Rivista di formazione e di aggiornamento professionale del pediatra e del medico di base, realizzata in collaborazione con l'Associazione Culturale Pediatri

M&B Pagine Elettroniche

Striscia... la notizia

a cura di Maria Valentina Abate
Patologia Neonatale, ASST Papa Giovanni XXIII, Ospedale di Bergamo
Indirizzo per corrispondenza: valentina_aba@yahoo.it





Epilessia, come comportarsi se si assiste a una crisi
Lega Italiana Contro l’Epilessia (LICE) presenta la nuova guida alla malattia

Come comportarsi se si assiste a una crisi
Assistere a una crisi epilettica per la prima volta genera spavento come davanti a un evento drammatico. In realtà questo tipo di crisi nella maggioranza dei casi, dicono gli esperti, non comporta di per sé gravi rischi, tranne che per le possibili conseguenze di traumi dovuti a una caduta improvvisa. Sapere come comportarsi in casi del genere è importante, proprio per questo in occasione della Giornata mondiale, la Lega Italiana Contro l’Epilessia (LICE) ha presentato oggi al Policlinico Umberto I di Roma la nuova Guida alle epilessie, disponibile gratuitamente sul sito.

Ecco i principali consigli per chi si trova ad assistere a una crisi epilettica:
  1. Quando la persona è già a terra, è utile porre qualcosa di morbido sotto la testa, in modo che durante le convulsioni non sbatta il capo su una superficie dura.
  2. Terminate le convulsioni, che non durano generalmente più di 1 o 2 minuti, è utile slacciare gli indumenti che possano ostacolare il flusso nelle vie aeree, ruotare la testa di lato e porre il paziente su un fianco facilitando una migliore respirazione.
  3. Evitare capannelli attorno alla persona che ha avuto una crisi, durante la fase di recupero: dopo l’attacco epilettico, la persona riprende coscienza gradualmente passando attraverso una fase di confusione che può durare diversi minuti e l’assembramento di persone non è di aiuto.
  4. Durante le convulsioni non tentare di aprire forzatamente la bocca per impedire il morso della lingua, o inserire le dita.
  5. Non bloccare braccia e gambe agitate dalle convulsioni
  6. Non tentare di somministrare acqua, farmaci o cibo.
Normalmente non c’è bisogno di chiamare un’ambulanza. Si ricorre invece al 118 se la crisi dura più di 5 minuti, se dopo la crisi il recupero è lento o ci sono difficoltà nella respirazione, se ci sono crisi ripetute e se ci sono segni di traumi dopo l’attacco.

Per i bambini è dannosa l'iperprotezione dei genitori
Il bambino che soffre di epilessia ha spesso problemi di inserimento nell’ambito scolastico. Causati in buona parte dei casi dal comportamento iperprotettivo dei genitori che tendono a nascondere il disturbo agli insegnanti oppure, al contrario, a parlarne troppo, rischiando di descrivere il figlio come un disabile e invocando l’esenzione da comuni attività o esigendo trattamenti educativi personalizzati. Ne parla la nuova Guida alle epilessie presentata oggi dalla LICE al Policlinico Umberto I di Roma. Gli insegnanti, spiegano gli esperti, a loro volta sono poco preparati sui problemi dell’epilessia e spesso drammatizzano accrescendo il pregiudizio e contribuendo, anche se involontariamente, a emarginare ulteriormente il bambino. La paura fondamentale consiste nel non sapere come comportarsi qualora si verifichi una crisi epilettica in classe. I compagni possono utilizzare informazioni distorte per scherzare anche pesantemente su questo tipo di malattia, accostandola erroneamente al ritardo mentale. Da questi atteggiamenti derivano ripercussioni psicologiche negative sul bambino con epilessia, che già di per sé tende ad avere ridotti livelli di autostima perché si sente malato pur non riuscendo a comprendere bene come e perché. Per facilitare l’inserimento scolastico del bambino, indica l’opuscolo realizzato dalla Lice, sono fondamentali interventi educativi e formativi che devono coinvolgere i genitori e gli insegnanti da un lato, e il bambino stesso e i suoi compagni dall’altro. In evidenza il fatto che l’epilessia di per sé, quando non è grave, non incide sulle capacità di apprendimento, mentre le eventuali interferenze negative possono dipendere in modo rilevante dall’ignoranza e dal pregiudizio collettivo. Ancora più difficile l’accettazione dell’epilessia durante l’adolescenza: in questa età il sostegno psicologico è di fondamentale importanza.




Epilessia, come gestire gli attacchi in casa e a scuola:
una guida per chi sta vicino al malato

Il 12 febbraio 2018 è stata celebrata la Giornata mondiale dell’epilessia, malattia neurologica che colpisce prevalentemente i bambini, di cui soffrono 500mila italiani, caratterizzata dalla predisposizione ad avere delle crisi epilettiche, fenomeni improvvisi di vario tipo, caratterizzati da un’anomala attività cerebrale e che si presentano spontaneamente, con frequenza non regolare e quindi non prevedibile. #EpilepsyDay.

Una guida per conoscere la malattia
«Non aver paura della crisi sapendo cosa fare» è lo slogan della Lega Italiana contro l’Epilessia (LICE) che, in occasione della Giornata mondiale del 12 febbraio, ha redatto una guida completa alle epilessie che spiega anche cosa fare nel caso di un attacco epilettico.
Bisogna restare calmi, evitando agitazione e panico; posizionare qualcosa di morbido sotto la testa; non inserire mai oggetti nella bocca; non cercare di tenere ferma la persona durante la crisi, ma girarla di lato per far defluire i liquidi dalla bocca e misurare la durata della crisi: se va oltre i cinque minuti bisogna chiamare l’ambulanza.

A che cosa è dovuta l’epilessia
«Le epilessie di documentata o presunta origine genetica costituiscono il 25-30% di tutte le epilessie» si legge nella guida LICE. Questa malattia neurologica, infatti, è dovuta sia a una predisposizione genetica, sia a lesioni cerebrali. Colpisce mediamente l’1% della popolazione e si manifesta con crisi di vario tipo nei primi anni di vita (entro i 12 anni nel 70% dei casi) con conseguenze negative sullo sviluppo psicomotorio e ricadute sul piano sociale. Un terzo dei pazienti resiste al trattamento con i farmaci e, di questi, il 10-15% presenta una lesione cerebrale operabile. La chirurgia dell’epilessia è indicata solo quando l’area del cervello responsabile delle crisi è circoscritta e la sua asportazione non causa deficit neurologici.

Gestire una crisi epilettica in classe
Anche quest’anno il “Bambino Gesù” di Roma ha organizzato «la scuola non ha paura della crisi», iniziativa di formazione per sensibilizzare oltre 700 insegnanti e adolescenti di un centinaio di scuole di Roma e provincia sulla malattia, insegnando come gestire gli attacchi epilettici in classe.
«È scientificamente dimostrato che educare la scuola alla gestione dei bambini e dei ragazzi affetti da epilessia ne favorisce l’inserimento in classe, migliora la loro qualità di vita - con ricadute positive anche sui livelli di ansia dei genitori - e riduce sensibilmente gli accessi non necessari al Pronto Soccorso» sottolinea il professor Federico Vigevano, direttore del dipartimento di Neuroscienze e Neuroriabilitazione del “Bambino Gesù”. «Ancora oggi purtroppo questi giovani sono vittime di pregiudizi e limitazioni in vari ambiti della loro vita. È per questo che discriminazione ed emarginazione vanno combattute con ogni iniziativa di informazione, formazione e sensibilizzazione possibile».

Cani che sentono l’arrivo della crisi
Alcuni cani sembrano essere in grado di percepire quando una persona stia per avere una crisi: sviluppano un comportamento fisso che il proprietario impara a riconoscere e a utilizzare come preavviso. La ragione di questa capacità è ancora sconosciuta. Per questo, la Facoltà di Medicina Veterinaria e dall’Ospedale Universitario di Ghent, con la collaborazione di Support Dogs e Medical Detection Dogs nel Regno Unito, ha avviato un progetto chiamato Epidogs per valutare i meccanismi alla base di questo «allarme», con l’obiettivo finale di facilitare l’addestramento dei cani per prevedere accuratamente le crisi epilettiche.
Per partecipare, visitare il sito di Epidogs.




Cancro: nei giovanissimi è frequente il ritardo della diagnosi

Uno studio condotto nel Regno Unito mette in evidenza come, nella popolazione giovanile/adolescenziale, la diagnosi di cancro subisca spesso un ritardo dalla comparsa dei sintomi. E questo ritardo è più marcato nel sottogruppo femminile, che prima di essere inviato a uno specialista passa per due-tre visite generaliste.

La popolazione più giovane spesso subisce ritardi nella diagnosi del cancro. Secondo i dati di uno studio condotto del Regno Unito, adolescenti e giovani adulti possono accumulare lunghi ritardi tra l’insorgenza dei sintomi del cancro e la diagnosi.
“Abbiamo identificato sottogruppi a maggior rischio di incappare in intervalli prolungati dall’insorgenza dei sintomi alla comparsa e alla diagnosi, durante i quali ulteriori ricerche e interventi di diagnosi precoce potrebbero essere ancora più mirati a massimizzare la loro efficacia”, hanno scritto gli Autori della ricerca sulla rivista The Lancet Child & Adolescent Health, pubblicata online il 29 gennaio 2018.
Lo studio ha coinvolto giovani di età compresa tra i 12 e i 24 anni, che erano stati reclutati ,entro una media di 6 mesi dopo una nuova diagnosi di cancro primario, da 96 ospedali del National Health Service in tutta l’Inghilterra da luglio 2012 ad aprile 2015. I partecipanti hanno risposto in prima persona a interviste sulle loro esperienze diagnostiche. I ricercatori hanno estrapolato i dati demografici da moduli di case report, il tipo di cancro e la data di diagnosi dal Registro nazionale dei tumori.

I risultati dello studio
Su 1114 partecipanti, 830 hanno completato un’intervista faccia a faccia. Tra i partecipanti, 204 su 748 (27%) hanno aspettato più di un mese per vedere un medico generico o presentarsi a un pronto soccorso. Dei 701 che hanno consultato un medico di base, 242 (35%) hanno avuto tre o più consulti prima di essere indirizzati a uno specialista.
Tra gli 803 pazienti intervistati, l’intervallo mediano dall’insorgenza dei sintomi alla diagnosi è stato di 62 giorni. Rispetto ai maschi, le donne erano significativamente più propense ad avere tre o più consulti prima di una consulenza specialistica (odds ratio aggiustato, 1,6) e hanno atteso una mediana di 24 giorni più lunga dall’insorgenza dei sintomi alla diagnosi. I pazienti con linfoma o tumori ossei e quelli con melanoma hanno mostrato minori probabilità di avere tre o più consulti prima di una richiesta di consulenza specialistica). Gli intervalli di diagnosi variano da una mediana di 51 giorni in più nei pazienti con tumore osseo e una mediana di 33 giorni in meno nei pazienti con tumori del sangue.

I commenti
“Questo studio sottolinea l’importanza di fare una diagnosi differenziale del cancro quando un paziente in età adolescenziale / giovane presenta sintomi che sono persistenti, che non seguono un preciso schema, o sono difficili da diagnosticare. I medici in questi casi devono stabilire periodi di osservazione regolari per proseguire nella ricerca di una risposta”.
“Questi risultati supportano l’importanza di fornire una adeguata informazione a scuola, durante gli incontri con i medici o in altri luoghi, riguardo i sintomi del cancro; in particolare, nel caso dei tumori più comuni in questa fascia di età, come cancro della pelle, linfoma, tumori delle cellule germinali, e sarcomi”, è anche importante incoraggiare visite regolari. Infatti, molti adolescenti e giovani adulti non vanno dal medico regolarmente perché non ne percepiscono l’importanza, oppure perché, come accade negli Stati Uniti, non hanno assicurazione”.




Tubercolosi, 2 milioni i ragazzi colpiti ogni anno nel mondo
Italia, 680 giovani con tubercolosi nel 2016

La tubercolosi è un fardello oneroso per giovani e giovanissimi, specie nel Sud del mondo: si stima che quasi 2 milioni tra bambini e ragazzi di 10-24 anni siano colpiti ogni anno dalla malattia e che la fascia d’età più a rischio sia quella tra 20 e 24 anni. Sono le cifre riferite in un lavoro pubblicato sullo European Respiratory Journal, che fornisce le prime stime globali sulla malattia relativamente ai giovani. Anche in Italia, le stime evidenziano che il fenomeno è presente: nel 2016 sono stati infatti trattati per tubercolosi 680 pazienti di 15-24 anni.
Condotta da Kathryn Snow della Università di Melbourne in Australia, la ricerca è stata eseguita su diversi set di dati (periodo di riferimento il 2012) suddividendo l’età giovanile, qui considerata per la prima volta in modo così approfondito, in tre fasce: 10-14 anni, 15-19 e 20-24 anni. Nel lavoro sono state eseguite stime non per singolo Paese ma solo per area geografica. Gli ultimi dati disponibili dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, dati non usati nello studio segnalano che in Italia nel 2016 sono stati trattati per tubercolosi 680 pazienti tra 15-24 anni”.
“Pensiamo - spiega Snow - che il rischio di tubercolosi aumenti nell’adolescenza per un mix di fattori biologici e sociali. Al contrario dei bimbi di 0-4 anni, i giovani spesso sviluppano forme infettive della malattia e frequentemente hanno un più ampio range di contatti sociali al di fuori del proprio contesto familiare. Di conseguenza, oltre a soffrire di più di tubercolosi, adolescenti e giovani adulti contribuiscono al continuo contagio”.
Dalla ricerca è emerso che in un anno 1,05 milioni di giovani tra i 20 e i 24 anni, 535.000 di quelli tra 15 e 19 anni, 192.000 giovanissimi di 10-14 anni si sono ammalati di tubercolosi attiva (caratterizzata da tosse persistente, febbre e perdita di peso), per un totale di 1,8 milioni di nuovi casi in un anno. “Per l’Europa si stimano 5000 casi l’anno tra 10 e 14 anni, 14 mila tra 15 e 19 anni, 27mila tra 20 e 24, 46mila casi complessivi”. Il maggior numero di nuovi casi si stima riguardi il Sud dell’Asia e l’Africa sub-sahariana, rispettivamente con 721.000 e 534.000 giovani di 10-24 anni che si sono ammalati.
E le stime complessive potrebbero essere al ribasso: a livello globale si potrebbe arrivare più realisticamente a 3 milioni di nuovi casi l’anno. Per questo bisogna realizzare programmi di prevenzione ad hoc pensati per i più giovani per frenare i contagi nella fascia di età considerata in questa ricerca, un periodo della vita critico in cui la malattia può ostacolare il buon andamento degli studi e l’ingresso nel mondo del lavoro. “Sebbene l’incidenza (i nuovi casi ogni anno) della tubercolosi stia diminuendo a livello globale tale evoluzione avviene ancora lentamente, e davvero molto resta da fare per controllare la malattia”.




Dal 28 febbraio vietati due mezzi di contrasto per risonanza con gadolinio
Secondo l’EMA il metallo si accumula in piccole quantità nel cervello

A partire dal 28 febbraio 2018 è stato sospeso in Italia l’utilizzo di comuni mezzi di contrasto endovenosi per effettuare risonanze magnetiche (RM) a base del metallo gadolinio. Lo comunica l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) sul proprio sito, sulla base della revisione condotta dall’Agenzia Europea dei Medicinali (EMA) che ha confermato che, a seguito dell’uso di tali mezzi di contrasto, si ha un accumulo di piccole quantità di gadolinio nei tessuti cerebrali.
“Non esiste attualmente - afferma l’AIFA - alcuna evidenza che i depositi di gadolinio nel cervello abbiano causato danni ai pazienti, tuttavia, non essendo noti i rischi a lungo termine, l’EMA ha raccomandato che i mezzi di contrasto lineari per uso endovenoso siano sospesi nell’UE a eccezione dell’acido gadoxetico e dell’acido gadobenico, che continueranno a essere disponibili esclusivamente per l’impiego nelle scansioni epatiche. Tali medicinali verranno sospesi in Italia a partire dal 28 febbraio 2018”.
Gli operatori sanitari, precisa l’AIFA, “dovranno utilizzare i mezzi di contrasto a base di gadolinio solamente quando non sia possibile ottenere le necessarie informazioni diagnostiche con scansioni non intensificate e utilizzare la minor dose possibile in grado di fornire sufficiente intensificazione per la diagnosi”. L’AIFA precisa che “non sono state osservate evidenze di danno per i pazienti né effetti avversi neurologici, come disturbi cognitivi o del movimento, riconducibili all’utilizzo di alcun mezzo di contrasto a base di gadolinio. Tuttavia, non si conoscono i rischi a lungo termine associati al deposito di gadolinio nel cervello e i dati sulla sicurezza d’impiego a lungo termine sono limitati”. Sulla base di tutti i dati disponibili, inclusi quelli relativi al deposito di gadolinio in altri tessuti, e del parere di gruppi di esperti, l’Ema ha quindi formulato delle raccomandazioni al fine, conclude l’AIFA, “di prevenire qualsiasi rischio potenzialmente associato all’accumulo di gadolinio a livello cerebrale”.

Lo stop al gadolinio nei mezzi contrasto è precauzionale
La decisione dell’EMA di sospendere l’uso di comuni farmaci per mezzo di contrasto a base di gadolinio “è a scopo precauzionale, a seguito di un lungo processo di valutazione dei dati scientifici disponibili e pur riconoscendo la mancata associazione del gadolinio presente nell’encefalo con sintomi specifici”. Lo sottolinea Carlo Quattrocchi, responsabile Diagnostica per Immagini del Policlinico Universitario Campus Bio-Medico. La comunicazione dell’AIFA sulla sospensione di tali mezzi di contrasto per RM a base di gadolinio, precisa Quattrocchi, “riguarda solo due dei farmaci fino a oggi utilizzati. Tutti gli altri rimarranno disponibili per la diagnostica in RM, secondo i criteri di appropriatezza d’uso e di minimizzazione della dose necessaria”. La possibilità che minime quantità del metallo in questione possano essere ritenute nell’encefalo dopo la somministrazione per endovena del mezzo di contrasto, spiega l’esperto, “è nota da anni, ma le quantità che rimangono nei tessuti sono trascurabili e fino a oggi, parliamo di almeno 400 milioni di somministrazioni in tutto il mondo, non sono state osservate conseguenze cliniche o sintomi associati”. Tuttavia, se questo fenomeno è “sicuramente trascurabile in pazienti che ricevono nel corso della loro vita una o due somministrazioni di mezzo di contrasto - precisa il radiologo - le quantità aumentano in modo cumulativo nei pazienti che, ad esempio per follow-up di sclerosi multipla, malattia di Crohn o malattie in età pediatrica, ricevono multiple dosi nel corso della loro vita”. Dunque, non potendo escludere con certezza effetti a lungo termine e a dosi cumulate di gadolinio, l’EMA si è pronunciata con la raccomandazione della sospensione, che sarà recepita a partire dal 28 febbraio dall’AIFA e dalla Società Italiana di Radiologia Medica e Interventistica. La raccomandazione ai pazienti, conclude Quattrocchi, “è di consultare il radiologo per qualunque dubbio, fermo restando che i mezzi di contrasto, specie quelli a base di gadolinio, rimangono tra i farmaci più sicuri in Medicina”.




Allarme carenza medici, 45.000 in pensione in 5 anni
Scotti (FIMMG): nei prossimi 5 anni 14 milioni di italiani rimarranno senza medico di famiglia

Una ‘emorragia’ di 45.000 medici in 5 anni: è quella che si determinerà in Italia per effetto dei pensionamenti e che riguarderà sia i medici di famiglia sia i medici del Servizio Sanitario Nazionale. Allarme ancora maggiore a 10 anni: al 2028, infatti, saranno andati in pensione 33.392 medici di base e 47.284 medici ospedalieri, per un totale di 80.676. A lanciare l’SOS sono la Federazione Medici di Medicina Generale (FIMMG) - con una elaborazione dei dati più recenti per ANSA - e il sindacato dei medici dirigenti ANAAO.
Il dato grave, rilevano le organizzazioni sindacali, è anche un altro: le uscite stimate per effetto dei pensionamenti non saranno comunque bilanciate dalle presumibili nuove assunzioni. Per i medici di base, infatti, le borse per il corso di formazione in medicina generale messe a disposizione sono oggi circa 1.100 l’anno e se il numero rimarrà costante, afferma la FIMMG, a essere ‘rimpiazzati’, al 2028, saranno non più di 11mila medici, mantenendo un saldo in negativo a quella data di oltre 22mila unità. Per i medici del SSN invece, rileva l’ANAAO, fare un calcolo di quanti potranno essere i nuovi medici assunti a fronte delle uscite per pensionamento è molto difficile: da un lato infatti, spiega il vice segretario nazionale ANAAO Carlo Palermo, “non sappiamo quando saranno banditi i concorsi da parte delle regioni e per quali numeri, e dall’altro va ricordato che in varie regioni è ancora in atto il blocco del turnover parziale o totale”. Restano i dati allarmanti e la necessità, affermano FIMMG e ANAAO, di coprire con urgenza le carenze che si determineranno. Al 2028, dunque, verranno a mancare 33.392 medici di famiglia e 14.908 sono invece i pensionamenti da qui al 2022. L’anno ‘nero’, che registrerà il picco delle uscite, sarà per i medici di famiglia proprio il 2022: solo in quell’anno andranno in pensione 3902 medici di base. Sicilia, Lombardia, Campania e Lazio le regioni che registreranno, sia nel breve sia nel lungo periodo, le maggiori sofferenze. Quanto ai medici del SSN la situazione non si prospetta migliore: nei prossimi dieci anni ne verranno a mancare per pensionamento 47.284. Inoltre, evidenzia Palermo, “l’attuale sistema delle scuole di specializzazione in medicina non garantirà un numero sufficiente di specialisti per il prossimo futuro: oggi, infatti, i posti resi disponibili per le scuole di specializzazione sono complessivamente circa 6.500 l’anno, ma secondo le nostre stime ne sarebbero necessari almeno 8500. A mancare nelle corsie - conclude - saranno a breve soprattutto pediatri, chirurghi, ginecologi e cardiologi”.

Scotti (FIMMG), in 5 anni 14 milioni di italiani saranno senza medico di famiglia: “Nessuna forza che aspira a governare si impegna su questo tema”
I pensionamenti dei medici di famiglia “nei prossimi cinque-otto anni priveranno 14 milioni di cittadini di questa figura professionale”. Lo afferma il segretario nazionale della Federazione italiana dei medici di medicina generale (FIMMG), Silvestro Scotti. “Appare quasi ridicolo - sottolinea - assistere al fatto che nessuna forza politica che aspira a governare il Paese proponga e si impegni sul tema dell’assistenza territoriale”.

Troise (ANAAO), carenza di specialisti in tutte le Regioni: “Se ci sarà riapertura dei concorsi mancheranno i medici da assumere”
La carenza di medici specialisti “interessa tutte le Regioni, con l’evidente paradosso per cui se, e quando, riapriranno i concorsi, mancheranno i medici da assumere”. Lo afferma il segretario del sindacato dei medici dirigenti ANAAO-ASSOMED, Costantino Troise, commentando i dati sulla carenza di medici in Italia nell’arco dei prossimi 5-10 anni. I medici da assumere “mancheranno - afferma - perché saranno scappati all’estero, mentre per l’Italia si spalancheranno le porte del discount a cielo aperto che è nei Paesi dei Balcani, ove i medici locali aspettano con ansia di trasferirsi in cerca di redditi maggiori”. Un Paese “senza medici - conclude Troise - è un Paese senza Sanità e sarà la possibilità di spesa a governare la scarsità dell’offerta professionale”.




In 8 anni 45mila lavoratori in meno nella Sanità
Tra medici, infermieri, ostetriche, tecnici di Radiologia

In otto anni, tagli e blocco del turnover hanno ridotto di 45mila unità il personale della Sanità pubblica, da medici a infermieri, da ostetriche a tecnici di Radiologia. Se la forza lavoro impiegata complessivamente nelle amministrazioni pubbliche nel 2016 è in calo rispetto al precedente anno, la Sanità è il secondo comparto in ordine di riduzione del personale: quasi 5mila in meno nel 2016 rispetto al 2015. Ma diventano 45mila se le si confronta col 2009. È quanto si legge nel Conto economico del personale della PA 2016, pubblicato dalla Ragioneria generale dello Stato.
Il racconto di un Sistema sanitario depauperato della forza lavoro lo fanno le cifre del Ministero dell’Economia. “Per gli enti del Servizio Sanitario Nazionale - si legge - la riduzione del personale avvenuta nel 2016 (4808 unità) rispetto al 2015 è la seconda più elevata in termini assoluti fra tutti i comparti”. La ‘buona notizia’ è che si tratta di un calo pari a poco meno della metà di quello registrato nell’anno precedente, che era stato di 10.325 unità.

Il Sindacato dei medici: i tagli al personale strangolano la Sanità pubblica
“Il calo del personale insieme unito al calo dei finanziamenti per il Servizio Sanitario Nazionale è un sistema chiaramente disegnato per strangolare la Sanità pubblica”. Così Costantino Troise, segretario del sindacato dei medici dirigenti ANAAO-ASSOMED, in merito all’emorragia di posti di lavoro nella Sanità pubblica italiana verificatosi negli anni.
“Senza personale non c’è Sanità pubblica, aumentano le liste di attesa, aumentano i disagi per i cittadini, che, arrabbiati non possono fare altro che rivolgersi al privato. Questo non è involontario. È tutto chiaramente un sistema per spingere sempre più verso una privatizzazione della Sanità”.




Disturbi d’ansia, solo un paziente su dieci riceve il trattamento giusto
Ne soffre il 10% degli europei

Solo un paziente su 10 con disturbi di ansia riceve il giusto trattamento. È quanto emerge da uno studio internazionale guidato dall’Hospital del Mar Medical Research Institute di Barcellona, che ha coinvolto 21 Paesi, pubblicato su Depression and Anxiety. La ricerca ha coinvolto oltre 51.500 persone e rivela che sono il 10% coloro che soffrono di ansia. Di queste, solo il 27,6% ha ricevuto qualche tipo di trattamento, e questo è stato considerato appropriato solo nel 9,8% dei casi.
La frequenza del disturbo varia molto tra i Paesi. È stato calcolato che i disturbi d’ansia colpiscono il 5,3% delle popolazioni africane mentre la percentuale è ad esempio del 10,4% in ambito europeo. Va inoltre notato secondo gli studiosi che alcuni disturbi d’ansia, in particolare fobie, ansia sociale e quella da separazione, iniziano molto presto (dai 5 ai 10 anni), mentre altri come il disturbo d’ansia generalizzato, il panico e il disturbo post-traumatico da stress tendono ad apparire tra i 24 e i 50 anni.
La bassa percentuale di pazienti che ricevono un trattamento adeguato è dovuta a vari fattori. In molti casi, né chi ne soffre né il sistema sanitario riconoscono la necessità di cure. Infatti, solo il 41,3% delle persone con questi disturbi è consapevole del bisogno di cure e, quando l’ansia non è combinata con un altro tipo di problema, questa percentuale scende al 26,3%. A ciò si aggiungono i costi di trattamento e lo stigma percepito dai malati, che ne limita ulteriormente il trattamento. Anche nei Paesi ad alto reddito, solo un terzo delle persone con disturbi d’ansia riceve un trattamento, a eccezione degli USA, dove i tassi di assistenza sono considerevolmente più alti.




Depressione negli adolescenti. Le nuove linee guida dei pediatri USA

La gestione della depressione tra gli adolescenti è il tema principale affrontato dalle nuove linee guida approvate dall’American Academy of Pediatrics, rivolte ai medici di base, che per primi affrontano questi casi. Le nuove raccomandazioni sono state pubblicate da Pediatrics.

Secondo gli esperti, la depressione maggiore colpirebbe un adolescente su cinque, ma solo il 50% verrebbe diagnosticato prima di raggiungere l’età adulta e due terzi dei giovani non riceverebbero la diagnosi dai medici di base e le relative cure appropriate.

Le linee guida
I pediatri hanno aggiornato le raccomandazioni riguardo identificazione, valutazione e gestione della depressione, insieme a nuovi consigli su trattamento e follow-up. Prima di tutto, dunque, i medici di base dovrebbero seguire una formazione per valutare, identificare, diagnosticare e trattare la depressione, collaborando eventualmente con specialisti in salute mentale. Inoltre, gli adolescenti a partire dai 12 anni di età dovrebbero sottoporsi a uno screening annuale per valutare la depressione, e quelli con fattori di rischio dovrebbero essere sistematicamente monitorati.
Una volta identificata la depressione, i medici dovrebbero informare le famiglie e i pazienti sulle opzioni terapeutiche e sviluppare un piano di trattamento stabilendo specifici obiettivi in aree chiave, tra cui casa, amici e scuola. Un passo fondamentale è stabilire un piano di sicurezza nel caso in cui l’adolescente peggiori, tenda al suicidio o diventi pericoloso per gli altri. La consulenza con uno specialista dovrebbe essere considerata nel caso in ci l’adolescente abbia una depressione moderata o grave o fattori complicanti, come l’abuso di sostanze o psicosi concomitante.

I trattamenti
Per quel che riguarda il trattamento le alternative sono psicoterapie e antidepressivi, e i medici di base dovrebbero monitorare l’emergere di eventuali eventi avversi durante il trattamento farmacologico. Infine, per quel che riguarda la gestione del paziente, è necessario un monitoraggio sistematico e regolare degli obiettivi e dei risultati raggiunti, la rivalutazione della diagnosi e del trattamento iniziale, se non c’è alcun miglioramento dopo 6-8 settimane dall’avvio della terapia, e l’intervento di uno specialista se i pazienti raggiungono solo un miglioramento parziale. I medici di base possono identificare i sintomi della depressione molto prima che giovani e famiglie se ne rendano conto. Tutti gli elementi delineati sono fondamentali per la cura tempestiva e appropriata dei giovani con depressione. Questa condizione è gestibile nel contesto della medicina di base, ma come per qualsiasi altra malattia, i medici hanno bisogno di adeguata formazione e supporto per fare funzionare le cure.




Febbre e denti da latte: sfatato un mito

Se il piccolo ha la febbre, spesso e volentieri questa si attribuisce all’arrivo dei denti da latte. In realtà, uno studio della Universidade Federal de Santa Catarina (Brasile), condotto da Michele Bolan e pubblicato dalla rivista Pediatrics, sfata questo mito. Per anni genitori e medici hanno dato una diagnosi che adesso appare molto affrettata.

Febbre e denti da latte: revisione della letteratura scientifica
Bolan e gli altri ricercatori hanno portato avanti un riesame di studi condotti a livello internazionale sull’argomento; è emerso che l’arrivo dei denti da latte causa infiammazione delle gengive e aumentata salivazione, che possono innervosire e irritare i bambini. Eppure non è segnalata l’insorgenza di febbre con temperature sopra i 38 gradi.
Da un lato l’innalzamento della temperatura c’è, ma non tanto alta da considerarsi vera e propria febbre da dentizione. Gli studiosi spiegano, inoltre, che i sintomi sono concomitanti ai soli primi dentini (incisivi in primis), mentre per gli altri non vi è alcun sintomo specifico.

Errori di valutazione
La diagnosi di febbre nel bambino molto piccolo è fuorviante; questo perché è difficile comprendere a cosa essa sia davvero dovuta. Infatti, sminuire una febbre oltre i 38 gradi come semplice febbre da denti da latte può essere pericoloso e causare una sottostima di altre motivazioni più gravi; così come al contrario può essere considerata eccessivamente una semplice febbricola.

Quando spuntano i primi dentini?
I denti da latte iniziano a venire alla luce intorno ai 6 mesi di vita, in concomitanza con lo svezzamento; sebbene i piccoli mettano denti fino ai 2 anni di vita. Va sempre considerato che i ritmi fisiologici cambiano da bambino in bambino; alcuni infatti sono molto precoci, mentre altri è possibile che ci mettano più tempo.
Infine non tutti i piccoli hanno sintomi associati alla comparsa dei dentini, ma per quello che è possibile ci sono diversi metodi per alleviare il fastidio alla bocca.




Cure palliative: i farmaci off-label di uso consolidato nelle popolazioni pediatrica e adulta

Due documenti di AIFA e SICP che raccolgono le evidenze scientifiche disponibili a supporto dell’impiego off-label dei medicinali più frequentemente utilizzati nell’ambito delle cure palliative, nelle popolazioni pediatrica e adulta.

L’Agenzia Italiana del Farmaco e la Società Italiana di Cure Palliative (SICP), nell’ambito del tavolo di lavoro dedicato alle cure palliative, hanno redatto due documenti che raccolgono le evidenze scientifiche disponibili a supporto dell’impiego off-label dei medicinali più frequentemente utilizzati nell’ambito delle cure palliative, rispettivamente nelle popolazioni pediatrica e adulta. “L’obiettivo” spiega l’AIFA “è attestare l’uso off-label consolidato di tali farmaci e proporne il loro utilizzo ai sensi della legge 648/96, in assenza di dati derivanti dai relativi studi clinici registrativi. Ad oggi, infatti, i trattamenti farmacologici palliativi, pur essendo basati su pratiche consolidate e specifiche linee guida, sono spesso impiegati nella pratica clinica in modo off-label, ovvero in maniera non conforme (per indicazione e/o via di somministrazione, posologia e formulazione) alle indicazioni autorizzate dalle agenzie regolatorie. Ciò è dovuto principalmente alla complessità di condurre studi randomizzati controllati in popolazioni fragili, quali adulti e bambini, nella fase terminale della vita, che comporta quindi la mancata registrazione di indicazioni in ambito palliativo.
Pertanto, in alcuni casi, in assenza di alternative autorizzate, l’impiego off-label di medicinali rappresenta per il clinico l’unica possibilità terapeutica di trattare il proprio paziente. I documenti pubblicati contengono una lista di possibili farmaci da impiegare ai sensi della Legge 648/96: nello specifico si tratta di 10 farmaci impiegati off-label routinariamente nelle cure palliative in età pediatrica e di 8 utilizzati con le stesse finalità nell’adulto. Per ciascun principio attivo individuato” aggiunge l’Agenzia “è stata formalizzata una scheda in cui è indicata la specifica indicazione di richiesta di autorizzazione nella pratica clinica, il razionale e le evidenze a supporto della richiesta (con l’abstract dei singoli lavori) ed eventuali note aggiuntive”.




Vuoi citare questo contributo?

M.V. Abate (a cura di) Epilessia, come comportarsi se si assiste a una crisi - Epilessia, come gestire gli attacchi in casa e a scuola: una guida per chi sta vicino al malato - Cancro: nei giovanissimi è frequente il ritardo della diagnosi - Tubercolosi, 2 mln i ragazzi colpiti ogni anno nel mondo - Dal 28 febbraio vietati due mezzi di contrasto per risonanza con gadolinio - Allarme carenza medici, 45.000 in pensione in 5 anni - In otto anni 45 mila lavoratori in meno nella Sanità - Disturbi d'ansia, solo un paziente su dieci riceve il trattamento giusto - Depressione adolescenti. Le nuove linee guida dei pediatri USA - Febbre e denti da latte: sfatato un mito - Cure palliative: i farmaci off-label di uso consolidato. Medico e Bambino pagine elettroniche 2018;21(3) https://www.medicoebambino.com/?id=NEWS1803_10.html

Copyright © 2019 - 2019 Medico e Bambino - Via S.Caterina 3 34122 Trieste - Partita IVA 00937070324
redazione: redazione@medicoebambino.com, tel: 040 3728911 fax: 040 7606590
abbonamenti: abbonamenti@medicoebambino.com, tel: 040 3726126

La riproduzione senza autorizzazione è vietata. Le informazioni di tipo sanitario contenute in questo sito Web sono rivolte a personale medico specializzato e non possono in alcun modo intendersi come riferite al singolo e sostitutive dell'atto medico. Per i casi personali si invita sempre a consultare il proprio medico curante. I contenuti di queste pagine sono soggetti a verifica continua; tuttavia sono sempre possibili errori e/o omissioni. Medico e Bambino non è responsabile degli effetti derivanti dall'uso di queste informazioni.

Unauthorised copies are strictly forbidden. The medical information contained in the present web site is only addressed to specialized medical staff and cannot substitute any medical action. For personal cases we invite to consult one's GP. The contents of the pages are subject to continuous verifications; anyhow mistakes and/or omissions are always possible. Medico e Bambino is not liable for the effects deriving from an improper use of the information.