Rivista di formazione e di aggiornamento professionale del pediatra e del medico di base, realizzata in collaborazione con l'Associazione Culturale Pediatri

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a cura di Maria Valentina Abate
Patologia Neonatale, ASST Papa Giovanni XXIII, Ospedale di Bergamo
Indirizzo per corrispondenza: valentina_aba@yahoo.it





Premio le Eccellenze dell’Informazione Scientifica e per la Centralità del Paziente
Medico e Bambino tra le eccellenze premiate il 28 giugno 2017 all’Auditorium del Ministero della Salute

Il “Premio le Eccellenze dell’Informazione Scientifica e per la Centralità del Paziente”, promosso dalla Onlus FareRete con il patrocinio di FNOMCeO e del Ministero della Salute ha inteso dare un riconoscimento formale e valorizzare i progetti che hanno generato un reale beneficio per la salute dei cittadini e un decisivo progresso verso l’affermazione della centralità del paziente.
La scelta delle eccellenze è stata affidata ai reali fruitori dei messaggi informativi: i medici, cui spetta in concreto la cura dei pazienti, e la loro scelta è ricaduta, per la categoria “Eccellenze nell’Informazione Scientifica Frontale”, su Medico e Bambino.
“L’evento è un’occasione importante per valorizzare i progetti che hanno generato un reale beneficio per la salute dei cittadini - ha affermato in un messaggio inviato agli organizzatori il Ministro della Salute Beatrice Lorenzin - e un decisivo progresso verso l’affermazione della centralità del paziente”.
“L’obiettivo della rivista, nata nel 1982 - ha affermato Federico Marchetti, il direttore di Medico e Bambino - è da sempre quello di aggiornare, informare e offrire supporto a medici e infermieri per garantire ai bambini e agli adolescenti la migliore assistenza. Una assistenza basata sulle prove, il confronto attivo, l’esperienza condivisa, lontani da influenze di mercato. Questo premio ci rende orgogliosi perché riconosce tutto il lavoro fatto in questi 35 anni, sempre a servizio di una Pediatria che si aggiorna al passo con i tempi e con i nuovi bisogni formativi. Continueremo con il nostro impegno fatto di passione, entusiasmo, confronto e amore per il lavoro quotidiano che svolgiamo”.



Decreto vaccini, la circolare di Lorenzin. Cosa fare per i nati dal 2001-2017
L’obbligo vale anche per i minori stranieri non accompagnati e per i richiami

Pubblicata l'attesa circolare del Ministero della Salute che chiarisce punto per punto come applicare il decreto legge che ha ampliato a 12 le vaccinazioni obbligatorie (tutte gratuite) per l'iscrizione alla scuola dell'obbligo da 0 a 16 anni. La circolare chiarisce che il decreto riguarda anche i minori stranieri non accompagnati, vale a dire i minorenni non aventi cittadinanza italiana o dell’UE che si trovano per qualsiasi causa nel territorio dello Stato, privi di assistenza e di rappresentanza da parte dei genitori o di altri adulti per loro legalmente responsabili (leggi la circolare).

Il Ministero della Salute ha emanato una Circolare, rivolta alle Regioni, a diversi ministeri interessati, all'AIFA, all'ISS e all'INMP, con le prime indicazioni operative alle Regioni e Province autonome per l’attuazione del decreto legge 7 giugno 2017, n. 73, recante “Disposizioni urgenti in materia di prevenzione vaccinale”.
La circolare ribadisce che l'obiettivo del decreto legge è di rendere obbligatorie le vaccinazioni nei confronti di malattie a rischio epidemico, al fine di raggiungere e mantenere la soglia di copertura vaccinale del 95%, come raccomandato dall’OMS per garantire l' “immunità di gregge”.
Ribadito che le vaccinazioni per le quali è introdotto l’obbligo sono gratuite in quanto già incluse nei Livelli Essenziali di Assistenza, si sottolinea inoltre che l'obbligo riguarda anche i richiami.
E si precisa che l’obbligo vaccinale riguarda altresì i minori stranieri non accompagnati, vale a dire i minorenni non aventi cittadinanza italiana o dell’Unione Europea che si trovano per qualsiasi causa nel territorio dello Stato, privi di assistenza e di rappresentanza da parte dei genitori o di altri adulti per loro legalmente responsabili (cfr. articolo 2 della legge 17 aprile 2017, n. 47); per essi è infatti prevista l’iscrizione obbligatoria al Servizio Sanitario Nazionale anche nelle more del rilascio del permesso di soggiorno.
Il recupero dei non vaccinati o dei vaccinati parzialmente, a cura delle ASL competenti, necessita di una valutazione da parte del sanitario. La ASL territorialmente competente ha un ruolo centrale nella prevenzione e nella verifica dell’inadempimento dell’obbligo vaccinale e nel percorso che da tale verifica prende avvio.
La circolare riassume le dodici vaccinazioni obbligatorie per i minori di età compresa tra zero e sedici anni (ovvero 16 anni e 364 giorni), in base alle specifiche indicazioni contenute nel Calendario vaccinale nazionale vigente nel proprio anno di nascita:
  • anti-poliomielitica
  • anti-difterica
  • anti-tetanica
  • anti-epatite B
  • anti-pertosse
  • anti-Haemophilus influenzae tipo B
  • anti-meningococcica B
  • anti-meningococcica C
  • anti-morbillo
  • anti-rosolia
  • anti-parotite
  • anti-varicella

Ecco come procedere alle vaccinazioni secondo l'anno di nascita:
  • per i nati dal 2001 al 2004: vi è l’obbligo di effettuare, ove non siano già state somministrate, oltre alle quattro vaccinazioni già imposte per legge (anti-epatite B; anti-tetano; antipoliomielite; anti-difterite), l’anti-morbillo, l’anti-parotite, l’anti-rosolia, l’anti-pertosse e l’anti-Haemophilus influenzae tipo B, che sono vaccinazioni raccomandate dal Calendario vaccinale di cui al D.M. 7 aprile 1999 “Nuovo calendario delle vaccinazioni obbligatorie e raccomandate per l’età evolutiva” e dal Piano Nazionale Vaccini 1999-2000 (Accordo Stato-Regioni del 18 giugno 1999 - G.U. Serie Generale n. 176 del 29-7-1999 - suppl. n. 144).
  • per i nati dal 2005 al 2011: vi è l’obbligo di attenersi al Calendario vaccinale incluso nel Piano Nazionale Vaccini 2005-2007 (Accordo Stato-Regioni del 3 marzo 2005 - G.U. Serie Generale n. 86 del 14 aprile 2005, suppl. n. 63), che prevede, oltre alle quattro vaccinazioni già imposte per legge, anche l’anti-morbillo, l’anti-parotite, l’anti-rosolia, l’anti-pertosse e l’anti-Haemophilus influenzae tipo B.
  • i nati dal 2012 al 2016: dovranno attenersi al Calendario vaccinale incluso nel Piano Nazionale Prevenzione Vaccinale 2012-2014 (Intesa Stato-Regioni del 22 febbraio 2012 - G.U. Serie Generale n. 60 del 12 marzo 2012, suppl. n. 47), e, quindi, effettuare, oltre alle quattro vaccinazioni già imposte per legge, anche l’anti-morbillo, l’anti-parotite, l’anti-rosolia, l’antipertosse, l’anti-Haemophilus influenzae tipo B e l’anti-meningococcica C.
  • i nati dal 2017 in poi: dal momento che il 19 gennaio 2017 è stato approvato, con Intesa in Conferenza Stato-Regioni il nuovo Piano Nazionale Prevenzione Vaccinale 2017-2019 (G.U. Serie Generale n. 41 del 18 febbraio 2017), dovranno rispettare il Calendario vaccinale in esso incluso; quindi, oltre alle quattro vaccinazioni già imposte per legge, bisognerà effettuare l’antimorbillo, l’anti-parotite, l’anti-rosolia, l’anti-pertosse, l’anti-Haemophilus influenzae tipo B, l’anti-meningococcica C, l’anti-meningococcica B e l’anti-varicella.







Vaccinazioni: nessuna raggiunge la soglia di sicurezza del 95%
Confermato il calo del morbillo, che supera di poco l’87% di copertura. I dati 2016

Le vaccinazioni prese in esame sono 16 e la copertura viene analizzata Regione per Regione. Il ministero della Salute sottolinea che dal 2013 le coperture vaccinali mostrano un andamento in diminuzione che ha condotto alla decisione di modificare completamente l’approccio alle strategie di offerta vaccinale e a considerare il calo delle coperture una vera e propria emergenza da fronteggiare.

Il Ministero della Salute ha reso noti i dati sulle coperture vaccinali 2016 relativamente ai bambini di 24 mesi, 36 mesi, 5-6 anni e per la prima volta i dati sugli adolescenti di 16 e di 18 anni.

I dati 2016
Alcuni risultati positivi si intravedono nella copertura a 24 mesi dell’anno 2016 (relativa ai bambini nati nell’anno 2014) nei confronti del morbillo; tuttavia, per altri vaccini i dati sono deludenti e la loro valutazione ha condotto alla decisione di modificare completamente l’approccio alle strategie di offerta vaccinale e a considerare il calo delle coperture una vera e propria emergenza da fronteggiare.
Nel 2016 le coperture vaccinali a 24 mesi per anti-difterica, anti-polio, anti-tetanica, anti-epatite B sono ancora ben al di sotto del valore del 95%,con un valore medio nazionale (93,3%) di poco inferiore a quello del 2015 (93,4%) ma con un trend in diminuzione in alcune Regioni.
Sebbene esistano importanti differenze tra le Regioni, solo 6 riescono a superare la soglia del 95% per la vaccinazione anti-polio, mentre 8 sono addirittura sotto il 93%.
In calo anche le coperture medie per pneumococco (88,4% nel 2016 vs 88,7% nel 2015), mentre, probabilmente per il grande clamore mediatico suscitato dall’aumento dei casi di malattia invasiva da meningococco C in Toscana, le coperture nei confronti del meningococco C sono cresciute di 4 punti percentuali passando da 76,6% nel 2015 a 80,7% nel 2016.
Inoltre, sebbene i dati di copertura vaccinale nei confronti di morbillo e rosolia mostrino un trend in aumento, passando dall’85,3% del 2015 all’87,3% nel 2016, l’obiettivo di eliminare il morbillo dalla regione europea dell’OMS è fissato per il 2020 e la copertura ideale - di almeno il 95% - appare difficile e lontano.
L’epidemia di morbillo partita nei primi mesi del 2017, che ha causato più di 2700 casi (inclusi quasi 1100 ricoveri), con un coinvolgimento nella catena di trasmissione anche di giovani adulti, operatori sanitari e personale scolastico ha dato un segnale molto forte sull’impatto negativo delle basse coperture vaccinali e sull’accumulo di soggetti suscettibili.

Il trend generale negativo è confermato anche dalle coperture vaccinali nazionali a 36 mesi per l’anno 2016(relative ai bambini nati nell’anno 2013).
Questo dato è utile soprattutto a monitorare la quota di bambini ritardatari, cioè che erano inadempienti alla rilevazione vaccinale dell’anno precedente e che sono stati recuperati, se pur, appunto, in ritardo.
Si ritiene opportuno sottolineare che l’effettuazione delle vaccinazioni in ritardo, rispetto ai tempi previsti dal Calendario vaccinale, espone questi bambini a un inutile rischio di malattie infettive, più frequenti e gravi nei primissimi anni di vita.

Le coperture a 36 mesi mostrano valori leggermente più alti rispetto a quelle rilevate per la medesima coorte di nascita a 24 mesi l’anno precedente: ad esempio, la coorte di nascita 2013 a aveva una copertura vaccinale pari a 93,4% a 24 mesi e a 94,1% a 36 mesi.
Il recupero è limitato e il 95% viene raggiunto solo per Haemophilus influenzae tipo B. Si sottolinea che eventuali confronti tra le coperture a 24 e a 36 mesi devono essere fatti considerando sempre la stessa coorte di nascita.
Insieme alle coperture vaccinali per i cicli di base, vengono pubblicate anche quelle per i richiami in età pre-scolare, generalmente somministrati a 5-6 anni.
Inoltre, per la prima volta quest’anno, vengono pubblicate le coperture per le vaccinazioni effettuate nell’adolescenza che, come da Piano Nazionale della Prevenzione Vaccinale 2012-2014, sono: richiamo nei confronti di difterite, tetano e pertosse; eventuale recupero (1° e/o 2° dose) della vaccinazione contro morbillo-parotite-rosolia; vaccino anti-meningococco C e tetravalente ACYW (usati alternativamente); vaccinazione anti-epatite A.
La rilevazione è stata fatta su due coorti: i sedicenni e i diciottenni. Anche a questa età è necessario un maggiore impegno, in termini di migliorare l’offerta e l’accesso ai servizi e di aumentare la domanda di vaccinazione, per garantire coperture vaccinali più efficaci.
Inevitabilmente, la riduzione delle coperture vaccinali, se non arrestata, comporterà un accumulo di suscettibili, elemento favorente la trasmissione di malattia da un caso all’altro e il verificarsi di focolai epidemici. Per malattie non presenti in Italia, ma potenzialmente re-introducibili, come la polio e la difterite, l’accumulo di suscettibili aumenta il rischio di casi sporadici sul nostro territorio, in presenza di importazioni di malati o portatori.
Sebbene universalmente la vaccinazione sia considerata uno strumento straordinariamente efficace e sicuro per la prevenzione delle malattie infettive, dal 2013 le coperture vaccinali mostrano un andamento in diminuzione, indicativo di una minore adesione ai programmi in atto e una minore fiducia della popolazione nei confronti di questa arma di prevenzione: si è passati, infatti, da valori di copertura vaccinale anti-polio di 96,1% nel 2011 a 93,4% nel 2015.
Questi e gli altri valori di copertura vaccinale registrati hanno destato e destano grande preoccupazione poiché il 95% è la soglia raccomandata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità per limitare la circolazione di questi virus e batteri nella collettività e ottenere anche la cosiddetta immunità di gregge (o di popolazione o herd immunity): infatti, se almeno il 95% della popolazione è vaccinata, si proteggono indirettamente anche coloro che, per motivi di salute, non è stato possibile sottoporre alla vaccinazione.




Vaccinazione HPV. I ginecologi italiani: “basta con dubbi e false informazioni”

Lo sforzo comunicativo e informativo da parte delle diverse figure istituzionali e professionali coinvolte (dal Ministero alle istituzioni medicali e del farmaco nazionali e dalle Società Scientifiche, dai medici di sanità pubblica ai pediatri, ai ginecologi, ai medici di medicina generale) deve essere costante, maggiore e sempre più e meglio coordinato, perché forte è il potere della bufala o della disinformazione, talvolta anche in perfetta buona fede, nel modello comunicativo e relazionale proprio della società attuale.

La SIGO (Società Italiana Ginecologia e Ostetricia) insieme all'AOGOI (Associazione Ostetrici Giecologi Ospedalieri Italiani) e all'AGUI (Associazione Ginecologi Universitari Italiani) che rappresentano l'intero panorama della ginecologia del nostro Paese, in accordo con le evidenze scientifiche e con le Istituzioni Sanitarie nazionali e internazionali e con l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), intendono fare il punto con chiarezza sull'importanza della vaccinazione contro il papillomavirus per la prevenzione del cancro del collo dell'utero e delle malattie e dei tumori dell'area ano-genitale.
Ciò anche allo scopo di fugare dubbi e false informazioni che rischiano di disorientare i cittadini e di ridurre l'adesione al piano vaccinale con la conseguenza di compromettere questa importante iniziativa pubblica sanitaria e sociale.
Il tumore del collo dell’utero (carcinoma cervicale, cervicocarcinoma) è il terzo più frequente tumore al mondo nella donna. Quella della cervice uterina, infatti, è l’unica neoplasia che può essere prevenuta grazie allo screening (PAP test ed esami di secondo livello a questo correlati) e la prima non ematologica a essere stata direttamente correlata a una infezione virale.
L’infezione persistente da alcuni sottotipi (a oggi 13 sottotipi, definiti ad alto rischio) di papillomavirus umano infatti (HPV, Human Papilloma Virus) è stata infatti dichiarata dallo IARC (International Agency for Research on Cancer) e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS, World Health Organization, WHO) causa necessaria per lo sviluppo della malattia.
Questo ha generato due importantissime conseguenze in ambito clinico e di ricerca scientifica: lo sviluppo e la diffusione di test di screening molecolari (HPV DNA test e altri) capaci di integrare - migliorandone la sensibilità - il PAP test nello screening (che è un processo di prevenzione secondaria) e la creazione e la diffusione di vaccini anti-HPV (in realtà verso i sottotipi più diffusi e clinicamente rilevanti di HPV), che rappresentano (insieme al rispetto di alcune regole comportamentali, quali l’astensione dal fumo di sigaretta) la vera prevenzione primaria del carcinoma cervicale. L’HPV è stato inoltre dichiarato agente causale di una frazione di neoplasie a carico di altri distretti corporei, quali vagina, vulva, ano e oro- faringe, nonché responsabile delle lesioni condilomatose a carico dell’apparato anogenitale.
I vaccini anti-HPV quindi (inizialmente sviluppati contro due sottotipi - vaccino bivalente, tipi 16 e 18 - o quattro sottotipi - vaccino quadrivalente, tipi 16, 18, 6 e 11 - del virus, e oggi integrati dal cosiddetto vaccino nonavalente, attivo contro nove sottotipi, HPV 16, 18, 6, 11, 31, 33, 45, 52 e 58, rappresentano un’arma straordinaria di prevenzione della infezione persistente da HPV, delle lesioni pre-cancerose da questa causate e dei tumori a essa correlate. I dati di efficacia e di sicurezza di tutti i vaccini anti-HPV presenti in letteratura e presentati alle autorità regolatorie internazionali hanno via via convinto le diverse autorità sanitarie nazionali a raccomandare la vaccinazione anti-HPV a tutti gli adolescenti prima dell’esposizione sessuale. In Italia la vaccinazione anti-HPV è offerta gratuitamente e attivamente a tutte le dodicenni (11 anni compiuti) dal 2007-08.

Il Piano Nazionale di Prevenzione vaccinale 2017-’19 ha inserito la vaccinazione anti-HPV nel calendario vaccinale per tutti gli adolescenti (di sesso femminile e maschile) nel corso del 12° anno di età. La recentissima pubblicazione da parte dell’AIFA del rapporto sulle presunte reazioni avverse dopo vaccinazione, dimostra che per quanto concerne i vaccini anti-HPV, i dati sono perfettamente in linea con quelli di tutti gli altri vaccini e smentiscono nettamente il catastrofismo generalmente legato a un pregiudizio scientificamente inaccettabile sui vaccini in genere. I vaccini anti-HPV e gli esiti dei programmi di prevenzione vaccinale sono una delle aree mediche con il maggior numero di evidenze prodotte negli ultimi anni. Le autorità competenti di tutto il mondo hanno raccomandato e raccomandano l’implementazione di programmi vaccinali contro l’HPV (OMS, EMA, FDA, ECDC, CDC, SAGE ecc.) e ne sottolineano l’importanza, la sicurezza e l’efficacia.
I dati di efficacia dei vaccini anti-HPV sono il risultato di oltre 10 anni di studi clinici e ricerca che hanno preceduto la loro immissione in commercio. Il profilo di sicurezza è stato valutato attraverso studi di fase III che hanno coinvolto decine di migliaia di soggetti di ambo i sessi. I vaccini hanno dimostrato un’efficacia clinica di quasi il 100% nel ridurre le lesioni pre-cancerose del collo dell’utero (CIN3) causate da HPV 16 e 18, responsabili di circa il 70% dei casi di cervicocarcinoma invasivo.
È stata altresì dimostrata l’efficacia dei vaccini di ridurre l’incidenza di lesioni precancerose a carico di altri organi, quali vulva, ano e vagina. Recentemente hanno iniziato a essere pubblicati i primi studi di “vita reale” (real life) dei vaccini, provenienti da numerosi Paesi nei quali la vaccinazione è stata implementata. I dati evidenziano un effetto di efficacia diretta dei programmi di vaccinazione sulla popolazione, rilevando un significativo calo dell’incidenza delle patologie HPV correlate, proporzionale al tasso di copertura vaccinale della popolazione studiata.
Il tasso di copertura nazionale delle dodicenni, assestatosi negli ultimi anni intorno al 70%, è recentemente calato a meno del 60%. Le ragioni di questa difficoltà a comunicare in modo appropriato alla popolazione i benefici della prevenzione vaccinale sono molteplici, alcune legate a generica disinformazione e pregiudizi propri dei vaccini (e secondari alla endemica ignoranza in ambito medico e più in generale matematico / scientifico della nostra popolazione), altre più propriamente correlate a difficoltà proprie delle malattie HPV correlate.
Il papillomavirus, infatti, è ubiquitario, e ognuno di noi vi entra in contatto ed è oggetto di una infezione temporanea nel corso della propria vita. Il virus interessa esclusivamente cute e mucose, e non causa viremia e conseguente produzione anticorpale. Questo vuol dire che le difese immunitarie locali dell’ospite - se in buona salute e in assenza di altri cofattori capaci di ridurne l’efficacia - sono nella stragrande maggioranza dei casi capaci di circoscrivere l’infezione e indurre in breve tempo (mediamente 8-14 mesi) l’eliminazione spontanea del virus.
In alcuni casi tuttavia l’organismo non riesce a eliminare il virus, questo (specie i sottotipi cosiddetti ad alto rischio e a dimostrato potenziale oncogeno) riesce a persistere e a integrarsi nel genoma dell’ospite immortalizzando la cellula squamosa colpita e innescando il meccanismo della trasformazione tumorale.
La stessa co-disponibilità attuale di prevenzione primaria (vaccinazione) e secondaria (screening organizzato) del cervicocarcinoma è per assurdo in qualche modo fonte di problematiche comunicative. Il PAP test ha drasticamente ridotto l’incidenza del cervicocarcinoma nei Paesi più ricchi, ma anche in questi a prezzo di ingenti costi economici, sociali e sanitari secondari alla identificazione e al trattamento più o meno invasivo delle lesioni e delle loro complicazioni.
Lo sforzo comunicativo e informativo da parte delle diverse figure istituzionali e professionali coinvolte (dal Ministero alle istituzioni medicali e del farmaco nazionali e dalle Società Scientifiche, dai medici di sanità pubblica ai pediatri, ai ginecologi, ai medici di medicina generale) deve essere costante, maggiore e sempre più e meglio coordinato, perché forte è il potere della bufala o della disinformazione, talvolta anche in perfetta buona fede, nel modello comunicativo e relazionale proprio della società attuale.
Il cammino è ancora lungo, quindi, ma è in corso e la recentissima introduzione del vaccino nonavalente (che porterà a una attesa riduzione dell’incidenza del tumore di oltre il 90%) rappresenta un’accelerazione positiva verso la meta.




Autismo: forse sarà possibile la diagnosi precoce con la risonanza magnetica funzionale

Gli esperti definiscono ‘eccezionali’ i risultati di un piccolo studio americano condotto su 59 bambini ad alto rischio di sviluppare una condizione dello spettro autistico, cioè con un fratello o una sorella affetti da questa condizione. Le alterazioni riscontrate alla risonanza magnetica funzionale sono apparse altamente predittive di questa condizione; questo consentirà ai medici di sottoporre tempestivamente questi bambini in procinto di sviluppare un disturbo dello spettro autistico a terapie comportamentali, agendo quando il cervello è più plastico.

La risonanza magnetica funzionale effettuata su neonati di 6 mesi ad alto rischio di autismo sarebbe in grado di indicare con precisione chi tra loro presenterà una sindrome dello spettro autistico entro i 2 anni di età.
Sono i sorprendenti risultati di una ricerca ‘game changer’ effettuata da Joseph Piven, professore di psichiatria presso la University of North Carolina (Chapel Hill, USA) e pubblicati su Science Translational Medicine.

Si tratta di un risultato molto importante per la diagnosi precoce di queste condizioni che cominciano a manifestarsi clinicamente verso i due anni di età, con comportamenti ripetitivi e problemi sociali, ma non vengono in genere diagnosticate prima dei quattro anni. Sapere in anticipo quali bambini svilupperanno l’autismo, consentirà ai medici di iniziare una terapia comportamentale precoce, quando il cervello è più flessibile.
Lo studio è stato condotto su 59 bambini di 6 mesi di età, tutti con un fratello o una sorella più grandi autistici. Questi bambini hanno un rischio 20 volte superiore di sviluppare a loro volta una sindrome dello spettro autistico, rispetto alla popolazione generale. E i risultati di questo studio indicano appunto che la risonanza magnetica funzionale è in grado di prevedere la comparsa di questa condizione con un’accuratezza del 97%.
La tecnica di imaging utilizzata per questo studio, la risonanza magnetica funzionale (fRMN), è molto costosa (dell’ordine di qualche migliaio di dollari), ma secondo gli autori in futuro si potrà ricorrere a metodi meno costosi, quali l’elettroencefalografia e la spettroscopia funzionale nel vicino infrarosso (NIRS).
Attraverso la fRMN, i ricercatori americani sono andati a misurare il grado di attività sincrona tra oltre 26 mila coppie di regioni cerebrali. Le regioni che si attivano insieme si ritiene che siano connesse in maniera importante.
Quando i bimbi studiati con la questa tecnica sono arrivati all’età di due anni, è stato chiesto ai genitori di compilare un questionario sulla presenza o meno di comportamenti ripetitivi; i ricercatori hanno inoltre valutato le abilità di linguaggio e motorie dei bambini, oltre ai loro comportamenti sociali e di comunicazione. 11 di questi bambini su 59 sono risultati autistici.
A questo punto gli autori dello studio hanno correlato le misure di attività cerebrale registrate a 6 mesi con il punteggio dei test comportamentali ottenuti negli stessi bambini a due anni di età, per andare a riscontrare le differenze tra i bambini con o senza autismo, ottenendo così un algoritmo, risultato predittivo della diagnosi di autismo in 9 bambini su 11.
“Questo studio ha cominciato a esplorare i fondamenti cerebrali alla base dei comportamenti tipici dell’autismo che emergeranno negli anni successivi”. E questo studio conferma osservazioni precedenti circa il fatto che alcune alterazioni cerebrali sono in grado di segnalare la presenza di autismo, prima ancora che la condizione si manifesti clinicamente.
Il prossimo passo di questa ricerca consisterà nel comprendere l’impatto di queste connessioni alterate nell’ambito dello sviluppo cerebrale precoce. E naturalmente nell’affinare le capacità predittive di questo test. “Prevedere la comparsa dell’autismo come categoria generale non è così utile - commentano gli autori - molto più importante sarà riuscire a prevedere quali bambini incontreranno le maggiori difficoltà o anche la tipologia di difficoltà che richiederà un intervento precoce”.




Adolescenti sempre più fragili
L’80% ha sperimentato il disagio emotivo, il 15% episodi di autolesionismo. Amici punto fermo, famiglia e scuola meno. L’indagine dei pediatri

Gli amici restano un punto fermo nei momenti di difficoltà: solo il 4% dei ragazzi non riceve mai il loro aiuto, circa il 70% lo riceve (spesso o sempre). Più bassa la percentuale (46%) di coloro che si rivolgono (sempre o spesso) ai genitori per essere tranquillizzati quando hanno una preoccupazione. E solo il 20% ritiene che la scuola sia attenta alle esigenze degli adolescenti.

Mentre da più parti si cerca di capire quali siano i contorni e le dimensioni del Blue Whale, il pericoloso video gioco rituale che rischia di condurre ragazzi fragili verso il suicidio, i risultati preliminari di un’indagine della Società Italiana di Pediatria, rilevano l’esistenza di un disagio emotivo molto diffuso tra i giovanissimi accanto a una distanza dalle figure adulte di riferimento.
“I risultati dell’indagine confermano che l’adolescenza è un’età difficile, la novità è che le difficoltà emotive e comportamentali emergono sempre più precocemente. Il Pediatra può e deve svolgere un’importante attività di prevenzione con bambini e genitori affrontando temi che si ritenevano propri dell'età adolescenziale, ma che si manifestano prima.
La ricerca è stata condotta in collaborazione con gli uffici scolastici regionali che hanno invitato gli alunni a rispondere a un questionario informatizzato. A questa richiesta hanno risposto in circa due mesi più 10 mila ragazzi, di età compresa tra i 14 e i 18 anni, provenienti da tutte le Regioni italiane, permettendo di indagare diversi ambiti dell’universo adolescenziale: alimentazione e rapporto con il proprio corpo, percezione dell’ascolto ricevuto, disagio psico-emotivo, bullismo, sessualità, dipendenze, uso di internet, famiglia.

Un disagio emotivo diffuso
Oltre la metà degli intervistati dichiara di essere stato (sempre, spesso, qualche volta) così male da non riuscire a trovare sollievo. E se a questa percentuale si aggiungono coloro che hanno sperimentato “raramente” questa sensazione si arriva a circa l’80% del campione. Il 15% del campione si è inflitto lesioni intenzionalmente spesso per trovare un sollievo (o per puro piacere). Circa un ragazzo su due ha sentito il bisogno di avere un sostegno psicologico, ma l’84,2% non si è rivolto a un servizio di aiuto psicologico e solo il 4,8% ha utilizzato quello della scuola. Quelli che si sono rivolti allo specialista (7,4%) lo hanno fatto principalmente per problemi familiari (27,3%) seguiti da quelli sentimentali e comportamentali (entrambi al 21%), scolastici (16%) e con coetanei (13,3%).

Al primo posto gli amici, poi i genitori e la scuola
Gli amici restano un punto fermo nei momenti di difficoltà: solo il 4% dei ragazzi non riceve mai il loro aiuto, circa il 70% lo riceve (spesso o sempre). Più bassa la percentuale (46%) di coloro che si rivolgono (sempre o spesso) ai genitori per essere tranquillizzati quando hanno una preoccupazione. E solo il 20% ritiene che la scuola sia attenta alle esigenze degli adolescenti.
Gli adolescenti valorizzano la relazione tra pari mentre sentono gli adulti di riferimento nei vari loro contesti di vita (scuola, famiglia) come spesso distanti e poco responsivi e sembrano utilizzare scarsamente i servizi di aiuto in ambito sanitario e scolastico”.

Autolesionismo
Particolarmente preoccupante è il dato sugli episodi di autolesionismo che riguarda il 15% del campione. “Un dato allarmante se si pensa che la presenza di questi comportamenti è descritta, in letteratura, come un fattore correlato a un aumentato rischio di suicidio in adolescenza. La letteratura internazionale segnala come queste condotte disfunzionali tendano rapidamente a dilagare in contesti scolastici e in gruppi adolescenziali, a causa di fenomeni di imitazione di gruppo. Sono particolarmente frequenti in minori caratterizzati da fragilità emotiva e tratti depressivi e devono essere un segnale da accogliere rapidamente per permettere l’attivazione, in sede specialistica, di approfondimenti diagnostici e interventi terapeutici”.

Bullismo: lo ha subito uno su tre (in silenzio), ma altrettanti lo hanno praticato
Il 12% del campione è stato vittima di cyberbullismo e al 33% è capitato di subire atti di bullismo (il 20% raramente, l’8,4% qualche volta, il 3,3% spesso e il 2,1% sempre) ma la risposta quasi sempre è stata il silenzio: il 68% delle vittime non ne ha parlato con nessuno. E altrettanto ampia (circa il 33%) è la percentuale di coloro che dichiarano di aver preso parte a episodi di bullismo verso i compagni e le compagne.
Il 37% fuma sigarette (abitualmente o occasionalmente), circa il 40 dichiara di essere arrivato a star male in seguito all’uso di bevande alcoliche.
La sessualità? Il 62,3% non ha ricevuto educazione sessuale da parte degli adulti, uno su tre (tra coloro che hanno già avuto rapporti) non usa mai contraccettivi, più della metà ha visualizzato materiale pornografico in rete e circa il 15% ammette di aver ricevuto proposte sessuali da parte di adulti anche attraverso siti e app.

Smartphone anche a 5 anni
L’età media del primo smartphone è tra 10 e 12 anni, ma l’1,4% lo ha avuto anche a 5 anni e il 26% tra 6 e 10. La maggioranza del campione utilizza i social per parlare con gli altri quando si sente solo. Al 53% (spesso o sempre) capita di rimanere impegnato in attività multimediali per periodi prolungati e molto spesso più a lungo rispetto a quanto si era prefissato, configurando una problematica che potrebbe anche sfociare, se protratta nel tempo e pervasiva, nell’internet addiction.

Un adolescente su 4 si vede in sovrappeso
La ricerca ha indagato anche gli aspetti relativi all’alimentazione. Il 28% del campione si vede in sovrappeso, ma solo l’11,7% lo è effettivamente secondo le valutazioni del pediatra. Il 53,2% fa colazione a casa regolarmente prima di andare di scuola, quasi la metà del campione non fa sport, e di questi circa 1 su 3 (33,3%) ha abbandonato un’attività sportiva. Sorprendentemente il pranzo in famiglia resiste ai ritmi frenetici della vita quotidiana: il 71% dichiara di pranzare a casa con la propria famiglia.




OMS: 1,2 milioni di morti tra adolescenti, in gran parte prevenibili
Per i maschi prima causa di morte sono gli incidenti stradali, per le femmine infezioni respiratorie e autolesionismo

Oltre 3mila morti ogni giorno riguardano gli adolescenti e gran parte sono prevenibili secondo l'OMS, che ha realizzato una guida sulla Strategia Globale per le donne, bambini e adolescenti. Il rapporto include anche la gamma di interventi che i Paesi possono adottare per migliorare la loro salute e il benessere e ridurre drasticamente le morti inutili.

Adolescenti: 1,2 milioni l’anno muoiono (più di 3mila al giorno) per cause in gran parte prevenibili. Secondo un nuovo rapporto OMS nel 2015 più di due terzi di queste morti si sono verificati in Paesi a basso e medio reddito in Africa e Sud-Est asiatico. Incidenti stradali, infezioni delle basse vie respiratorie e il suicidio sono le principali cause di morte tra gli adolescenti. La maggior parte di queste morti possono essere prevenute, sottolinea l’OMS, con buoni servizi sanitari, l'istruzione e il sostegno sociale. Ma in molti casi, gli adolescenti che soffrono di disturbi di salute mentale, abuso di sostanze, o scarsa nutrizione, non possono ottenere servizi di prevenzione e di terapia intensiva, sia perché non esistono i servizi, sia perché non ne conoscono l’esistenza.
Inoltre, molti comportamenti iniziati nell’adolescenza che hanno impatto sulla salute si manifestano più tardi nella vita, come l'inattività fisica, la cattiva alimentazione, e i comportamenti sessuali a rischio. "Gli adolescenti sono stati del tutto assenti da piani sanitari nazionali per decenni. Anche piccoli investimenti fatti sugli adolescenti ora non solo porteranno ad adulti sani che contribuiscono positivamente alle loro comunità, ma avranno effetto anche sulle generazioni future che saranno più sane". I dati sono contenuti nel rapporto sulla Strategia Globale per le donne, bambini e adolescenti Salute 2016-2030: guida per sostenere l'azione nei Paesi, che rivela forti differenze tra le cause di morte anche in base all’età ad esempio tra i giovani adolescenti di età compresa 10-14 anni e quelli di età compresa tra 15-19 anni e per sesso.

Incidenti stradali: una causa di morte che interessa in modo sproporzionato gli adolescenti
Nel 2015, gli infortuni stradali sono stati la principale causa di morte tra gli adolescenti 10-19 anni di età, con circa 115 000 decessi di adolescenti. Adolescenti di età compresa tra 15-19 anni hanno subito il danno maggiore. La maggior parte dei giovani uccisi in incidenti stradali sono utenti della strada vulnerabili, come pedoni, ciclisti e motociclisti. Tuttavia ci sono differenze tra le regioni. Guardando solo in Paesi a basso e medio reddito in Africa, le malattie trasmissibili come HIV/AIDS, infezioni delle basse vie respiratorie, la meningite, e le malattie diarroiche sono più grandi cause di morte tra gli adolescenti ovviamente in numero maggiore degli di incidenti stradali.

Infezioni alle vie respiratorie inferiori e complicazioni durante la gravidanza
Il quadro per le ragazze è molto diverso. La principale causa di morte per i giovani adolescenti di età compresa tra 10-14 anni sono le infezioni delle basse vie respiratorie, come la polmonite, spesso risultato di inquinamento dell'aria interna. Complicazioni in gravidanza invece, come l'emorragia, sepsi, e complicazioni da aborti non sicuri, sono la causa principale di morte tra le ragazze di 15-19 anni.

Gli adolescenti sono a rischio molto elevato di autolesionismo e suicidio
Il suicidio e la morte accidentale da autolesionismo erano la terza causa di mortalità degli adolescenti nel 2015, con una stima di 67.000 morti. L’autolesionismo si verifica in gran parte tra gli adolescenti più grandi, e globalmente è la seconda causa di morte per le ragazze adolescenti di età maggiore. È la principale causa di morte o la seconda di adolescenti in Europa e Sud-Est asiatico.

Una popolazione vulnerabile in contesti umanitari e fragili
I giovani spesso hanno responsabilità da adulti, come la cura dei fratelli o il lavoro, e possono essere costretti a lasciare la scuola, sposarsi presto, o utilizzare sesso transazionale per soddisfare le loro esigenze di sopravvivenza di base. Di conseguenza, soffrono di malnutrizione, lesioni colpose, gravidanze, malattie diarroiche, violenza sessuale, malattie sessualmente trasmissibili, e problemi di salute mentale.

Gli interventi per migliorare la salute degli adolescenti
"Migliorare il modo in cui i sistemi sanitari si occupano degli adolescenti è solo una parte di ciò che serve per migliorare la loro salute. I genitori, le famiglie, e le comunità sono estremamente importanti, in quanto hanno il maggiore potenziale per influenzare positivamente il comportamento e salute degli adolescenti".
La Guida OMS raccomanda interventi in tutti i settori, tra cui l'educazione sessuale completa nelle scuole; limiti di età più elevati per il consumo di alcol; cinture di sicurezza e caschi per legge; ridurre l'accesso e l’abuso di armi da fuoco; ridurre l'inquinamento dell'aria interna attraverso combustibili non inquinanti; aumentare l'accesso alla sicurezza dell’acqua, dei servizi igienico-sanitari e di igiene. Fornisce inoltre spiegazioni dettagliate su come i Paesi sono in grado di offrire questi interventi con programmi di salute specifici per gli adolescenti. Il rapporto aiuta i Paesi attuare la strategia globale per le donne, la salute degli adolescenti (2016-2030) per bambini e fornendo informazioni complete necessarie per decidere cosa fare per la salute degli adolescenti, e come farlo. La strategia globale, lanciata nel 2015 per sostenere gli obiettivi di sviluppo sostenibile (OSS), offre l'opportunità di migliorare la salute degli adolescenti e di rispondere in modo più efficace alle loro esigenze.





Contributi alla famiglia e ai bambini
Italia fanalino di coda in Europa: meno del 5% della spesa sociale contro media UE dell'8,4%

Il peso dei contributi alla famiglia/figli varia tra gli Stati membri, e rappresenta oltre il 12% della spesa totale per prestazioni sociali in Lussemburgo, Irlanda e Ungheria, ma meno del 5% in Portogallo, Grecia, Italia e Paesi Bassi. Allo stesso modo, nei Paesi non UE la quota di famiglia/benefici per i bambini variava dal 12,4% in Norvegia al 3,2% in Turchia.

I sistemi di protezione sociale verso i bambini hanno portato nel 2013 a una spesa nell’UE 28 di 315.768 milioni di euro a famiglia, il 2,3% del PIL.
L’ultima analisi Eurostat relativa a gennaio 2017 (l’aggiornamento è previsto a ottobre) sottolinea che il livello di spesa varia tra gli Stati membri, che vanno da oltre il 3,5% del PIL in Danimarca e il Lussemburgo a circa l'1% nei Paesi Bassi. Variazioni simili si registrano nei Paesi extra-UE (Slovenia, Norvegia, Svizzera, Serbia e Turchia), con importi spesi dal 3,0% del PIL in Norvegia all’1,2% in Serbia. Le spese per la famiglia/bambini a livello UE sono state pari all’8,4% della spesa per le prestazioni sociali. L'importanza relativa della famiglia/figli varia tra gli Stati membri, e rappresenta oltre il 12% della spesa totale per prestazioni sociali in Lussemburgo, Irlanda e Ungheria, ma meno del 5% in Portogallo, Grecia, Italia e Paesi Bassi. Allo stesso modo, nei Paesi non UE la quota di famiglia/benefici per i bambini variava dal 12,4% in Norvegia al 3,2% in Turchia.
Tuttavia, la quota di spesa sociale assegnato alla famiglia/benefici per i bambini non fornisce necessariamente una base utile per il confronto tra i vari Paesi, perché è influenzata dagli importi spesi per tutte le altre funzioni, che sono a loro volta comprese in una vasta gamma economica e di fattori demografici e sociali. Per esempio, la spesa per prestazioni relative di disoccupazione è legata allo stato del mercato del lavoro, mentre la spesa per le pensioni di vecchiaia è legata alla struttura per età della popolazione. Nel caso della famiglia/figli influiscono i tassi di fertilità e le relative dimensioni della popolazione giovanile. Un confronto più significativo delle spese per la famiglia/benefici per bambini può quindi essere quello di considerare la spesa per bambino (cioè per residente di età inferiore ai 18 anni). Il confronto viene effettuato secondo il potere di acquisto standard (PPS) per eliminare le differenze tra i vari Stati. Le spese per la famiglia/benefici per i bambini nel 2013 sono state pari a poco più di 3.314 PPS per bambino a livello di UE, ma variano considerevolmente da Paese a Paese. L'importo speso è stato eccezionalmente elevato nel caso del Lussemburgo (oltre 11.000 PPS per bambino). Tuttavia, questa cifra rischia di sovrastimare in modo significativo il vero livello di spesa per ogni bambino: gran parte (più di un quarto) di questi benefici sono forniti ai non residenti. Altrove in Europa, importi spesi nel 2013 variavano da più di 6.597 PPS per bambino in Germania a 924 PPS per bambino in Romania. Tra i Paesi extracomunitari le cifre variavano da 6.328 PPS in Norvegia a soli 211 PPS in Turchia. Alcune questioni metodologiche devono essere prese in considerazione quando si confrontano i dati sulla famiglia/ benefici per i bambini tra Paesi:
  • benefici registrati in altre funzioni di protezione sociale possono comprendere supplementi per figli a carico. In linea di massima, tali supplementi dovrebbe essere separata e riportati separatamente, ma questo è spesso difficile. Ad esempio, una serie di prestazioni periodiche in denaro legate alla disabilità, la vecchiaia, i superstiti e la disoccupazione possono includere supplementi per figli a carico che non sono riportati nella spesa della funzione di famiglia/figli. Di conseguenza, i Paesi che implementano un assegno di famiglia/figli universalmente disponibile e non utilizzano supplementi possono sembrare avere una spesa superiore a Paesi che attuano una famiglia/indennità minore e si basano su supplementi per integrare il reddito delle famiglie di fronte a altri rischi e esigenze;
  • le integrazioni collegate agli alloggi fanno eccezione in quanto sono, per convenzione, sempre registrate nella specifica funzione, indipendentemente dal tipo di prestazione a cui si riferiscono. L’indennità di alloggio per familiari/assegni per bambini quindi non sono inclusi nella spesa per famiglia/benefici per i bambini.
  • prestazioni erogate attraverso il sistema fiscale: con l'eccezione dei crediti di imposta da pagare, la famiglia/ prestazioni per i bambini erogate attraverso il sistema fiscale non sono prese in considerazione. Ad esempio, i crediti di imposta non dovuti e le indennità esentasse più elevati per persone a carico, possono ridurre le tasse, ma non vengono prese in considerazione nella spesa registrato dal sistema centrale.



Diabete infantile +3% di casi all’anno
Campagna di sensibilizzazione rivolta alle scuole; formare gli insegnanti per favorire l’integrazione

Ben 20mila bambini e adolescenti, tanti sono nel nostro Paese i giovani colpiti con diabete di tipo 1 e la cifra è in continua crescita. Per informare insegnanti, alunni e famiglie su cosa sia il diabete di tipo 1, quali siano i sintomi e come lo si possa gestire nella quotidianità, è partita la campagna «Sono Un T1po» tour che arriverà nelle scuole di primo grado italiane.

L’iniziativa, dell’Associazione Giovani Italiani con Diabete (AGDI) e Lilly e che dopo Napoli, toccherà alcune città italiane, come Roma, Firenze, Chieti e Palermo, intende spiegare che i bambini con diabete sono uguali agli altri, che non devono sentirsi emarginati a causa della propria condizione e che basta adottare piccole precauzioni per vivere bene. «Questa campagna - spiega Franco Cerutti, Presidente della SIEDP - è alla sua seconda edizione; già la prima, che abbiamo realizzato qualche anno fa, ha avuto grandissimo successo, per cui si è deciso di replicarla con altre 5 tappe per il 2017». Per comunicare anche ai più piccoli e favorire l’integrazione dei piccoli diabetici in classe, la campagna ricorrerà anche a due storie Disney di Coco, una scimmietta simpatica e vivace che ha il diabete di tipo 1.

L’incidenza aumenta del +3% l’anno
Il tasso di incidenza della malattia infatti aumenta di circa il 3% all’anno e l’età della diagnosi si riduce sempre più: sebbene infatti il maggior numero di esordi continui a manifestarsi tra i 9 e gli 11 anni, il diabete viene diagnosticato a un numero sempre maggiore di bambini al di sotto dei 3 anni (Fonte SID). Il Registro Italiano per il Diabete di Tipo 1, inoltre, ha stimato che in Italia ogni anno si ammalano 6/7 bambini su 100 mila in una età compresa tra 0 e 14 anni. Nelle Regioni peninsulari se ne ammalano dagli 8 ai 15, con punte di 20 in Sicilia e di 40 in Sardegna.

Favorire l’inclusione scolastica formando gli insegnanti
«Anche la formazione del personale scolastico è fondamentale. L’inserimento del bambino con diabete passa da qui e dalla convinzione che non ha bisogno di misure di sostegno speciali, bensì solo di una sorveglianza consapevole. La gestione ordinaria del diabete oggi è resa molto facile dalla tecnologia e le possibili anche se improbabili situazioni di emergenza possono essere gestite da personale anche non sanitario adeguatamente formato».

«Inoltre, AGD Italia in collaborazione con il Ministero della Salute e dell’Istruzione, ha approvato un documento strategico, in cui viene declinato in modo chiaro e preciso il percorso da intraprendere per effettuare l’inclusione scolastica nel migliore dei modi. La parola chiave è demedicalizzazione: il bambino non va trattato come un malato, perché la sua patologia non richiede assolutamente la presenza di personale sanitario; altrimenti non si spiegherebbe come mai i genitori che non sono medici siano in grado di assistere i propri figli in condizioni di assoluta sicurezza. Ed è proprio per questo che l’insegnante ha il diritto di essere formato adeguatamente per poter svolgere il suo compito in condizioni di serenità e sicurezza».




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Decreto vaccini, la circolare di Lorenzin. Cosa fare per i nati 2001-2017 -
Vaccinazioni: nessuna raggiunge la soglia di sicurezza del 95% -
Vaccinazione HPV. I ginecologi: “basta con dubbi e false informazioni” -
Autismo: forse sarà possibile la diagnosi precoce con la risonanza magnetica funzionale -
Adolescenti sempre più fragili -
OMS: 1,2 milioni di morti tra adolescenti, in gran parte prevenibili -
Contributi alla famiglia e ai bambini -
Diabete infantile +3% di casi all’anno. Medico e Bambino pagine elettroniche 2017;20(6) https://www.medicoebambino.com/?id=NEWS1706_10.html

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