Rivista di formazione e di aggiornamento professionale del pediatra e del medico di base, realizzata in collaborazione con l'Associazione Culturale Pediatri

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Striscia... la notizia

a cura di Maria Valentina Abate
Patologia Neonatale, ASST Papa Giovanni XXIII, Ospedale di Bergamo
Indirizzo per corrispondenza: valentina_aba@yahoo.it





Ogni anno 8 milioni di bimbi con difetti congeniti, molti evitabili
Da cuore a cervello danni spesso gravi

Ogni anno nel mondo nascono 8 milioni di neonati con una malformazione o un’anomalia congenita che può causarne la morte o gravi danni. Di questi, 25.000 solo in Italia, praticamente 480 a settimana. A puntare l’attenzione sul problema, chiedendo di fare più prevenzione tra le coppie che desiderano avere figli, è la Società Italiana di Neonatologia (SIN), in occasione della Giornata Mondiale dei Difetti Congeniti, che è stata celebrata il 3 marzo.
Considerando tutti i casi, la frequenza dei difetti congeniti è stimata essere intorno al 5%: un bambino ogni 20 nati presenta una malformazione, da quelle più frequenti, come le anomalie cardiache, a quelli più rari, come sindrome di down, spina bifida e il ‘labbro leporino’, fino a quelli rarissimi, come la anencefalia, o mancato sviluppo del cervello. Ma si fa poca prevenzione. “Gli organi dei bimbi si formano durante le prime settimane di gravidanza, prima ancora che la donna realizzi di essere incinta”, afferma il presidente della SIN Fabio Mosca. Ma, prosegue, “quello che manca è una politica di prevenzione che inizi prima della gravidanza, appena la coppia comincia a pensare di avere un figlio”.
Un solo dato, ma molto indicativo, riguarda l’assunzione di acido folico già prima del concepimento, cosa che permette di ridurre il rischio di difetti del tubo neurale: in Italia, spiega la SIN, solo una donna su quattro assume acido folico prima di iniziare la gravidanza. Di qui la Giornata Mondiale del 3 marzo, per diffondere sensibilizzazione in tutti i Paesi.




Non aumentano maltrattamenti, emergono casi prima non visti

“Non sono aumentati i casi di maltrattamento sui minori. Ciò che è cambiato oggi è che si guarda a forme di maltrattamento che in passato venivano poco considerate. È una nuova era”, afferma Pietro Ferrara, referente nazionale della Sip sul tema abusi e maltrattamenti, pronto a chiarire l’entità del fenomeno.
“Una volta quando parlavamo di maltrattamento pensavamo esclusivamente al maltrattamento fisico e all’abuso sessale-continua Ferrara- oggi si sa che esistono tantissime forme di maltrattamento, tipo la violenza assistita, bambini che vivono in coppia ad alta conflittualità e che subiscono inevitabilmente delle conseguenze, diete estreme e così via.
Tante forme che una prima venivano considerate la normalità, oggi vengono considerati dei veri e propri abusi. Penso, per esempio, ai bambini abbandonati in auto- ricorda il pediatra- questa viene considerata una forma di incuria, una trascuratezza da parte del genitore condizionato da una serie di problematiche. Possiamo dire che le forme di maltrattamento sono molto più varie rispetto a una volta, il numero sembra più alto ma non è così: ci sono sempre state e solo oggi vengono riconosciute”. Un ultimo riferimento Ferrara lo rivolge ai figli di madri morte nei casi di femminicidio. “Avranno sicuramente delle conseguenze a distanza, perché’ rielaboreranno questo lutto della madre in maniera differente. Anche questa è una forma di maltrattamento che dobbiamo considerare, perché i numeri di questa categoria di bambini sta aumentando purtroppo a dismisura”.
L’incidenza dei maltrattamenti si attesta all’1% ma è solamente la punta dell’iceberg: “Sono quelle forme di maltrattamento che arrivano agli onori delle cronache, tutto il resto è sommerso. Se sommiamo all’1% le forme di abuso psicologico e di maltrattamento più subdolo, che si verificano tra le mura domestiche, notiamo come questo numero avrà sicuramente delle dimensioni molto più vaste. L’iceberg sta emergendo grazie alla formazione, alla sensibilizzazione e alle nuove conoscenze che si stanno diffondendo anche attraverso il lavoro della Società Italiana di Pediatria - fa sapere Ferrara - rivolto ai pediatri, alle famiglie, agli operatori che lavorano con i bambini e alle istituzioni”.
Il maltrattamento colpisce dai bambini molto piccoli fino agli adolescenti. “Alcune forme di maltrattamento fisico sono molto più frequenti nei bambini più piccoli. Penso alle morti da sindrome del bambino scosso, che oggi si chiama trauma cranico abusivo. È molto frequente nei bambini al di sotto dell’anno di età. Le forme di abuso sessuale sono invece maggiormente riscontrabili nell’età preadolescenziale e adolescenziale - conclude Ferrara - le altre forme di abuso psicologico possono interessare qualsiasi età avendo un’estensione che varia in base al contesto familiare e al caso concreto”.




In 20 anni raddoppiato il tempo passato dai bambini davanti alla tv
Per quelli sotto i due anni si è arrivati a tre ore al giorno

Nonostante il boom di dispositivi digitali degli ultimi anni la ‘vecchia’ tv ha sempre più presa sui bambini molto piccoli. Secondo uno studio condotto dalla Florida International University e pubblicato da Jama Pediatrics il tempo passato a guardare programmi è raddoppiato tra il 1997 e il 2014 nei bambini sotto i due anni. L’indagine è stata condotta su un campione di circa 1800 bambini, i cui genitori hanno compilato un diario sul tempo passato davanti alla tv. Nel 1997 i bambini fino a due anni passavano in media 1,3 ore davanti allo schermo, mentre tra 3 e 5 la cifra saliva a 2,5. Quasi vent’anni dopo per la fascia più piccola il tempo medio è risultato di 3 ore al giorno, mentre per quella più grande non si è notato un aumento significativo. “C’è una preoccupazione crescente sul tempo che i bambini, soprattutto molto piccoli, passano davanti allo schermo - spiega Weiwei Chen, uno degli autori -. I nostri risultati sono stati sorprendenti, visto che la sensazione comune è che i dispositivi mobili siano onnipresenti, ma la televisione è ancora il modo più comune per consumare media”.




Marijuana da adolescenti aumenta il rischio depressione del 40%
Studio, tendenze suicide da adulti legate a uso di Cannabis da teenager

Consumare marijuana da adolescenti può avere pesanti effetti sulla salute mentale in età adulta: un nuovo studio canadese ha osservato un aumento del 40% dei rischi di depressione da adulti tra i teenager che hanno usato cannabis. I rischi di depressione grave con ideazioni suicide da adulti, sono inoltre risultati più alti del 50% tra chi aveva usato marijuana da adolescente. Pubblicata su JAMA Psychiatry, la ricerca è stata condotta alla McGill University di Montreal da Gabriella Gobbi, psichiatra e professore: “Circa il 7% dei casi di depressione nella popolazione adulta - ha osservato l’autrice con i media Usa - è probabilmente legato all’uso di cannabis da adolescenti”.
La nuova analisi è basata sulla revisione di 11 studi in materia, che hanno seguito un totale di 23.317 adolescenti sino all’età adulta. In generale, le nuove stime indicano che l’uso di marijuana prima dei 18 anni di età è legato a un aumento delle probabilità di depressione di 1,4 volte più alto rispetto a chi non ha mai fumato erba, e a un incremento dei rischi di pensieri suicidi di 1,5 volte più alto. Gli ultimi dati sull’uso di marijuana tra teenager rivelano un aumento del consumo.




Nicotina in gravidanza e ADHD. Nuovo studio supporta il legame

Un nuovo studio USA aggiunge ulteriori evidenze al possibile legame tra status di fumatrice della mamma e sviluppo del deficit dell’attenzione/iperattività da parte del bambino. A differenza dei lavori precedenti, nello studio pubblicato da Pediatrics i ricercatori hanno lavorato su database dedicati.

Un nuovo studio pubblicato su Pediatrics sostiene che le donne in gravidanza che presentano elevati livelli di nicotina nel sangue hanno più probabilità di partorire bambini che svilupperanno il disturbo da deficit dell’attenzione/iperattività (ADHD). Anche se non è stato il primo studio a rilevare un’associazione tra ADHD e esposizione in utero alla nicotina, le precedenti ricerche si sono basate sulle autosegnalazioni delle madri del fumo di sigarette piuttosto che su vere misurazioni della cotinina, il prodotto della degradazione della nicotina, nel sangue della madre.

Lo studio
Per osservare la presenza di un collegamento tra ADHD e nicotina, i ricercatori hanno attinto a due database finlandesi, di cui uno aveva i campioni di sangue delle future madri e l’altro teneva traccia dei bambini che avevano sviluppato il disturbo. ”In un ampio campione nazionale hanno riscontrato che le madri che avevano fumato durante la gravidanza, soprattutto quelle molto dipendenti dal fumo, avevano figli con un rischio piuttosto elevato di ADHD”.
Un rapporto del Governo USA del 2018 ha stimato nel 7,2% il tasso delle fumatrici che hanno partorito nel 2016, continuando a fumare in gravidanza. In Finlandia, la percentuale è simile. I ricercatori hanno potuto raccogliere dati sui livelli di nicotina delle donne in gravidanza presso la Finnish Maternity Cohort, che conserva campioni di siero raccolti all’inizio della gravidanza di 950.000 donne finlandesi. Hanno poi analizzato dati relativi a 1079 bambini nati tra il 1998 e il 1999 che avevano ricevuto diagnosi di ADHD e 1079 controlli appaiati per età che non presentavano la condizione.
I campioni di siero delle madri di questi bambini sono stati testati per verificare la presenza di cotinina. Oltre a questi dati, i ricercatori sono riusciti a raccogliere informazioni sui genitori, incluse eventuali diagnosi di ADHD, storia psichiatrica e abuso di sostanze.

Le evidenze
Lo studio ha scoperto che le madri di bambini con diagnosi di ADHD avevano un livello medio di cotinina nel sangue più che raddoppiato rispetto a quello delle madri dei soggetti di controllo. I livelli in aumento di cotinina nei campioni delle donne erano associati a un rischio aumentato di ADHD nei figli, anche dopo aver considerato lo status socioeconomico dei genitori, la presenza di patologie mentali nei genitori e il peso dei bambini alla nascita.
Dividendo le coppie madre-bambino in tre gruppi a seconda dei livelli di cotinina nel sangue delle madri, i ricercatori hanno stabilito che quelle che presentavano la maggiore esposizione alla nicotina avevano 2,21 volte più probabilità di avere un figlio con ADHD rispetto a quelle con i livelli minimi di esposizione alla sostanza. Quando i ricercatori hanno diviso le coppie in 10 gruppi, hanno riscontrato che le donne con la maggiore esposizione presentavano 3,34 volte probabilità in più di avere un figlio con tale disturbo. Non è certo il modo in cui il fumo della madre influisca sul rischio del figlio di ADHD, ma sappiamo che la nicotina attraversa la placenta e negli studi sugli animali. Questo è correlato a un’aumentata attività motoria”.

I commenti
“Si tratta di un lavoro prezioso e ritengono che contribuirà alla letteratura in questo campo, innanzitutto mostrando una misura biologica dei livelli sierici di cotinina rispetto alle autosegnalazioni per valutare l’esposizione prenatale alla nicotina”. “Un elemento convincente del nuovo rapporto è la scoperta che il rischio di ADHD aumenta con l’aumentare dei livelli di esposizione alla nicotina. Altri studi non hanno mostrato questa risposta correlata alla dose allo stesso modo. I modelli animali hanno indicato che la nicotina colpisce i circuiti cerebrali in via di sviluppo, determinando una minore connettività tra le regioni del cervello associate ad attenzione e regolazione emotiva e quelle coinvolte nella ricompensa e nell’elaborazione delle emozioni. Questi studi hanno suggerito l’esistenza di una sorta di compromissione del controllo top-down sulle risposte di ricompensa e sui centri di elaborazione delle emozioni”.




Depressione e ansia. I medici ne soffrono più degli altri

Lancet Psychiatry ha pubblicato una revisione sistematica degli studi relativi alla diffusione di ansia e depressione tra i medici. L’incidenza di questi disturbi è alta rispetto alla popolazione generale e gli interventi in termini psico-dinamici sono moderatamente efficaci. Un dato che deve far riflettere.

Interventi mirati sui medici sono moderatamente efficaci per ridurre i sintomi di depressione, ansia e suicidio. È quanto emerge da una revisione sistematica e una meta-analisi pubblicate online su The Lancet Psychiatry. Rispetto alla popolazione generale e ad altri gruppi professionali, i medici hanno una maggiore prevalenza di depressione, ansia e pensieri suicidi.

Lo studio
Per la loro analisi Samuel B. Harvey dell’Università del New South Wales, e colleghi hanno preso in considerazione otto studi con dati relativi a un totale di 1023 medici. Tutti gli studi riguardavano interventi diretti, in particolare la terapia comportamentale cognitiva individuale o di gruppo (CBT) o il mindfulness training.
Tre studi hanno mostrato una significativa riduzione dei sintomi della depressione (differenza media standardizzata 0,53); quattro studi hanno mostrato una significativa riduzione del disagio psicologico generale (0,65); uno studio ha mostrato una significativa riduzione dell’ansia (0,71); e uno studio ha mostrato una significativa riduzione di pensieri suicidi durante un anno di tirocinio (rapporto di rischio 0,40), rispetto ai gruppi di controllo.

I commenti
“Abbiamo bisogno di andare oltre al solo pensiero di burnout per affrontare l’intero spettro del disagio dei medici. La negligenza relativa al problema è preoccupante, soprattutto considerando che gli operatori sanitari hanno la nostra vita nelle loro mani e il loro benessere mentale è essenziale per una sicura e buona qualità delle cure”
“È triste constatare che esistono pochi studi di intervento qualitativi sul trattamento del disagio del medico, soprattutto data la schiacciante evidenza che si tratta di un problema – commenta Jodie Eckleberry-Hunt, psicologo della salute di Fenton, Michigan, che ha svolto ricerche su vari aspetti del benessere del medico, tra cui burnout, depressione e suicidio – I medici si sentono talmente inondati di lavoro da non avere né tempo né energie per partecipare a questi studi, e non ci sono ancora significativi investimenti per cambiare questa dinamica. Vi è l’obbligo morale di prendersi cura di coloro che servono in prima linea nella sofferenza e nel dolore dei pazienti. Il trauma secondario che sperimentano, oltre a tutte le altre frustrazioni, può essere migliorato. Dobbiamo solo renderlo prioritario e trovare il miglior modello per farlo. In secondo luogo, alla fine della linea c’è il paziente, e questo è un problema di salute pubblica. Non è solo un problema medico. Il disagio del medico ha un impatto sull’assistenza e sugli esiti del paziente”.




Salute sessuale e riproduttiva

Nove ragazzi su 10 si informano solo sul web. In famiglia se ne parla poco, i consultori sono sconosciuti e la scuola è la “grande assente”. Ma ci sono lacune informative anche tra i medici. La prima indagine nazionale del Ministero della Salute.
Adolescenti e giovani si rivolgono alla rete per avere notizie ma vorrebbero che fosse la scuola a dare le corrette informazioni. Scarsamente utilizzati i consultori. C’è anche tanta confusione tra gli adulti sui meccanismi riproduttivi e non mancano anche tra i professionisti bisogni formativi da riempire. Questi i risultati finali delle quattro indagini condotte nell’ambito del Progetto “Studio Nazionale Fertilità” presentato oggi a Roma al ministero della Salute. Grillo: “Serve alleanza tra scuola e Ssn”.
Vuoi avere informazioni sulla tua salute sessuale e riproduttiva? Chiedilo alla rete. La pensano così circa 9 giovani e giovanissimi su 10 che cercano in internet tutte le notizie sull’argomento non pensando affatto di potersi rivolgere alla famiglia o al medico. E tanto meno a un consultorio nonostante questi i servizi socio-sanitari integrati di base, con competenze multidisciplinari, siano determinanti per la promozione e la prevenzione in questi ambiti: meno di 1 giovane su 10 lo ha utilizzato.
Eppure la quasi totalità di adolescenti e universitari una soluzione alternativa l’avrebbero: sono infatti convinti che dovrebbe essere la scuola a dover garantire le giuste informazioni parlando di sessualità e procreazione. Di certo le loro conoscenze in questi campi lasciano molto a desiderare: ancora tantissimi ignorano che malattie come sifilide, gonorrea, clamidia si trasmettono attraverso i rapporti sessuali. E la confusione regna sovrana quando ci si addentra su temi che riguardano i fattori di rischio per la salute riproduttiva con un gradiente di conoscenze che peggiora da Nord a Sud.
In generale nella popolazione italiana è bassa la consapevolezza del ruolo giocato dall’età femminile e maschile sulla fertilità: ignorano che l’orologio biologico scatti molto prima di quanto non credano e così continuano a pensare di poter fare figli anche in età molto avanzate.
E a proposito di figli, quasi l’80% dei ragazzi immagina il proprio futuro con dei figli, tuttavia crescendo cambiano opinione e così 4 adulti su 10 non ci pensano proprio a procreare. I motivi? Principalmente per fattori economici e lavorativi e per l’assenza di sostegno alle famiglie con figli, e alla sfera personale e della vita di coppia. E i professionisti? Hanno sicuramente buone conoscenze sui temi della salute sessuale e riproduttiva, ma mostrano anche qualche défaillance conoscitiva. Soprattutto sovrastimano le tecniche di procreazione medicalmente assistita nel risolvere sempre i casi di infertilità. Lasciando così deluse tante coppie. A scattare la fotografia di conoscenze, comportamenti e atteggiamenti in ambito sessuale e riproduttivo di adolescenti, studenti universitari e adulti, ma anche delle conoscenze dei professionisti sanitari, (Pdl, Mmg, ginecologi, andrologi, endocrinologi, urologi, ostetriche) sono i dati conclusivi di quattro indagini condotte nell’ambito del Progetto “Studio Nazionale Fertilità” presentato a Roma al Ministero della Salute. Promosso dal Ministero stesso è stato affidato all’Istituto Superiore di Sanità con la partecipazione dell’Università degli Studi di Roma “Sapienza”, dell’Ospedale Evangelico Internazionale di Genova e dell’Università degli Studi di Bologna.

L’indagine sugli adolescenti
“Doctor internet” è il punto di riferimento di ragazzi e ragazze sulle tematiche della salute sessuale e riproduttive (per l’89% i maschi e l’84% le femmine). In media il 40% si rivolge anche agli amici (38% i maschi 46% le femmine) e poco più di un ragazzo su cinque si rivolge alla famiglia.
Soprattutto i giovanissimi hanno ancora molto da imparare sui fattori di rischio/protettivi per la riproduzione (età e stili di vita) e soprattutto su alcune infezioni/malattie a trasmissione sessuale (IST) quali epatite virale, sifilide, gonorrea, papilloma virus e clamidia. Un esempio? La gonorrea, solo tre ragazzi su dieci sono consapevoli che si può trasmettere attraverso i rapporti sessuali e poco poco più di due ragazze su dieci lo sa. Ma anche sui metodi contraccettivi in grado di proteggere dalle IST ci sono troppi vuoti informativi: circa il 20% ritiene che basti utilizzare pillola, cerotto, anello vaginale o dispositivi ormonali sottocutanei.

Consultorio questo sconosciuto
Continuano a rimanere poco utilizzati (solo un 3% dei maschi e un 7% delle femmine si sono rivolti a questa struttura) e conosciuti (il 29% dei ragazzi non sa cosa siano e lo ignora il 16% delle ragazze). Anche il contatto con i medici specialisti è limitato, in particolare tra i maschi: appena il 12% si è rivolto a un andrologo.
Eppure gli adolescenti fanno sesso: circa 1 su 3 ha dichiarato di aver avuto rapporti sessuali completi (35% dei maschi e 28% delle femmine) e con leggere differenze per area geografica, specialmente tra le ragazze (22% al Sud e 32-30% al Centro-Nord). I metodi contraccettivi più conosciuti sono il preservativo (99%) e la pillola (96%). Per quanto riguarda l’utilizzo dei metodi contraccettivi, rispetto all’indagine fatta dall’Iss nel 2010, rimane stabile la percentuale di chi non usa alcun metodo (10%), mentre aumenta l’utilizzo del preservativo (più del 70% al primo rapporto e negli ultimi 3 mesi) ma anche quello del coito interrotto (circa il 25%) e del calcolo dei giorni fertili (11%).
La famiglia è un luogo in cui difficilmente si affrontano argomenti quali “sviluppo sessuale e fisiologia della riproduzione”, “infezioni/malattie sessualmente trasmissibili” e “metodi contraccettivi”. Appena 1 adolescente su 5 affronta con la famiglia in maniera approfondita queste tematiche.
È la scuola che dovrebbe garantire l’informazione sui temi della sessualità̀ e della riproduzione: la pensa così ben il 94% dei ragazzi e il 61% ritiene che i percorsi formativi dovrebbero iniziare dalla scuola secondaria di primo grado o anche prima. Tuttavia solo il 22% degli adolescenti vorrebbe ricevere queste informazioni dai propri docenti, mentre il 62% vorrebbe personale esperto esterno alla scuola.
Differenze regionali. Il livello di conoscenze dei ragazzi varia a seconda della macro area di nascita con un gap tra Nord e Sud del Paese. D’altra parte, appena il 33% dei ragazzi del Sud ha partecipato a corsi/incontri sul tema della sessualità/riproduzione conto il 78% dei loro coetanei del Nord del Paese pari al 78% (aumenta il divario Nord-Sud rispetto al 2010). Infine, tra gli adolescenti appena il 7% i pensa di non avere figli nel suo futuro, mentre quasi l’80% di loro indica, come età giusta per diventare, genitore prima dei 30 anni.

L’indagine sugli studenti universitari
Sono state indagate le conoscenze relative agli stili di vita sulla salute sessuale e riproduttiva: 1 su 4 degli intervistati ha dichiarato di fumare, 2 su 3 consumano alcolici nel corso della settimana e più dell’80% è consapevole che questi comportamenti influenzano la fertilità, sia maschile che femminile. Nonostante molti si sentano adeguatamente informati sulle tematiche di salute sessuale e riproduttiva, al dunque gli studenti sovrastimano la loro conoscenza, o talvolta, l’informazione che hanno è addirittura non corretta (come per gli adolescenti). L’83% ha già avuto rapporti sessuali completi, con un’età media al primo rapporto tra i 17 e i 18anni. Il 95% ha dichiarato di usare metodi contraccettivi nei rapporti abituali: il preservativo (71%), la pillola e altri metodi ormonali (46%), coito interrotto (24%); tuttavia il 22% dichiara di aver avuto rapporti occasionali non protetti.

Scarse le conoscenze sulle fertilità. L’età giusta per diventare genitori viene percepita tra i 26 e i 30 anni, ma sui tempi della fertilità maschile e femminile non c’è una corretta conoscenza, considerando tempi più lunghi rispetto a quelli biologici. In particolare la conoscenza è particolarmente scarsa per quanto riguarda la fertilità̀ maschile: quasi il 40% degli studenti che pensa che non si riduca mai e il 9% non sa cosa rispondere.
La scuola e gli incontri educativo-informativi sono percepiti come il miglior canale di diffusione e informazione per le tematiche sessuali e riproduttive, anche se ancora una volta il canale più gettonato per ottenere autonomamente le informazioni rimane internet (più del 90%).
Per quanto riguarda il contatto con i medici specialisti, mentre il 75% delle studentesse ha fatto una visita ginecologica, solo 1 studente su 4 è stato dall’andrologo; e si sono rivolte al consultorio familiare solo il 34% delle studentesse intervistate, mentre è stato utilizzato solo dal 13% dei maschi.

L’indagine sui professionisti
L’indagine ha coinvolto i professionisti della Federazione italiana medici pediatri (FIMP) e della Federazione italiana medici di famiglia (FIMMG) e con una limitata adesione: hanno risposto 706 pediatri di famiglia (PdF), ossia il 14,1%, e 759 MMG (il 15,2%).
Pediatri di famiglia e Medici di Medicina Generale. In generale tra i professionisti c’è un buon livello di conoscenza in ambito di salute sessuale e riproduttiva, tuttavia si evidenziano carenze formative su alcune aree e di conseguenza sulla comunicazione agli assistiti.
Quali? Tra i PdF emergono “défaillance” sull’importanza di alcune vaccinazioni anche per preservare la capacità procreativa e sull’importanza dell’obesità e dell’eccessiva magrezza sulla fertilità. Sono scarse le informazioni fornite agli adolescenti sui rischi delle infezioni/ malattie sessualmente trasmissibili e sulla non efficacia dei contraccettivi orali per la protezione dalle infezioni/ malattie sessualmente trasmissibili.
Tra i MMG i bisogni formativi sono principalmente su: prescrizione di acido folico a tutte le pazienti che manifestano desiderio di gravidanza; non raccolta, nell’anamnesi, dell’età della menopausa della madre della paziente; tempistica per iniziare accertamenti sull’infertilità; informazioni agli assistiti sull’importanza dell’età maschile sulla fertilità; informazioni ai giovani assistiti o ai loro genitori sulla vaccinazione per il virus HPV; percorsi per salvaguardare la fertilità di giovani assistite che devono sottoporsi a chemioterapia.

Dalle risposte fornite, tuttavia, appaiono evidenti alcune aree su cui sarà necessario concentrare l’attività̀ formativa:
  • anche in questo caso non è chiaro per tutti che l’età, anche quella maschile, è una componente fondamentale della capacità riproduttiva e che bisogna insistere su questo tema con i/le pazienti/coppie, quando c’è il tempo per intervenire;
  • è ancora non soddisfacente l’informazione erogata da parte degli operatori sui rischi delle patologie sessualmente trasmissibili, in particolare non se ne parla a sufficienza ai soggetti più esposti;
  • ancora non tutti hanno chiara la necessità di effettuare la profilassi preconcezionale con acido folico e la tempistica con cui eseguirla;
  • ancora si prescrivono ai maschi infertili terapie non del tutto appropriate in condizioni in cui le linee guida danno invece indicazioni chiare;
  • anche nel campo della fertilità femminile persistono, seppure minoritarie, pratiche chirurgiche non più̀ appropriate;
  • è generalizzato un eccessivo ottimismo sulle possibilità delle tecniche di Procreazione Medicalmente Assistita (PMA) di risolvere sempre i casi di infertilità. Persiste, inoltre, la tendenza a consigliare la PMA a pazienti in cui è evidentemente inutile, generando aspettative che procureranno frustrazione alle coppie.



Quando il disturbo dermatologico può essere spia di malattie reumatiche
Lupus, dermatomiosite, sclerodermia, vasculite e psoriasi cutanea. Che cosa possono nascondere le problematiche della nostra pelle

Manifestazioni cutanee di diverso tipo, possono essere spia di disturbi di natura reumatologica. Può succedere che alcune lesioni cutanee aiutino a fare diagnosi di malattie reumatologiche su base autoimmune poiché rappresentano il primo sintomo dell’instaurarsi di malattie ben più gravi e sistemiche.

Questa evenienza può verificarsi per esempio, in caso di lupus, nella dermatomiosite, nella sclerodermia, in alcune forme di vasculite e infine la psoriasi cutanea in un 10% dei casi si associa ad artrite psoriasica.

Lupus
Il LES (Lupus Eritematoso Sistemico) appartiene al gruppo delle connettiviti: patologie infiammatorie croniche che colpiscono il tessuto connettivo che essendo espresso ubiquitariamente nell’organismo umano, possono potenzialmente interessare qualsiasi organo e avere quindi un coinvolgimento di tipo sistemico, anche severo. «L’espressione di malattia è estremamente variabile sia tra diversi individui, sia nel singolo individuo nel corso del tempo, a causa di complesse interazioni che intercorrono tra la predisposizione genetica personale e fattori ambientali di varia natura che possono influenzare l’andamento di malattia - spiega Monica Todoerti, Reumatologa presso l’azienda Ospedaliera Nazionale SS Antonio e Biagio e C. Arrigo di Alessandria e membro della Società Italiana di Reumatologia (SIR). - Nel LES le manifestazioni cutanee insieme a quelle articolari rappresentano gli aspetti più frequenti e sono entrambi inclusi nei criteri classificativi di malattia. A sua volta il coinvolgimento cutaneo può sussistere anche da solo, ovvero in assenza di coinvolgimento di altri organi quali articolazioni, cuore, polmone, reni, sierose, delineando un quadro di esclusivo lupus cutaneo. L’interessamento cutaneo in corso di LES poi, può essere molto eterogeneo e polimorfo, essendo per lo più, ma non esclusivamente, rappresentato da tre subset di presentazione, quali il lupus cutaneo acuto, subacuto e cronico. Un aspetto molto caratteristico del LES è rappresentato inoltre dalla fotosensibilità, intesa genericamente come una reazione inusuale all’ esposizione solare riferita dal paziente o obiettivata da un clinico. L’esposizione alla luce solare non solo può indurre o aggravare le manifestazioni cutanee di malattia, ma può agire anche da trigger per lo sviluppo/riaccensione di manifestazioni sistemiche. Per questo motivo i pazienti devono assolutamente evitare la fotoesposizione adottando misure di fotoprotezione assoluta».
Un quadro simil-LES può essere scatenato anche dall’assunzione di alcuni farmaci. Fa notare ancora l’esperta: «Alcuni farmaci sono in grado di indurre ex novo e/o riscatenare le manifestazioni cutanee in corso di LES. Se riconosciuti e se possibile, questi farmaci andrebbero sospesi con conseguente risoluzione del quadro cutaneo provocato. Esistono a oggi numerosi farmaci più o meno potenti in grado di garantire il controllo delle manifestazioni cutanee del LES nella maggior parte dei casi, attraverso la modulazione più o meno specifica e selettiva di meccanismi molecolari implicati nella patogenesi di malattia. Nella maggior parte dei casi è cruciale una stretta collaborazione inter-specialistica tra reumatologo e dermatologo».

Dermatomiosite
Si tratta di una connettivite che si scatena, in pazienti predisposti, con processo immunomediato. Non ci sono cause specifiche anche se fattori ambientali quali virus, e farmaci (compresi quelli per il colesterolo) possono essere causa scatenante. La possibile associazione con neoplasie è ancora motivo di controversia. Un possibile tumore maligno va ricercato, specie nei pazienti più anziani, in chi è resistente alla terapia, o ha una malattia recidivante specie se con manifestazioni cutanee, tipo rash cutaneo esteso e atipico. Tutti i tipi di neoplasia possono essere chiamati in causa. Questa malattia, oltre a un impegno infiammatorio muscolare, ha diversi segni che possono apparire sulla pelle. «In circa il 30% dei pazienti sono presenti le cosiddette papule di Gottron, papule o placche rosso violacee, leggermente rilevate, presenti sopra le prominenze ossee specie a livello della superficie estensoria delle articolazioni delle mani, sui gomiti, sulle ginocchia e sui malleoli interni delle caviglie - spiega Giuseppe Paolazzi, direttore dell’Unità operativa di Reumatologia dell’Ospedale Santa Chiara di Trento e coordinatore del CReI (Collegio Reumatologi Italiani). - Inoltre può presentarsi un’eruzione cutanea di colore bruno violacea sulle palpebre, con una distribuzione bilaterale, accompagnata talora da un rigonfiamento. Potrebbe esserci anche il cosiddetto segno dello scialle, ossia una dermatite che colpisce le zone del collo, della fronte, delle spalle e del tronco: quando queste manifestazioni sono localizzate a collo e torace formano una V che viene definita «V Sign». Queste lesioni sono fotosensibili: esponendosi al sole possono infiammarsi». Infine, aggiunge Paolazzi «Potrebbero esserci anche lesioni al cuoio capelluto, simili a quelle che si presentano nella psoriasi, con la mancanza di capelli». Un altro aspetto che potrebbe far sospettare una dermatomiosite è il fenomeno di Raynaud, ossia una variazione del colore della cute delle dita, che prima diventa bianca, poi bluastra, poi rossa in seguito all’esposizione al freddo. «Altra caratteristica è la comparsa di noduli sottocutanei bianco-giallastri, che in genere crescono sulle prominenze ossee e sono dovuti a depositi di calcio» conclude Paolazzi.

Sclerodermia
Alla lettera, la sclerodermia o sclerosi sistemica, si può tradurre con «pelle dura», malattia che tende a coinvolgere più organi del corpo. «È una patologia infiammatoria del connettivo caratterizzata da un processo autoimmune, che si evince dalla quasi costante presenza di autoanticorpi della famiglia ANA ed ENA, dalla formazione di tessuto fibroso nel connettivo di vari organi e apparati, tra cui la cute, e da un danno vascolare arterioso che interessa il microcircolo in modo prevalente e le arteriole muscolari. Sull’endotelio di tali sedi della circolazione arteriose parte il primum movens patogenetico della malattia. Per meccanismi non completamente chiariti, ma che di certo includono una predisposizione costituzionale, genetica, e una condizione ambientale, microbiologica» spiega Angelo De Cata, responsabile dell’Unità di Immuno-Reumatologia dell’IRCCS Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo (Foggia) e presidente del CReI. «L’endotelio delle persone che svilupperanno la malattia viene aggredito e si “attiva”, determinando un’infiammazione delle pareti arteriose e il passaggio di cellule del sistema immunitario dall’interno del circolo sanguigno all’esterno, dove il network immunitario determinerà la formazione di collagene e la conseguente fibrosi» chiarisce ancora De Cata. I primi segnali dell’inizio della sclerodermia sono il fenomeno di Raynaud, caratterizzato da un cambiamento di colore alle estremità delle dita delle mani e a volte anche dei piedi e che, nel tempo, verrà seguito dalla imbibizione dei tessuti sottocutanei e del derma della dita facendole apparire gonfie.«Le dita gonfie associate al fenomeno di Raynaud e alla positività generica degli ANA con titolo di almeno 1/160 (e ancora di più ad anticorpi della famiglia ENA quali anti Centromero e anti Scl 70) orienteranno alla presenza di una forma iniziale di Sclerosi sistemica. Un importante supporto diagnostico precoce che confermerà la natura del quadro cutaneo come spia dell’inizio della malattia è la capillaroscopia, esame che se effettuato da mani esperte permette di completare il percorso diagnostico di sclerosi sistemica in fase iniziale», suggerisce ancora il presidente del CReI.

Vasculiti
Con il termine vasculite si indica, in maniera generica, un processo infiammatorio a carico della parete vascolare. Poiché i vasi sanguigni sono presenti in tutto l’organismo, all’interno e all’esterno degli organi, tali affezioni possono avere manifestazioni molto variabili in termini di distretto anatomico interessato e quindi espressione e severità di malattia. «Le vasculiti possono interessare qualsiasi tipo di vaso sanguigno, ovvero di piccolo, medio e grosso calibro, ei qualsiasi distretto, vale a dire arterioso, venoso e capillare. Le conseguenze relative all’infiammazione di parete possono comportare restringimento o marcata distensione del calibro del vaso coinvolto, con importanti e potenzialmente severe ripercussioni in termini di irrorazione dell’organo stesso. Il coinvolgimento cutaneo in corso di vasculite può rappresentare: la manifestazione cutanea in corso di una vasculite sistemica; la variante a prevalente o esclusiva espressione cutanea di una vasculite sistemica; l’espressione di una vasculite organo-specifica a unica ed esclusiva manifestazione cutanea. Il problema diventa ancora più complesso se si pensa che tali affezioni possono verificarsi anche in seguito a svariate cause scatenanti, quali quelle indotte da farmaci, da infezioni, da neoplasie, da malattie sistemiche incluse quelle di pertinenza reumatologica. - Chiarisce la dott.ssa Todoerti che conclude- In molti casi inoltre non è possibile riconoscere la causa scatenante, configurando un quadro che viene quindi definito primitivo/idiopatico, ovvero senza causa riconoscibile dopo gli opportuni approfondimenti del caso. Il quadro clinico è estremamente variabile, per lo più rappresentato da porpora palpabile e non, noduli, ulcere, lesioni necrotiche più spesso localizzate nelle porzioni più periferiche di mani e/o piedi. Le medesime possono provocare o meno disturbi locali, tipo dolore, prurito, alterazioni della sensibilità e del trofismo dei tessuti. Essendo quindi manifestazioni estremamente polimorfe e potenzialmente osservabili in svariate condizioni, è fondamentale nel work up iniziale operare una attenta ed estesa diagnostica differenziale finalizzata a riconoscere la causa più probabile e escludere potenziali coinvolgimenti sistemici di altri organi cruciali qualora si sospetti una vasculite sistemica (rene, polmone, vasi di maggiore calibro). La diagnosi bioptica dell’organo interessato (la pelle in caso di coinvolgimento cutaneo) è fondamentale poiché permette di riconoscere specificatamente e classificare la patologia, potendo così procedere dal punto di vista della stadiazione completa di malattia e di operare le scelte più opportune in merito alla terapia e alla stratificazione prognostica».

Artrite psoriasica
La psoriasi, la malattia cutanea che si caratterizza per le lesioni eritematose e desquamative, può precedere anche di diversi anni l’insorgenza di artropatia psoriasica. «Si può ipotizzare che da un quadro esclusivamente cutaneo si ha un interessamento reumatologico quando si avvertono anche dolori articolari, con caratteristici segni infiammatori», afferma Gilda Sandri, reumatologa presso l’Azienda Ospedaliera Universitaria Policlinico di Modena e Vicepresidente del CReI. «Di solito, si ha dolore notturno, con un’iniziale rigidità mattutina al risveglio, difficoltà a muovere l’articolazione interessata e tumefazione della stessa. Potrebbe coinvolgere un dito che si gonfia come un salsicciotto, il cosiddetto dito a salsicciotto appunto, di dolore ai talloni, o di una lombalgia che si attenua durante l’arco della giornata, di una tumefazione al ginocchio o delle articolazioni della mani».




Incubo pidocchi per 1,2 milioni di under 18: ecco perché tornano

Il bambino torna da scuola e inizia a grattarsi furiosamente, così scatta l’allarme pidocchi. «Ogni anno sono 1 milione e 200 mila in totale gli ‘under 18’ a fare i conti con i pidocchi, e queste settimane sono le peggiori, specie per chi ha bambini dai 3 ai 12 anni». Parola del pediatra Italo Farnentani, ordinario alla Libera università degli Studi di scienze umane e tecnologiche di Malta, che spiega all’Adnkronos Salute: «L’abbinamento tra il freddo delle ultime settimane, quello dei giorni della merla per intenderci, e ambienti chiusi e affollati ha favorito la diffusione di tutti gli agenti infettivi e anche di questi parassiti. La trasmissione dei pidocchi, poi, è agevolata dall’uso di sciarpe e cappelli, spesso appesi vicini fra loro o ammucchiati dai bambini».
Se il problema è irrilevante fra i piccolissimi con meno di un anno, dopo diventa democratico: «Ogni anno sono colpiti 100 mila bimbi di 1-2 anni, 400 mila di 3-6 anni, 500 mila di 7-12 anni e 200 mila a 13-18 anni», stima Farnetani. E l’infestazione, come ormai sanno bene molti genitori, può ripresentarsi a distanza di poche settimane. «Quando un bambino presenta periodicamente i pidocchi, non è perché la famiglia non è stata diligente o abbia scelto un prodotto sbagliato - dice il pediatra - ma è solo che in classe c’è qualcuno che presenta i pidocchi e non fa il trattamento». Ma come evitare fastidiose infestazioni? «Considerando che le uova del pidocchio ci mettono otto giorni a svilupparsi, è sufficiente che voi controlliate, per esempio il sabato, la testa del bambino, soprattutto sulla parte della nuca - raccomanda - se non osservate niente, il bambino non deve fare alcun trattamento, mentre se vedete le lendini, che sono piccole uova color avorio saldamente attaccate alla base del capello, e che soffiando non vanno via, eseguite il trattamento al bambino con il consueto prodotto».
I pidocchi del capo «sono più frequenti nel bambino in età di scuola materna ed elementare, poi la frequenza diminuisce progressivamente. I genitori però devono periodicamente controllare i capelli ai figli, soprattutto nella zona della nuca e dietro le orecchie. Quello che si vede più facilmente in caso di presenza di pidocchi - ribadisce Farnetani - sono proprio le uova. È importante distinguerle dalla forfora che si deposita sul cuoio capelluto e soffiando vola via. Le lendini hanno una forma ovoidale di qualche millimetro e sono attaccate saldamente al capello a circa un centimetro dalla base; per asportarle bisogna esercitare una forte pressione con le dita o con un pettine».
Il famoso pettine fitto. Trovare nella testa di un bambino i pidocchi «non significa scarsa igiene o trascuratezza dei genitori, ma solo l’essere venuti in contatto con persone che avevano a loro volta i pidocchi. Anche nel caso in cui i pidocchi ritornano dopo un primo trattamento, non significa che la cura è stata inefficace - assicura il pediatra - ma solo che è stata incontrata nuovamente una persona con i pidocchi. Oppure che nella classe non tutti hanno fatto il trattamento. Un ostacolo è legato anche al prezzo di questi prodotti, molto efficaci ma non certo a buon mercato», dice. La buona notizia, soprattutto per le bambine, è che «non è necessario tagliare i capelli. Basta fare un solo trattamento con i prodotti antiupediculosi e il bambino può tornare a scuola, come previsto dalle leggi sanitarie».




Neuropsichiatri infantili: “Forze in campo ampiamenti insufficienti, occorre un coraggioso investimento”

Gli operatori della Rete Regionale dei Servizi di Neuropsichiatria Infantile si sono confrontati oggi sulla cura e la tutela dei minori e sull’organizzazione dei servizi. In Piemonte sono seguiti 50.320 minori (il 7,49% di quelli residenti). “La risposta di cura ha raggiunto in Piemonte una particolare complessità clinica, normativa, e tecnica, con un’efficace offerta di percorsi clinico-assistenziali multiprofessionali che devono però essere continuamente riqualificati, monitorati e modulati”.

Incontro a Torino, gli operatori della Rete Regionale dei Servizi di Neuropsichiatria Infantile (in collaborazione con la Regione Piemonte, Settore Programmazione Sanitaria e Socio-Sanitaria e con SINPIA - Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza, Sezione Piemonte Valle d’Aosta) si sono confrontati sulla cura e la tutela dei minori e sull’organizzazione complessiva dei servizi.

La giornata ha risposto a una duplice necessità: da un lato rendere pubbliche le informazioni sulle condizioni di salute neuropsichica dei minori in Piemonte e sullo stato di attuazione degli interventi per la loro cura (convalidati e regolati ognuno da una specifica normativa), dall’altro identificare, anche attraverso il confronto con gli stakeholder, cosa manchi ai servizi per la loro piena applicazione, sia in termini di organizzazione che di risorse. Infatti, “per poter proseguire nel miglioramento della sicurezza dei pazienti e nella gestione del rischio clinico, la Rete di NPI necessita di un confronto sistematico tra operatori, istituzioni associazioni e famiglie, ma necessita altresì di adeguati investimenti e di politiche di sostegno”, spiega Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza, Sezione Piemonte Valle d’Aosta in una nota che fa il punto sulla giornata di lavori.

La Rete Regionale dei Servizi di NPI è una rete di Servizi dedicata alla cura, assistenza e tutela dei minori con disturbi neuropsichici. Interviene nelle condizioni di salute che influenzano le acquisizioni e le competenze neurobiologiche, relazionali, cognitive, emozionali e sensoriali del minore, il cui sviluppo è condizionato dalle interazioni con l’ambiente famigliare, educativo, sociale e istituzionale, in costante mutamento. Vi lavorano più di 500 operatori della salute con differenti professionalità.
La multiprofessionalità “transmurale”, l’abilità ospedaliera, la presenza diffusa sul territorio, la competenza clinica e l’ approccio “olistico (ogni minore seguito ha una sua specifica storia), sono i veri punti di forza della Rete, che presenta un’offerta di servizi unica nel suo genere, un’autentica eccellenza, con una particolare attenzione all’integrazione salute-ambiente, ai percorsi di inclusione e di equo accesso ai diritti, e al coinvolgimento delle famiglie, in senso non solo partecipativo ma di autodeterminazione e crescita. “Capire e promuovere lo sviluppo di un bambino nel suo ambiente, - spiega la Sinpia - è una questione di enorme complessità che ha una quota quasi infinita di fattori di variabilità e che, nella dimensione sanitaria, include un vasto numero di patologie (che a loro volta appartengono alle problematiche neurologiche, psichiatriche, del neurosviluppo, comportamentali, relazionali, emotive, famigliari, sociali… ) intrecciate tra loro”.

La Regione Piemonte si è dotata, sin dal 2002, all’interno di un importante programma di indirizzo, sviluppo e sostegno dei Servizi, di sistemi informativi di rilevazione statistica, dedicati specificamente alla Rete di NPI. In particolare, dal 2015, il nuovo sistema informativo “SMAIL”(utilizzato da più di 500 operatori della salute), permette il monitoraggio della salute neuropsichica dei bambini e degli adolescenti, con una lettura attendibile del livello di realizzazione dei percorsi diagnostici e assistenziali. Si è così evidenziato che nei Servizi piemontesi (un osservatorio privilegiato del mondo dell’infanzia, e unico nel suo genere), vengono seguiti 50.320 minori (pari al 7,49% di quelli residenti) di cui: 15.831 i nuovi pazienti nell’anno 2016 (2,35% dei minori residenti). I minori in Piemonte sono 678.494, di cui 93.729 sono stranieri(13,81%). I maggiori invianti ai servizi sono stati (in ordine decrescente) famiglie (spontaneamente), scuola, pediatri di famiglia e medici di medicina generale. I 2/3 dei minori seguiti sono di sesso maschile. I minori stranieri usano i servizi in percentuale, maggiore (+13%) di quelli italiani. 526 sono gli operatori accreditati attivi e le loro prestazioni (nell’anno 2016) sono state 403.576 ( di cui il 75% “dirette”).
Le prese in carico normalmente non sono intensive ma mirate: 13.610 i minori con meno di tre prestazioni l’anno, 31.061 i minori con almeno 3 prestazioni, 5650 quelli con più di 18 prestazioni. Sono stati 146 nel 2016 e 228 nel 2017 gli accessi in DEA – OIRM per “Agitazione psicomotoria” e sono in costante aumento i ricoveri, sempre in Ospedale o in Day Hospital, per tentati sucidi, disturbi del comportamento alimentare, gravi disturbi della condotta, ritiro sociale, con un aumento di ideazione suicidaria nell’80% dei casi ricoverati. I minori ospiti delle comunità terapeutiche e riabilitative per minori sono stati (sempre nell’anno 2016), 201, di cui 71 residenti fuori regione.
La recente categoria “disturbi del Neurosviluppo” è quella in assoluto maggiormente seguita (Dati SMAIL 2016:Disturbi specifici di apprendimento: 9539 minori in Piemonte, Disturbi cognitivi: 7562, Disturbi del linguaggio: 5387, Disturbi Aspecifici di Apprendimento: 3725, Autismo: 2307, Deficit di attenzione con iperattività – ADHD:1247). Molto rappresentate però le patologie neurologiche: (Disturbi neurologici: 7900, Disturbi neuromotori: 2429, Ritardi dello sviluppo: 2245, Encefalopatie complesse: 550, Disabilità uditiva: 296, Disabilità visiva: 165).
Pesante anche il dato delle patologie che con maggior provabilità potrebbero complicarsi nella vita adulta come patologia psichiatrica: (Disturbi esternalizzanti: 4034, Disturbi internalizzanti: 3671, Disturbi psichiatrici: 997, Disturbi del comportamento alimentare: 467, Rischio psico evolutivo: 2314). Sono 3.511 i minori vittime di maltrattamento e abuso seguiti con una Tutela multiprofessionale con o senza autorità giudiziaria. I dati evidenziano che uno stesso bambino può essere curato per due o più disturbi, in comorbilità.
“Grazie alle nuove scoperte delle neuroscienze e all’esperienza accumulata a livello internazionale dagli operatori della salute – spiega la Sinpia in trent’anni è totalmente cambiato il tessuto teorico di comprensione dello sviluppo dei bimbi e dell’evoluzione delle loro malattie. Inoltre, le attività della Rete e gli invii ai Servizi, vengono regolate oggi da Leggi nazionali, Delibere e indicazioni regionali, oltre che dalle Linee Guida, aggiornate e basate sulle Evidenze, che hanno costruttivamente indirizzato ai servizi molte più famiglie che sino a qualche anno fa non avrebbero richiesto alcun contatto”.
“La risposta di cura – proseguono i Neuropsichiatri piemontesi - ha così raggiunto oggi in Piemonte una particolare complessità clinica, normativa, e tecnica (che risponde ai bisogni di salute complessi), con un’ efficace offerta di percorsi clinico-assistenziali multiprofessionali che devono però essere continuamente riqualificati, monitorati e modulati, tenendo conto delle effettive risorse in campo. Infatti, l’ incremento quantitativo, legato a una domanda ben giustificata e all’incremento dei bisogni, richiede ora un’ allocazione prioritaria di risorse e un coraggioso investimento verso il futuro, mentre le effettive forze in campo sono oramai ampiamente insufficienti”.
“Ogni bambino – conclude la Sinpia Piemonte - è speciale ed è dotato di grandi capacità e risorse. Le capacità organizzative e tecniche dei servizi ci sono e possono essere migliorate, ma per poter essere all’altezza del compito di aiutare ogni singolo bambino, quando e dove ne ha bisogno, occorre incrementare le risorse di personale e questo, gli operatori della rete, non possono farlo da soli”.




Malattia mani-piedi-bocca: non è il caso di preoccuparsi
Mani-piedi-bocca: sembra una filastrocca per bambini, e in effetti ha molto a che fare con l’infanzia...

Mani-piedi-bocca: sembra una filastrocca per bambini, e in effetti ha molto a che fare con l’infanzia perché una malattia esantematica molto comune e frequente nei piccoli in età prescolare, tra i 3 e i 6 anni.
«È un’infezione virale dovuta soprattutto a Coxsackie virus o, in misura minore, ad altri Enterovirus».
«Si manifesta con un’eruzione cutanea di pustole o vescicole (l’esantema, appunto) concentrate sul palmo delle mani, le piante dei piedi, la mucosa orale o la lingua. Gli stessi virus possono dare anche eruzioni più diffuse in altre zone del corpo o forme incomplete, cioè presentarsi per esempio solo nel cavo orale».
Il virus di può contrarre per via feco-orale: è cioè di origine intestinale, ma può arrivare dalle manine sporche portate alla bocca.
Come tante altre infezioni gastrointestinali è più frequente d’estate, quando i bambini giocano insieme all’aria aperta, e in autunno, con la riapertura degli asili.
«Ma c’è anche la possibilità di contagio per via respiratoria, quindi con starnuti, colpi di tosse, saliva... La malattia è abbastanza contagiosa e può causare piccole epidemie, ma in genere guarisce spontaneamente, senza particolari complicanze, che sono rarissime», aggiunge Chiappini.
Misure di prevenzione? Non ce ne sono. «Se non lavare spesso le manine del bimbo raccomandargli di farlo», sottolinea la pediatra.
«L’eruzione cutanea spesso è preannunciata dalla febbre, anche sopra 38.5, scarso appetito, malessere, dolori addominali, e perciò la malattia può spaventare un po’ mamma e papà. Le bollicine in bocca e sulla lingua si rompono e a volte causano dolore, causando difficoltà nel mangiare; seguono manifestazioni cutanee su mani e piedi, e, spesso, anche sui glutei. Le macchioline inizialmente rosse diventano poi piccole vescicole, di solito senza prurito».
La terapia è solo sintomatica: «Se il bambino ha febbre, gli si può somministrare un antipiretico», spiega Elena Chiappini.
«In caso di prurito, anche un antistaminico orale. Se il piccolo non mangia e non beve per il dolore causato dalle vescicole in bocca, si possono usare dei gel anestetizzanti per massaggiare le mucose orali e dargli così un temporaneo sollievo prima dei pasti. Solo nei casi più seri, soprattutto nel caso di un lattante, il pediatra può valutare una eventuale terapia per reidratare il bambino».
La malattia di risolve in cinque-dieci giorni al massimo, ma finché presenta le vescicole il bambino non va mandato all’asilo o al nido perché, oltre a essere contagioso per gli altri, ha anche difese immunitarie ridotte e quindi rischia di incappare più facilmente in altre infezioni.




Vaccini obbligatori. L’Emilia-Romagna supera la soglia del 95% per i bambini di due anni

Nel 2018 le coperture dei bambini nati nel 2016 per poliomielite, difterite e tetano hanno raggiunto il 95,7% contro, rispettivamente, il 93,3%, 93,1% e 93,5% del 2016, anno precedente alla legge regionale sui vaccini obbligatorie per l’accesso al nido. In aumento anche la copertura per le altre vaccinazioni rese obbligatorie dalla successiva legge nazionale. Bonaccini e Venturi: “Orgogliosi di un risultato straordinario”. I dati

Vaccini obbligatori in Emilia-Romagna ben oltre il 95%, la soglia di copertura vaccinale che garantisce la cosiddetta “immunità di gregge”, a tutela della salute pubblica e dei piccoli più esposti, per i bimbi ai due anni d’età, nati nel 2016. A confermare il trend positivo sulle vaccinazione sono gli ultimi dati diffusi dalla Regione.

Al 31 dicembre 2018 - cioè alla seconda rilevazione trasmessa al Ministero, dopo quella di giugno - l’Emilia-Romagna conferma di aver superato il muro del 95% per tutte le vaccinazioni rese obbligatorie dalla legge regionale (difterite, tetano, poliomielite, che si assestano ciascuna al 95,7%, ed epatite B al 95,5%) per la frequenza al nido. Norma entrata in vigore nel novembre 2016, dopo che la Regione, prima nel Paese, aveva approvato la legge sull’obbligo vaccinale per l’iscrizione a nidi e materne. Obiettivo raggiunto anche per emofilo B e pertosse, poi aggiunte dalla normativa nazionale, mentre per morbillo-parotite-rosolia (MPR) si assiste a una significativa accelerazione nell’ultimo triennio, con la copertura passata dall’87,2% del 2016 al 93,5% del 2018. Guardando poi i dati dei bambini di 36 mesi, quindi nati nel 2015, la percentuale di copertura per la MPR raggiunge addirittura il 95,8%.

Complessivamente, le percentuali crescono in tutte le province, Romagna compresa, dove le coperture al 24^ mese sono costantemente salite nell’ultimo triennio, avvicinandosi anch’esse alla soglia del 95% (con Ravenna che già la supera). Particolarmente virtuosa la situazione a Parma, dove per le quattro obbligatorie per legge regionale la copertura si attesta intorno al 97% a 24 mesi e raggiunge il 99% a 36 mesi. E, in Emilia-Romagna, tutte le vaccinazioni previste dal Piano nazionale di prevenzione vaccinale per l’età pediatrica sono assicurate senza tempi di attesa: l’AUSL, infatti, invia a casa la lettera con la data dell’appuntamento, compatibile con le scadenze corrette del calendario vaccinale.
“È un risultato straordinario. Nel giro di due anni, e dunque dall’entrata in vigore della nostra legge regionale, abbiamo recuperato il calo registrato fino al 2016 e assistito a una risalita rapidissima – affermano in una nota congiunta il presidente della Regione, Stefano Bonaccini, e l’assessore regionale alle Politiche per la salute, Sergio Venturi -. La copertura a 24 mesi resta l’indicatore principale, quello usato anche nei Livelli essenziali d’assistenza: è l’ambito in cui eravamo scesi di più e dove, finalmente, nel 2018 abbiamo superato il 95% per difterite, tetano, poliomielite, epatite B, ma anche per emofilo B e pertosse. È un risultato di cui andare orgogliosi, perché i vaccini hanno salvato, e continueranno a salvare, milioni di vite”.
“Non bisogna certo abbassare la guardia – evidenziano il presidente e l’assessore -, questi numeri devono essere confermati per più anni successivi, ma possiamo già dire di aver avuto ragione quando decidemmo di introdurre qui l’obbligo vaccinale, spiegando che si trattava di una misura a beneficio dell’intera comunità regionale e soprattutto dei bambini più indifesi, alle prese con patologie che abbassano, se non azzerano, le difese immunitarie. Abbiamo sempre privilegiato il confronto, primo fra tutti con famiglie e genitori dubbiosi, anche grazie alla rete attivata con i professionisti e gli operatori del nostro sistema sanitario regionale, a cui va il riconoscimento di tutti noi: insieme, siamo riusciti a realizzare un’operazione vasta e complessa senza che si siano registrati particolari inconvenienti o disagi. E siamo orgogliosi- chiudono Bonaccini e Venturi- di aver fatto da traino alla legge nazionale, e di aver quindi contribuito a invertire in tutta Italia il pericoloso trend di calo delle vaccinazioni”.
Vaccini in Emilia-Romagna 2016-2018: i dati
A dicembre 2018, le coperture dei bambini nati nel 2016 per poliomielite, difterite e tetano hanno raggiunto il 95,7% (mentre nel 2016 erano ferme rispettivamente al 93,3%, 93,1% e 93,5%). L’epatite B è passata dal 92,7% del 2016 al 95,5%. Percentuali destinate ad aumentare ancora di più se si considerano, sempre nell’anno appena concluso, le coperture a 36 mesi, e dunque dei nati nel 2015: 97,2% per la poliomielite (era al 94,4% nel 2016), 97,1% per la difterite (rispetto al 94,2% a fine 2016), 97,3% per il tetano (dal 94,8% del 2016). L’epatite B è passata dal 93,8% del 2016 a quota 96,8%.

In aumento anche le percentuali raggiunte dalle altre vaccinazioni rese obbligatorie dalla successiva legge nazionale (senza considerare la varicella, obbligatoria solo per i nati nel 2017): sempre a dicembre 2018, per i bimbi di due anni le coperture per l’emofilo B hanno raggiunto il 95,2% (erano al 92,2% nel 2016); per morbillo-parotite-rosolia il 93,5% (era all’87,2%), per la pertosse il 95,7% (dal 93,1 del 2016).

Come previsto dalla legge nazionale sull’obbligo vaccinale (n. 119 del 2017), e come già fatto dalla Regione Emilia-Romagna nei due anni precedenti, anche per l’anno scolastico 2019/2020 le scuole e i servizi educativi dovranno trasmettere alle Aziende sanitarie locali territorialmente competenti, entro il 10 marzo 2019, l’elenco di tutti gli iscritti della fascia 0-16 anni. Entro il 10 giugno, le AUSL restituiranno gli elenchi con le indicazioni dei soggetti che risultano non in regola. Nei dieci giorni successivi all’acquisizione degli elenchi, i dirigenti delle istituzioni del sistema nazionale di istruzione e i responsabili dei servizi educativi per l’infanzia, dei centri di formazione professionale regionale e delle scuole private non paritarie inviteranno i genitori (o chi esercita la responsabilità genitoriale) dei minori indicati negli elenchi a depositare, entro il 10 luglio 2019, la documentazione che attesta l’effettuazione delle vaccinazioni ovvero l’esonero, l’omissione o il differimento delle stesse.

In Emilia-Romagna, a oggi, nulla è cambiato rispetto agli anni scorsi: i genitori, pertanto, non devono presentare il certificato vaccinale al momento dell’iscrizione ma sarà la scuola/servizio educativo ad acquisire le informazioni necessarie direttamente presso l’AUSL.




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M.V. Abate (a cura di) Ogni anno 8 milioni di bimbi con difetti congeniti, molti evitabili - Non aumentano maltrattamenti, emergono casi prima non visti - In 20 anni raddoppiato il tempo passato dai bambini davanti alla tv - Marijuana da adolescenti aumenta il rischio depressione del 40% - Nicotina in gravidanza e ADHD. Nuovo studio supporta il legame - Depressione e ansia. I medici ne soffrono più degli altri - Salute sessuale e riproduttiva - Quando il disturbo dermatologico può essere spia di malattie reumatiche - Incubo pidocchi per 1,2 milioni di under 18: ecco perché tornano - Neuropsichiatri infantili: “Forze in campo ampiamenti insufficienti, occorre un coraggioso investimento” - Malattia mani-piedi-bocca: non è il caso di preoccuparsi - Vaccini obbligatori. L’Emilia-Romagna supera la soglia del 95% per i bambini di due anni. Medico e Bambino pagine elettroniche 2019;22(3) https://www.medicoebambino.com/?id=NEWS1903_10.html

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