Rivista di formazione e di aggiornamento professionale del pediatra e del medico di base, realizzata in collaborazione con l'Associazione Culturale Pediatri

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Striscia... la notizia

a cura di Maria Valentina Abate
Patologia Neonatale, ASST Papa Giovanni XXIII, Ospedale di Bergamo
Indirizzo per corrispondenza: valentina_aba@yahoo.it





Tonsille. L’incisione chirurgica efficace quanto l’asportazione

Nel trattamento delle infezioni a carico delle tonsille, nei bambini che soffrono di apnee ostruttive del sonno, l’incisione chirurgica per rimuovere il pus non sembra meno efficace dell’asportazione delle tonsille stesse. È quanto emerge da uno studio svedese.
La tonsillotomia - ovvero l’incisione delle tonsille allo scopo di asportare il pus - ‘non è inferiore’ alla tonsillectomia - l’asportazione delle tonsille - nel trattamento dell’apnea ostruttiva del sonno (OSA) nei bambini piccoli, ma comporta un rischio di recidiva dell’OSA e la necessità di ripetere l’intervento. È quanto sostengono Anna Borgstrom e colleghi del Karolinska Institute di Stoccolma nel loro articolo pubblicato da Pediatrics.
Negli ultimi anni, secondo i ricercatori svedesi, la adenotonsillotomia è emersa come alternativa all’adenotonsillectomia nel trattamento dell’OSA in età pediatrica perché è associata a una morbilità postoperatoria inferiore. Ecco perché Borgstrom e colleghi hanno voluto verificare gli esiti dei due approcci utilizzando, per la prima volta, i dati polisonnografici.

Lo studio
Il team ha randomizzato 79 bambini dai 2 a 6 anni con OSA (Apnea-Hypopnea Index, AHI da 5 a 30) sottoposti a tonsillectomia o tonsillotomia. Per questo studio in tutti i partecipanti sono stati valutati al basale e un anno dopo l’intervento, tramite la polisonnografia e il questionario OSA-18. Si è così evidenziato che la differenza media di AHI nel postoperatorio era 0,83 e precisamente dopo tonsillectomia, l’AHI è diminuito da una media di 12,7-2,0, e dopo tonsillotomia, 15,8-4,0. Inoltre, miglioramenti significativi nella polisonnografia e nel test OSA-18 sono stati osservati in entrambi i gruppi, senza differenze significative. In ogni caso cinque bambini (13%) nel gruppo della tonsillotomia hanno mostrato in seguito la necessità di re-interventi ripetuti per la ricrescita delle tonsille e la recidiva di OSA. Gli Autori hanno concluso precisando che, in linea generale, se un bimbo presenta alterazioni della polisonnografia prima dell’intervento non è un buon candidato per l’adenotonsillotomia.




Psichiatri: nei bimbi ‘abusati’ il rischio di disturbi mentali è triplo
80mila maltrattati in famiglia ogni anno in Italia

Maltrattati a casa e fuori: è la nuova ‘gioventù bruciata’ di bambini e adolescenti italiani oggetto di abusi e violenze. Per loro è triplicato il rischio per disturbi mentali, anche da adulti. È l’allarme che arriva dagli psichiatri riuniti a Firenze per il 25° congresso dell’Associazione Europea di Psichiatria (EPA).
Sono 80mila, affermano gli psichiatri, i bambini maltrattati in famiglia ogni anno in Italia, oggetto di violenza fisica, abusi sessuali ed emotivi, abbandono e trascuratezza; il 23% degli adolescenti, inoltre, è vessato da atti di bullismo e 155mila sono i minori, sotto i 15 anni, che nel mondo trovano la morte a seguito di abusi e violenze.
Meno note, avvertono gli specialisti, sono però le conseguenze di queste condizioni in età adulta: nelle persone che subiscono maltrattamenti durante l’infanzia è infatti triplicato, rispetto a chi non è vittima di tali esperienze, il rischio di disagi e disturbi mentali, sessuali e di comportamento, disturbi di ansia o da stress post-traumatico, cui si aggiunge la possibilità di un aumento della predisposizione a obesità, malattie croniche, uso di alcool e sostanze stupefacenti.
Fondamentale, secondo gli psichiatri, è dunque la prevenzione, “possibile solo attraverso una adeguata formazione rivolta a medici, insegnanti e a giovani coppie al fine di rilevare e trattare precocemente un problema di maltrattamento subito o di disagio mentale”.




Curare prima di nascere, la spina bifida è operabile in utero
Una app per mettere in contatto pazienti, medici ed esperti

Ernia diaframmatica, stenosi della valvola aortica, complicanze delle gravidanze gemellari: sono alcune delle gravi patologie fetali operabili oggi in endoscopia prima della nascita. Ma la nuova frontiera riguarda la spina bifida. “Dal 2017 sarà possibile anche in Italia operarla nel feto ancora in utero con un’operazione mini invasiva”. A spiegarlo all’ANSA è Isabella Fabietti, del Centro di Chirurgia Fetale della Clinica Mangiagalli del Policlinico di Milano, intervenuta oggi al convegno “US-Italia. Patient Day 2017”, organizzato presso l’Ambasciata degli Stati Uniti in Italia.
Anomalia fetale congenita che spesso porta i genitori a scegliere una interruzione di gravidanza anche in stadio avanzato, la spina bifida può provocare paralisi degli arti inferiori, incontinenza urinaria, idrocefalo. Questo, spiega l’esperta, “è dovuto al fatto che la parte terminale del spina dorsale non è chiusa correttamente e il midollo viene a contatto con il liquido amniotico. Più tempo trascorre a contatto, più gravi i danni.
Oggi si opera dopo la nascita ma i danni sono ormai irreversibili. Intervenire nel secondo trimestre di gestazione permette di diminuire le conseguenze”. È quello che sarà possibile grazie a dispositivi high tech che consentono di operare in utero in endoscopia, una tecnica già applicata dal team della Mangiagalli in casi di gravi malattie che richiedono intervento chirurgico immediato sul feto. “Oggi siamo in grado di ridurre notevolmente i danni provocati da ernia diaframmatica fetale, che provoca lo schiacciamento dei polmoni da parte degli organi digestivi.
Anche in questo caso, intervenire prima significa ridurre i danni”, prosegue Fabietti. Per offrire un servizio di consulenza rivolta a medici e pazienti così da estendere a quanti più bimbi possibile le novità dell’endoscopia fetale, è a disposizione la app “Chirurgia Fetale”, scaricabile gratuitamente e messa a disposizione dalla Clinica Mangiagalli, centro all’avanguardia in Europa nel settore.




Influenza, il vaccino riduce del 65% il rischio di morte nei bambini
Studio CDC, lo dimezza per quelli con condizioni a rischio medico

Il vaccino antinfluenzale protegge e riduce in modo significativo il rischio di morire di influenza per i bambini: del 51% per i piccoli con situazioni ad alto rischio medico, e del 65% per quelli sani. Lo dimostra lo studio condotto dai Centri per il controllo delle malattie (Centers for Disease Control and Prevention, CDC) degli Stati Uniti, pubblicato sulla rivista Pediatrics. Nella ricerca sono stati analizzati i dati delle stagioni influenzali tra il 2010 e 2014. I ricercatori sono così riusciti a stimare quanto sia efficace il vaccino nel prevenire le morti collegate all’influenza, confrontando lo stato vaccinale dei bambini morti di influenza rispetto agli altri. “Ogni anno i CDC ricevono segnalazioni di bambini che muoiono per l’influenza. Lo studio ci dice che possiamo fare di più per prevenire queste morti, vaccinando di più”, spiega Brendan Flannery, coordinatore della ricerca.
“Abbiamo studiato quattro stagioni influenzali, dimostrando che il vaccino protegge davvero i bambini dalle morti per influenza”. Nel periodo studiato, sono stati segnalati ai CDC 358 casi di morti pediatriche causate dall’influenza. Per 291 si conosceva lo stato vaccinale, e di queste, solo in un caso 1 su 4 (26%) il piccolo era stato vaccinato. Dalla stagione 2004-2005, le morti dei bambini per l’influenza sono passate da 37 (nella stagione 2011-2012) a 171 (2012-2013).
Nell’attuale stagione influenzale sono state registrate 61 morti di bambini fino allo scorso 25 marzo. Da qui, conclude lo studio, l’importanza di vaccinare tutti i bambini dai 6 mesi in su contro l’influenza.




Sindrome dell’occhio secco da smartphone, pericolo per i bambini

È un disturbo dell’occhio tra i più ignorati e sottovalutati secondo l’OMS, ma con il sempre maggiore utilizzo di smartphone e tablet è oggi più frequente, soprattutto fra i bambini nativi digitali, l’80% dei quali già fra i 3 e i 5 anni è in grado di usare il telefonino di mamma e papà, l’11% a 10-11 anni ha uno smartphone e il 4% un tablet.
È la ‘sindrome dell’occhio secco’, che porta bruciore e prurito insistente, lacrimazione irregolare e nei casi più gravi dolore e fastidio come per la presenza di un corpo estraneo negli occhi. La denuncia è del Centro Italiano Occhio Secco (CIOS) che col patrocinio della Società Oftalmologica Italiana (SOI) dal 3 al 7 aprile promuove la Campagna nazionale di prevenzione e cura dell’occhio secco, a cui hanno aderito Centri ospedalieri a Roma, Catania, Napoli, Milano e Varese, con la promozione di visite gratuite per appuntamento a tutti coloro che contattano il sito www.centroitalianoocchiosecco.it.
Perché non basta ricorrere a colliri e lacrime artificiali, a lungo andare controindicate, ma sono necessari esami specifici e terapie d’avanguardia anche per la rigenerazione delle ghiandole lacrimali palpebrali.
In Italia i numeri non sono confortanti, se si pensa che ne soffre il 90% delle donne in menopausa (a causa della caduta ormonale) e il 25% degli over 50 con alti costi professionali e costi economici pari a 600 euro/anno per ciascun malato.
Ma se le cause generali vanno ricercate in più ambiti (come inquinamento dell’aria, menopausa, uso continuo di lenti a contatto e il fumo di sigaretta) più recentemente si è visto un enorme aumento del problema nei bambini, per i quali il fattore scatenante è l’abuso di smartphone e tablet.
“È una sindrome con diverse concause - spiega Lucio Buratto, presidente del CIOS - ma è provocata dal malfunzionamento della ghiandola lacrimale: le palpebre, aprendosi e chiudendosi circa 15mila volta al giorno (ammiccamento), distribuiscono in modo uniforme e continuo il film lacrimale sulla superficie dell’ occhio, favorendone il ricambio. Tenendo la testa piegata sullo smartphone per ore, già la posizione porta ad aprire di più le palpebre e quindi maggiore è l’evaporazione del film lacrimale, ma la maggior concentrazione porta ad ammiccare sempre meno, e a lungo andare le ghiandole lacrimali non funzionano più, si chiudono. Così comincia la sindrome dell’occhio secco. Bisogna insegnare a tutti, soprattutto ai bambini, a usare lo smartphone con più accortezza e responsabilità”, conclude Buratto.




Roma, allarme morbillo: in tre mesi il triplo di casi di tutto il 2016

«C’è un notevole incremento nel numero di casi di morbillo a partire dall’inizio del 2017». Lo scrive il Servizio della Regione per la sorveglianza delle malattie infettive. In una circolare inviata ai direttori generali delle ASL, in cui si elencano una serie di contromisure, vengono illustrate le cifre che meglio di qualsiasi parola spiegano cosa sta succedendo a Roma e nelle altre province del Lazio. Nei primi tre mesi del 2017 (a essere esatti dal primo gennaio al 19 marzo) sono stati registrati il triplo dei casi di tutto il 2016. Più nel dettaglio: nei dodici mesi dell’anno scorso furono 107, quest’anno in appena 80 giorni sono già stati 312.
Cosa sta succedendo? Spiega la circolare: «La classe di età più rappresentata è quella dei giovani adulti (15-39 anni), con il 61,5% dei casi». L’89,6% di chi ha preso il morbillo non risulta vaccinato. Tre volte su dieci il paziente ha avuto problemi di insufficienza respiratoria, epatite, trombocitopenia ed encelefalopatia. Il fenomeno dell’impennata di casi di morbillo è confermato anche in altri Paesi europei. «Le comuni complicanze del morbillo comprendono otite media, broncopolmoniti, laringotracheobronchiti e diarrea. Il morbillo - spiegano gli esperti della Regione nella circolare firmata dal direttore Vincenzo Panella e dal dirigente Domenico Di Lallo - può causare gravi malattie che richiedono ospedalizzazione; uno su ogni 1000 casi svilupperà encefalite acuta, che spesso di traduce in danni cerebrali permanenti; uno o due bambini su 1000 che si infettano con il morbillo sviluppa complicanze respiratorie e neurologiche».

Tra le varie raccomandazioni inviate ai direttori degli ospedali, c’è la realizzazione di percorsi dedicati nei Pronto Soccorso, mascherine per il paziente, filtrante respiratorio per gli operatori, colloqui a una distanza di un metro. Chi ha avuto contatti con i pazienti deve vaccinarsi entro 72 ore e anche tra gli operatori degli ospedali è suggerita la vaccinazione. «Si raccomanda la vaccinazione ai viaggiatori suscettibili che si recano in zone endemiche».




Bimbi. Timololo risolutivo in 4 casi di granuloma piogenico oculare

Il timololo a uso topica appare un trattamento efficace per il granuloma piogenico oculare che colpisce i bambini. A sostenerlo, il dottor Shah del Boston Children’s Hospital e i suoi colleghi.

Il timololo 0,5% ad applicazione topica due volte al giorno sembra essere efficace per i bambini con granuloma piogenico oculare. Così è secondo Ankoor S. Shah del Boston Children’s Hospital e i suoi colleghi il cui articolo è stato pubblicato su JAMA Ophthalmology.
“I granulomi piogenici oculari sono tessuti cicatriziali tradizionalmente trattati con terapia steroidea topica o escissione chirurgica - afferma Shah - Tuttavia questi due approcci non garantiscono risultati ottimali. Gli steroidi topici, come effetto collaterale, possono provocare elevata pressione oculare, che può portare danni alla vista. Invece, per l’operazione chirurgia è necessaria l’anestesia con conseguente rischio di danno all’occhio. Quindi, siamo rimasti piacevolmente sorpresi nel riscontrare che il timololo topico, un farmaco relativamente innocuo, è un buon trattamento per queste cicatrici”.
Shah e colleghi hanno trattato quattro bambini dai tre ai nove anni con granulomi piogenici oculari acquisiti. Hanno usato solo timololo 0,5% ad applicazione topica due volte al giorno per almeno 21 giorni. Tutti e quattro i bambini hanno avuto una guarigione completa della lesione del granuloma piogenico e nessuno ha riportato effetti avversi del farmaco. Uno è stato lasciato con un calazio residuo, ma nessuna lesione ha necessitato di intervento chirurgico. Il meccanismo di azione ipotizzato dei betabloccanti in questo contesto è la vasocostrizione dei vasi all’interno della lesione che determina l’inibizione del fattore di crescita vascolare e l’apoptosi.
“Crediamo che i medici dovrebbero considerare il timololo topico come uno strumento per trattare i granulomi piogenici oculare, ma servono studi più ampi prima di ritenerlo lo standard di cura”, ha concluso Shah.




Generazione vampiri, i bambini che non dormono mai

In Gran Bretagna è triplicato il numero di ricoveri in ospedale per scarsa qualità del sonno. E sono decuplicate le prescrizioni della melatonina. Un problema collegato all’uso eccessivo di tecnologia, ma anche al fatto che i genitori lavorano fino a tardi e pospongono l’ora di andare a letto.

La chiamano «generazione vampiri». Una definizione volutamente esagerata per puntare l’attenzione su un problema reale e spesso sottovalutato. Sempre più bambini e adolescenti non dormono abbastanza e soffrono di disturbi del sonno, che non solo hanno conseguenze sulla salute ma anche sull’armonia famigliare. In Gran Bretagna, rispetto a dieci anni fa, è triplicato il numero dei ricoveri in ospedale per scarsa qualità del sonno dei bambini sotto i quattordici anni. E sono decuplicate le prescrizioni della melatonina, ormone che regola il ciclo sonno-veglia. Il problema sta diventando un’emergenza alla quale la BBC ha dedicato un documentario, mostrando come alcune scuole inglesi abbiano cominciato a permettere i pisolini in classe di fronte a un crescente numero di alunni che non riescono a stare svegli durante le lezioni.

Aumentano i casi
“È vero, negli ultimi anni c’è stato un aumento dei problemi legati al sonno tra bimbi e adolescenti -, conferma Alberto Villani, presidente della Società Italiana di Pediatria -. Spesso si manifestano con difficoltà di addormentarsi la sera, ripetuti risvegli notturni e risvegli al mattino troppo presto. Quali sono i segnali? Se il bimbo è molto irritabile, distratto, svogliato, capriccioso e ha difficoltà di concentrazione a scuola la causa potrebbe proprio essere una scarsa qualità del sonno”.

Le cause
Secondo Villani, sono essenzialmente due: l’organizzazione familiare, che spesso non è ritagliata sulle esigenze e sui ritmi del bambino, e l’uso smodato della tecnologia, soprattutto nelle ore serali. “Spesso i genitori tengono i figli svegli fino a tardi, non tenendo conto dei loro bisogni. Fino ai 12 anni almeno, i bimbi devono cenare intorno alle 19 e andare a letto alle 20, massimo le 21, e devono poter contare su almeno dieci ore di sonno. Tutto questo prevede una programmazione virtuosa della giornata da parte dei genitori - prosegue Villani. - Perché anche al sonno il bambino va educato. Fin da piccolissimo. Dal quarto mese di vita è meglio metterlo a dormire nella sua stanza, non in quella dei genitori, e non andare a prenderlo in braccio a ogni vagito, perché questo disturba il suo sonno e la capacità di riaddormentarsi”.

La tecnologia
È l’altra grande accusata. Giocare con tablet, smartphone, consolle o anche guardare la tv la sera, non favorisce una buona notte. La luce blu degli schermi riduce la produzione naturale di melatonina, che concilia il sonno. “Mentre stare all’aria aperta, tra il verde e la natura, per esempio, offre stimoli visivi che contribuiscono alla produzione dell’ormone”, osserva il pediatra.

Quando chiudere il computer
Quale sia la dose tossica di tecnologia giornaliera è tema di dibattito acceso tra i pediatri. “Più di 2-3 ore al giorno lo sconsiglierei - suggerisce Villani. - Meglio se frazionate in intervalli di non più di 15-20 minuti, almeno fino ai 6 anni. E possibilmente mai prima dei 2-3 anni di vita del bambino. Poi dipende anche cosa si guarda nello schermo. Un gioco rilassante, magari educativo, con una musica rasserenante si può anche fare per un quarto d’ora la sera. Se invece si gioca ad ammazzare o picchiare è un altro discorso. La tecnologia non va demonizzata, ma deve essere sempre gestita dai genitori”.

Conseguenze
La privazione di sonno può avere conseguenze anche gravi. Diversi studi l’hanno associata a un rischio maggiore di obesità, soprattutto tra gli adolescenti. La causa sarebbe uno sbilanciamento degli ormoni che comunicano al nostro cervello quando siamo sazi o quando abbiamo fame. Inoltre, quando si è stanchi, si tende a desiderare cibi con grandi quantità di zuccheri e grassi. Ma non solo. La notte in bianco indebolisce il sistema immunitario, rendendo il bimbo più esposto a virus e batteri, e aumenta i rischi di malattie mentali in età adulta.

Rimedi
Secondo la BBC il più diffuso è l’uso della melatonina, che in piccole dosi viene somministrata ai bambini come sonnifero naturale. Ma secondo Villani non è un’abitudine da seguire: “Può andare bene in casi gravi, ma non si spegne il fuoco buttando acqua, piuttosto non si mette più legna ad ardere. Voglio dire che vanno affrontate le cause del problema e va riorganizzata la routine del bambino e di tutta la famiglia. E se poi il disturbo persiste va indagato maggiormente. Potrebbe essere anche un segnale di disagio, per esempio se il bambino è vittima di bullismo”.




Scoperto il gene che provoca l’arresto cardiaco nei giovani
Ricerca di studiosi sudafricani e italiani: CDH2 è stato individuato come il responsabile della cardiomiopatia aritmogena del ventricolo destro

Scoperto il gene responsabile della cardiomiopatia aritmogena del ventricolo destro, una patologia che provoca l’arresto cardiaco anche nei giovani sotto i 35 anni. Una malattia genetica che ha colpito, tra gli altri, alcuni sportivi professionisti come Piermario Morosini, calciatore del Livorno deceduto nel 2012 durante una partita contro il Pescara.
In uno studio pubblicato sulla rivista specialistica Circulation: Cardiovascular Genetics i ricercatori hanno individuato la mutazione del gene CDH2, coinvolto nella produzione di una proteina fondamentale per l’adesione delle cellule cardiache, come la causa della cardiomiopatia. Una malattia in cui il tessuto cardiaco viene sostituito da quello adiposo e fibroso, provocando tachicardia e fibrillazione ventricolare, fino all’arresto cardiaco.

L’analisi genetica
Gli studiosi sudafricani sono arrivati a questo risultato dopo uno studio di anni su una famiglia affetta da questa patologia. In particolare hanno analizzato il caso di due persone, sequenziando il loro patrimonio genetico, per poter capire quale fosse la causa della malattia. Un lavoro a cui hanno collaborato anche gruppi di ricerca italiani dell’Istituto Auxologico italiano di Milano e dell’Università di Pavia.
Partendo da 13 mila varianti genetiche comuni ai due soggetti si è riusciti a individuare il gene CDH2. La conferma del risultato è arrivata con il riscontro di una seconda mutazione trovata in un individuo appartenente a un’altra famiglia, ma affetto dalla stessa patologia.

L’importanza della scoperta
Come ricorda l’Istituto Auxologico di Milano in Italia sono 50mila le morti improvvise per arresto cardiaco: una buona parte delle quali imputabili alla cardiomiopatia aritmogena del ventricolo destro. L’importanza della scoperta risiede nella possibilità di diagnosticare precocemente la malattia anche nelle persone che non sanno di esserne affette.
«Sapere quale sia la causa genetica della malattia è un punto fondamentale per le famiglie che hanno un parente morto per un improvviso arresto cardiaco» ha sottolineato Guillaume Paré, uno degli Autori della ricerca alla Michael G. DeGroote School of Medicine della McMaster University.




L’esposizione al piombo durante l’infanzia riduce l’intelligenza
Per ogni aumento di 5 µg nel sangue, persi 1,5 punti di QI

Più alto è il livello di piombo nel sangue durante l’infanzia, maggiore è la perdita di punti di quoziente intellettivo e, di conseguenza, minore la possibilità di far carriera in età adulta. Lo dimostra uno studio pubblicato sul Journal of American Medical Association (JAMA). A partire dal 1920, un composto chiamato piombo tetraetile è stato aggiunto alla benzina per la sua capacità di aumentare la potenza del motore.
Emesso poi nei gas di scarico veniva bloccato nel terreno dei suoli accanto a strade trafficate e respirato dai bambini che vi giocavano. La benzina con piombo è stata gradualmente eliminata nella maggior parte dei Paesi, ma è ancora usata in alcuni Paesi asiatici e del Medio Oriente. I ricercatori della Duke University, negli USA, hanno preso in esame più di 565 bambini nati nel 1972 e 1973 in Nuova Zelanda, Paese che ha avuto alcuni dei più alti livelli di piombo presenti nella benzina.
Dalla nascita fino all’età adulta, queste persone sono stati regolarmente valutate per le loro capacità cognitive e, all’età di 11 anni, ne sono stati testati i campioni di sangue: il livello era in media 10,99 µg/dl di sangue (oggi la soglia di “preoccupazione” è pari a 5 µg/dl, livello superato dal 94% dei bambini dello studio). I partecipanti che avevano più di 10 µg di piombo per decilitro di sangue avevano, a 38 anni, un quoziente intellettivo (QI) in media di 4,25 punti inferiore rispetto ai coetanei meno esposti.
In pratica, per ogni aumento di 5 µg di piombo nel sangue, la persona perdeva circa 1,5 punti di QI. “All’epoca, diversamente da quanto oggi accade”, sottolineano i ricercatori, “tali quantità erano viste come non pericolose, quindi alla maggior parte dei bimbi non è stato mai dato alcun trattamento”. Lo studio ha poi confrontato i cambiamenti nella posizione sociale, confrontando quella di partenza della famiglia di ogni bimbo con quella degli stessi all’età di 38 anni: coloro che erano stati più esposti avevano occupazioni con livelli economici quattro decimi più bassi rispetto ai coetanei.




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Abate MV (a cura di) Tonsille. L’incisione chirurgica efficace quanto l’asportazione -
Psichiatri: nei bimbi ‘abusati’ il rischio di disturbi mentali è triplo -
Curare prima di nascere, la spina bifida è operabile in utero -
Influenza, il vaccino riduce del 65% il rischio di morte nei bambini -
Sindrome dell’occhio secco da smartphone, pericolo per i bambini -
Roma, allarme morbillo: in tre mesi il triplo di casi di tutto il 2016 -
Bimbi. Timololo risolutivo in 4 casi di granuloma piogenico oculare -
Generazione vampiri, i bambini che non dormono mai -
Scoperto il gene che provoca l’arresto cardiaco nei giovani -
L’esposizione al piombo durante l’infanzia riduce l’intelligenza. Medico e Bambino pagine elettroniche 2017;20(4) https://www.medicoebambino.com/?id=NEWS1704_10.html

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