra distinguere la normale fimosi fisiologica che non necessita di alcun trattamento chirurgico dalla fimosi patologica che invece va trattata mediante circoncisione, come vedremo tra poco.

Fimosi patologica o fisiologica? Come distinguerle?
È sufficiente una semplice visita presso il proprio pediatra di fiducia per distinguere la fimosi patologica, meritevole di valutazione chirurgica, dalla fimosi fisiologica.
Nella fimosi patologica osserveremo un prepuzio poco flessibile e soprattutto caratterizzato dalla presenza di un anello fibrotico di tessuto cicatriziale color avorio, il cosiddetto anello fimotico.
Nella fimosi fisiologica si vedrà invece che il prepuzio nonostante sia molto stretto appare comunque integro, flessibile e soprattutto non presenta alcuna cicatrice e manca l’anello fimotico.

Cosa fare in caso di fimosi fisiologica?
Osservare il bambino nel tempo e attenderne la naturale risoluzione. In questi casi bisognerà dunque lasciarsi rassicurare dal pediatra senza pretendere un’inutile valutazione chirurgica e praticare cicli di terapia medica con pomate cortisoniche a cicli di 6-8 settimane qualora il pediatra lo ritenga opportuno, con lo scopo di: 1) accelerarne l’evoluzione e l’apertura e 2) prevenire la formazione di cicatrici che in caso di balanopostite o altri insulti potrebbero indurre il deragliamento in fimosi patologica.


CREME CORTISONICHE “A ELEVATA POTENZA”
Betametasone dipropionato 0,05%
Mometasone furoato 0,1%
Metilprednisolone aceponato 0,1%
Fluticasone propionato 0,05%
Clobetasolo propionato 0,05%
Una applicazione 2-3 volte al giorno per 6-8 settimane, in base aL giudizio medico



Cosa fare in caso di fimosi patologica?
Consultare un chirurgo e pianificare l’intervento di circoncisione. A meno che non sia presente una fimosi serrata con difficoltà alla minzione si potrà anche programmare l’intervento dopo l’anno di età. Nell’attesa della circoncisione è comunque utile praticare almeno un tentativo con le pomate cortisoniche sopra indicate in quanto alcuni casi con anello cicatriziale fimotico leggero e poco rappresentato potrebbero trarne beneficio.

Quali conseguenze può provocare la fimosi?
La presenza di fimosi, che sia fisiologica o patologica, può creare difficoltà nell’igiene quotidiana e favorire infezioni provocando:
  • balaniti o balanopostiti ricorrenti: ovvero infezioni di prepuzio e glande
  • infezioni delle vie urinarie ricorrenti: ovvero infezioni di vescica (cistiti) e reni (pielonefriti) In entrambi questi casi la circoncisione va presa in considerazione, anche in presenza di fimosi fisiologica. Evitarla è comunque possibile praticando un’accurata igiene.
Può la fimosi fisiologica diventare patologica nel tempo?
La risposta è SI. È per questo necessario che il piccolo venga periodicamente valutato dal proprio pediatra. Gli eventi che possono causare tale trasformazione sono tutti quei fattori che possono indurre una lesione del prepuzio con conseguente formazione di cicatrice che, retraendosi, va poi a costituire l’anello fibrotico e quindi una fimosi patologica.

Eccone alcuni:
  • Dermatite da pannolino: nei casi più gravi di arrossamento da pannolino potrebbero prodursi delle lesioni a livello dell’anello prepuziale che vanno poi incontro a cicatrizzazione e restringimento.
  • Ginnastica prepuziale: consigliata dai pediatri fino a 20 anni fa, si ritiene attualmente deleteria in quanto l’apertura forzata del prepuzio può indurre la formazione di un anello cicatriziale.
  • Balaniti o balanopostiti ricorrenti: si tratta di infezioni con arrossamento, tumefazione e bruciore del glande e del prepuzio. L’uso di cortisonici locali ne riduce l’esito cicatriziale impedendone l’evoluzione in fimosi patologica nell’80% dei casi.
  • Balanite xerosa obliterante (vedi anche lichen scleroso): è una localizzazione del Lichen Scleroso, una malattia della pelle su base autoimmune, che prevale negli adulti ma nel 15% dei casi può coinvolgere anche bambini portando alla formazione di placche fibrotiche color avorio, pruriginose, nell’area di prepuzio e uretra, che inevitabilmente conducono a fimosi.



Genitori e medici sottovalutano il problema dell’obesità infantile

È un problema sottovalutato quello dell’obesità infantile. Più di un genitore su due non fa infatti caso al sovrappeso dei figli. Una questione che non viene considerata neanche dai pediatri: il 50% ignora questo dato nel corso delle visite mediche. A sostenerlo una ricerca appena presentata al Congresso europeo sull’obesità che si tiene fino al primo maggio a Glasgow, nel Regno Unito. Un dato ricavato grazie a una metanalisi che ha confrontato 87 studi fra il 2.000 e il 2018 su 24.774 ragazzi fra 0 e 19 anni e le loro famiglie.
“Nonostante i numerosi tentativi di sensibilizzare l’opinione pubblica su questo tema, i risultati dello studio indicano che è diffusa l’abitudine di non considerare in modo adeguato l’obesità infantile. I pediatri dovrebbero stare accanto alle famiglie e far capire loro quanto l’obesità possa nuocere alla salute.

Un problema da non sottovalutare
Per molti genitori l’illusione è che con l’età il problema si sistemi. “Purtroppo questa superficialità porta a intervenire tardivamente, quando è più difficile ottenere dei risultati clinici significativi e magari sono già presenti complicanze dell’obesità. Uno dei fattori che contribuisce a ritardare il riconoscimento di un eccesso di peso è dire: vedo il bambino e “mi sembra” con un peso assolutamente normale. Ma il criterio di “normalità” può variare da genitore a genitore.

I rischi per chi pesa troppo
Ma quali sono i rischi in caso di sovrappeso? “Quello di rimanere obesi anche in età adulta, di avere delle complicanze metaboliche associate all’obesità come, ad esempio, glicemia elevata, pressione arteriosa elevata, fegato grasso; ma anche di avere difficoltà di carattere psicosociale. Ci sono casi di emarginazione, episodi di bullismo, depressione, scarsa autostima, disturbi del comportamento alimentare. Infine fra i rischi c’è un’aspettativa di vita inferiore ai normopeso”.

Il rischio diabete
E sempre di più si incomincia a parlare anche di diabete. “Soprattutto nel Nord America dove l’obesità è più diffusa e a livelli di gravità maggiore che in Italia, stanno aumentando molto velocemente le diagnosi di diabete tipo 2, fino a pochi anni fa praticamente sconosciuto sotto i 18 anni. Un adolescente obeso ha un rischio 4 volte superiore del normopeso di sviluppare un diabete tipo 2 nel corso della vita. È quindi prevedibile che anche in Italia il diabete tipo 2 riduca l’età di esordio sino a comparire anche nei più giovani”.

Bimbi sovrappeso in Italia e in Europa
Un problema quello dell’obesità anche per molti bambini italiani. In Italia, patria della dieta mediterranea, due bambini su 10 sono in sovrappeso e uno su 10 è obeso, con una maggiore prevalenza nel centro sud. L’obesità infantile è un fenomeno non solo dilagante ma anche persistente: circa il 50% degli adolescenti obesi rischia di esserlo anche da adulto. Negli ultimi 40 anni nel mondo i bambini e adolescenti obesi sono aumentati di dieci volte: se nel 1975 erano 5 milioni le ragazze con questo problema nel 2016 sono diventate 50 milioni, mentre i maschi obesi erano 6 milioni nel ‘75 e nel 2016 sono diventati 74 milioni. Una questione che riguarda anche gli altri paesi europei. In Europa, il 19-49% dei ragazzi e il 18-43% delle ragazze sono sovrappeso o obesi. E solo pochi fra loro ricevono un trattamento adeguato. Fra l’altro, ricordano i ricercatori, diversi studi hanno dimostrato che la percezione del peso corporeo è associata a comportamenti “corretti” per superare il problema e a un corretto stile di vita.

Le fasce di età più a rischio
Sono tre le fasi della vita a maggiore rischio che i genitori dovrebbero tenere d’occhio: la gravidanza, i primi due anni di vita e la pubertà. “Durante la gravidanza il feto acquista progressivamente maturità anatomica e funzionale delle strutture di regolazione metabolica e del peso corporeo nel rispetto del corredo genetico individuale e della situazione ambientale in cui si trova. Il ruolo dell’ambiente metabolico materno-fetale è determinante perché i geni si esprimano o meno, contribuendo così a modulare il funzionamento delle strutture di regolazione nel lungo periodo. Questa sorta di “imprinting” continua anche nei primi due anni di vita. Di qui l’importanza determinante di un adeguato intervento di prevenzione. Fondamentale l’alimentazione al seno o, in caso di sua impossibilità, l’uso di latti adattati evitando il latte vaccino sino ai 12 mesi compiuti”. Importante anche procedere con uno svezzamento equilibrato secondo le raccomandazioni nutrizionali del pediatra.

Nel piatto dell’adolescente
Va inoltre fatta attenzione alla pubertà. “È un’epoca di rapide e importanti trasformazioni fisiche e psicologiche che comportano spesso cambiamenti repentini e profondi di stile di vita e delle abitudini nutrizionali. Il frequente abbandono dello sport e comunque la riduzione dell’attività fisica sono un co-fattore di rischio rilevante nel favorire, accanto ad abitudini nutrizionali scorrette, l’accumulo di peso in eccesso o l’adottare diete inidonee auto-prescritte”.

I consigli per aiutare genitori e bambino
I consigli per tutelare la salute dei ragazzi sono quelli che puntano a corretti stili di vita. E in questo caso sono utili le indicazioni del pediatra. È importante “intervenire al più presto quando si riscontra il sovrappeso e non banalizzare il trattamento dell’obesità: non si tratta di dare una semplice “dieta” ma di intervenire sul complesso delle abitudini nutrizionali e motorie del bambino/adolescente: questo non è facile e ci vuole tempo. I risultati ci saranno ma è necessario avere costanza”.




OMS: bimbi fino a 2 anni mai davanti a uno schermo

Per crescere bene servono più attività fisica, fin da neonati, e meno tempo trascorso sdraiati in carrozzina o seduti nel marsupio, su passeggini e seggiolini; dormire in modo sano e soprattutto niente schermi - siano di telefonini, tablet, computer o tv - fino ai 2 anni di vita. Sono alcune delle raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che ha diffuso nuove linee guida per il corretto sviluppo dei ragazzini prima dei cinque anni.

Ma che cosa accade in Italia? Quali sono le abitudini dei bambini italiani? “Il 60% dei bambini fra 6 e 24 mesi è capace di far scorrere da solo sul video immagini o foto. Il 50% sa anche modificare anche la schermata, il 45% è in grado di far partire un cartone animato o un programma e il 30% riesce ad accendere o spegnere un telefonino. Percentuali che, dopo i 2 anni di vita, arrivano quasi al 100%”, spiega il pediatra Italo Farnetani, che sottolinea in particolare “un dato emerso da studi condotti nel nostro Paese: i bimbi iniziano a usare il cellulare già a 6 mesi di vita”.

Mai più di due ore di schermo per i piccoli
Se è vero che lo schermo non deve assolutamente mai essere una babysitter, il medico tiene a precisare “quello che risulta dalla ricerca scientifica: è stato dimostrato che, se l’uso complessivo degli schermi si limita a un massimo di un’ora e mezza al giorno, l’intelligenza del bimbo beneficia anche di questo tipo di stimolazione. Da un’ora e mezza a 2 l’effetto resta stabile, mentre se si superano le 2 ore l’impatto sull’intelligenza diventa negativo”.
Insomma, “come ogni cosa anche tv, computer, tablet e smartphone vanno ‘somministrati’ alla giusta dose” e “ sempre accompagnati da altri stimoli come la musica, ma soprattutto le parole”. Il pediatra insiste su un concetto: “La cosa più importante affinché un bambino cresca bene e il suo sviluppo intellettivo sia corretto è favorire le stimolazioni, intese specialmente come relazioni interpersonali. La cosa che i piccoli preferiscono in assoluto, ancor più nei primi 4 anni di vita, è stare con i genitori, giocare con mamma e papà, meglio ancora se fuori casa”.

No alla sedentarietà
L’OMS invita poi contrastare la sedentarietà fin dai primi giorni di vita, anche prima che il neonato impari a camminare, trascorrendo almeno 30 minuti al giorno in posizione prona (tummy time). Su questo punto l’esperto suggerisce invece a prestare massima attenzione, perché “come noto questa posizione espone a un maggior rischio di morte improvvisa. Eventuali rigurgiti possono passare dall’esofago alla trachea, con il pericolo di inalazione e soffocamento”.
Per i piccoli under 5, l’Agenzia delle Nazioni Unite per la Sanità consiglia inoltre di non limitare il movimento del bambino tenendolo in carrozzine, passeggini o marsupi più di un’ora alla volta, e nella fascia 1-4 anni di assicurare al bimbo almeno 180 minuti al giorno di attività fisica di vario tipo e intensità.

No al passeggino dopo i 4 anni
“Giustissimo muoversi, anche se uno sport vero e proprio può essere iniziato dopo i 4 anni”, commenta Farnetani che torna piuttosto a bacchettare la cattiva abitudine di tenere i bambini sulle ‘4 ruote’ anche dopo i 4 anni: “Il passeggino è utile fino ai 3 anni d’età, fascia in cui nella Penisola stimiamo ne circolino 1,5 milioni; è da ritenersi facoltativo fra 3 e 4 anni (200mila passeggini), ma andrebbe vietato dopo i 4. Invece, tra 4 e 6 anni lo usano ancora in 100mila”.
È sbagliato: “Fino ai 3 anni un bambino non ha ancora capacità motorie completamente sviluppate, anche se già dopo l’anno e mezzo inizia a salire e a scendere spontaneamente dal passeggino. Dopo i 2 anni cammina piano, è ancora basso e si stanca in fretta”, ma a 3 anni scatta il ‘giro di boa’ e dopo i 4 il passeggino andrebbe parcheggiato definitivamente. Infine il sonno: “In Italia il 95% dei piccoli dorme in modo giusto - dice il pediatra - I cattivi dormitori fra gli under 4 sono il 5%, ma la maggioranza delle famiglie su questo fronte va promossa”. Tra sonno e sonnellini, l’OMS ‘prescrive’ 14-17 ore da 0 a 3 mesi di vita, 12-16 ore fra 4 e 11 mesi, 11-14 ore da 1 a 2 anni, 10-13 da 3 a 4.




Allarme diabete di tipo 1: in Europa casi in aumento del +3,4% l’anno
Studio sulle nuove diagnosi (tra il 1989 e il 2013) della patologia autoimmune in cui il sistema immunitario riconosce come estranee le cellule del pancreas che producono insulina

Aumentano i casi di diabete di tipo 1: +3,4% l’anno in Europa e se la tendenza dovesse continuare invariata, l’incidenza del diabete di tipo 1 potrebbe raddoppiare in vent’anni. L’allarme arriva da uno studio apparso su Diabetologia, la rivista dell’EASD, la European Association for the Study of Diabetes. In Italia la situazione non è certo diversa. A dirlo sono i medici diabetologi dell’AMD Associazione medici diabetologi l’incidenza nei prossimi anni aumenterà del 70% nella fascia 0-29 anni e del 50% nei piccoli fino a 4 anni.

Lo studio
Nello studio, coordinato dall’epidemiologo Chris Patterson della Queen’s University a Belfast e che vede tra gli Autori anche Valentino Cherubini, direttore di Diabetologia Pediatrica presso l’Azienda Ospedaliero Universitaria Ospedali Riuniti di Ancona, gli Autori hanno analizzato l’incidenza di diabete di tipo 1 tra i bambini di 0-14 anni di 26 centri diabetologici europei (rappresentativi di 22 paesi UE) che hanno registrato le nuove diagnosi tra 1989 e 2013.
«Uno studio la cui importanza sta anche nel riportare l’attenzione sul diabete di tipo 1 che, per quanto costituisca il 10% dei casi di diabete, rimane il più impattante sulla vita del paziente per la giovane età d’esordio» spiega il professor Agostino Consoli, presidente della Società Italiana di Diabetologia che ricorda comunque come «oggi, se ben curato, chi ha il diabete di tipo 1 ha un’aspettativa di vita che è pari a quella di chi non ha il diabete».

La malattia
Il diabete tipo 1 è una patologia autoimmune in cui il sistema immunitario riconosce come estranee le cellule del pancreas che producono insulina, creando infiammazione e distruggendole determinando così il deficit assoluto di questo ormone. È conosciuto come diabete giovanile perché insorge nell’infanzia e nella giovinezza.

Le ragioni dell’aumento
Dallo studio, emerge che un paese come la Polonia ha registrato un picco di aumenti (+6,6%), «probabilmente anche per la maggior capacità di diagnosticare». «Le Regioni europee con una maggior incidenza di diabete di tipo 1 sono storicamente la Sardegna e i Paesi scandinavi, che dallo studio non sono i paesi che registrano gli aumenti maggiori».
Inoltre, come hanno commentato gli autori del lavoro, non ancora in grado di interpretare il fenomeno, l’aumento dei nuovi casi sembrerebbe suggerire la presenza di fattori ambientali scatenanti. Tra i possibili candidati, ci sono i virus o l’esposizione a sostanze chimiche, «ma finora non abbiamo a disposizione evidenze di un loro ruolo causale nel determinare l’insorgere della malattia». Che aggiunge «negli anni sono stati indagati anche altri aspetti potenzialmente scatenanti come l’ambiente intrauterino o l’esposizione precoce al latte vaccino ma, di nuovo, non sono emerse evidenze del loro ruolo causale nell’innescare la malattia».

Quando i piccoli pazienti crescono In Italia si stima vi siano 20mila pazienti con diabete 1, che è la malattia metabolica più diffusa tra i giovani per i quali sono sempre più numerose le soluzioni tecnologiche indossabili in grado di garantire un monitoraggio continuo della glicemia e il rilascio dell’insula, regalando ai piccoli pazienti un senso di autonomia importante per la vita quotidiana. Questi pazienti però crescono e vanno accolti nei centri diabetologici degli adulti. Di questo si è discusso al summit dell’Associazione medici diabetologi ADM il cui gruppo di Studio «Diabete tipo 1 e Transizione» per riportare l’attenzione su questa condizione, garantendo ai pazienti le cure migliori su tutto il territorio nazionale, ha finalizzato il primo Percorso Diagnostico Terapeutico Assistenziale (PDTA) interamente dedicato alla gestione del diabete di tipo 1 in ogni fase della patologia, dall’esordio all’età anziana. «Nella pratica clinica quotidiana del diabete di tipo 1, il centro diabetologico deve saper impiegare le tecnologie emergenti, conoscere gli ultimi aggiornamenti in tema di pancreas artificiale, ma anche lo scenario delle opzioni non tecnologiche, come le nuove insuline e le terapie non insuliniche orali e iniettive, ed essere strutturato sul fronte dell’educazione terapeutica». «Il diabete tipo 1 è quindi materia molto complessa. Grazie al nuovo PDTA, abbiamo finalmente colmato un gap importante, perché non esisteva, a oggi, un documento unitario ed esaustivo in proposito».




Ossiuri a scuola: informativa da far girare tra i genitori

Ci sono casi di ossiuri a scuola? L’unica arma per eradicare davvero l’infestazione è far fronte comune contro i vermi attraverso la corretta informazione dei genitori! Stampa la seguente nota informativa e consegnala al dirigente scolastico affinché venga fatta girare tra i genitori del tuo istituto al fine di attenuare vani allarmismi o (talora) infondate accuse di scarsa igiene alla scuola. La diagnosi precoce dei casi di ossiuriasi è fondamentale soprattutto per evitare le recidivanti “infestazioni ping-pong” da bambino a bambino, di questo parassita che accompagna l’uomo dall’alba dei tempi!


Gentili Genitori,
è dovere della scuola informavi che abbiamo ricevuto segnalazioni di alcuni casi di ossiuriasi (vermi) tra i bambini, già sottoposti prontamente a trattamento da parte dei propri pediatri. La presente nota informativa è finalizzata a permettervi di individuare precocemente eventuali sintomi di ossiuriasi e valutare così col vostro pediatra la necessità di praticare approfondimenti. L’ossiuriasi è un’infestazione parassitaria frequente in età pre-scolare e scolare (meno frequente negli adulti) dovuta al verme Enterobius vermicularis. Essa colpisce tutte le classi socio-economiche in quanto il contagio non è correlato a cattive condizioni igieniche ambientali né a contatti con animali, ma è puramente inter-umano passando da bimbo a bimbo per trasmissione oro-fecale. Nelle forme sintomatiche infatti i bambini tendono ad avere prurito anale, soprattutto notturno, con disturbi del sonno e irritabilità, e nel grattarsi l’ano raccolgono le uova del parassita sotto le unghia diffondendole poi nell’ambiente circostante domestico e scolastico e trasmettendole così ad altri bambini. La terapia dell’infestazione è semplice e risolutiva nella maggior parte dei casi. Il vostro pediatra e il medico curante valuteranno in base ai casi, l’opportunità di effettuare la terapia a tutta la famiglia ove sia presente un caso affetto. Il test diagnostico più sensibile per rilevare la presenza di uova di ossiuri nelle fasi precoci e asintomatiche dell’infestazione (ancor prima che compaiano vermi visibili nelle feci) è lo scotch test, di semplice esecuzione, non invasivo e di basso costo, eseguibile presso qualsiasi laboratorio territoriale o ospedaliero.
È importante essere tutti vigili nel rilevare eventuali sintomi e, nel dubbio, discuterne col proprio pediatra, al fine di evitare “infestazioni ping-pong”. Che vuol dire? Vuol dire che spesso l’infestazione tende a recidivare nello stesso bambino in quanto, nonostante abbia ricevuto il trattamento, tende a riprenderla da compagni di classe in cui non è stata ancora fatta diagnosi.





Ogni anno 60mila bimbi vittime di abusi ‘invisibili’
Da scarsa igiene a troppe aspettative, corsi per pediatri

Non solo lividi visibili sul corpo, ma anche ferite che ‘pesano’ talvolta più sull’anima. Sono oltre 60mila i bambini vittime ogni anno di abusi “invisibili”. Forme più striscianti e nascoste rispetto a violenze e abusi sessuali, sempre più diffuse. Dalla trascuratezza materiale e affettiva dei genitori, fino all’eccesso di cure mediche e di aspettative.
Queste le altre “facce” dei maltrattamenti che toccano anche famiglie di livello socio-economico medio alto e sulle quali occorre maggiore attenzione, perché spesso è più difficile coglierne i segni. Su un totale di circa 100mila casi di bambini e adolescenti vittime di abusi ogni anno, sottostimati di alcune decine di migliaia di casi per la carenza di denunce, oltre il 60% sono dovuti a trascuratezza. Proprio perché la violenza cambia faccia e si nasconde spesso nelle pieghe della normalità, prosegue il progetto voluto da Menarini per una rete di pediatri ‘allenati’ a riconoscere i segnali di difficoltà inespressi, trasformandoli in “sentinelle” del disagio. Grazie ai nuovi corsi “Lo sai che… Incontri sulla realtà degli abusi e dei maltrattamenti dell’infanzia”, organizzati con la Società Italiana di Pediatria (SIP) e la Federazione Italiana Medici Pediatri (FIMP), ne saranno formati mille, in 13 città e centri di piccole dimensioni.
Tra i segnali di disagio a cui fare attenzione il fatto che il piccolo si mostri insolitamente triste, un improvviso calo del rendimento scolastico e comportamenti autolesionistici.




Fumo e adolescenti in Italia: 1 su 5 nella fascia 13-15 anni fuma quotidianamente

“I prodotti da fumo più utilizzati tra i giovani italiani di 13-15 anni sono le sigarette di tabacco (1 su 5 le fuma quotidianamente) e le sigarette elettroniche (18%). È quanto emerge dai risultati nazionali della terza indagine della sorveglianza GYTS (Global Youth Tobacco Survey), realizzata in oltre 180 Paesi del mondo e finalizzata al monitoraggio dei comportamenti legati all’uso dei prodotti del tabacco fra gli adolescenti. I dati dell’indagine 2018, coordinata dall’ISS, sono stati presentati il 5 aprile in un workshop al ministero della Salute”. È quanto si legge sul portale dell’epidemiologia per la sanità pubblica EpiCentro a cura dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS).

La terza raccolta dati della sorveglianza GYTS è stata effettuata in Italia nell’anno scolastico 2017-2018. “L’indagine ha coinvolto 33 scuole secondarie di primo grado (28 hanno accettato di partecipare, 2 non hanno risposto e 3 hanno rifiutato) e 33 scuole secondarie di secondo grado (30 hanno accettato di partecipare, 1 non ha risposto e 1 ha rifiutato) per un totale di quasi 1700 studenti coinvolti”, spiega EpiCentro. “Le scuole hanno eseguito l’indagine in giorni e periodi diversi, tra dicembre 2017 e aprile 2018. Il coordinamento scientifico dell’indagine GYTS 2018 è stato affidato dal ministero della Salute all’ISS”.

I RISULTATI PRINCIPALI DELL’INDAGINE
Abitudine al fumo (consumo di tabacco e sigarette elettroniche)
I prodotti da fumo più utilizzati sono le sigarette di tabacco (1 su 5 le fuma quotidianamente) e le sigarette elettroniche (18%), che si pongono assolutamente in linea con la sigaretta tradizionale (diversamente da quello che succede negli adulti). Le ragazze sono fumatrici abituali di sigaretta tradizionale nel 24% dei casi contro il 16% dei coetanei maschi, mentre per quanto riguarda la sigaretta elettronica sono i ragazzi a usarla abitualmente di più rispetto alle ragazze 22% vs 13% (differenza statisticamente significativa).
L’andamento temporale indica una leggera flessione sia per i fumatori abituali che per gli occasionali di sigaretta tradizionale. Riguardo la sigaretta elettronica, invece, i dati mostrano in soli 4 anni che la sua diffusione è diventata paragonabile a quella della sigaretta tradizionale: i fumatori abituali sono più che raddoppiati (attestandosi ora al 18%) mentre i consumatori occasionali risultano aumentati del 60% (ora sono il 44%).
La fascia di età dell’iniziazione al fumo di sigaretta è quella della scuola secondaria di primo grado (10-13 anni)
Importante il monitoraggio dell’uso dei nuovi prodotti a tabacco riscaldato, di nuovo ingresso nel mercato italiano e che, in altri Paesi (per esempio il Giappone), sembra stiano avendo un successo maggiore delle sigarette elettroniche. Riguardo questi per ora si registrano prevalenze di uso abituale pari al 2% e di uso occasionale pari al 4%.





Disassuefazione
I dati sulla volontà di smettere di fumare non sembrano cambiare nel tempo. Risulta alta la percezione dei ragazzi di poter smettere quando vogliono (81%), però poco più della metà ha tentato realmente di farlo negli ultimi 12 mesi. Solo 1 intervistato su 2 ha ricevuto un aiuto per riuscire in questo intento.





Fumo passivo
In casa: 1 ragazzo su 2 riferisce di essere stato esposto al fumo passivo in casa sua nell’ultima settimana. Questo valore risulta troppo alto e costante nel tempo.
A scuola: La scuola non è percepita come luogo smoke-free (libero da fumo). Rimangono ancora troppo alti i valori del non rispetto del divieto di fumo all’interno e all’esterno degli istituti scolastici, anche se i dati risultano in calo in risposta alla normativa entrata in vigore nel 2003 (“legge Sirchia” 3/2003 “Tutela della salute dei non fumatori” che vieta il fumo nei locali pubblici) e quella del 2013 (Legge n. 104/2013 che estende il divieto anche nelle pertinenze scolastiche esterne).

Si riduce la percentuale di insegnanti che fumano all’interno della scuola passando dal 44% del 2010 al 14% del 2018, così come quella degli studenti che scende da 56% del 2010 al 29% del 2018. Si riduce meno il fumo nelle pertinenze esterne della scuola: gli insegnanti scendono dal 67% del 2010 al 45% del 2018 e gli studenti dal 76% del 2010 al 65% del 2018.

Altri luoghi: in aumento il favore espresso dai ragazzi dell’estensione del divieto in altri ambiti come per esempio il divieto di fumare nelle automobili (che ha registrato il consenso del 93% degli intervistati e oggetto del recepimento della direttiva del 2016) ma anche quello in luoghi all’aperto come gli stadi, la spiaggia, i parchi o la fermata del bus.





Accesso e disponibilità
Troppo facile ancora l’accesso all’acquisto di sigarette tradizionali presso le tabaccherie malgrado l’inasprimento della normativa che prevede il ritiro della licenza del gestore nel caso di vendita a minori: il 20% dei ragazzi intervistati riferisce di acquistare le sigarette presso le tabaccherie (nel 2010 erano il 49%); tra coloro che provano a comprare le sigarette presso una tabaccheria, ben il 68% riferisce che nessuno gli ha rifiutato la vendita a causa della minore età. L’accesso alla sigaretta elettronica è prettamente di comunità: 8 ragazzi su 10 la ottengono da un amico, il resto l’ha acquistata attraverso diversi canali (rivenditore, farmacia, internet ecc). Tra chi tenta l’acquisto presso un rivenditore, il 76% dichiara di non aver ricevuto il rifiuto di vendita per minore età, previsto dalla legge anche per le sigarette elettroniche.

Ruolo dei media
Preoccupante la riduzione della quota di chi riferisce di aver visto o sentito messaggi contro il fumo sui media (dal 92% del 2010 al 51% del 2018) e durante gli eventi sportivi o musicali (dal 62% del 2010 al 33% del 2018).
Molto alto risulta il ricordo della presenza di scene di fumo in TV e nei film (92% nel 2018), che non sono oggetto di alcuna normativa. In riduzione ma non trascurabile la quota di ragazzi che dichiara di aver visto pubblicità dei brand del fumo nei negozi (dal 26% del 2014 e al 18% del 2018) e ancora di più in eventi sportivi (dal 63% del 2010 e al 26% del 2018), materia oggetto di regolamentazione.
Nel confronto dei dati 2014 e 2018 non si registra un effetto dell’inserimento sui pacchetti di sigarette o di trinciati delle avvertenze combinate (immagini esplicite dei danni del fumo + testo + telefono verde ISS), imposto nel 2016 dal recepimento dell’ultima direttiva europea: nel 2014 l’87% dei ragazzi dichiara di averle notate contro l’81% del 2018; sia nel 2014 che nel 2018 solo 1 su 3 ha pensato di smettere dopo aver visto le avvertenze e poco più della metà dei non fumatori hanno dichiarato di aver pensato di non iniziare a fumare.
Questi risultati sono in linea con altre indagini che dimostrano che l’attenzione ai pittogrammi subisce un incremento temporaneo in concomitanza all’ingresso sul mercato dei nuovi pacchetti.





Suscettibilità, conoscenze e attitudini
Il 27% dei ragazzi che non ha mai fumato pensa di iniziare a fumare nei 12 mesi successivi l’intervista; sono più convinte le ragazze (34%) rispetto ai ragazzi (27%). In questo gioca un ruolo importante l’offerta da parte degli amici: il 31% si dice disponibile a fumare una sigaretta se offerta da un amico e il 46% sarebbe disponibile ad accettare l’offerta di usare la sigaretta elettronica.

La suscettibilità a iniziare a fumare comunque si sta riducendo nel tempo, passando dal 42% del 2010 al 27% del 2018.
L’utilizzo della sigaretta è visto come un modo per superare le insicurezze in pubblico: il 40% riferisce che la sigaretta aiuta a sentirsi a proprio agio in occasione di eventi sociali o feste, mentre il 21% pensa che fumare aiuti ad aver più amici e il 14% a sentirsi più attraenti.
La stragrande maggioranza dei ragazzi (87%) sa che, con certezza, il fumo di tabacco è dannoso per la salute e solo il 9% lo ritiene probabile; per quanto riguarda il danno alla salute dovuto all’uso della sigaretta elettronica solo il 39% lo considera certo e il 35% probabile.
La famiglia gioca un ruolo importante: il 74% dei ragazzi riferisce che in famiglia è stato affrontato il tema del danno del fumo.
Nell’ambito scolastico, poco più della metà dei ragazzi (57%) riferisce di aver assistito a lezioni concernenti i pericoli del fumo da tabacco nell’anno precedente l’intervista.




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M.V. Abate (a cura di) Medici appena laureati nei Pronto Soccorso della Toscana - Medici emigranti, in Europa il 52% è italiano - Casa pericolosa, 64% infortuni sotto i 5 anni avviene lì - Pisellino chiuso: igiene, aderenze e fimosi - Genitori e medici sottovalutano il problema dell’obesità infantile - OMS: bimbi fino a 2 anni mai davanti a uno schermo - Allarme diabete di tipo 1: in Europa casi in aumento del +3,4% l’anno - Ossiuri a scuola: informativa da far girare tra i genitori - Ogni anno 60mila bimbi vittime di abusi ‘invisibili’ - Fumo e adolescenti in Italia: 1 su 5 nella fascia 13-15 anni fuma quotidianamente - Abuso infantile e depressione, cambiamenti simili nel cervello. Medico e Bambino pagine elettroniche 2019;22(5) https://www.medicoebambino.com/?id=NEWS1905_10.html

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