Rivista di formazione e di aggiornamento professionale del pediatra e del medico di base, realizzata in collaborazione con l'Associazione Culturale Pediatri

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Striscia... la notizia

a cura di Maria Valentina Abate
Patologia Neonatale, ASST Papa Giovanni XXIII, Ospedale di Bergamo
Indirizzo per corrispondenza: valentina_aba@yahoo.it





Pediatri di famiglia: nascono meno bimbi, genitori iperprotettivi

Negli ultimi 10 anni oltre 120mila nati in meno Italia. La denatalità, secondo il SIMPEF, ha un impatto significativo sull’attività del pediatra di famiglia a causa di un “crescente complesso di inadeguatezza, ansia, ma anche de-responsabilizzazione” dei genitori, con una “conseguente maggior dipendenza dalla figura del pediatra”.
Il tema al centro del convegno “I pediatri e le sfide del nuovo millennio: denatalità e organizzazione sanitaria” (Bari, 18-19 gennaio 2019) organizzato dalla sezione regionale Puglia di SIMPEF - Sindacato Medici Pediatri di Famiglia. Il convegno rappresenta “un momento cruciale per conoscere i cambiamenti a cui sta andando incontro la professione del pediatra di famiglia alla luce dell’attuale politica sanitaria nazionale e del suo riflesso sulle realtà regionali” spiega Maria Domenica Ferri, Segretario Regionale SIMPEF Puglia.
Centrale sarà il tema della denatalità di cui discuteranno pediatri di famiglia, clinici, decisori e politici della Regione Puglia, delle Regioni del Centro e Sud Italia ed esperti nazionali. Questo fenomeno, che non si limita ad avere una rilevanza regionale, ma rappresenta un’emergenza sociale per il Paese, sta diventando anche emergenza sanitaria. “La riduzione delle nascite, oltre ad avere un risvolto sul sistema sanitario, basti pensare alla chiusura dei punti nascita, porta a cambiamenti anche nell’attività del pediatra di famiglia - continua Ferri. Se da un lato, infatti, si assiste a una riduzione del numero di bambini assistiti negli ambulatori; dall’altro, si osserva una maggiore ‘ansia’ delle famiglie rispetto alla salute dei propri bambini, che richiede un impegno maggiore da parte del pediatra di famiglia: il superfluo diventa necessario. Tutto questo rischia di far perdere di vista i reali bisogni della popolazione pediatrica quali l’emergenza sociale ed educativa, che rappresentano alcune delle sfide del nuovo millennio cui il pediatra deve rispondere”.
Secondo il rapporto Istat presentato a fine novembre scorso, infatti, nel 2017 i bambini nati sono stati oltre 15mila in meno rispetto al 2016 e quasi 120mila in meno rispetto al 2008. Questa tendenza pare essere confermata anche nel 2018: i dati provvisori riferiti al primo semestre mostrano già 8.400 nascite in meno rispetto allo stesso periodo del 2017. Il calo della natalità in Italia sembra quindi aver assunto caratteristiche strutturali.
“Le conseguenze sociali della denatalità sono certamente sottovalutate - commenta Ketty Vaccaro, responsabile Area Welfare e Salute Censis -. Un primo aspetto è di nuovo strutturale: l’Italia è anche un Paese in declino demografico, con la popolazione in calo per il terzo anno consecutivo. Nel 2017 la popolazione è diminuita di oltre 100mila unità rispetto all’anno precedente e si tratta di una decrescita con problemi specifici legati alla riduzione della popolazione giovanile e della quota di attivi, che impattano fortemente sia in termini di sviluppo economico del Paese che di sostenibilità del welfare, già messi a dura prova dai lunghi anni della crisi. Inoltre, pur a fronte di una diffusa consapevolezza almeno dichiarata - l’88% degli Italiani ritiene che in Italia si facciano pochi figli - appare inalterato un contesto sociale difficile che sposta sempre più avanti nel tempo le possibilità per i giovani di rendersi autonomi e di fare scelte di procreazione. Infine, il 61% attribuisce un ruolo rilevante alle politiche familiari a sostegno della genitorialità, però al momento molto limitate e caratterizzate dalla atavica carenza di servizi per la prima infanzia”.
“Indubbiamente - dice Rinaldo Missaglia, Segretario Nazionale SIMPEF - l’insufficiente accessibilità agli asili nido e alle scuole materne in associazione all’assenza delle figure di sostegno extra-genitoriale parentale, in primis la figura dei nonni, hanno contribuito in questi anni alla riduzione del tasso di natalità delle famiglie italiane”.
“Questo scenario - prosegue Missaglia - vede i genitori colpiti da un crescente complesso di inadeguatezza, ansia, ma anche de-responsabilizzazione, con una conseguente maggior dipendenza dalla figura del pediatra, considerato il depositario dell’offerta delle prestazioni sanitarie specialistiche, qualificate, quasi immediate e a costo zero dal modello della nostra assistenza sanitaria”.
Secondo il segretario nazionale del SIMPEF, per rispondere a questo fenomeno, sarebbe necessario introdurre misure che rafforzino la percezione di adeguatezza genitoriale, “in particolare nel fornire le cure al proprio bambino, secondo il principio espresso dall’Organizzazione mondiale della sanità per cui ‘l’educazione terapeutica consiste nell’aiutare il paziente e la sua famiglia a comprendere la malattia e il trattamento e a collaborare alle cure’. Occorre, inoltre, riformare l’organizzazione sanitaria secondo i principi di presa in carico e continuità delle cure, fedeli al prevalente concetto di rapporto di fiducia pediatra - bambino - famiglia, valorizzando il ‘patto per la salute del bambino e dell’adolescente’”.
A queste due azioni potrebbe associarsi “un’ulteriore misura concreta che contribuisca a creare - in maniera più attuale e moderna - una vera e propria rete della presa in carico del bambino, dalla nascita sino alla maggiore età.” “Una misura che, a livello locale, crei una vera e propria rete tra pediatri di famiglia, Centri ospedalieri e altri specialisti, in grado di contribuire, soprattutto nei casi di maggior necessità, a una gestione integrata del bambino, che diventa adulto solo al compimento del diciottesimo anno, come sempre l’Organizzazione mondiale della sanità ricorda. Esistono anche strumenti giuridici, nell’ambito della contrattazione pattizia, cui un sistema regionale potrebbe ricorrere per attuarla. Ciò sarebbe fondamentale anche per affrontare, con le più adeguate competenze del pediatra, le criticità sempre più emergenti della fase di vita adolescenziale, che sono imputabili all’assoggettamento a stili e condizioni di vita inappropriati. Mi riferisco a sedentarietà, errori alimentari, vere e proprie dipendenze dai passatempi elettronici, sino all’abuso di alcol e sostanze - è di questi giorni la notizia della nuova moda che sta prendendo piede tra i giovani di mixare gazzosa e sciroppo per la tosse, per uno ‘sballo’ a buon mercato - fenomeni anch’essi spesso conseguenti a inadeguatezza dovuta a scarsa conoscenza da parte degli adulti di riferimento, genitori compresi, talvolta loro malgrado”, aggiunge Missaglia.
“Ciò che bisogna assolutamente evitare - conclude Missaglia - è un intervento non ponderato, che sull’onda del fenomeno denatalità vada a stravolgere un sistema che finora ha garantito risposte ai bisogni reali ritenute soddisfacenti dalla maggior parte della popolazione, come confermato da recenti indagini che vedono un ampio gradimento dei genitori circa l’operato e il ruolo di ‘consigliere’ del pediatra di famiglia”.




Diecimila medici in fuga dall’Italia in dieci anni
Formare un camice bianco costa allo Stato 150mila euro

In dieci anni, dal 2005 al 2015, oltre diecimila medici hanno lasciato l’Italia per lavorare all’ estero. Nello stesso periodo si sono trasferiti anche ottomila infermieri. Ai dati della Commissione europea e del Rapporto Eurispes-ENPAM, si aggiungono quelli di Consulcesi group secondo cui ogni anno 1.500 laureati in Medicina vanno via per seguire scuole di specializzazione all’estero. Un danno anche economico, perché la formazione - dicono i sindacati di categoria - costa allo Stato italiano 150mila euro per ogni singolo medico.
Chi mette lo stetoscopio in valigia ha un’età che va dai 28 ai 39 anni, la Regione da cui emigrano di più i giovani medici italiani è il Veneto. La meta principale è la Gran Bretagna, con il 33% di scelte, seguita dalla Svizzera con il 26%. I professionisti che espatriano sono per la maggior parte ortopedici, pediatri, ginecologi, anestesisti. I motivi che inducono tanti professionisti a lasciare il Paese di origine li spiega Massimo Tortorella, presidente di Consulcesi che, in partnership con l’Italian Medical Society of Great Britain, si occupa anche della formazione dei camici bianchi italiani nel Regno Unito. “Qui l’accesso alla professione è più meritocratico, le prospettive di carriera sono migliori e le retribuzioni sono molto più alte”, afferma. E commenta: “L’Italia si impegna nella formazione di eccellenti professionisti sanitari, spendendo ingenti somme di denaro e poi regala questo patrimonio agli altri”. Intanto, tra medici in fuga, che vanno in pensione e aspiranti camici bianchi che non riescono a mettere piede in Facoltà a causa del numero chiuso, il Servizio sanitario nazionale rischia grosso. Lo studio del sindacato della dirigenza medica e sanitaria ANAAO Assomed nel Rapporto del 7 gennaio 2019 ha lanciato l’ennesimo allarme: tra soli sei anni, nel 2025, curarsi in ospedale sarà ancora più difficile: tra medici di emergenza, pediatri, internisti, ortopedici, psichiatri, mancheranno all’appello 16.500 specialisti.




Raffreddore, un genitore su due usa metodi senza prove che funzionino
Studio: vitamina C e integratori ai figli per prevenirlo

Almeno un genitore su due usa per i propri figli metodi contro il raffreddore con scarse o nulle prove di efficacia: il 51% somministra ai figli integratori alimentari e vitaminici anche se non vi sono evidenze della loro efficacia nella prevenzione del raffreddore.
È il dato emerso da un’indagine condotta presso l’Università del Michigan (Mott Poll Report. Preventing colds in children: following the evidence?). “Si tratta di prodotti (integratori e vitamine) - sottolinea Gary Freed, pediatra che ha curato l’indagine - la cui efficacia nel prevenire i raffreddori non è stata provata con studi clinici indipendenti, ma che sono molto pubblicizzati e usati di frequente”. Ad esempio non vi è alcuna prova scientifica che sia veramente utile nella prevenzione del raffreddore dare a un bambino la vitamina C, i multivitaminici o altri prodotti da banco (pubblicizzati come sostegno per il sistema immunitario).
In media un bambino si prende il raffreddore dalle 3 alle 6 volte l’anno, con sintomi variabili che possono perdurare anche per due settimane. “È importante - conclude Freed - che i genitori comprendano le strategie preventive con solide evidenze scientifiche alle spalle, ad esempio l’igiene personale, lavaggio frequente delle mani, evitare di toccarsi naso e bocca, la mano davanti quando si starnutisce e tossisce”.




La vaccinazione è la prima arma contro il tetano, i consigli dei pediatri
Immunizzazione prevista per tutti i nuovi nati

Il tetano è una malattia infettiva acuta non contagiosa causata dal batterio Clostridium tetani e la sua prevenzione si basa sulla vaccinazione, prevista in Italia per tutti i nuovi nati. Tante sono però le domande che i genitori si fanno si questa malattia. Questi i consigli degli esperti della Società Italiana di Pediatria.

La malattia
Il bacillo del tetano produce una tossina che raggiunge, attraverso il sangue e il sistema linfatico, il sistema nervoso centrale, interferendo con il rilascio di neurotrasmettitori che regolano la muscolatura, causando così contrazioni e spasmi diffusi. Nella maggior parte dei casi, il periodo di incubazione varia da 3 a 21 giorni. Esistono diverse forme di tetano: generalizzata, localizzata, cefalica e neonatale.

La vaccinazione
Dal 1963, la vaccinazione è prevista per tutti i nuovi nati, e da oltre 20 anni viene vaccinato oltre il 90% dei bambini. Attualmente il tetano colpisce soprattutto persone anziane, non vaccinate o vaccinate in maniera inadeguata.

La ruggine è la causa del tetano?
Non è la ruggine a causare il tetano. Può esserlo solo se l’oggetto arrugginito è stato contaminato dalle feci di animali portatori del batterio nel proprio intestino (bovini, equini, ovini). La ruggine è solo la spia della lunga permanenza dell’oggetto metallico nell’ambiente e, quindi, del suo rischio di contaminazione.

Come comportarsi in caso di ferita cutanea
In genere le ferite superficiali, se ben disinfettate, non espongono a rischio di tetano poiché le spore causa della malattia hanno bisogno di un ambiente senza ossigeno e questa circostanza si può verificare solo se la ferita è profonda o necrotica.
Quest’ultima condizione, invece, potrebbe esporre a rischio di contrarre il tetano, in questo caso contattare immediatamente il medico o recarsi in Pronto Soccorso.

Le reazioni avverse più comuni al vaccino antitetanico
Le reazioni avverse al vaccino antitetanico che si manifestano più frequentemente sono generalmente lievi e comprendono la comparsa di gonfiore e rossore nel punto dove viene effettuata l’iniezione, che scompaiono entro due o tre giorni nel 25% dei casi. Più raramente (circa nel 3% dei casi) si possono verificare reazioni locali più estese e dolorose che si manifestano a cominciare da 2-8 ore dopo l’iniezione e sono riportate generalmente negli adulti che hanno ricevuto frequenti richiami. Raramente compaiono reazioni generali come febbre e malessere generale. Una reazione allergica grave da vaccino è molto rara.

Cosa prevede il Calendario vaccinale in età pediatrica
Il Calendario vaccinale per il tetano, con la vaccinazione obbligatoria dai primi anni ’60, prevede la somministrazione di tre dosi nel primo anno di vita (al terzo, quinto e dodicesimo mese di età), una dose di richiamo viene eseguita a 5 anni e un’altra a 15 anni.

Ogni quanto tempo bisogna fare i richiami vaccinali?
La protezione declina con il passare del tempo per cui è necessario eseguire richiami decennali.




Niente tv al buio per i ragazzi prima di andare a dormire
Studio, l’uso di schermi luminosi peggiora il sonno

I preadolescenti devono seguire un consiglio prima di andare a dormire: mai usare il cellulare o guardare la tv al buio un’ora prima di chiudere gli occhi. Il rischio è, infatti, di avere un sonno disturbato. È questo il risultato di uno studio condotto da ricercatori svizzeri e inglesi pubblicato sulla rivista Environment International.
L’uso notturno di telefoni, tablet e laptop è stato associato a una scarsa qualità del sonno, a sonno insufficiente e a scarsa qualità della vita. È stato anche dimostrato che il sonno insufficiente è legato alla compromissione delle risposte immunitarie, alla depressione, all’ansia e all’obesità sia nei bambini sia negli adolescenti. I dati sono stati raccolti grazie a 6616 adolescenti di età compresa tra gli 11 e i 12 anni che hanno partecipato allo studio. Più del 70% di loro ha riferito di aver usato almeno un dispositivo entro un’ora dall’andare a letto. I risultati hanno mostrato che coloro che usavano un telefono o guardavano la televisione in una stanza con una luce accesa avevano il 31% in più di probabilità di dormire di meno rispetto a quelli che non usavano lo schermo. La probabilità è aumentata al 147% se la stessa attività si svolgeva al buio.




Cambiamenti climatici: ecco come ci stanno uccidendo. Il report del New England

Il “New England Journal of Medicine” dedica questa settimana molto spazio all’impatto delle variazioni climatiche sulla salute. Nel nostro mondo, sempre più caldo e inquinato, si contano sempre più vittime, non solo dei decessi evitabili e delle malattie, ma anche della fame e della povertà. E a farne le spese sarà soprattutto il sud del mondo. Quello che meno ha contribuito a determinare questo flagello ambientale e climatico. Le soluzioni teoriche ci sono, ma richiedono investimenti e impegno politico, non così scontato purtroppo.


I cambiamenti climatici non sono soltanto un argomento da salotto o da siti meteo, che ci terrorizzano annunciando l’arrivo dei vari Attila o Caronte, a seconda delle stagioni. Sono purtroppo una realtà, un work in progress verso il baratro, una minaccia terribile per l’ambiente e per la salute dell’uomo. E per toccare il fenomeno con mano basta riferirsi alle animazioni della NASA relative alla progressione delle anomalie termiche della superficie terrestre dal 1880 al 2017, che evidenziano nei toni del blu il ‘freddo’ anomalo e in quelli dell’arancio-rosso le ondate di caldo anomalo. Secondo questa visualizzazione, sembra che il pianeta stia prendendo fuoco. Come purtroppo, letteralmente sta accadendo in varie parti del mondo. Basti pensare alla tragedia dei wildfire della California dello scorso novembre.
Andy Haines (Dipartimenti di Salute Pubblica, Ambiente e Società e di Società e Salute della Popolazione della London School of Hygiene and Tropical Medicine, Londra) e Kristie Ebi (Departments of Global Health and of Environmental and Occupational Health Sciences, University of Washington, Seattle), dalle pagine del New England Journal of Medicine di questa settimana ci ricordano che se non si porrà un freno al riscaldamento globale, nell’arco dei prossimi anni dovremmo attenderci un aumento di morbilità e mortalità legato a patologie direttamente connesse alle ondate di calore, ad altre legate alla cattiva qualità dell’aria, alla malnutrizione da ridotta qualità e quantità di cibo disponibile, a patologie infettive trasmesse da vettori (anche in aree geografiche inedite). Gravi anche le ripercussioni sociali del fenomeno, con un aumento della povertà e delle diseguaglianze sociali, come diretta conseguenza dei cambiamenti climatici.
La temperatura globale della superficie terrestre è aumentata di 1 grado Celsius dall’epoca preindustriale a oggi e, più in particolare, di 0,8 gradi dagli anni ’70 a oggi. Il mese di agosto 2018 è stato il 406° mese di fila ad aver fatto registrare temperature al di sopra della media e al momento, l’aumento delle temperature medie si è attestato su +0,2° per decade.
Il riscaldamento dell’aria trattiene anche più umidità e questo si riflette sulla tipologia delle precipitazioni da qualche parte del pianeta e nello spettro della siccità in altre Regioni. Le concentrazioni di anidride carbonica (il gas più importante tra tutti quelli che contribuiscono all’effetto serra) sono passate da 280 ppm dell’epoca pre-industriale ai 410 ppm attuali. E purtroppo, parliamo di un gas destinato a restare nell’atmosfera a lungo (il 20% persiste per oltre mille anni).

Un disastro antropogenico
La responsabilità di tutto questo è prevalentemente dell’uomo; i cambiamenti climatici sono cioè per lo più ‘antropogenici’. Il che significa, l’uomo ha delle chiare responsabilità anche nei disastri cosiddetti ‘naturali’.
L’American Meteorological Society, che ogni anno fa delle valutazioni sull’influenza dell’uomo sul clima, ha stabilito che, nel 2016, tre eventi non si sarebbero verificati in assenza delle alterazioni climatiche provocate dall’uomo; si tratta del (triste) record del caldo globale, di un’ondata di calore marina a latitudini alte e dei sui effetti sull’Alaska e dell’ondata di calore anomala registrata in Asia.

Chiare le responsabilità dell’uomo anche negli incendi boschivi che hanno devastato la parte occidentale del Nord America nell’estate del 2016 (tra Usa e Canada sono andati in fumo circa 3,6 milioni di ettari di terra) e violentato la California nel 2017 e nel 2018.
I cambiamenti climatici determinano anche un innalzamento dei livelli del mare, con conseguente pericolo di inondazioni a scapito di milioni di persone.

Cambiamenti climatici e rischi per la salute
I cambiamenti climatici possono avere un impatto diretto sulla salute, come quelli che derivano dall’esposizione a elevate temperature. Possono però determinare anche una serie di effetti indiretti, quali le malattie trasmesse da vettori. Esistono poi tutta una serie di effetti mediati dalle condizioni socio-economiche, come gli effetti per la salute derivanti da un progressivo impoverimento. Sempre più attenzione infine si sta prestando alle conseguenze delle variazioni climatiche sulla salute mentale (essere vittime di inondazioni o di altri eventi estremi aumenta il rischio di depressione e di ansia che possono avere effetti importanti sulle persone con problemi di salute mentale preesistenti).
La lista dei possibili effetti per la salute si allunga di giorno in giorno. È emerso di recente ad esempio che l’aumento dell’ anidride carbonica ha un impatto sulla qualità nutritiva dei cereali, come riso e frumento, provocando la riduzione del contenuto di proteine, micronutrienti e vitamine B. Le alterazioni climatiche possono ridurre anche la produzione di vegetali e legumi.
L’OMS stima che tra il 2030 e il 2050, potrebbero verificarsi 250mila decessi l’anno tra gli anziani, a causa delle ondate di calore, dell’aumento delle malattie diarroiche, di malaria, dengue e inondazioni costali. E si tratta di stime prudenti, sottolineano gli Autori, che non tengono conto ad esempio dell’interruzione dei servizi sanitari dovuti a condizioni di maltempo estremo o di eventi climatici.
Altre stime parlano di 529mila decessi possibili entro il 2050 causati da una riduzione della disponibilità di cibo (soprattutto frutta e verdura) per i cambiamenti climatici. E anche le stime della Banca Mondiale sono da Armageddon: entro il 2030 potrebbero esserci 100 milioni di persone in più ridotte in povertà estrema a causa dei cambiamenti climatici. E il peso di questa catastrofe umanitaria andrà a gravare soprattutto sui Paesi a basso reddito che, paradossalmente, sono quelli che meno hanno contribuito alle emissioni di anidride carbonica.

L’inquinamento killer
A livello mondiale, si stima che l’inquinamento atmosferico e quello dell’aria indoor siano responsabili di 6,5 milioni di morti premature ogni anno, ma stime recenti parlano di 9 milioni di decessi l’anno dovuti agli attuali livelli di inquinamento da polveri sottili e di oltre 1 milioni di decessi associati all’ozono della troposfera. Le cause dell’inquinamento killer variano da Paese a Paese; negli Usa ad esempio il 58% delle morti in eccesso sono attribuibili all’impiego di combustibili fossili (per traffico, produzione di energia elettrica, industria); in India attualmente solo il 26% dei decessi in eccesso è dovuto all’impiego di combustibili fossili, ma questa percentuale andrà verosimilmente aumentando man mano che aumenteranno i fabbisogni energetici e la richiesta di combustibili ‘puliti’ per uso domestico.

Cosa può fare la categoria dei medici e degli operatori sanitari
Le variazioni climatiche causano morti e ‘feriti’ e le proiezioni per il futuro sono catastrofiche, se non verranno messe in campo misure di ‘mitigazione’. Si gioca ormai in difesa perché la situazione è già quasi fuori controllo e adesso l’obiettivo indicato dall’Intergovernmental Panel on Climate Change è di contenere il riscaldamento globale entro un aumento di 1,5° (arrivare a 2° comporterebbe conseguenze drammatiche), riducendo le emissioni di carbonio del 45% rispetto ai livelli del 2010, entro il 2030.
E i professionisti sanitari, secondo gli Autori di questo saggio, potrebbero giocare un ruolo molto importante nell’arginare questo flagello: aiutando i sistemi sanitari a sviluppare delle misure di adattamento in grado di ridurre i rischi per la salute comportati dai cambiamenti climatici; promuovendo comportamenti sani e politiche a basso impatto ambientale; supportando iniziative trasversali volte a ridurre l’impronta ambientale della società e più in dettaglio dei servizi sanitari; intraprendendo infine ricerche e svolgendo azioni educative sull’impatto dei cambiamenti climatici per la salute.




Mononucleosi: quando colpisce i più piccoli
La “malattia del bacio” colpisce soprattutto bambini e adolescenti: ecco cosa bisogna sapere per riconoscerla e curarla

È conosciuta come la “malattia del bacio”, ma certamente non riguarda solo la salute degli innamorati. Stiamo parlando della mononucleosi, una malattia infettiva contagiosa, che colpisce prevalentemente gli adolescenti tra i 15 e i 18 anni. Non mancano però alcuni casi anche fra gli adulti e i bambini più piccoli.

Virus e mononucleosi
Tra le cause della mononucleosi, la più frequente e senza dubbio quella più conosciuta è l’infezione del virus di Epstein-Barr (EBV), noto anche come Human herpesvirus 4 (HHV-4). Si tratta di un microrganismo piuttosto comune e diffuso, appartenente alla famiglia degli herpes virus, la stessa che causa la varicella. Tuttavia, anche altri agenti virali, come per esempio il citomegalovirus (CMV), sono in grado di provocare sintomi molto simili a quelli della mononucleosi.

Come si trasmette?
Il contagio avviene attraverso lo scambio di saliva con una persona infetta, che può verificarsi in maniera diretta (un bacio, uno starnuto o un colpo di tosse) o indiretta. Quest’ultimo caso si verifica per esempio bevendo con un bicchiere usato in precedenza da un paziente infetto. Nel caso dei bimbi più piccoli, il contagio avviene molto spesso mettendo in bocca un giocattolo o un utensile da cucina, come per esempio un cucchiaio, che è stato toccato da qualcuno esposto a sua volta all’EBV.
Quando si entra in contatto con l’agente patogeno, questo fa il suo ingresso dentro l’organismo sfuggendo all’azione del sistema immunitario grazie alla sua capacità di “nascondersi” all’interno delle nostre cellule. Lì può rimanere, silente, per il resto della vita, a volte senza manifestare alcun sintomo di questa malattia. Tuttavia, anche i pazienti asintomatici possono essere fonte di contagio. Chi non ha mai sviluppato la mononucleosi, pur essendo stato esposto al virus, probabilmente non la sperimenterà mai.

Quanto è contagiosa la mononucleosi?
Abbastanza, soprattutto nelle prime fasi dell’infezione. In genere, però, la quantità di virus nella saliva diminuisce drasticamente già dopo 5-7 giorni dalla comparsa dei sintomi, anche se molte persone continuano a presentare tracce dell’agente patogeno nella saliva anche per molto tempo dopo l’infezione.

Quali sono i sintomi?
La mononucleosi non si manifesta immediatamente dopo il contatto con EBV: il virus, infatti, rimane latente nell’organismo per un tempo di incubazione che può variare da 30 giorni, nel caso di bambini più piccoli, fino anche ad alcuni mesi negli adulti.
Nei bimbi piccoli o nei ragazzi molto giovani esposti al contagio spesso i sintomi sono piuttosto blandi, o addirittura assenti. La mononucleosi tipicamente si manifesta infatti solo in rari casi durante la prima infanzia, mentre circa il 25% degli adolescenti o dei giovani adulti che entrano in contatto con EBV svilupperà la mononucleosi con sintomi evidenti e riconoscibili.
Quando e se la malattia si palesa, provoca un malessere generale, che viene spesso paragonato a una sindrome simile all’influenza. I sintomi che testimoniano la fase acuta di questa malattia sono:
  • febbricola (37 °C) o febbre (fino a 39- 40 °C) che può persistere per 8-15 giorni
  • stanchezza, che può manifestarsi come vera e propria spossatezza
  • perdita dell’appetito
  • rigonfiamento e irritazione delle tonsille
  • dolori muscolari
  • mal di gola
  • mal di testa
  • rigonfiamento di milza o fegato
  • lesioni cutanee simili a quelle del morbillo
  • dolori addominali
  • ingrossamento dei linfonodi a livello del collo.
Questi ultimi sono spesso dolenti, soprattutto alla palpazione, e possono raggiungere le dimensioni di una noce. Sono interessati in particolare quelli localizzati nella regione del collo (sia lateralmente sia posteriormente), ma è possibile che vengano coinvolti anche linfonodi di altre regione corporee (inguine o ascelle).
Nei bambini di età inferiore ai 5 anni si possono verificare in alcuni casi complicanze come edema palpebrale e gastroenterite.
Queste condizioni simil-influenzali tendono a esaurirsi spontaneamente nell’arco di alcune settimane. Non si tratta infatti di una malattia con tendenza a diventare cronica, anche se, in qualche situazione, la sensazione di debolezza può prolungarsi per alcuni mesi.

Come si effettua la diagnosi?
Per arrivare a una diagnosi di mononucleosi e per cominciare la relativa terapia è fondamentale rivolgersi al medico o al pediatra che, durante la visita, esegue un esame obiettivo, analizzando i sintomi del paziente e osservandone le condizioni fisiche.
Solitamente per giungere alla diagnosi di mononucleosi basta il riconoscimento di segni distintivi tra cui la presenza di placche bianco-giallastre sulle tonsille e il rigonfiamento a livello di milza e fegato.
Nei casi dubbi, inoltre, il medico potrebbe richiedere alcuni esami di laboratorio, che possono escludere o confermare il sospetto di malattia da EBV, tra cui:
  • test del sangue per la ricerca di anticorpi contro il virus e per la conta dei linfociti, cellule del sistema immunitario coinvolte nella lotta dell’organismo contro un’infezione;
  • analisi dei livelli delle transaminasi, i cui valori nel sangue possono fornire informazioni utili circa l’attività e lo stato di salute del fegato;
  • bilirubina, una sostanza che deriva dal processo di degradazione dell’emoglobina, i cui livelli ematici forniscono anch’essi indicazioni sulla funzionalità epatica.
Per quanto riguarda in particolare la ricerca degli anticorpi, nella seguente tabella è descritto il profilo anticorpale in caso di assenza di infezione o nelle sue diverse fasi (acuta, subacuta ecc.). Gli anticorpi analizzati sono quelli contro l’antigene del capside virale (anti-VCA, viral capsid antigen) e quelli contro l’antigene nucleare di EBV (anti-EBNA, Epstein-Barr nuclear antigen).





E le terapie…?
Trattandosi di una malattia di origine virale, la cura per la mononucleosi non passa attraverso la somministrazione di antibiotici, che sono utilizzabili solo per patologie provocate da agenti batterici.
Anche se, ancora oggi, non esiste una vera e propria terapia contro questa infezione, si tratta di una malattia che procede spontaneamente verso la guarigione. Nella maggior parte dei pazienti, infatti, i sintomi si esauriscono senza bisogno di alcun intervento specifico.
Naturalmente, è possibile fare qualcosa per alleviare il disagio dei giovani malati, applicando quella che viene definita terapia di supporto: in altre parole, l’idea è quella di aiutare l’organismo e il suo sistema immunitario ad agire contro l’agente patogeno, per giungere alla completa guarigione.
La strategia in questi casi si basa per lo più su:
  • riposo completo e prolungato, meglio se a letto
  • alimentazione equilibrata, ricca di frutta e verdura
  • buona idratazione, grazie all’assunzione di acqua e molti liquidi
In alcuni casi è anche possibile utilizzare un supporto farmacologico, come:
  • farmaci antinfiammatori steroidei
  • FANS (farmaci antinfiammatori non steroidei)
  • antipiretici, come il paracetamolo.
Nei casi più gravi, come per esempio in presenza di problemi respiratori, è possibile assumere farmaci corticosteroidei, sempre dopo aver consultato il medico o il pediatra. È invece assolutamente da evitare l’acido acetilsalicilico, che può causare una pericolosa complicanza conosciuta come sindrome di Reye, una malattia potenzialmente fatale che provoca un grave danno cerebrale ed epatico.
Insomma, salvo poche particolarità, si tratta degli stessi consigli che sono validi nel caso di una qualsiasi malattia simile all’influenza, con un’attenzione particolare al riposo, che sembra essere il fattore più importante per raggiungere la guarigione completa e, soprattutto, per evitare complicanze.

Le complicazioni più temute...
Una delle complicanze più temute, sebbene per fortuna piuttosto rara, della mononucleosi è la rottura della milza: questa può verificarsi in seguito all’ingrossamento di questo organo. Ecco perché il riposo, che i medici tanto raccomandano come la vera cura per questa malattia, è fondamentale.
Questo discorso vale in particolar modo per gli sportivi, che sono esposti a un rischio più alto. Il ritorno alla piena attività dopo un periodo di assenza dallo sport a causa di questa malattia deve essere graduale: in alcune discipline sportive, soprattutto quelle che prevedono molto contatto fisico, i possibili traumi addominali potrebbero causare la rottura della milza.

... anche al sistema nervoso
È possibile che il virus colpisca anche il sistema nervoso centrale, causando complicazioni come meningite o encefalite. Quando invece viene attaccato il sistema nervoso periferico si possono sviluppare sindromi come quella Guillain-Barré, che può portare alla paralisi degli arti e perfino dei muscoli respiratori.
L’EBV può colpire anche altri organi, come cuore e polmoni. Tuttavia, si tratta di situazioni estremamente rare: si parla infatti di un bambino su 100 affetto da mononucleosi. Inoltre, questi disturbi hanno un decorso generalmente favorevole, a patto che siano individuati con rapidità e precisione.
Ecco quindi l’importanza di evitare le cure fai-da-te e preferire sempre e comunque il confronto con il pediatra, che saprà indicarvi la via migliore da seguire per la salute del vostro bambino.




Mostruoso pavor nocturnus
Il bambino si agita, grida, sembra sveglio, ma in realtà non lo è. Ecco come affrontare il pavor nocturnus nel modo adeguato

Il bambino si agita, grida, sembra sveglio, ma in realtà non lo è. Ecco come affrontare il pavor nocturnus nel modo adeguato. Ha caratteristiche ben precise, che lo differenziano dai classici “brutti sogni”. Il suo nome, pavor nocturnus, deriva dal latino e il suo significato (terrore notturno) identifica alla perfezione l’immagine che i genitori si trovano a osservare. Nel caso di un episodio di pavor nocturnus, il piccolo si sveglia infatti d’improvviso con gli occhi sbarrati. È pallido e sudato, spesso ha lo sguardo fisso, piange terrorizzato e si dimena. La presenza dei genitori non sembra sortire alcun effetto e nemmeno il tentativo di rassicurarlo con baci e carezze. Per fortuna, dopo alcuni minuti i singhiozzi cessano, la crisi passa, il bambino si riaddormenta e al mattino non ricorda nulla.

Un grande spavento per mamma e papà
Al contrario dei bambini, i genitori non dimenticheranno mai la scena e la sapranno descrivere nei minimi particolari al pediatra: «Di solito, sono molto spaventati, soprattutto se è la prima volta che succede, perché è un’esperienza davvero forte per un genitore», commenta Ambrogina Pirola, medico pediatra a Muggiò e Lissone (Monza). «Questi sintomi sono tipici del terrore notturno, in linguaggio tecnico “pavor”».
Come gli incubi, il pavor fa parte delle parasonnie, cioè le anomalie che disturbano il riposo durante la notte. Capita all’1-6% dei bambini, a partire dai 2 anni (a volte prima, ma è rarissimo) e con la massima frequenza tra i 5-7 anni (qualcuno può avere episodi sporadici anche quando è più grandicello, fino agli 11 anni). Nella maggior parte dei casi, i pavor toccano a bambini i cui genitori avevano sofferto loro volta di qualche disturbo del sonno.

Di solito arriva entro la prima ora
Durante la notte, il sonno attraversa varie fasi, ciascuna associata a una particolare attività cerebrale. I sogni, per esempio, avvengono soprattutto durante la fase REM (rapid eyes movement). I pavor, invece, capitano nella fase non-REM: non si tratta di sogni, tecnicamente, ma di reazioni emotive violente che si scatenano nella transizione da una fase del sonno all’altra. «Il pavor si manifesta di solito entro un’ora dall’addormentamento. Dura poco: comincia e finisce nel giro di circa 5 minuti», continua la dottoressa Pirola. «Il bambino si agita, grida, è zuppo di sudore, a volte pronuncia anche qualche parola, è in semi-veglia ma non ha alcuna percezione di cosa succede intorno a lui. Può avere gli occhi chiusi o aperti, ma in questo caso lo sguardo è assente e non riconosce nessuno: ecco perché l’arrivo del genitore o la sua voce non lo calma. È questo aspetto, la “lontananza dalla realtà”, che più terrorizza, sia il bimbo, sia mamma e papà. Ma passata la crisi, si riaddormenta sereno, come se niente fosse successo».

Sulle cause ci sono poche certezze
Da cosa sia causato il fenomeno (che sembra avere una leggera prevalenza nei maschietti) non è ancora ben chiaro: la familiarità è favorente, e si è notato che nei bambini predisposti i pavor sono più frequenti in caso di febbre, stress, sonno insufficiente. «Anche una giornata di particolare eccitazione, piena di esperienze nuove, può influire sull’equilibrio emotivo e sul riposo notturno», aggiunge la pediatra. «Mentre sono state escluse alterazioni della sfera psichica».

Cosa bisogna fare durante un pavor?
«Assolutamente nulla, solo aspettare che passi», risponde la pediatra. «O meglio: è bene limitarsi a osservare il bambino, senza intervenire (a meno che non faccia qualcosa di pericoloso per sé, come sbattere la testa contro le sbarre del lettino, ma è una eventualità rara) né tentare di svegliarlo, perché questo potrebbe addirittura prolungare la crisi. Se è molto sudato, gli si può cambiare il pigiamino; alcuni bambini riescono addirittura a camminare e fare pipì, ma sempre in totale distacco dalla realtà».

Utile tenere un diario delle crisi
Per mamma e papà può essere utile tenere un piccolo “diario” delle crisi, consiglia Ambrogina Pirola: «Per annotare la frequenza, i sintomi e l’intensità con i quali si manifestano, avere chiaro il quadro della situazione e le modalità del pavor, così da non preoccuparsi più se lo schema si ripete. Può essere utile anche riprendere il bambino con il telefonino, in modo da avere un video da mostrare al pediatra ed essere rassicurati sulla “normalità” dell’evento. Solo in casi particolari, per esempio in presenza di malattie neurologiche di un familiare o se ci sono altri campanelli di allarme, come vomito o rilascio degli sfinteri, si prescrive al bambino - in accordo con un neurologo - un elettroencefalogramma per accertarsi che non ci sia nulla di cui preoccuparsi».




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M.V. Abate (a cura di) Pediatri di famiglia: nascono meno bimbi, genitori iperprotettivi - Diecimila medici in fuga dall’Italia in dieci anni - Raffreddore, un genitore su due usa metodi senza prove che funzionino - La vaccinazione è la prima arma contro il tetano, i consigli dei pediatri - Niente tv al buio per i ragazzi prima di andare a dormire - Cambiamenti climatici: ecco come ci stanno uccidendo - Mononucleosi: quando colpisce i più piccoli - Mostruoso pavor nocturnus. Medico e Bambino pagine elettroniche 2019;22(2) https://www.medicoebambino.com/?id=NEWS1902_10.html

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