Rivista di formazione e di aggiornamento professionale del pediatra e del medico di base, realizzata in collaborazione con l'Associazione Culturale Pediatri

M&B Pagine Elettroniche

Striscia... la notizia

a cura di Maria Valentina Abate
Patologia Neonatale, ASST Papa Giovanni XXIII, Ospedale di Bergamo
Indirizzo per corrispondenza: valentina_aba@yahoo.it





Intossicazioni acute: in Italia su 60mila casi, un terzo sono bambini
Farmaci responsabili nel 45% dei casi. Allarme dei pediatri

Nell’88% dei casi l’intossicazione avviene in ambito domestico, il 92% è accidentale. Nella prima infanzia la causa principale di intossicazione acuta è legata alla somministrazione non corretta di farmaci (sovradosaggio e l’interazione). Occhio anche ai prodotti per l’igiene domestica (26% delle intossicazioni acute). “Conservate i prodotti potenzialmente tossici, anche farmaci, fuori dalla portata dei bambini”, mette in guardia la Società Italiana di Medicina di Emergenza e Urgenza Pediatrica.

In Italia sono circa 60.000 i casi di intossicazioni acute registrati nell’ultimo anno, 19.500 dei quali bambini e adolescenti fino a 17 anni. Questi i dati allarmanti presentati in occasione del Congresso della Società Italiana di Medicina di Emergenza e Urgenza Pediatrica (SIMEUP).
“Nel nostro Paese le intossicazioni acute in età pediatrica rappresentano oltre il 40% dei casi di avvelenamento segnalati ai Centri Anti Veleno (CAV) e costituiscono il 3% dei ricoveri ospedalieri e il 7% dei ricoveri d’urgenza, con un tasso di mortalità che oscilla tra 0,1% e 0,3%”.

Principali responsabili del 45% delle intossicazioni acute sono i farmaci. A seguire prodotti per l’igiene domestica (26%), pesticidi (7%), alimenti (4,7%), prodotti industriali (3%), piante (2,3%).

Nausea, vomito, tachicardia, cefalea e, nei casi più gravi, perdita di coscienza e convulsioni. Questi i principali sintomi delle intossicazioni acute che possono manifestarsi immediatamente dopo l’ingestione/inalazione oppure presentarsi anche dopo 12-48 ore. Nell’88% dei casi l’ambito domestico è il luogo principale in cui avviene l’intossicazione e il 92% si verifica in maniera accidentale.
“Davanti a un sospetto di avvelenamento è indispensabile individuare la tipologia della sostanza tossica ingerita e consultare immediatamente il pediatra o recarsi tempestivamente in un Pronto Soccorso. È altrettanto opportuno ricordare di non indurre il vomito in caso di ingestione schiumogena o caustica. Nel caso in cui vi fosse un contatto cutaneo è necessario rimuovere gli indumenti contaminati e lavare accuratamente la cute, senza strofinare con acqua corrente, mentre nel caso di contatto con gli occhi è opportuno un lavaggio prolungato a palpebre aperte con acqua a getto continuo. Si tratta di misure generali di primo soccorso pre-ospedaliero che possono rivelarsi importantissime. Fondamentale, poi, portare con sé il contenitore della sostanza responsabile e accertarsi della quantità ingerita e del tempo trascorso dall’assunzione.”

Nel lattante e nella prima infanzia la causa principale di intossicazione acuta è da attribuirsi alla non corretta somministrazione di farmaci: “il sovradosaggio e l’interazione tra più principi attivi possono portare a intossicazione”, spiega la SIMEUP Umbria.

“Il bambino acutamente intossicato, soprattutto nei primissimi anni di vita, può presentare un quadro clinico molto diverso rispetto all’adulto - evidenzia Franca Davanzo, direttore SC del Centro Antiveleni Dipartimento Emergenza Urgenza – EAS Ospedale Niguarda di Milano -. Questo in rapporto all’immaturità anatomo-funzionale degli organi bersaglio. La conoscenza di tali specificità è essenziale per il pediatra e per l’infermiere chiamati al primo intervento e alla successiva assistenza del bambino intossicato, sul territorio o in Ospedale. Solo dopo i 5-6 anni di età, soprattutto per quanto riguarda le alterazioni dello stato di coscienza, la risposta clinica all’insulto tossico diventa simile a quella dell’adulto”. La SIMEUP Umbria evidenza come le intossicazioni acute in età pediatrica si registrino soprattutto in fasce orarie in cui i genitori sono impegnati nella preparazione dei pasti e conseguentemente meno attenti alla sorveglianza dei bambini.

“Nella maggior parte dei casi, gli avvelenamenti accidentali potrebbero essere evitati seguendo delle precise regole”, avverte la SIMEUP:
  • Conservare i prodotti potenzialmente tossici, anche farmaci, fuori dalla portata dei bambini.
  • Non travasare questi prodotti in recipiente a uso alimentare.
  • Non mixare prodotti diversi per l’igiene domestica, ad esempio acidi con candeggina.
  • Non somministrare farmaci senza prescrizione medica e attenersi scrupolosamente al foglietto illustrativo.
  • Conservare i farmaci nella loro confezione originale e non lasciarli incustoditi.
  • Non ingerire bacche o parti di piante.
  • Non raccogliere funghi se non si è particolarmente esperti e tanto meno ingerirli.
  • Verificare il corretto funzionamento degli impianti di riscaldamento per contrastare il rischio di intossicazione da monossido di carbonio.



Tetano, tutto quello che non sappiamo sulla malattia che molti credono scomparsa
Gianni Rezza, direttore del Dipartimento Malattie Infettive dell’Istituto Superiore di Sanità, mette in guardia contro le molte bufale che sdrammatizzano e mettono a rischio

Un chiodo o un filo metallico, ma anche una spina o una scheggia nel piede. Tanto basta per contrarre il tetano, malattia gravissima prevenibile da vaccino ma di cui ancora si registrano almeno 50 casi ogni anno in Italia. Diversamente da quanti molti pensano, non colpisce solo gli anziani, non esiste immunità naturale e neppure di gregge.
Il batterio Clostridium tetani è presente nell’intestino degli animali e viene eliminato con le feci. Le sue spore possono sopravvivere nell’ambiente per anni, contaminare oggetti e penetrare nell’organismo umano attraverso ferite.

Non basta disinfettarsi e non colpisce solo gli anziani
La prima delle false notizie è che basti disinfettare per bene la lesione: si tratta infatti di batteri molto resistenti, contro cui nulla fanno i normali disinfettanti. La seconda è che colpisca solo gli anziani. A oggi, «grazie a una maggiore diffusione del vaccino tra i nuovi nati, vengono colpite soprattutto donne anziane. In passato infatti gli uomini venivano vaccinati durante il servizio militare, mentre le donne non venivano immunizzate». Ma ciò non significa che non colpisca anche i piccoli, come dimostra il caso della bimba di 7 anni finita a ottobre 2017 in Rianimazione.

Non è scomparso e l’immunità di gregge non elimina il contagio
Terza fake news è che il tetano sia una malattia ormai scomparsa. «Diversamente da altre come vaiolo o poliomelite, non può scomparire, ci sarà sempre perché il batterio è presente nell’ambiente». Quarta falsa informazione è che l’immunità di gregge basti a evitare il contagio. «Anche se fosse protetto il 99% della popolazione, il rischio sussisterebbe per chi non è vaccinato, proprio perché non si diffonde da persona a persona, ma è dovuto all’entrata in contatto con oggetti contaminati», sottolinea Rezza. La protezione individuale tramite vaccino, che agisce bloccando una tossina prodotta dal batterio, è l’unica arma. Ma ogni 10 anni andrebbe fatto il richiamo, cosa che raramente accade. «Ha un costo economico bassissimo a fronte di costi elevatissimi dovuti alle cure: tutti coloro che ne sono colpiti finiscono in terapia intensiva e la malattia è letale in un caso su tre».

Nessuno è immune per natura
Quinta e ultima bufala, riguarda la presunta immunità naturale. Sono immuni nei primissimi mesi di vita i neonati, qualora la mamma abbia effettuato il richiamo previsto, poiché gli antigeni passano, come nel caso della pertosse o del morbillo, attraverso la placenta. «Ma questa immunità - conclude l’esperto - sparisce dopo 3 o 4 mesi lasciando il neonato esposto al rischio».




Curare il tetano a un bambino non vaccinato? Due mesi di ricovero e 812mila dollari

Questi dati sul tetano arrivano da un case report statunitense, che racconta la vicenda di un bambino di sei anni non vaccinato. Il piccolo è stato in Terapia Intensiva per circa un mese e mezzo, con spasmi e paralisi muscolare.

Per salvare un bambino non vaccinato che ha contratto il tetano sono stati necessari due mesi di trattamento con costi molto elevati, pari a quasi un milione di dollari. A fornire queste stime sono i centri statunitensi per il controllo e la prevenzione delle malattie, i Centers for Disease Control and Prevention (CDC). Quest’autorità racconta, in un nuovo case report, un rapporto clinico dettagliato, la vicenda di un bambino dell’Oregon dell’età di sei anni, non vaccinato, colpito dal tetano. Per proteggersi da una malattia grave e potenzialmente fatale, i CDC e le altre autorità sanitarie internazionali raccomandano l’uso della vaccinazione antitetanica. I sintomi sono stati piuttosto gravi e hanno richiesto 57 giorni di ricovero, fra cui ben 47 in terapia intensiva. Il carico totale, in termini di costi, per il ricovero è stato di circa 812mila dollari.
Il tetano è una malattia infettiva neuromuscolare acuta (non contagiosa) che si manifesta con una paralisi spastica. La paralisi inizia solitamente dal viso e dal collo per poi propagarsi al torace e agli arti. Spasmi muscolari, contrattura dei muscoli della mandibola e impossibilità ad aprire la bocca, inarcamento del collo e della schiena, sono alcune delle manifestazioni con cui si presenta questa malattia, causata dalla tossina prodotta da un batterio, Clostridium tetani. Solitamente l’infezione avviene quando ci si taglia e la ferita viene contaminata da questo batterio, le cui spore sono spesso presenti nella terra e nella polvere (ma non solo).
Il bambino del caso illustrato dai CDC aveva giocato in una fattoria e si era procurato una ferita, che era stata curata e suturata a casa. Sei giorni dopo, ha manifestato problemi importanti, dalla contrattura dei muscoli della mandibola, a spasmi involontari, all’inarcamento del collo e della schiena. Questi sintomi sono stati accompagnati anche da ipertensione, tachicardia e febbre. Il tutto ha richiesto una permanenza per circa un mese e mezzo in terapia intensiva pediatrica e un ricovero per altri dieci giorni, per un totale di 2 mesi. Insomma, non bisogna sottovalutare il tetano, che è una malattia molto grave. Tuttavia, uno scudo protettivo potente contro il tetano è fornito dalla vaccinazione antitetanica, che da alcuni decenni ha reso questa malattia rara nei paesi industrializzati. Tanto che secondo le autorità sanitarie locali, il caso di oggi del bambino statunitense di 6 anni è il primo episodio di tetano in Oregon da più di 30 anni. In Italia, si è registrato un drastico calo delle infezioni a partire dagli anni ’70, dopo l’introduzione del vaccino obbligatorio nel 1968: le stime dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS), parlano oggi di circa 60 casi all’anno di cui 20 con esito fatale.
Attualmente l’antitetanica rientra nel vaccino esavalente obbligatorio, da effettuare nel primo anno di vita, contro difterite, tetano, pertosse acellulare, poliomielite, epatite B e Haemophilus influenzae di tipo B - dove l’antipertosse e il vaccino contro Haemophilus B non sono obbligatori. L’antitetanica fornisce una protezione molto elevata, superiore al 95%, spiega l’ISS, e dura circa 10 anni, quando deve essere ripetuta.

(foto: Kateryna Kon/Science Photo Library. Clostridium tetani)




Disforia di genere, cos’è e come affrontarla
È il malessere che può provare chi non si riconosce nel sesso che gli è stato assegnato alla nascita. Come per Alessia, la 17enne che si sente maschio e che adesso potrà diventare uomo

La mamma lo aveva intuito quando ad Alessia arrivarono le prime mestruazioni, un aspetto della sua vita che non viveva affatto bene. Così come quel seno precoce che copriva come poteva. Fin dai 10 anni, infatti, Alessia non si riconosce nel suo corpo femminile: si sente un uomo. E ora che ne ha soltanto 17 potrà sottoporsi a un intervento chirurgico irreversibile - un’operazione con la quale le verrà rimosso l’utero - per diventare a tutti gli effetti un uomo, Alessio. Un trattamento - racconta Il Secolo XIX - approvato dal tribunale di Genova “per assicurare il benessere psicofisico” della minorenne, che da anni convive con questo malessere - disforia di genere - legato all’incongruenza tra il genere che le è stato assegnato fin dalla nascita (femmina) e quello che in realtà sente (maschio). Secondo alcuni studi l’incongruenza di genere riguarderebbe tra l’1,2 e il 4,1% degli adolescenti e la ricerca che fornisce questo dato, appena pubblicata sul Canadian Medical Association Journal, riflette sul tema della disforia di genere, sostenendo l’importanza di porre al centro dell’attenzione la voce dei giovani.

Maschio o femmina? La percezione già a 3 anni
“Già a tre anni i bambini iniziano a percepirsi come maschi o femmine, ma è durante la pubertà - quando avvengono i maggiori cambiamenti fisici - che si fanno più pesanti i disagi legati all’incongruenza di genere: sin da piccoli i bambini possono, ad esempio, sentire di appartenere all’altro genere sessuale, fino ad arrivare a esprimere il desiderio di essere delle bambine, o di diventarlo da grandi, e viceversa”, spiega Paola Biondi, consigliera segretaria dell’Ordine degli psicologi del Lazio, psicoterapeuta esperta in tematiche gender variant.
Ci sono poi segnali più evidenti che possono preannunciare questa varianza di genere, continua Biondi, “come la scelta di un abbigliamento più maschile nelle femmine, atteggiamenti più simili a quelli espressi dall’altro sesso, o addirittura la scelta di utilizzare un altro nome, del genere opposto a quello di nascita, con il quale presentarsi nei contesti aggregativi, che va a placare la sofferenza di una disforia sociale”. Nome che nel caso di Alessia potrà finalmente essere corretto in Alessio anche all’anagrafe.
“Va detto però che se questo disagio inizia in età infantile, la situazione è molto variabile: questo malessere può acuirsi a tal punto che l’individuo chiede di intraprendere un percorso fisico di transizione da un genere all’altro, oppure l’individuo arriva a vivere serenamente il genere di nascita, sviluppando un orientamento omosessuale, o ancora nessuna delle due situazioni precedenti. Se la disforia di genere compare in età adolescenziale o adulta, la situazione è invece più chiara: quel malessere legato all’identità sessuale generalmente si consolida e l’esigenza di cambiare genere diventa inevitabile”.

Il supporto della famiglia
Garantire sostegno e vicinanza affettiva è un aspetto fondamentale fin dall’inizio, da quando viene valutata la varianza di genere fino al suo trattamento. Spiega Biondi: “Questo perché molti adolescenti con disforia di genere quando non si sentono accettati o compresi dalla famiglia sperimentano un disagio decisamente maggiore, caratterizzato anche da ansia, insonnia, depressione, inappetenza. Ed è addirittura possibile che la ragazza o il ragazzo arrivi a manifestare sintomi psichici gravi, come l’autolesionismo, che in certi casi può culminare perfino nella mutilazione dei propri genitali, o rischio suicidario. Compito dello psicologo o psicoterapeuta è quello di ridurre quanto più possibile il disagio del giovane e sostenerlo prima, durante e dopo la ri-attribuzione del sesso”.

Cambio sesso, quando intervenire
Sebbene spesso si preferisca aspettare che il ragazzo o la ragazza raggiunga l’età adulta per procedere all’adeguamento chirurgico dei caratteri sessuali, Alessia, sostenuta dai genitori e dopo aver ricevuto l’approvazione dello psichiatra e dell’endocrinologo che la seguono da quando ha 14 anni, potrà anticipare i tempi. “In casi eccezionali si può pensare a una terapia con bloccanti ipotalamici, che sospende e pospone la pubertà per rimandare all’età adulta la scelta di ricorrere a un intervento chirurgico irreversibile, oppure si può accelerare il passo verso gli interventi chirurgici ancora prima della maggiore età, come nel caso di Alessia”.

Il supporto psicologico
Per il momento Alessia potrà sottoporsi a un intervento demolitivo per rimuovere l’utero - nel 2017 ne aveva subito uno a Barcellona per la rimozione dei seni - ma, come si legge nelle dichiarazioni rilasciate, “potrà effettuare ogni altro ulteriore trattamento medico-chirurgico ritenuto necessario all’adeguamento dei suoi caratteri e organi sessuali, primari e secondari, da femminili a maschili”. Durante e dopo gli interventi chirurgici ”il confronto con uno psicologo è consigliato e fondamentale perché è bene che la persona interessata e lo psicologo parlino insieme delle eventuali complicanze degli interventi possibili e dei limiti dei diversi trattamenti disponibili. Come ad esempio della differenza tra la falloplastica e la metoidoplastica, le due strategie finali di transizione verso il genere maschile che però hanno effetti estremamente differenti sul piacere sessuale o sulla capacità di urinare”.




Sindrome di Down: agire sul metabolismo dei neuroni per prevenire la disabilità
21 marzo: Giornata Mondiale dedicata alla trisomia 21. Promuovere una vera inclusione nella società. Sul fronte terapie la ricerca non si ferma e fa ben sperare

Che cos’è la sindrome di Down?
Segnalata per la prima volta nel 1866 da John Langdon Down -da cui prende il nome- la sindrome di Down è una condizione in cui tutte le cellule del corpo presentano tre copie del cromosoma 21 anziché due. Da un punto di vista clinico la sindrome si manifesta con un ritardo nella capacità cognitiva e nella crescita fisica e con particolari caratteristiche del viso e del corpo. Ma se lo scienziato inglese si limitò a osservarne i tratti caratteristici, il legame tra quel cromosoma in più e lo sviluppo della sindrome avvenne solo nel 1959 grazie al genetista francese Jerome Lejeune. Secondo le statistiche la sindrome di Down è presenta in un bambino su 1200. Anche se manca un registro ufficiale alcune analisi indicano una crescente diminuzione di casi dovuti, in gran parte, al ricorso all’interruzione di gravidanza in seguito ai test di diagnosi prenatale.

Il “difetto” è nei neuroni
Una scoperta, quella del genetista francese, che in realtà non si ferma al solo cromosoma in più. Secondo Lejeune, «i geni sono simili a musicisti che leggono i loro spartiti». Se tutto va bene, tutti leggono alla stessa velocità e la sinfonia è perfetta. «Ma se c’è un musicista in più, come nel caso della trisomia 21, è come se quel musicista andasse troppo veloce. Non stravolge la musica, ma ne cambia il ritmo producendo una cacofonia». Ed è quello che, secondo Lejeune, succede nella sindrome di Down, dove le manifestazioni fisiche della malattia, soprattutto a livello neurologico, non sono altro che un eccesso di «musicisti che suonano la stessa musica a ritmi differenti». In particolare, secondo Lejeune, si sarebbe trattato di un’alterazione del metabolismo che causa un accumulo di sostanze con il risultato finale di intossicare i neuroni causando così la disabilità intellettiva.

È il metabolismo la chiave per capire la sindrome di Down
L’intuizione di Lejeune, impossibile da verificare all’epoca, oggi si è dimostrata corretta grazie alla ricerca. Da un lato con gli studi dell’italoamericana Diana Bianchi della Tufts University School of Medicine, dall’altro grazie al gruppo di ricerca del professor Pierluigi Strippoli dell’Università di Bologna. La prima è riuscita a individuare che nei feti affetti da trisomia 21 c’è un eccessivo stress ossidativo, ovvero una produzione incontrollata di molecole tossiche che danneggiano le cellule. Il secondo, in un recente articolo pubblicato dalla rivista Scientific Reports in collaborazione con la professoressa Paola Turano dell’Università di Firenze, ha individuato per la prima volta nel sangue e nelle urine dei bambini con sindrome di Down un profilo metabolico caratteristico dei piccoli con trisomia 21 indipendentemente dalla loro età, sesso e stato di digiuno. Risultati in linea con quanto ipotizzato da Lejeune.

Tamponare l’effetto delle sostanze tossiche
I risultati ottenuti grazie alla ricerca -che indicano sempre più chiaramente la trisomia 21 come una malattia metabolica- rappresentano ora la base su cui lavorare per arrivare a una «cura». Lejeune affermava: «Troveremo un trattamento. È uno sforzo intellettuale meno difficile che mandare un uomo sulla Luna». Il prossimo passo sarà quello di individuare le anomalie maggiormente responsabili della disabilità intellettiva per poterle correggerle a livello metabolico. Un modo per tamponare l’eccessiva produzione di sostanze tossiche per i neuroni e così ridurre il danno a livello cerebrale.




L’ansia non fa andare a scuola bambini e ragazzi
Studio individua associazione fra le assenze e il disturbo

Attenzione all’ansia tra bambini e giovani: può essere un fattore di scarsa frequenza scolastica.
Ad arrivare a questa conclusione sono stati i ricercatori della Exeter Medical School in uno studio pubblicato su Child and Adolescent Mental Health. Di 4930 studi di settore (condotti in Nord America, Europa e Asia), solo 11 hanno soddisfatto i criteri che hanno consentito di includerli nell’analisi. Il team ha classificato la frequenza scolastica sotto diverse categorie: le assenze totali, quelle mediche, quelle ingiustificate, il rifiuto della scuola (dove il bambino fatica a frequentarla a causa di disagio emotivo). I risultati di otto studi, spiegano gli studiosi, hanno suggerito una ‘sorprendente’ associazione tra assenze e ansia, nonché il legame atteso tra ansia e rifiuto della scuola. “Il personale scolastico e gli operatori sanitari dovrebbero prestare attenzione alla possibilità che l’ansia possa essere alla base della scarsa frequenza scolastica” e che può “causare anche molti sintomi fisici diversi, come pancia e mal di testa”. L’ansia è “altamente curabile” e ci sono “trattamenti efficaci”. “La maggior parte dei trattamenti di ansia funziona, insegnando ai bambini i modi per calmarsi. Lentamente, con il sostegno, si possono aiutare i bambini a dimostrare a loro stessi di poter far fronte a cose che li rendono ansiosi”.




In 10 anni aumentati i disturbi mentali come ansia e depressione tra i giovani
Il loro cervello più vulnerabile alle nuove tecnologie e alla carenza di sonno

In crescita tra i giovanissimi i disturbi mentali, come ansia e depressione.
Lo rivela una ricerca pubblicata sul Journal of Abnormal Psychology secondo cui nelle altre classi di età nello stesso periodo non si è invece riscontrato un trend in crescita.
Lo studio è stato condotto da Jean Twenge, Autrice del libro “iGen” e docente di Psicologia presso la San Diego State University; ha coinvolto oltre 200.000 adolescenti di 12-17 anni tra 2005 e 2017, e quasi 400.000 adulti di 18 anni o più per un periodo che va da 2008 a 2017.
Il tasso di individui che hanno riferito sintomi depressivi è aumentato del 52% negli adolescenti tra 2005 e 2017 (passando dall’8,7% al 13,2% dei teenager) e del 63% tra i giovani adulti di 18-25 anni tra 2009 e 2017 (passando dall’8,1% al 13,2%). C’è stato anche un aumento del 71% dei giovani adulti che hanno lamentato forte stress (dal 7,7 al 13,1%) e del 43% del tasso di giovani che hanno dichiarato di pensare al suicidio (dal 7 al 10,3% dei giovani). “Lo studio - spiega all’ANSA Graziano Pinna, neuroscienziato della University of Illinois a Chicago - suggerisce che condizionamenti culturali (come l’abuso tecnologico e la carenza di sonno che ne deriva) possono avere effetti devastanti sul cervello in via di sviluppo dei teenager. I disturbi mentali possono sfociare proprio dall’incapacità del cervello di adattarsi alla velocità dei cambiamenti imposti dallo sviluppo tecnologico e dai nuovi trend culturali”. “Il problema ha dimensioni pandemiche e sarà necessario sviluppare interventi mirati e capire meglio come la comunicazione digitale favorisca i disturbi dell’umore o addirittura l’ideazione al suicidio”.
Bisogna reintrodurre i tradizionali canali di socializzazione faccia-faccia limitando l’uso degli smartphone, evitando che interferiscano con il sonno, preziosissimo per il cervello in sviluppo dei giovani, conclude Pinna. No quindi a telefoni o tablet in camera da letto durante la notte e spegnerli almeno un’ora prima di andare a letto”.




Parotite epidemica: scopriamo cosa sono gli orecchioni

La parotite epidemica è una malattia infettiva e contagiosa causata da un virus appartenente alla famiglia dei Paramyxovirus. La parotite epidemica ha come segno caratteristico l’ingrossamento delle parotidi, due grosse ghiandole localizzate sotto le orecchie, da cui deriva il nome abituale con cui è conosciuta questa malattia, cioè orecchioni.

Cos’è e come si trasmette la parotite epidemica?
La parotite è una malattia endemo-epidemica, cioè è sempre presente nella popolazione, ma ha dei picchi epidemici ogni 2-5 anni. È una malattia molto contagiosa che si trasmette per contatto diretto attraverso le goccioline di saliva emesse con la tosse, gli starnuti o anche semplicemente parlando. È una malattia che ha come unico ospite, oltre che veicolo di trasmissione, l’uomo cioè è un’infezione che non può essere trasmessa dagli animali. È più frequente nell’infanzia e nella prima adolescenza ma non sono rari casi di parotite epidemica anche tra gli adulti, mentre si manifesta raramente prima dei 2 anni. La parotite ha un periodo di contagiosità che inizia 3-7 giorni prima della comparsa della tumefazione parotidea e termina dopo 7-9 giorni dalla comparsa dei sintomi; il picco di infettività si ha 48-72 ore prima della comparsa dell’ingrossamento parotideo.
Il virus dopo aver raggiunto le vie aeree si fa strada nell’organismo fino alle parotidi dove inizia a moltiplicarsi causando il gonfiore caratteristico della malattia che prima è localizzato sotto l’orecchio e poi man mano scende fino a interessare quasi tutto il collo, tanto che non è più possibile identificare l’angolo mandibolare. Dato che le parotidi sono le ghiandole deputate alla produzione di saliva, l’infiammazione e il conseguente dolore è peggiorato da tutte quelle condizioni che stimolano la produzione salivare come ad esempio mangiare alimenti molto saporiti. In corso di infezione è possibile isolare il virus in tutti i liquidi biologici del bambino (saliva, urine, sangue, liquido cefalo-rachidiano).

Quali sono i sintomi e le complicanze degli orecchioni?
Il periodo di incubazione della parotite, cioè il tempo che intercorre tra il momento del contagio e la comparsa dei primi sintomi, è di circa 15-25 giorni durante i quali il bambino solitamente gode di completo benessere. Occasionalmente nel periodo di incubazione possono comparire sintomi molto aspecifici quali febbricola, inappetenza e malessere generalizzato.
Passato questo periodo compaiono i primi sintomi di cui quello più caratteristico è la tumefazione (cioè l’ingrossamento) di una o di entrambe le ghiandole parotidi, infatti gli orecchioni possono essere sia monolaterali che bilaterali.
A questo sintomo classico possono aggiungersene altri come:
  • febbre (con o senza brividi)
  • malessere generalizzato con spossatezza
  • inappetenza
  • dolori ossei e muscolari
  • otalgia, cioè mal d’orecchio
  • cefalea
  • ingrossamento delle altre ghiandole salivari cioè sottomandibolari e sottolinguali con deglutizione dolorosa.
Il virus della parotite in alcuni casi può raggiungere ed esplicare la sua azione lesiva anche a carico di altri organi causando tutta una serie di complicanze.
L’infezione può diffondersi, per fortuna in pochissimi casi, al sistema nervoso centrale causando meningite (cioè l’infiammazione a carico delle membrane di rivestimento del sistema nervoso) ed encefalite (cioè l’infiammazione del tessuto cerebrale). Nei casi di interessamento del sistema nervoso centrale la parotite può causare anche crisi epilettiche mentre se vengono compromessi i nervi periferici sono possibili delle paralisi periferiche.
L’infezione delle parotidi da parte del paramixovirus può causare deficit transitori delle capacità uditive ma in 5 casi ogni 100.000 bambini si ha una vera e propria perdita dell’udito, infatti la parotite è la prima causa di ipoacusia neurosensoriale acquisita in età pediatrica.
Raro ma possibile è l’interessamento del pancreas che in alcuni casi può determinare un quadro di pancreatite acuta con nausea, dolori addominali e ittero (cioè la colorazione giallastra di cute e mucose) che può complicarsi con un quadro di iperglicemia transitoria.
Nelle donne in età fertile in un caso su 20 si può avere infiammazione delle ovaie (ooforite) con dolore addominale solitamente non particolarmente acuto, nausea e febbre.
La complicanza più nota della parotite, che si ha in un adolescente (o in adulto) su 4, è l’orchite cioè l’infiammazione dei testicoli. Dopo circa una settimana dalla comparsa della tumefazione delle parotidi si ha ingrossamento di un testicolo con dolore addominale acuto (che nel caso di interessamento del testicolo destro può addirittura essere confuso con un quadro di appendicite acuta), febbre alta con brivido, mal di testa, nausea e vomito. In casi rari l’interessamento testicolare è bilaterale mentre la sterilità resta un’evenienza rarissima.
Nelle gestanti che contraggono la parotite epidemica entro le prime 12 settimane di gravidanza è gravato da un’alta percentuale (circa il 25%) di aborti spontanei mentre non si associa a malformazioni fetali.
La diagnosi è soprattutto clinica dal momento che l’ingrossamento delle ghiandole parotidi ha un aspetto caratteristico. Per la conferma sarebbe necessaria la ricerca degli anticorpi le Immunoglobuline di classe IgM che sono quelle che indicano la presenza di infezione in atto. Le altre indagini di laboratorio non rilevano nulla di particolare tranne un aumento dei globuli bianchi e degli indici infiammatori cioè VES (velocità di sedimentazione delle emazie) e PCR (proteina C reattiva).
Solitamente non è necessario il ricorso a esami strumentali anche se in alcuni casi si ricorre all’ecografia del collo che mostrerà le caratteristiche distintive della tumefazione parotidea associata a una linfoadenopatia reattiva (un ingrossamento dei linfonodi del collo).

Terapia e rimedi naturali per lenire i sintomi della parotite epidemica
Essendo la parotite una patologia a eziologia virale (cioè causata da virus) non è assolutamente indicato il ricorso agli antibiotici.
La terapia è esclusivamente sintomatica basata cioè sull’utilizzo di antipiretici (come il paracetamolo) per controllare la febbre e di antinfiammatori (come l’ibuprofene) per ridurre l’infiammazione e di conseguenza il dolore a carico delle parotidi. È invece sconsigliata la somministrazione di farmaci a base di acido acetilsalicilico (come l’aspirina) perché nei bambini con meno di 12 anni di età affetti da malattie di origine virale si può avere come complicanza la temibile sindrome di Reye, una patologia potenzialmente fatale che si manifesta fondamentalmente con steatosi epatica (un quadro patologico a carico del fegato) ed encefalopatia acuta. Nei soggetti che presentano complicanze testicolari può essere utile, per accelerare i tempi di recupero, associare alla terapia abituale anche il cortisone.
Fondamentali per migliorare il decorso della malattia sono i seguenti accorgimenti:
  • riposo, il bambino non deve essere sottoposto a particolari stress ma non deve necessariamente restare a letto anzi se ne ha voglia può giocare tranquillamente;
  • bere molta acqua, assolutamente da evitare i succhi di frutta (soprattutto di agrumi) perché l’acidità irrita ancora di più le ghiandole salivari;
  • alimentazione semiliquida o comunque con alimenti morbidi per non dover masticare eccessivamente dato che la masticazione potrebbe risultare dolorosa;
  • assolutamente inutile, se non addirittura dannoso, fasciare la faccia del bambino come facevano le nostre nonne; si è visto infatti che l’eccessivo calore (come quello che si genera sotto le bende) potrebbe peggiorare il dolore avvertito;
  • non è necessario applicare pomate antinfiammatorie sulle parotidi tumefatte.
Prevenzione della parotite epidemica
L’arma migliore per prevenire la parotite epidemica è la vaccinazione
. Il vaccino è ottenuto da virus vivi attenuati cioè modificati in modo da essere innocui per l’organismo che li riceve ma comunque in grado di stimolare la risposta immune con la produzione di anticorpi. Il vaccino si compone di due dosi di cui la prima va somministrata ai bambini di età compresa tra i 12 e i 15 mesi mentre la seconda (cioè il cosiddetto richiamo) tra i 5 e i 6 anni. Solitamente il vaccino della parotite epidemica è somministrato combinato con i vaccini per la rosolia e per il morbillo (vaccino MPR) e negli ultimi anni anche con quello per la varicella (vaccino MPRV). Come tutti i vaccini ottenuti con virus vivo attenuato anche il vaccino per la parotite non va somministrato ai soggetti con patologie a carico del sistema immunitario o sottoposti a terapie immunosoppressive (corticosteroidi ad alte dosi, terapie antirigetto, chemioterapia) ma neanche nelle donne in gravidanza o alle donne che desiderino una gravidanza nel mese successivo alla vaccinazione. Ovviamente sono esonerati dalla vaccinazione i bambini che abbiano già contratto l’infezione e che quindi hanno già sviluppato un’immunità specifica contro il paramyxovirus. Il vaccino per la parotite è molto efficace e ben tollerato, dà infatti una buona risposta immunitaria in circa il 95% dei bambini che lo ricevono. Gli effetti collaterali legati alla somministrazione di questo vaccino sono solitamente di lieve entità e ben tollerati e sono rappresentati essenzialmente da: febbre o febbricola, arrossamento nella sede di inoculo, linfoadenopatia (cioè ingrossamento dei linfonodi più o meno doloroso). Queste reazioni compaiono da 5 a 12 giorni dopo la somministrazione del vaccino. Quasi tutti i bambini sono protetti già dopo la prima dose di vaccino e l’immunità è del tutto sovrapponibile a quella acquisita in maniera naturale cioè contraendo l’infezione. Anche se presa in forma lieve la malattia lascia comunque un’immunità permanente.




Vuoi citare questo contributo?

M.V. Abate (a cura di) Intossicazioni acute: in Italia su 60mila casi, un terzo sono bambini - Tetano, tutto quello che non sappiamo sulla malattia che molti credono scomparsa - Curare il tetano a un bambino non vaccinato? Due mesi di ricovero e 812mila dollari - Disforia di genere, cos’è e come affrontarla - Sindrome di Down: agire sul metabolismo dei neuroni per prevenire la disabilità - L’ansia non fa andare a scuola bambini e ragazzi - In 10 anni aumentati i disturbi mentali come ansia e depressione tra i giovani - Parotite epidemica: scopriamo cosa sono gli orecchioni. Medico e Bambino pagine elettroniche 2019;22(4) https://www.medicoebambino.com/?id=NEWS1904_10.html

Copyright © 2019 - 2019 Medico e Bambino - Via S.Caterina 3 34122 Trieste - Partita IVA 00937070324
redazione: redazione@medicoebambino.com, tel: 040 3728911 fax: 040 7606590
abbonamenti: abbonamenti@medicoebambino.com, tel: 040 3726126

La riproduzione senza autorizzazione è vietata. Le informazioni di tipo sanitario contenute in questo sito Web sono rivolte a personale medico specializzato e non possono in alcun modo intendersi come riferite al singolo e sostitutive dell'atto medico. Per i casi personali si invita sempre a consultare il proprio medico curante. I contenuti di queste pagine sono soggetti a verifica continua; tuttavia sono sempre possibili errori e/o omissioni. Medico e Bambino non è responsabile degli effetti derivanti dall'uso di queste informazioni.

Unauthorised copies are strictly forbidden. The medical information contained in the present web site is only addressed to specialized medical staff and cannot substitute any medical action. For personal cases we invite to consult one's GP. The contents of the pages are subject to continuous verifications; anyhow mistakes and/or omissions are always possible. Medico e Bambino is not liable for the effects deriving from an improper use of the information.