Rivista di formazione e di aggiornamento professionale del pediatra e del medico di base, realizzata in collaborazione con l'Associazione Culturale Pediatri

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Striscia... la notizia

a cura di Maria Valentina Abate
Patologia Neonatale, ASST Papa Giovanni XXIII, Ospedale di Bergamo
Indirizzo per corrispondenza: valentina_aba@yahoo.it





I sette errori più comuni quando si misura la pressione
Dall’accavallare le gambe al mettersi a parlare, fino al bracciale sugli abiti

Dall’accavallare le gambe al parlare proprio nel bel mezzo della procedura, sono sette gli errori più comuni ed evitabili quando si misura la pressione. Errori che possono portare a una lettura sbagliata, tendenzialmente più alta, con conseguenze che possono riguardare anche la somministrazione e il dosaggio dei farmaci, che magari viene aumentato senza che ce ne sia bisogno. A identificarli e diffonderli, in occasione, negli USA, del National High Blood Pressure Education Month proprio nel mese di maggio, è l’American Heart Association.

1. Avere la vescica piena. Questo può aggiungere 10-15 punti alla lettura. Si dovrebbe sempre svuotare la vescica prima di misurare la pressione.

2. Schiena o piedi non supportati. Un supporto scadente in posizione seduta può aumentare la lettura di 6-10 punti. Bisogna assicurarsi di essere su una sedia con la schiena appoggiata e i piedi sul pavimento o su uno sgabello.

3. Braccio non supportato. Se il braccio è appeso al fianco o lo si tiene alzato durante la lettura, si potrebbero osservare valori fino a 10 punti più alti di quanto dovrebbero essere. È importante posizionare il braccio su una sedia o un tavolo, in modo che il bracciale di misurazione sia all’altezza del cuore.

4. Avvolgere il bracciale sugli abiti. Questo errore piuttosto comune può aggiungere da 5 a 50 punti alla lettura. Meglio assicurarsi che il bracciale sia posizionato sul braccio nudo.

5. Il bracciale è troppo piccolo. Se accade la pressione potrebbe essere maggiore di 2-10 punti. Il medico può aiutare a garantire una corretta vestibilità.

6. Sedersi con le gambe incrociate. Potrebbe aumentare la lettura della pressione di 2-8 punti. È meglio disincrociare le gambe e assicurarsi che i piedi siano supportati.

7. Parlare. Rispondere alle domande, parlare al telefono, può aggiungere 10 punti. È importante rimanere fermi e silenziosi per garantire una misurazione accurata.



Inutili gli oli da bagno per l’eczema nei bambini
Studio britannico: nessun grande beneficio se usati con altri trattamenti

Gli oli da bagno per lenire l’eczema della pelle nei bambini sono sostanzialmente inutili perché non offrono benefici significativi, quando sono usati insieme ad altri trattamenti. Lo ha verificato uno studio dell’università di Southampton, pubblicato sul British Medical Journal. L’eczema è la più comune malattia infiammatoria della pelle nei bambini, e spesso dura per anni. Generalmente vengono prescritti degli emollienti in tre formati diversi - da spalmare, come sapone e da aggiungere al bagno - anche da usare insieme. Mentre per i primi due tipi c’erano prove che fossero efficaci, adesso arriva la dimostrazione che quelli in olio da bagno non lo sono. Nello studio sono stati seguiti 482 bambini di età compresa tra 1 e 11 anni, divisi in due gruppi, uno trattato con emollienti da bagno e l’altro no. Tutti i bambini hanno continuato a usare anche gli altri prodotti, cioè gli emollienti da spalmare e le creme con corticosteroidi, per ridurre infiammazione e irritazione. Dopo 4 settimane i sintomi erano migliorati in entrambi i gruppi, ma non sono state osservate differenze significative tra di loro, anche nella gravità del disturbo, qualità di vita e costo a parità di efficacia.
“Non dobbiamo dire alle persone di aggiungere gli oli da bagno nell’acqua - commenta Miriam Santer, coordinatrice dello studio - perché non funzionano”. Lo studio non esclude però che gli oli da bagno possano dare qualche piccolo beneficio ai bambini sotto i 5 anni se usati più di 5 volte a settimana.




Pisolino: negli adolescenti è utile per attenzione e memoria
Può bastare mezz’ora e migliorano le attività mentali

Non dopo le quattro di pomeriggio e con una durata tra i 30 e i 60 minuti. Questo l’identikit del pisolino ideale, che negli adolescenti può essere importante: migliora infatti il livello di attenzione, l’abilità di ragionamento non verbale e la memoria spaziale, quella cioè che ci aiuta ad esempio a ritrovare la strada di casa. A tracciarlo uno studio guidato dall’Università del Delaware, pubblicato sulla rivista Behavioural Sleep Medicine.
Il punto di partenza dei ricercatori, che hanno studiato il ritmo circadiano (il ciclo di 24 ore di una persona), è che nell’adolescenza si verifica un cambiamento evolutivo: il ritmo dei ragazzi si sposta in avanti di una a due ore rispetto alle fasi preadolescenziali. “Questo ritardo è biologicamente guidato negli adolescenti - spiega Xiaopeng Ji, una delle Autrici della ricerca - pensando all’orario scolastico, gli adolescenti devono alzarsi presto per andare a scuola e, con questa fase di ritardo, sono a rischio di privazione cronica del sonno”.
Lo studio è stato condotto su 363 giovani, con un’età media di 12 anni, in Cina, dove il pisolino a mezzogiorno è comune. I ricercatori hanno misurato il riposino pomeridiano, la durata del sonno notturno e la qualità del sonno stesso, oltre che le prestazioni in molteplici attività neurocognitive.
Analizzando i dati, non solo è emerso che miglioravano le prestazioni in alcuni campi specifici (appunto il livello di attenzione, l’abilità di ragionamento non verbale e la memoria spaziale) in chi cedeva a un pisolino da cinque a sette giorni a settimana, ma coloro che più spesso avevano l’abitudine al riposino tendevano a dormire anche meglio durante la notte.




Poco zucchero in gravidanza per proteggere il cervello dei bambini
Limitare quelli aggiunti, soprattutto da bevande gassate

Un modo per proteggere memoria e apprendimento dei bambini? Limitare il più possibile in gravidanza gli zuccheri aggiunti, come ad esempio quelli che provengono dalle bevande gassate zuccherate, dando spazio invece al consumo di frutta. Lo stesso consiglio vale anche nell’infanzia dei piccoli . Il suggerimento arriva da uno studio guidato da Juliana F.W. Cohen, del Merrimack College e della Harvard T.H. Chan School of Public Health, pubblicato sulla rivista American Journal of Preventive Medicine.
Per arrivare a questa conclusione gli studiosi hanno esaminato i dati relativi a oltre 1000 donne incinte dal 1999 al 2002 che hanno partecipato a un progetto denominato Viva. Sono state valutate le diete dei loro figli nella prima infanzia, mentre le funzioni cognitive dei piccoli sono state analizzate a 3 e a 7 anni. Dai risultati è emerso che il consumo materno di zucchero, specialmente da bevande gassate zuccherate, era associato a una minore cognizione nell’infanzia, in particolare per quel che riguarda le abilità non verbali, la risoluzione di nuovi problemi e una scarsa memoria verbale, cioè che permette di tradurre i pensieri in parole. Al contrario, il consumo di frutta e di fruttosio anche nell’infanzia è risultato associato a punteggi cognitivi più elevati in diverse aree e a un maggior vocabolario ricettivo, cioè l’insieme delle parole che possono essere comprese, sia pronunciate che scritte. La frutta era inoltre associata a maggiori capacità motorie visive nella prima infanzia e a più intelligenza verbale a sette anni, cioè l’abilità nel giostrare le lettere, combinandole in parole e frasi.




Psoriasi guttata, tipica dei bambini: quali le cure più efficaci?

Oltre alla forme di psoriasi più note, come quella a placche, esiste anche una forma “guttata”, il cui nome deriva dal latino gutta, che significa goccia: si presenta infatti sulla pelle con delle piccole chiazze eritematose di circa 1 o 2 centimetri di diametro associate a fine desquamazione. Colpisce principalmente i bambini o i giovani adulti fino a 30-35 anni, ma può manifestarsi anche in età più avanzata. Compare in soggetti geneticamente predisposti, in seguito a un’infezione della faringe e tonsille (in genere si manifesta una o due settimane dopo), generalmente causata dallo streptococco beta-emolitico di gruppo A, un batterio Gram-positivo. Talvolta questa forma di psoriasi compare in periodi di forte stress fisico o emotivo, che contribuisce a ridurre le difese immunitarie e a favorire l’insorgenza di infezioni.
È importante precisare che la psoriasi guttata non è una malattia propriamente infettiva e non è contagiosa. Le manifestazioni cutanee possono anche recidivare nel corso del tempo, soprattutto se i soggetti sono portatori di streptococco a livello delle vie respiratorie superiori o nel cavo orale.

Dove si manifesta
Le lesioni cutanee della psoriasi guttata sono tutte abbastanza omogenee di forma e dimensione, possono talvolta causare intenso prurito e irritazione. Le aree del corpo più frequentemente interessate sono il tronco e gli arti, raramente il viso. In alcuni bambini nel tempo può manifestarsi una forma a placche o, in altri casi, la forma guttata può comparire nel decorso di una forma a placche cronica.

Impatto sulla qualità della vita
La psoriasi guttata, colpendo soprattutto persone giovani, può causare una forte compromissione della qualità di vita in quanto i pazienti che ne sono affetti provano imbarazzo e disagio nei rapporti sociali, fino a essere limitati nelle loro attività quotidiane, soprattutto se le lesioni sono in sedi visibili come volto e arti superiori. Per questo bisogna sempre indirizzare le persone con queste manifestazioni cutanee a effettuare una visita dermatologica al fine di avere una diagnosi precoce e iniziare il trattamento prima possibile.

La terapia
Per una corretta diagnosi e gestione della malattia è sempre raccomandato effettuare una visita dermatologica. Nei casi associati a infezioni batteriche la terapia antibiotica può determinare una remissione dei sintomi cutanei. Ciò che nel tempo è stato dimostrato non essere utile è asportare le tonsille in quanto si è osservato che, anche in pazienti operati, le lesioni cutanee nel tempo possono recidivare in quanto lo streptococco si annida e risiede in altre sedi e organi.
Trattandosi molto spesso di pazienti che sono bambini o adolescenti, una buona opzione terapeutica è la fototerapia con UVB a banda stretta, che è disponibile solo in ospedale o in centri privati attrezzati. La fototerapia sfrutta la reazione benefica dei raggi UV opportunatamente modulati attraverso speciali lampade con UVB a banda stretta, che mostrano effetti benefici sulla malattia e favoriscono la remissione delle lesioni cutanee. Per avere risultati duraturi è consigliato ripetere il trattamento a cicli o per un periodo di tempo adeguato consigliato dal dermatologo.
Inoltre, si possono utilizzare terapie locali con pomate, creme, mousse o unguenti a base di cortisonici e derivati della vitamina D. Oltre ai farmaci, è sempre consigliato idratare quotidianamente la pelle con lozioni e creme emollienti e lenitive per ridurre il prurito e la desquamazione cutanea. Nelle forme più severe con estensione delle lesioni guttate a gran parte del corpo si può effettuare una terapia sistemica con farmaci immunosoppressori come la ciclosporina. Queste terapie determinano una rapida remissione delle lesioni cutanee, ma vanno sempre effettuate sotto stretto controllo medico.
La scelta del trattamento spesso viene condivisa tra medico e paziente e dipende dall’estensione della malattia, dal relativo impatto sulla qualità di vita e dalla presenza contemporanea di altre patologie.




Bambini, è la qualità del tempo davanti allo schermo a fare la differenza

L’ultima ricerca da Oxford evidenzia che i bambini da 2 a 5 anni che stanno più di due ore davanti a uno schermo non ne risentono a livello psicologico. Anzi, se quel tempo è usato bene gli effetti sono positivi.

Preoccuparsi è normale. Lo è ancora di più se in gioco c’è il benessere dei bambini. E in un’era in cui le informazioni e gli stimoli si sono convertiti al digitale, non ci si dovrebbe preoccupare del sempre più stretto rapporto che le nuove generazioni instaurano con pc, smartphone e tablet? Certo, e lo abbiamo fatto. Ma forse siano stati un po’ troppo apprensivi, specie per i più piccoli. A sostenerlo dalle pagine della rivista scientifica Child Development sono i ricercatori dell’Oxford Internet Institute e della Cardiff University, il cui studio rivela che i bambini tra 2 e 5 anni che passano davanti a uno schermo più di due ore al giorno - limite massimo raccomandato dalle linee guida dell’American Academy of Paediatrics (AAP) del 2016 - non presentano quei tanto temuti disturbi psicologici. Anzi, se il tempo passato dai bimbi con un dispositivo multimediale è di qualità, le nuove tecnologie avrebbero un impatto positivo sul loro benessere.

Lo studio
Andrew Pryzbylski e i suoi colleghi hanno valutato la relazione tra l’uso della tecnologia e il benessere di bambini americani tra 2 e 5 anni elaborando le informazioni raccolte attraverso circa 20mila interviste telefoniche con i genitori. I ricercatori hanno descritto il benessere psicologico dei piccoli in base ai dati relativi all’attaccamento verso i genitori, la capacità di recupero emotivo, la curiosità e le emozioni positive nell’arco di un mese: ne è venuto fuori che limitare rigidamente l’utilizzo di dispositivi digitali non costituisce un beneficio assoluto. Infatti, i bambini cresciuti secondo la regola delle due ore al giorno al massimo mostrano sì livelli di recupero emotivo leggermente più alti - mettono in luce i ricercatori - ma questi sono bilanciati da livelli più bassi di emozioni positive. Risultati, peraltro, molto simili a quelli ottenuti dallo stesso team di ricerca su un campione di adolescenti.

Che fare?
Per gli esperti, dunque, non ci sarebbero prove concrete per sostenere che una rigida limitazione dell’uso delle tecnologie digitali sia senza ombra di dubbio un vantaggio per i bambini in questa fascia d’età. Secondo Andrew Pryzbylski, i risultati suggeriscono che vada preso in considerazione l’intero contesto familiare: il modo in cui i genitori stabiliscono le regole sul tempo da passare davanti allo schermo digitale e se l’utilizzo dello strumento costituisce un momento condiviso tra il bambino e l’adulto diventano fattori più importanti della sola quantità di tempo spesa.
Due, quindi, gli approcci suggeriti dagli esperti di Oxford e Cardiff.
Il primo riguarda appunto la sfera familiare, in cui i genitori, più che dei minuti di troppo, dovrebbero preoccuparsi di rendere interattivo e stimolante il tempo dei bambini di fronte allo schermo, senza utilizzare (almeno non costantemente) i dispositivi come fonti di intrattenimento passivo. Ciò lo renderebbe un momento sociale, che andrebbe a influire in maniera positiva sul benessere psicologico del bambino, alimentandone la curiosità e i legami con i genitori.
Il secondo, invece, è un suggerimento alla comunità scientifica perché consideri la possibilità che i dati da cui prendono spunto le attuali linee guida siano già vecchi: infatti il nostro modo di utilizzare i dispositivi digitali (e quindi anche quello dei bambini) cambia velocemente ed è diverso in relazione all’età, all’etnia, al sesso e al contesto socio-economico-culturale. Ed è compito dei ricercatori aggiornare le ricerche e condurre studi rigorosi sulla misura in cui l’esposizione all’utilizzo di apparecchi multimediali possa influenzare - in bene o in male - lo sviluppo dei bambini.




Disturbi dell'apprendimento, colpiti 250.000 studenti
Gli adolescenti sono i più critici: il 60% soffre di ansia e depressione

Il 2,9% della popolazione studentesca dell'anno scolastico 2016-2017 ha disturbi specifici dell'apprendimento (DSA). Alunne e alunni delle scuole italiane di ogni ordine e grado con DSA sono complessivamente 254.614, stando ai dati pubblicati dal MIUR sul suo sito. Il disturbo mediamente più diffuso è la dislessia (42,5%), anche se più disturbi possono coesistere in una stessa persona. Seguono la disortografia (20,8%), la discalculia (19,3%) e la disgrafia (17,4%). Il cervello di un bambino dislessico è diverso da quello dei bambini che riescono a leggere normalmente, ma questo non vuol dire avere una malattia. Lo stesso vale per gli alunni con disgrafia, disortografia, discalculia: l'importante è arrivare a una diagnosi veloce, che si può già fare tra la fine della seconda elementare e la terza, e fornire ai bambini gli strumenti che portano a una riorganizzazione del cervello.
A parlarne è Stefano Vicari, responsabile dell'Unità operativa complessa di Neuropsichiatria infantile dell'Ospedale "Bambino Gesù" di Roma. "Questi disturbi non si correggono con la terapia, ma con strumenti compensativi, facendo usare ai bambini disgrafici il computer dove trovano la tastiera con le lettere già pronte senza impegnare la loro energia per scriverle, audiolibri per i dislessici, la calcolatrice per i discalculici, per fare solo alcuni esempi", spiega. E sottolinea che i bambini, diventati adolescenti, si porteranno al liceo questo bagaglio. Se non vengono aiutati correttamente, "il 60% presenta disturbi d'ansia o depressione, espressione della loro esperienza di insuccesso scolastico e frustrazione". "Questi disturbi, che nella maggior parte sono genetici, durano tutta la vita - aggiunge Vicari - nella maggior parte dei casi i genitori si rivolgono a centri di psicologia privati, ma in realtà dovrebbe essere la scuola a fornire tutti gli strumenti necessari, visto che difficilmente il Servizio sanitario nazionale può farsi carico di questo problema". La legge 170 del 2010 ha introdotto la possibilità della certificazione per gli studenti con DSA, e ha individuato una linea per garantire il diritto allo studio in tutte le sue forme. Con una direttiva del 2012 è stato poi inserito il concetto di "bisogno di linee educative speciali e della personalizzazione del percorso di studio", spiegano al MIUR.




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M.V. Abate (a cura di) I sette errori più comuni quando si misura la pressione - Inutili gli oli da bagno per l’eczema nei bambini - Pisolino: negli adolescenti è utile per attenzione e memoria - Allergie di primavera, come mettersi al riparo dai pollini durante il picco - Poco zucchero in gravidanza per proteggere il cervello dei bambini - Psoriasi guttata, tipica dei bambini: quali le cure più efficaci? - Bambini, è la qualità del tempo davanti allo schermo a fare la differenza - Disturbi dell'apprendimento, colpiti 250.000 studenti. Medico e Bambino pagine elettroniche 2018;21(5) https://www.medicoebambino.com/?id=NEWS1805_10.html

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