Rivista di formazione e di aggiornamento professionale del pediatra e del medico di base, realizzata in collaborazione con l'Associazione Culturale Pediatri

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Striscia... la notizia

a cura di Maria Valentina Abate
Patologia Neonatale, ASST Papa Giovanni XXIII, Ospedale di Bergamo
Indirizzo per corrispondenza: valentina_aba@yahoo.it





Cibi e oggetti che soffocano i bambini: ecco l’elenco del Ministero della Salute

Dalle pile ai pistacchi, sono tanti gli oggetti e alimenti a rischio soffocamento per i bimbi. Come è accaduto alla piccola di tre anni a Vimercate dove è morta soffocata per un acino d’uva. Il Ministero della Salute segnala la top ten degli elementi pericolosi cui fare attenzione quando un bambino sotto ai 4 anni entra in casa nostra: giocattoli smontabili, pile al litio, magneti, detersivi, tappetti delle penne, palline di ogni tipo e materiale, caramelle rotonde e grandi, pistacchi e nocciole in salotto, monete, ciondoli e bottoni.
La maggior parte dei cibi responsabili di gravi incidenti da soffocamento, avvertono inoltre gli esperti, ha caratteristiche precise: sono alimenti piccoli, rotondi o di forma cilindrica (come uva, hot dog, wurstel, ciliegie, mozzarelline, carote a fette, arachidi, pistacchi), sono appiccicosi, sono alimenti che pur tagliati non perdono la loro consistenza (pere, pesche, prugne, susine, biscotti fatti in casa), si sfilacciano aumentando l’adesione alle mucose (grasso del prosciutto crudo, finocchio), hanno una forte aderenza (carote alla julienne, prosciutto crudo). Molti di questi alimenti, poi, possono essere resi ancora più pericolosi dalla modalità di somministrazione e dal modo in cui vengono cucinati.
Occhio dunque a cibi e oggetti, ma ci sono ancora altre situazioni da considerare per garantire la sicurezza in casa. Queste le regole da seguire: pensa con la mente imprevedibile di un bambino e rendi più sicura la casa; controlla che in cucina, sotto al lavello, non ci siano le pasticche per la lavastoviglie (sono caustici non detersivi e sono pericolosissime) e similari; in salone controlla che caramelle, pistacchi, nocciole, taralli non siano sul tavolo basso, o alla portata di bambino; i telecomandi è meglio tenerli in alto e fuori dalla portata dei bambini: a volte cadendo escono le pile al litio che sono pericolosissime; applica ai cassetti bassi le molle di sicurezza anti-apertura bimbo, soprattutto se al loro interno si trovano bottoni, spilli e aghi con filo; in camera da letto ricorda di liberare i comodini da tutti quegli oggetti che possono essere pericolosi, come ad esempio i farmaci; non lasciare mai a portata dei bambini borse con portamonete con 50 centesimi, 1 euro, 2 euro e spicci vari; attenzione al ripostiglio degli attrezzi, dove si trovano cacciaviti, viti, bulloni, colle, topicidi.
Ricorda di chiudere sempre a chiave i ripostigli; ricorda di tenere chiuse le finestre o proteggere i balconi con le ringhiere troppo larghe. Un bambino piccolo infila la testa ovunque; ricorda sempre di tenere lontano dai bambini i giochi dei fratellini più grandi, come le costruzioni o altri oggetti smontabili. Le parti staccabili e di piccole dimensioni sono molto pericolose per i più piccoli.




Campagna “Non scuoterlo”: 10 cose da sapere sulla shaken baby syndrome
Non scuoterlo: è il monito della Fondazione Terre des Hommes, con la prima campagna nazionale di sensibilizzazione sulla shaken baby syndrome, una forma di maltrattamento fisico sui bebè.

Un fenomeno poco noto ai genitori e spesso sottovalutato anche dai pediatri: è la shaken baby syndrome (SBS), ovvero sindrome del bambino scosso, anche conosciuta come trauma cranico abusivo (AHT). La sua reale incidenza nel nostro Paese è difficile da stimare, non solo per la complessità della diagnosi, ma anche perché molte vittime non giungono all’attenzione dei medici. Mancano, purtroppo, dati epidemiologici a livello europeo e anche per quanto riguarda l’Italia, ma si ritiene che l’incidenza possa essere di 3 casi ogni 10.000 bambini di età inferiore a 1 anno, sebbene questa cifra potrebbe rappresentare spaventosamente solo la punta di un grande iceberg sommerso: basti semplicemente pensare che nel solo Ospedale Regina Margherita di Torino, lo scorso anno sono stati registrati ben 6 casi. Per questo motivo, Terre des Hommes ha lanciato, nei mesi scorsi, in collaborazione con 6 eccellenze ospedaliere pediatriche italiane, la prima campagna nazionale di prevenzione e sensibilizzazione contro la SBS, Non scuoterlo!, e lancia un decalogo di informazioni e consigli redatto con il supporto di esperti dei diversi ospedali membri della rete, per far conoscere i rischi e le conseguenze.

1. Impara a conoscerla. La SBS è la conseguenza di una grave forma di maltrattamento fisico prevalentemente intra-familiare ai danni di bambini generalmente al di sotto dei 2 anni di vita: il bambino viene scosso violentemente con trauma sull’encefalo e sequele neurologiche. Nei primi mesi di vita, i muscoli cervicali del collo dei neonati sono ancora deboli e non riescono a sostenere la testa; se un bambino viene scosso con forza il cervello si muove liberamente all’interno del cranio, provocando ecchimosi, gonfiore e sanguinamento dei tessuti.

2. Occhio all’età. Il picco di incidenza si ha tra le 2 settimane e i 6 mesi di vita, periodo di massima intensità del pianto del neonato ed età in cui il bambino non ha ancora il controllo del capo e la struttura ossea è purtroppo molto fragile.

3. Conosci i fattori scatenanti. Scuotere il bambino è la risposta a un pianto inconsolabile, di cui gli adulti spesso non riescono a cogliere il significato. Sentendosi impotenti, possono attivare, anche inconsapevolmente, dei comportamenti inappropriati. Secondo i dati resi noti dalla SIN, i principali fattori di rischio sono: famiglia mono-genitoriale, età materna inferiore ai 18 anni, basso livello di istruzione, uso di alcool o sostanze stupefacenti, disoccupazione, episodi di violenza in ambito familiare e disagio sociale. Tuttavia, nei casi più frequenti, è solo l’esasperazione di genitori inconsapevoli e poco informati a spingere nella direzione di una manovra consolatoria errata.

4. Ricordati che lo scuotimento è sempre pericoloso. Lo scuotimento violento, anche se solo per pochi secondi, è potenzialmente causa di lesioni molto gravi, soprattutto per i bambini al di sotto dell’anno di età. È difficile stabilire con esattezza quanto violento o protratto dovrebbe essere lo scuotimento per causare un danno; tuttavia dalle confessioni dei responsabili si evince che in genere il bambino vittima di SBS viene scosso energicamente circa 3-4 volte al secondo per 4-20 secondi. Giochi abituali o comportanti maldestri dei genitori non provocano invece lesioni da scuotimento, così come non le generano il far saltellare il bambino sulle ginocchia (gioco del cavalluccio); fare jogging o andare in bici con il bambino; fare frenate brusche in auto; o cadute dal divano o da un altro mobile.

5. Attenzione ai campanelli di allarme. Vomito, inappetenza, difficoltà di suzione o deglutizione, estrema irritabilità, letargia, assenza di sorrisi o di vocalizzi, rigidità o cattiva postura, difficoltà respiratorie, aumento della circonferenza cranica disarmonico rispetto a peso e altezza, difficile controllo del capo, frequenti e lamentosi pianti inconsolabili e, nei casi più gravi, convulsioni e alterazioni della coscienza, fino all’arresto cardio-respiratorio.

6. Conosci i danni possibili. I danni possono manifestarsi, nei primi mesi di vita: disabilità fisiche, danni alla vista o cecità, disabilità uditive, paralisi cerebrale, epilessia, ritardo psicomotorio e ritardo mentale. Si stima che solo nel 15% dei casi non ci sono ripercussioni sulla salute del bimbo.

7. Le conseguenze possono essere anche psicologiche, dando vita a problematiche relative allo sviluppo psico-motorio, come disturbi del linguaggio, dell’apprendimento e della memoria, ma anche disturbi comportamentali.

8. La sindrome può portare anche alla morte del bebè. La SBS può portare anche al coma o alla morte del bambino fino a un quarto dei casi diagnosticati.

9. Quando il bambino piange cerca soluzioni alternative. Sono tante altre le soluzioni che si possono mettere in atto: cullarlo nella carrozzina, fargli fare un giro in macchina, un bagnetto rilassante, oppure fasciarlo con un lenzuolo piegandogli gli arti in modo che ritorni nella posizione fetale, o ancora fargli sentire un fruscio o un rumore continuo (come un asciugacapelli o una lavatrice o un aspirapolvere). Se il pianto non si ferma e diventa esasperante, la cosa da fare è lasciare il bambino in un posto sicuro e allontanarsi fino a quando non si è riacquistato un certo equilibrio o chiedere aiuto a famiglia o amici.

10. Prevenire è meglio che curare. La prevenzione di abuso o maltrattamento minorile può essere effettuata attraverso corsi di formazione per i genitori sul pianto dei neonati, un piano di sostegno e intervento di sollievo per le famiglie sopraffatte e i genitori in difficoltà.




Quando e perché un “dente rotto” è un problema di Salute pubblica. Come prevenire e assistere i traumi oro-facciali in età evolutiva. Le linee guida del Ministero della Salute

Gli eventi traumatici che coinvolgono il distretto oro-facciale, comprese le arcate dentarie sono un problema di salute pubblica legato, secondo le Linee guida nazionali aggiornate, all’aumentato dinamismo della vita quotidiana, al maggior coinvolgimento dell’individuo in età evolutiva in attività di gioco e sportive agonistiche e non, all’aumentato dell’uso di veicoli motorizzati da parte degli adolescenti e alla diffusa tendenza al possesso di animali domestici, soprattutto cani (Vai alle linee guida).

Un dente rotto negli adolescenti non è da sottovalutare. Può anzi diventare un vero e proprio problema di salute pubblica. Negli ultimi anni, negli individui in età evolutiva, è aumentata la prevalenza di eventi traumatici che coinvolgono il distretto oro-facciale, comprese le arcate dentarie.


Questo rappresenta, appunto, un problema di salute pubblica legato, secondo le Linee guida nazionali aggiornate “per la prevenzione e la gestione clinica dei traumi dentali negli individui in età evolutiva” pubblicate dal Ministero della Salute a maggio 2018, all’aumentato dinamismo della vita quotidiana, al maggior coinvolgimento dell’individuo in età evolutiva in attività di gioco e sportive agonistiche e non, all’aumentato dell’uso di veicoli motorizzati da parte degli adolescenti e alla diffusa tendenza al possesso di animali domestici, soprattutto cani.
Scuola, ambiente domestico, sportivo e stradale sono le sedi dove con maggiore frequenza avvengono eventi traumatici e, allo stesso tempo, luoghi dove è possibile far funzionare misure di informazione e prevenzione.

Campagne di informazione, attraverso la scuola, le società sportive, la televisione, i giornali, opuscoli e poster, ma anche e, soprattutto, il web, sono, fino dall’età prescolare le strategie migliori per la prevenzione e il primo soccorso del trauma dentale o dell’intero distretto oro-facciale.
Secondo le linee guida non sono poi da sottovalutare le situazioni di abuso sui minori, le cui conseguenze coinvolgono spesso il distretto oro-facciale e possono trovare nell’odontoiatra il sanitario “sentinella”, così come una particolare attenzione deve essere data ai traumatismi auto-inflitti.

L’arrivo a un Pronto Soccorso di un paziente con un trauma dentale è un’evenienza frequente che richiede, per una corretta presa in carico dell’individuo, competenze multidisciplinari (odontoiatriche, maxillo-facciali, pediatriche, medico-legali, medico-sportive, di Medicina d’Urgenza e di Medicina Preventiva), per un recupero funzionale ed estetico ottimale.

Durante la prima visita è importante anche l’approccio psicologico del paziente traumatizzato che, spesso, risulta provato anche dal punto di vista emotivo per l’ansia e la paura determinate dall’evento acuto.

Il percorso diagnostico e terapeutico deve essere affrontato secondo uno specifico protocollo: prima un’accurata raccolta dei dati anamnestico-circostanziali del trauma, poi una prima fase clinica e radiologica, una seconda di specifico intervento terapeutico e una terza che preveda la programmazione di controlli a distanza per seguire l’evoluzione clinica.

Alcuni studi indicano che solo il 4% dei medici fornisce, in una fase iniziale, un trattamento appropriato. La prognosi delle lesioni traumatiche dentarie dipende dal tempo tra l’evento traumatico e l’inizio del trattamento e, spesso, la prima figura che gestisce il trauma dentale è il medico di Pronto soccorso o quello ospedaliero o il pediatra di libera scelta.

Secondo le Linee guida è importante il ruolo del pediatra perché è il professionista al quale i genitori si rivolgono ogni volta che si presenta un bisogno di salute per il proprio figlio.



Obiettivo delle linee guida è fornire raccomandazioni e indicazioni evidence-based sulla prevenzione e gestione immediata del trauma dento-alveolare nei pazienti in età evolutiva e un’attenta valutazione delle implicazioni medico-legali.

Le indicazioni si dovrebbero applicare negli ambienti di vita quotidiana e in tutte le strutture sanitarie, pubbliche e private che prendono in carico i giovani pazienti coinvolti in eventi traumatici del distretto maxillo-facciale.
E sono rivolte ai medici di medicina generale, ai medici specialisti in pediatria, in chirurgia maxillo-facciale, in chirurgia di urgenza e Pronto soccorso, in medicina dello sport, in medicina legale, agli odontoiatri, agli igienisti dentali, al personale infermieristico, al personale scolastico, al personale di assistenza nei centri sportivi e ai genitori/caregiver.

Un ruolo importante è dedicato alla prevenzione
Le linee guida spiegano che i traumi dentari possono portare a dolore, perdita di funzioni e problemi estetici, con conseguenze fisiche, emotive e sociali per gli individui in età evolutiva e le loro famiglie. Questo indica la necessità di programmi di prevenzione primaria, secondaria e terziaria. Le misure di prevenzione primaria hanno lo scopo di proteggere i soggetti sani e la sua attuazione dipende dalla corretta informazione veicolata tra i medici di medicina generale, gli odontoiatri pediatrici, gli igienisti dentali, i genitori/caregiver, gli insegnanti scolastici e quelli sportivi, tutti in stretta collaborazione con i pediatri.
Misure di prevenzione secondaria devono intervenire, invece, quando il danno si è verificato e servono a limitarne gli effetti nocivi.
La prevenzione terziaria, di stretta pertinenza odontoiatrica, ha lo scopo di ridurre le complicazioni e ripristinare la funzione masticatoria, estetica e fonetica.

Prevenzione primaria in ambiente domestico
Gli individui in età evolutiva e gli anziani sono le categorie di persone più colpite da incidenti domestici.

Fino a 14 anni l’ambiente più rischioso è il soggiorno, lo spazio della casa dedicato al tempo libero e al gioco (74,6% degli incidenti domestici).
Nella prima infanzia, l’inizio della deambulazione, con e senza girello, è il momento più frequente per i traumi dentali per la tendenza a cadere e a urtare i mobili di arredamento.

Negli individui con overjet (distanza tra incisivi superiori e inferiori in senso antero-posteriore), come nei soggetti che hanno l’abitudine a succhiare il pollice o il ciuccio, sono più frequenti, in caso di caduta frontale, i traumi dentari.
In tutti questi individui, come nei soggetti particolarmente vivaci, sarebbe opportuno l’uso di paradenti.
Traumi orali nei minori possono essere anche causati da morsicature di animali (per lo più cani e gatti) che, oltre a danni fisici e psicologici, possono causare infezioni. Poiché le ferite sono frequentemente localizzate sul viso, i chirurghi orali e maxillofacciali dovrebbero conoscere il trattamento dei traumi da morsi di animali e educare i pazienti a evitare lesioni future.

Il rilevamento e l’asportazione di denti o frammenti nelle lesioni è fondamentale per ridurre il rischio di infezione. In particolare, le strategie di prevenzione del morso dei cani comprendono la supervisione delle interazioni tra cani e soggetti in età evolutiva, l’educazione pubblica sulla responsabilità del proprietario del cane e il rispetto delle norme sul controllo degli animali. È necessario migliorare la conoscenza della comunità riguardo la rabbia e la necessità di vaccinare gli animali contro questa.

Prevenzione primaria in ambiente scolastico
Vista la frequenza di traumi dentali in ambiente scolastico, sarebbe opportuno che gli Istituti scolastici organizzassero corsi di formazione per il personale docente, non-docente e gli alunni per identificare e contenere i rischi a cui questi ultimi possono andare incontro.
La scelta del metodo didattico deve tener conto dell’evoluzione delle tecnologie tra cui l’impatto audiovisivo, rivelatosi efficace nel trasmettere messaggi educativi.
I traumi più frequenti derivano dall’abitudine a mordere la penna, a trattenere in bocca oggetti di cancelleria, a litigi, all’utilizzo di giochi che comprendono oggetti “potenzialmente” contundenti e a cadute durante le attività sportive e ricreative.
Nelle strutture scolastiche dovrebbero esserci sempre presidi di primo soccorso e condizioni che consentono di intervenire tempestivamente in caso di trauma dentale.

Prevenzione primaria in ambiente sportivo
Sport di contatto come pallacanestro, pallavolo, calcio, rugby, equitazione ma anche sport senza contatto come nuoto (anche in relazione alla superficie bagnata intorno alla piscina) o ginnastica artistica e attività ludico-sportive come andare in bicicletta, usare lo skateboard, il monopattino o i pattini e sciare rappresentano alcune delle attività a cui è legato un aumentato rischio di trauma dentale nei soggetti in età evolutiva, dovuto a cadute o a scontri con altri giocatori.
In tali circostanze è opportuno che l’odontoiatra insieme al personale dei centri sportivi consigli l’uso di caschi, paradenti e/o maschere facciali in funzione del tipo di attività sportiva, informando il soggetto sul rischio di danno oro-facciale e quindi dei benefici a lungo termine di queste dispositivi di sicurezza.

Prevenzione secondaria
In caso di traumi dentari è necessario tranquillizzare il paziente, eliminare eventuali residui ematici e valutare attentamente l’entità del danno riportato (tipo di dente coinvolto, eventuali fratture del bordo masticatorio, mobilità o parziale estrusione del dente, possibilità di recuperare il frammento di dente o il dente intero) e il trattamento di primo soccorso (necessità di avulsione, reimpianto, reincollaggio del frammento/i, protezione della polpa e/o della dentina esposta).

Un dente avulso ha buone probabilità di essere re-impiantato se è rimasto per un massimo di 2-3 ore in ambiente liquido (soluzione fisiologica, latte o saliva).
Il reimpianto immediato è la procedura alla quale si associa la maggior percentuale di successo. Inoltre, buone possibilità di guarigione si hanno se il reimpianto, lo splintaggio temporaneo agli altri denti (per 2-4 settimane) e i controlli successivi sono gestiti in modo competente.
In ogni caso, va osservato un protocollo di controlli a distanza, per escludere l’insorgenza di complicanze. Se l’evento si è verificato in età precoce, l’occasione rappresenta un motivo valido per una prima visita odontoiatrica e per concordare controlli cadenzati e programmati nell’arco di un anno, anche per rassicurare il piccolo sulla possibilità di recuperare completamente l’estetica del sorriso.

Le Linee guida trattano poi, oltre a un “Modello di certificazione clinica inerente lesioni traumatiche del cavo-orale nel soggetto in età evolutiva” argomenti specifici come il protocollo di primo soccorso nel trauma oro-facciale, la valutazione iniziale in pronto soccorso, la valutazione iniziale odontoiatrica e la certificazione del trauma.
Un capitolo a se è dedicato al trauma dentale da maltrattamenti/abusi su minori.




Epilessia. Ogni dieci casi, tre presentano una forma resistente ai farmaci
Tra i bambini l’epilessia resistente ai farmaci ha un’incidenza piuttosto alta. Riguarderebbe tre casi su dieci. Un gruppo di ricercatori norvegesi ha approfondito il tema con uno studio condotto su 600 bambini con epilessia.

Ogni 10 bambini che soffrono di epilessia, tra sono affetti da una forma resistente alla terapia farmacologica. Il dato emerge dallo studio condotto da un team di ricercatori del National Center for Epilepsy all’Oslo University Hospital, in Norvegia. La ricerca è stata pubblicata da Pediatrics.

Lo studio
Secondo gli autori, tra il 61 e il 71% dei bambini con epilessia ottiene una remissione permanente con il trattamento antiepilettico, mentre tra il 7 e il 20% ha una forma resistente ai farmaci. Per verificare il dato, i ricercatori hanno usato la definizione standard di resistenza ai farmaci, identificata come il fallimento di almeno due farmaci o in monoterapia o in combinazione, e hanno analizzato i dati del Norwegian Mother and Child Cohort Study, condotto su 600 bambini con epilessia, tra i tre e i 13 anni di età, seguiti per almeno un anno dopo la diagnosi.

I risultati
È emerso che il 30% del campione era resistente ai farmaci, il 59% era libero da crisi per almeno un anno o più e il 12% presentava risultati intermedi. Un terzo dei pazienti aveva una causa nota di epilessia. E questi avevano il 48% di rischio di avere una forma resistente ai farmaci, contro il 21% di coloro che soffrivano di epilessia senza causa nota.




Bambini italiani tra i più obesi d’Europa, il 38% delle femmine
A dispetto della dieta, nei Paesi del Mediterraneo i piccoli sono più grassi

I bambini italiani sono tra i più grassi d’Europa, che è molto appesantita soprattutto nella sua parte meridionale: l’Italia ha il maggior tasso di obesità infantile tra i maschi (21% pari merito con Cipro) mentre il 42% dei maschi è obeso o in sovrappeso (solo Cipro fa peggio, con il 43%). Le bambine italiane hanno inoltre uno dei tassi più alti di obesità e sovrappeso, il 38%.
Sono gli ultimi dati della Childhood Obesity Surveillance Initiative (2015-17) dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che saranno resi noti al congresso europeo sull’obesità iniziato oggi a Vienna. In positivo va però sottolineato che in paesi come Italia, Portogallo, Spagna e Grecia, sebbene i tassi di obesità e sovrappeso siano elevati, c’è stata un’importante diminuzione attribuibile all’enorme sforzo che i singoli paesi hanno speso negli ultimi anni nella prevenzione e nel controllo dell’obesità” - ha affermato Joao Breda, dello European Office for Prevention and Control of Non communicable Diseases, a Mosca, Russia. Un altro aspetto positivo che riguarda anche i bambini italiani è il consumo di frutta almeno a giorni alterni se non quasi tutti i giorni, e il ridotto consumo di cibi da fast food e pizza. Lo studio ha coinvolto circa 250 mila bambini di 6-10 anni; Francia, Norvegia, Irlanda, Danimarca, Lituania sono tra i paesi dai bambini più in linea con tassi di obesità infantile che vanno dal 5 al 9%.
“È cruciale aumentare il consumo di frutta e verdura - afferma Breda - nei bambini, riducendo il consumo di dolci e bibite. È anche molto importante aumentare la consapevolezza dei genitori al problema dell’obesità infantile, dato che i nostri dati mostrano che molte madri non riconoscono che i propri figli sono sovrappeso o obesi”.

A dispetto della dieta, in Paesi Mediterranei bimbi più obesi
Lo si potrebbe chiamare il paradosso del Mediterraneo: nonostante il Mare Nostrum abbia dato il nome alla dieta più celebre e salubre, i Paesi che vi si affacciano hanno il più altro tasso di obesità infantile. Gli ultimi dati della Childhood Obesity Surveillance Initiative dell’ Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) mostrano infatti che in Italia, Cipro, Spagna, Grecia e Malta circa un ragazzo su cinque (dal 18% al 21%) è obeso. Tuttavia, nonostante l’alto tasso globale, in diversi Paesi, tra cui l’Italia, si è registrata una notevole riduzione del problema.
Se si guarda verso l’Europa settentrionale invece, i tassi dell’ultima rilevazione (2015-17) scendono. Al punto che in Francia, Norvegia, Irlanda, Lettonia e Danimarca le percentuali oscillano dal 5% al 9%. “In Paesi come Italia, Portogallo, Spagna e Grecia, anche se i tassi sono alti c’è stato un importante calo che è attribuibile a uno sforzo molto significativo messo in atto, negli ultimi anni, nella gestione e nella prevenzione dell’obesità infantile”, afferma Joao Breda, capo dell’OMS Ufficio europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie non trasmissibili.




Sclerosi multipla, approvato il primo farmaco per bambini
Prodotto per la malattia recidiva, era già usato sugli adulti

La Food and Drug Administration (FDA) ha dato per la prima volta la sua approvazione a un farmaco per il trattamento della sclerosi multipla in bambini e adolescenti.
L’agenzia Usa per il controllo sui medicinali ha dato disco verde al prodotto a base di fingolimod per ragazzini dai 10 anni in su, che soffrono di sclerosi multipla recidiva.
Già approvato nel 2010 per malati adulti sofferenti della malattia con episodi ricorrenti, il medicinale è stato sperimentato su un gruppo di teenager. Dopo due anni dall’avvio dei test, l’86% dei volontari giovanissimi sottoposti a fingolimod non aveva più sintomi della patologia, contro il 46% dei ragazzi sottoposti ai trattamenti standard a base di interferone beta-1a.
Billy Dunn, direttore dei prodotti neurologici della FDA, ha osservato che “questa approvazione rappresenta un importante e necessario avanzamento nella cura della sclerosi multipla pediatrica. Un disturbo che può avere un impatto forte sulla vita di una ragazzo”.




Se i genitori fumano, aumenta il rischio cardiovascolare per i bambini
Effetti a lungo termine, aumenta lo stress ossidativo

Non solo malattie respiratorie, se i genitori fumano i bambini hanno un maggior rischio cardiovascolare. Fumare sul terrazzo o areare non basta, perché a essere “incriminato” è anche il fumo di “terza mano”, che si deposita sui vestiti, sulle pareti, sui mobili, e che, a contatto con i gas dell’aria, sprigiona sostanze tossiche che rimangono negli ambienti anche per mesi, inalate o assorbite anche attraverso il contatto con la pelle. Se ne discute al Congresso della Società Italiana di Allergologia e Immunologia Pediatrica (SIAIP) a Milano, dove vengono presentati i risultati di uno studio pubblicato su Thorax, condotto da un team di ricercatori dell’Università La Sapienza. “Stiamo parlando di effetti a lungo termine”, precisa il primo autore, il professor Lorenzo Loffredo. “Avere un rischio cardiovascolare aumentato non vuol dire che il figlio di fumatori rischia un infarto, ma che potrebbe avere un rischio aumentato di eventi cardiovascolari in età adulta”. Gli studiosi avevano evidenziato in precedenza che negli adulti il fumo aumenta lo stress ossidativo, attivando un enzima e diminuendo la biodisponibilità di ossido nitrico, che protegge da aterosclerosi e rischio cardiovascolare. “Nello studio - spiega Anna Maria Zicari, professoressa aggregata di Pediatria -i figli di fumatori hanno dimostrato di avere una minore produzione di ossido nitrico e più stress ossidativo con conseguente alterazione della dilatazione arteriosa”. In Italia esistono ancora ambienti in cui si fuma, come l’automobile, luogo particolarmente a rischio. ”Studi recenti hanno dimostrato che le concentrazioni tossiche possono essere più di venti volte superiori a quelle nell’ambiente domestico”, spiega ancora Loffredo. “Ciononostante il 65% dei fumatori ha dichiarato di fumare in auto e purtroppo ancora un 21% lo fa in presenza dei bimbi”. “Il danno che possiamo procurare ai figli- conclude la Presidente SIAIP Marzia Duse - è “nascosto” e silente, ma si renderà evidente quando saranno nel pieno dell’attività sociale e lavorativa”.




Fumo. Giovani: uno su dieci fa uso di tabacco. Il rapporto dell’ISS

Non diminuiscono i consumatori. Focus sui giovani: uno su dieci fa uso di tabacco e più della metà di questi anche di cannabis, pratica poco sport, ha un basso livello di cultura ed eccede con l’alcol. Nella Giornata mondiale senza tabacco l’Istituto Superiore di Sanità (ISS) ha diffuso i dati italiani. Ricciardi (ISS): “Urgente educare a corretti stili di vita fin da piccolissimi per evitare la sovrapposizione di dipendenze pericolose”. Pacifici (OSSFAD): “La metà dei giovani è entrato in contatto con i prodotti del tabacco: i ragazzi sono il serbatoio di riserva del tabagismo”.

In Italia è alto il numero di minori che fumano. Uno su dieci è consumatore abituale, quasi la metà ha fumato, ha provato a fumare o fuma ogni tanto e tra quelli abituali più della metà fuma anche cannabis. Non accenna a diminuire invece il numero totale dei fumatori, in leggero aumento.
Sono i dati presentati il 31 maggio 2018 dall’OSSFAD del Centro Nazionale Dipendenza e Doping dell’Istituto Superiore di Sanità, in occasione della Giornata mondiale senza tabacco.
I ragazzi tra i 14 e i 17 anni, secondo il report, accendono la prima sigaretta alle scuole secondarie di secondo grado e una piccola percentuale addirittura inizia a fumare alle scuole elementari (9-10 anni).
“È necessario potenziare sistemi di prevenzione primaria per scongiurare questa nuova linea di tendenza che vede il consumo di tabacco anche tra i giovanissimi - dice il Presidente dell’ISS Walter Ricciardi - prima che a questa dipendenza se ne associno altre altrettanto o più pericolose”.
L’identikit del giovane fumatore abituale emerge dall’indagine EXPLORA realizzata su un campione rappresentativo di 15.000 ragazzi tra i 14 e i 17 anni: sono soprattutto maschi, frequentano istituti professionali e licei artistici, i genitori hanno un livello di istruzione medio-basso e non controllano le spese dei figli, risultano propensi al rischio e hanno una percezione del proprio rendimento scolastico mediocre o appena sufficiente.
I giovani fumatori abituali, inoltre, sono quelli che fanno meno sport e che bevono più energy drink.
Ed è preoccupante il maggiore consumo di alcolici tra i fumatori abituali, fino a quattro consumazioni di birra e super alcolici a settimana. Addirittura il 12% dichiara di aver avuto episodi di binge drinking 3 o più volte nell’ultimo mese.
Il dato cresce sul consumo di droghe: più della metà dei fumatori abituali (il 65,6%) ha fumato almeno una volta anche cannabis nell’ultimo anno rispetto al 2% dei non fumatori.
L’indagine ISS-DOXA, realizzata su un campione nazionale di oltre 3.000 soggetti rappresentativo della popolazione italiana, ha confermato, una situazione di stallo, invece, nel numero totale dei fumatori: sono 12,2 milioni, in leggero aumento rispetto al 2017 (11,7 milioni).
Aumenta invece il rispetto del divieto di fumo nei locali pubblici e nei luoghi di lavoro, anzi secondo l’indagine PASSI (Progressi delle Aziende Sanitarie per la Salute in Italia), derivati dal sistema di sorveglianza di popolazione condotta dalle ASL e coordinata dall’ISS, il rispetto a 15 anni dalla legge Sirchia è quasi totale.

“La situazione generale sulla prevalenza dei fumatori si è cristallizzata - dice Roberta Pacifici, direttore dell’OSSFAD e del Centro Nazionale Dipendenze e Doping - abbiamo registrato gli stessi dati del 2007, segno evidente che non si vede alcuna inversione di tendenza, anzi si registra un lieve incremento nella popolazione maschile. Per questo abbiamo acceso i riflettori sui giovani che rappresentano il serbatoio di riserva del tabagismo, sono quelli cioè che continuano ad alimentare la popolazione dei fumatori che non accenna a diminuire”.

Un capitolo a parte è dedicato al consumo della sigaretta elettronica. ”La maggior parte degli svapatori è un consumatore duale, consuma cioè sia sigarette tradizionali che e-cig. Altro dato del rapporto è quello che riguarda i prodotti del tabacco di nuova generazione, il tabacco riscaldato: in tre anni la notorietà di questi prodotti è più che raddoppiata”.

E per la prima volta c’è anche il dato sul fumo passivo negli animali domestici: il 14% dei fumatori che ha un animale domestico fuma in loro presenza. Il 46% mai. Tra i non fumatori la percentuale di chi non espone al fumo passivo il proprio animale domestico sale all’ 87,6%.

Consumo
Sono 12,2 milioni i fumatori in Italia e rappresentano il 23,3% della popolazione (22,3% nel 2017). Diminuiscono le donne tabagiste: il 19,2% rispetto al 20,8 dello scorso anno contro il 27,7% degli uomini rispetto al 23,9% del 2017. Gli ex fumatori sono invece il 12,9% e i non fumatori il 63,8%. Tra i 25 e i 44 anni abbiamo la prevalenza più alta di fumatori tra i maschi (35,7%). Mentre nella fascia d’età 45-64 anni la prevalenza più alta è tra le donne (26,2%).
Oltre i 65 anni sono le prevalenze più basse in entrambi i sessi. Si fumano in media 12,3 sigarette al giorno. Rispetto all’area geografica la prevalenza di uomini fumatori è uguale su tutto il territorio. La prevalenza delle donne invece è più alta al Nord (22,6%) rispetto al Sud (17,8%) e al Centro (13,8%). Si fumano principalmente sigarette confezionate (92,3%) sebbene continui costantemente a crescere il consumo prevalente di sigarette fatte a mano (16,9%), significativamente più diffuso tra i giovani.

Giovani
Tra i giovani di età compresa tra 14 e 17 anni sono fumatori abituali l’11,1% (si stimano 254.000 giovani), fumatori occasionali il 13,9% e ragazzi che hanno comunque provato a fumare il 20,2%. Ci sono inoltre circa il 2 % di ex fumatori. Questo significa che oltre il 47% dei giovani minorenni è comunque venuto in contatto con i prodotti del tabacco e costituisce un vero e proprio serbatoio di riserva per la popolazione dei tabagisti. Il 51,8% di questi giovani fumatori, abituali o occasionali o ex, ha iniziato a fumare a 14 anni o più quindi durante la frequentazione delle scuole superiori, il 43,7% ha iniziato durante le scuole medie (tra gli 11 e 13 anni), e il 4,5% alle elementari tra i 9 e 10 anni di età. Rispetto alla tipologia di prodotto consumato osserviamo che il 65,1% utilizza sigarette confezionate e circa il 27% sigarette fatte a mano. In questa popolazione c’è quasi il 4% sia di utilizzatori di sigarette elettroniche che di altri prodotti del tabacco.
Nei giovani maschi il consumo di sigarette fatte a mano sale al 33,6% e a 7,5% quello delle e-cig.
Negli istituti professionali e nei licei artistici si trovano le prevalenze più alte di fumatori abituali (17,7% e 14,7%) mentre nei licei scientifici e classici si trovano le prevalenze più basse di fumatori abituali (8,1%). Tra i fumatori abituali, rispetto ai non fumatori, è molto più alta la percentuale di chi dichiara un rendimento scolastico mediocre o insufficiente (17,5% contro il 4,7%) e viceversa la percentuale più bassa di chi dichiara un rendimento ottimo o discreto (11% rispetto al 33%).
Le prevalenze più elevate di fumatori abituali si trovano tra i ragazzi che hanno i genitori con un titolo di studio più basso; con licenza elementare (16,2% madre, 16,8% padre) e con licenza media (13% madre, 12,8% padre). Tra i ragazzi che spendono oltre 50 euro a settimana senza il controllo dei genitori si trovano le prevalenze più alte di fumatori abituali (35,6%) mentre tra i ragazzi che non spendono senza il controllo dei genitori si ritrovano le prevalenze più alte di non fumatori (72,8%).

Fumatori abituali e consumo di altre sostanze
I fumatori abituali, rispetto ai non fumatori, consumano birra più di 4 volte a settimana (9,3% rispetto allo 0,7%), consumano superalcolici più di 4 volte a settimana (5,4% rispetto allo 0,3%), perdono il controllo ubriacandosi 3 o più volte nell’ultimo mese (12% rispetto all’1,1%), consumano energy drink tutti i giorni della settimana (13,1% rispetto al 4,7%).
Rispetto al consumo di droghe il 65,6% dei fumatori abituali ha fumato cannabis almeno una volta durante l’ultimo anno (stima popolazione circa 167.000 giovani), rispetto al 2% dei coetanei non fumatori. Il 4,7% dei fumatori abituali ha dichiarato di consumare smart drug rispetto all’1,3% dei non fumatori.
Tra i fumatori abituali, rispetto ai non fumatori, c’è la più alta percentuale di chi non pratica attività sportiva (18,5% vs 12%) e la più bassa percentuale di chi pratica sport almeno 2 volte a settimana (54,7% vs 65,1%).
La propensione al rischio, misurata con una scala specifica, aumenta in funzione del legame del giovane al prodotto del tabacco. Il valore medio di propensione al rischio di un non fumatore è di 16,7, sale a 20,1 nel fumatore occasionale e raggiunge il valore medio di 21,2 nel fumatore abituale.

Sigaretta elettronica e prodotti del tabacco di nuova generazione
In Italia gli utilizzatori abituali e occasionali di e-cig sono circa 1,1 milioni. Di questi il 60,3% sono fumatori, il 32,3% sono ex-fumatori e il 7,4% non ha mai fumato. La maggior parte degli utilizzatori (75,3%) è rappresentata da consumatori duali che fumano le sigarette tradizionali e contemporaneamente l’e-cig, in particolare quelle contenenti nicotina. Per quanto riguarda l’uso dei prodotti del tabacco di nuova generazione (tabacco riscaldato), li ha provati il 2,7% della popolazione, circa 1,4 milioni di persone. Di questi il 54,5 sono fumatori, l’11,4 ex fumatori e il 34,1 non ha mai fumato. La notorietà di questi prodotti in tre anni è quasi triplicata passando dal 21,5% al 52,3%.

Fumo passivo: l’indagine DOXA
Secondo il dati PASSI a quasi 15 anni dall’entrata in vigore della legge Sirchia, il rispetto del divieto di fumo nei locali pubblici e nei posti di lavoro non è ancora pienamente garantito e restano ancora significative differenze fra Nord e Sud a sfavore di quest’ultimo. L’estensione dei divieti sul fumo in auto in presenza di minori e di donne in gravidanza è quasi totale, più dell’80 per cento.

Secondo l’indagine dell’ISS DOXA quasi il 90% degli italiani e l’81,2% dei fumatori è d’accordo con il divieto di fumare in macchina in presenza di minori e donne in gravidanza, in lieve calo rispetto al 2017. Il 3,2% dei fumatori ha dichiarato di aver fumato in auto con bambini o donne incinte, rispetto al 5,3% del 2017. Per quanto riguarda le abitazioni private, quasi il 90% non lo consente tra i non-fumatori e quasi il 60% tra i fumatori.

Immagini shock
Le immagini forti e le avvertenze sui rischi riportate sui pacchetti non sono risultate indifferenti ai tabagisti. L’indagine rileva che sono stati notati dalla quasi totalità dei fumatori (91,1%). Nel 77,7% dei casi hanno portato a pensare ai rischi per la salute, nel 56,4% dei casi hanno fatto aumentare il desiderio di smettere e nel 37,7% dei casi hanno spinto a rinunciare ad accendere una sigaretta nell’ultimo mese. Tra quelli che hanno notato le immagini shock sui pacchetti il 32,8% dei non fumatori ha dichiarato che si è ulteriormente convinto che fa bene a non fumare, così come dichiarato dal 42,1% degli ex fumatori che si dicono sempre più convinti della scelta fatta.

Telefono Verde Fumo
In 15 anni di attività, il Numero Verde Fumo (TVF) 800 45 40 88 ha gestito circa 50.000 telefonate. Fino al 2012 gli operatori gestivano mediamente 1000 telefonate l’anno ma da ottobre del 2012, quando il numero verde è stato inserito sulle confezioni dei prodotti del tabacco, le telefonate sono aumentate fino a raggiungere oltre 15.000 contatti nel solo anno 2017.
All’aumento del numero delle telefonate aumentano progressivamente anche i giovani che contattano il servizio. In questi ultimi anni, le caratteristiche dell’utenza sono cambiate e l’équipe del servizio propone interventi sempre più diversificati e personalizzati, trovandosi spesso a offrire percorsi di counselling per coloro che desiderano smettere di fumare e che trovano difficoltà a raggiungere le strutture sanitarie di riferimento territoriali. Questo riflette probabilmente una carenza dell’offerta assistenziale sul territorio e risponde all’opportunità di fruire di in servizio in maniera totalmente anonima a gratuita.
L’analisi dei 15 anni di attività, tra il 2003 e il 2018, ha permesso di evidenziare che a chiamare sono stati soprattutto gli uomini (30,791 ovvero il 61,2%) e le persone di età compresa tra 45 e 64 anni (14.945 ovvero il 29,7%). A seguire persone tra 25 e 44 anni (22,8%), giovani al di sotto dei 25 anni (11,9%) e ultra-sessantacinquenni (11,5%). Queste ultime due categorie, i giovani e gli anziani, hanno telefonato di più a partire dal 2016, fino a rappresentare rispettivamente il 15,7% e il 15,4% delle chiamate. Chi telefona è quasi sempre un fumatore (l’85,8% pari a 43.180 telefonate), seguito da un familiare di un fumatore (2875 chiamate, pari al 5,7%). Gli utenti fumatori sono anche aumentati negli ultimi anni fino a realizzare il 93,7% delle chiamate.
Si chiama di più dal Sud e dalle Isole (16.377 chiamate pari al 32,5% di quelle totali), poi dal Nord (15.919, il 31,6%) e infine dal Centro (10,271, il 20,4%). L’analisi, Regione per Regione, del tasso di chiamate rapportato alla prevalenza dei fumatori ha confermato che i valori più alti sono quelli relativi alle regioni meridionali e alle isole (e anche al Lazio): una fotografia che riflette, verosimilmente, la più alta prevalenza di fumatori nel Sud Italia.
La conoscenza del Telefono Verde Fumo è giunta per la stragrande maggioranza degli utenti dalle scritte sui pacchetti di sigarette (65,8%), mentre il 16,5% ha saputo del numero verde dal medico.




Rapporto GIMBE, il nuovo Governo alla prova Sanità pubblica: rafforzare o demolire?

Il Servizio Sanitario nazionale è a un bivio. O forse peggio, in una morsa. E se non si interviene con un piano di salvataggio immediato, gli italiani si troveranno a breve a dover tirare fuori la carta di credito per accedere al Pronto Soccorso. A lanciare l’allarme, alle prime luci dell’alba del nuovo Governo, è il 3° Rapporto della Fondazione GIMBE sulla «Sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale», presentato il 5 giugno 2018 al Senato, che propone 12 azioni mirate: dalla certezza sulle risorse alla costruzione di un vero sistema socio-sanitario che faccia fronte alla sfida della cronicità, dall’eliminazione del superticket alla guerra agli sprechi, che nel 2017 sono arrivati a quota 21,59 miliardi (pari al 19% della spesa sanitaria con un range di variabilità del 20%). Dal riordino legislativo della Sanità integrativa - ora in opaca concorrenza con il sistema pubblico - al rilancio delle politiche sul personale. Una terapia d’urgenza a tutto tondo che farebbe svettare il fabbisogno a 220 mld entro il 2025 (nel 2017 siamo fermi a 113,6 mld) equivalente a una spesa pro capite di 3631 euro, ancora al di sotto della media OCSE del 2016, pari a 3797 euro.

Il tema della sostenibilità del SSN
«La Fondazione GIMBE – spiega il presidente Nino Cartabellotta – ribadisce che non esiste alcun disegno occulto di smantellamento e privatizzazione del Servizio sanitario nazionale, ma continua a mancare un piano preciso di salvataggio. Nella consapevolezza che la Sanità rappresenta sia un considerevole capitolo di spesa pubblica da ottimizzare, sia una leva di sviluppo economico da sostenere, il Rapporto valuta con una prospettiva di medio termine il tema della sostenibilità del SSN, ripartendo dal suo obiettivo primario: promuovere, mantenere e recuperare la salute delle persone». E non è più il tempo degli onori. Il Rapporto GIMBE si apre infatti con i risultati di una revisione sistematica delle “classifiche” internazionali che valutano le performance dei sistemi sanitari. «Occorre fermare le strumentalizzazioni nel dibattito pubblico e nelle comunicazioni istituzionali – puntualizza Cartabellotta – che decantano prestigiose posizioni del nostro SSN in classifiche ormai obsolete (2° posto nella classifica OMS del 2000 con dati 1997), oppure che mettono in relazione l’aspettativa di vita con la spesa sanitaria pro capite (3° posto nella classifica Bloomberg) per cui meno spendiamo più scaliamo la classifica, visto che la longevità dipende soprattutto da altre ragioni».
Il sistema più completo e aggiornato per individuare le aree di miglioramento è quello dell’OCSE. E su questo fronte non sono tutte rose: su 35 Paesi membri, l’Italia è al 26° sulla mortalità per tumore, al 27° per percentuale di fumatori adulti, al 30° per i fumatori adolescenti, al 32° posto per casi di leucemia nei bambini sotto i 4 anni (5,3 ogni 100mila contro una media di 4,7); al 28° per il volume di antibiotici consumati, al 29° posto per numero di infermieri occupati ogni mille abitanti (5,4 contro 9) e al 30° posto per presenza di medici con più di 55 anni (53,3% contro una media 34,5%), al 25° per numero di posti letto ogni mille abitanti (3,2 contro una media di 4,7), al 28° per numero di posti letto in strutture per le long-term care ogni mille over-65 (19,2 contro una media OCSE di 49,7).

Se il definanziamento va oltre la crisi
Il definanziamento delle cure pubbliche non è più l'inevitabile conseguenza della crisi ma una scelta politica confermata anche dall'ultimo DEF, che fissa l'asticella del rapporto spesa sanitaria/PIL al 6,3% nel 2020 e 2021 (nel 2018 siamo al 6,6%) a fronte di una prevista crescita annua del PIL nominale del 3% nel triennio 2018-2020. E i numeri passati puntualmente in rassegna dal Rapporto GIMBE, parlano chiaro: la spesa sanitaria in Italia «continua inesorabilmente a perdere terreno e ci avvicina sempre di più ai livelli dei Paesi dell'Europa Orientale». La spesa pro capite totale - pari a 3391 dollari contro una media OCSE di 3978 dollari e i 4965 dollari della Germania - colloca l'Italia in prima posizione tra i Paesi più poveri d'Europa: Spagna, Slovenia, Portogallo, Repubblica Ceca, Grecia, Slovacchia, Ungheria, Estonia, Polonia e Lettonia. E in mancanza di risorse certe il paniere dei nuovi livelli essenziali di assistenza - le prestazioni e i servizi che il Servizio sanitario nazionale è tenuto a fornire a tutti i cittadini, gratuitamente o dietro pagamento di una quota di partecipazione (ticket) - ampliato e arricchito con la pubblicazione dell'atteso decreto poco più di un anno fa, rischia di trasformarsi in un ologramma. Non a caso ancora privo di provvedimenti attuativi indispensabili a un'applicazione omogenea (ritardo nella pubblicazione dei nomenclatori tariffari e nella regolamentazione di monitoraggi e aggiornamenti) e con 5 Regioni che non hanno ancora recepito il DPCM.

La radiografia degli sprechi
Per il 2017 sul consuntivo di 113,599 miliardi di spesa sanitaria pubblica la stima di sprechi e inefficienze è di 22,72 miliardi, con un margine di variabilità (±20%) e un range variabile tra 17,27 e 25,91 miliardi. Risorse erose da «sovrautilizzo» di Servizi e prestazioni sanitarie inefficaci o inappropriate (6,48 mld). Tra gli esempi: antibiotici prescritti per infezioni virali, parti cesarei senza indicazione clinica, ospedalizzazioni e accessi al Pronto Soccorso inappropriati. O da vere e proprie frodi o abusi (4,75 mld): basti pensare a influenze illecite sulle politiche sanitarie, utilizzo improprio dei fondi assegnati alla ricerca, acquisiti non necessari, immissione in commercio di prodotti contraffatti o con standard inadeguati, evasione dei ticket sanitari per reddito. Poi ci sono i famosi acquisti a costi eccessivi di farmaci, vaccini, dispositivi medici e servizi (2,16 mld). Così come il sottoutilizzo di servizi e prestazioni efficaci e appropriate (3,24 mld): per esempio il mancato accesso alle cure per gli immigrati clandestini o la mancata erogazione di oppiacei nel dolore oncologico, o la non aderenza a stili di vita raccomandati. All'elenco degli sprechi si aggiungono infine le complessità amministrative (2,37 mld) e l'inadeguato coordinamento dell'assistenza (2,59 mld).

Spesa sanitaria sotto la lente
La spesa sanitaria 2016, secondo le stime effettuate, ammonta a 157,613 miliardi di euro di cui: 112,182 miliardi di spesa pubblica; 45,43 miliardi di spesa privata di cui 5,6 miliardi di spesa intermediata (3,83 miliardi da fondi sanitari, 0,59 miliardi da polizze individuali, 1,18 miliardi da altri Enti) e 39,8 miliardi di spesa a carico delle famiglie (out-of-pocket). «Al di là di rivalutare cifre assolute e composizione percentuale della spesa sanitaria- spiega Cartabellotta - la vera sfida è identificare il ritorno in termini di salute delle risorse investite (value for money): le nostre stime preliminari dimostrano che il 19% della spesa pubblica, almeno il 40% di quella out-of-pocket e il 50% di quella intermediata non producono alcun ritorno in termini di salute». In altre parole si tratterebbe di consumismo sanitario.

L'espansione del secondo pilastro
Alla luce di queste e altre considerazioni, il Rapporto GIMBE guarda in controluce l'espansione della sanità cosiddetta «integrativa». «La proposta di affidarsi al “secondo pilastro” per garantire la sostenibilità del SSN – spiega il presidente GIMBE – si è progressivamente affermata per l'interazione di vari fattori: in particolare, nelle crepe di una normativa frammentata e incompleta che ha permesso alla sanità integrativa di diventare sostitutiva si è insinuata una raffinata strategia di marketing alimentata da catastrofici, ma inverosimili, risultati sulla rinuncia alle cure». Il Rapporto analizza in dettaglio il complesso ecosistema dei “terzi paganti” in Sanità, le coperture offerte, l'impatto di fondi sanitari e polizze assicurative sulla spesa sanitaria e tutti i potenziali “effetti collaterali” del secondo pilastro: dai rischi per la sostenibilità a quelli di privatizzazione, dall'aumento delle diseguaglianze all'incremento della spesa sanitaria, dal sovrautilizzo di prestazioni sanitarie alla frammentazione dei percorsi assistenziali.

Il piano di salvataggio del SSN
  1. Salute al centro di tutte le decisioni politiche non solo sanitarie, ma anche industriali, ambientali, sociali, economiche e fiscali.
  2. Certezze sulle risorse per la Sanità: stop alle periodiche revisioni al ribasso e rilancio del finanziamento pubblico.
  3. Maggiori capacità di indirizzo e verifica dello Stato sulle Regioni nel pieno rispetto delle loro autonomie.
  4. Costruire un Servizio socio-sanitario nazionale, perché i bisogni sociali sono strettamente correlati a quelli sanitari.
  5. Ridisegnare il perimetro dei LEA secondo evidenze scientifiche e princìpi di costo-efficacia e rivalutare la detraibilità delle spese mediche secondo gli stessi criteri.
  6. Eliminare il superticket e definire criteri nazionali di compartecipazione alla spesa sanitaria equi e omogenei.
  7. Piano nazionale contro gli sprechi in sanità per recuperare almeno 1 dei 2 euro sprecati ogni 10 spesi.
  8. Riordino legislativo della sanità integrativa per evitare derive consumistiche e di privatizzazione.
  9. Sana integrazione pubblico-privato e libera professione regolamentata secondo i reali bisogni di salute delle persone.
  10. Rilanciare le politiche per il personale e programmare adeguatamente il fabbisogno di medici, specialisti e altri professionisti sanitari.
  11. Finanziare ricerca clinica e organizzativa: almeno l'1% del fondo sanitario nazionale per rispondere a quesiti rilevanti per il SSN.
  12. Programma nazionale d'informazione scientifica a cittadini e pazienti per debellare le fake-news, ridurre il consumismo sanitario e promuovere decisioni realmente informate.




Vitamina D: aumentare le dosi non aiuta le ossa dei bimbi
Quando viene assunta in gravidanza assicura la normale crescita del feto

La vitamina D è essenziale perché aiuta l’organismo a rafforzare le ossa e a difendersi dalle infezioni. Ma triplicare le dosi assunte dai bambini non comporta più benefici rispetto alla dose standard consigliata dai pediatri. A spiegarlo ai genitori apprensivi che aumentano senza motivo la supplementazione somministrata ai figli, è uno studio pubblicato su JAMA Pediatrics. La vitamina D è prodotta naturalmente quando la pelle è esposta alla luce solare e presente in diversi alimenti, ma ben il 40% degli europei non ne ha abbastanza, secondo uno studio del 2016. Raccomandata in particolare per i neonati, spesso ne viene somministrata più del dovuto, nell’intenzione di aumentarne gli effetti.
Per capire se questo fosse giustificato dal punto di vista scientifico, i ricercatori hanno condotto uno studio clinico randomizzato su 975 bambini sani in Finlandia, assegnando alcuni a ricevere la dose giornaliera raccomandata di 400 unità internazionali (UI) di vitamina D e il resto una dose pari al triplo, ovvero 1200 UI. All’età di 24 mesi, tuttavia, non hanno riscontrato nessuna differenza nella forza ossea o nell’incidenza di infezioni tra i due gruppi. Un secondo studio, pubblicato nello stesso numero di JAMA Pediatrics, ha esaminato invece gli integratori di vitamina D nelle donne in gravidanza. I ricercatori hanno effettuato una revisione sistematica e una meta-analisi di 24 studi clinici randomizzati precedentemente condotti che hanno coinvolto oltre 5400 donne. Hanno scoperto che la supplementazione di vitamina D fino a 2000 UI al giorno nelle mamme in dolce attesa era associata a un minor rischio di partorire neonati piccoli per la loro età gestazionale e una migliore crescita durante l’infanzia.




Vuoi citare questo contributo?

M.V. Abate (a cura di) Cibi e oggetti che soffocano i bambini: l’elenco del Ministero della Salute - Campagna Non scuoterlo: 10 cose da sapere sulla shaken baby syndrome - Prevenire e gestire i traumi oro-facciali in età evolutiva. Le linee guida del Ministero della Salute - Epilessia. Ogni dieci casi, tre presentano una forma resistente ai farmaci - Bambini italiani tra i più obesi d’Europa, il 38% delle femmine - Sclerosi multipla, approvato il primo farmaco per bambini - Se i genitori fumano, aumenta il rischio cardiovascolare per i bambini - Fumo. Giovani: uno su dieci fa uso di tabacco. Il rapporto dell’ISS - Rapporto GIMBE, nuovo Governo alla prova Sanità pubblica: rafforzare o demolire? - Vitamina D: aumentare le dosi non aiuta le ossa dei bimbi. Medico e Bambino pagine elettroniche 2018;21(6) https://www.medicoebambino.com/?id=NEWS1806_10.html

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