Rivista di formazione e di aggiornamento professionale del pediatra e del medico di base, realizzata in collaborazione con l'Associazione Culturale Pediatri

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a cura di Maria Valentina Abate
Clinica Pediatrica, IRCCS Materno-Infantile "Burlo Garofolo", Trieste
Indirizzo per corrispondenza: valentina_aba@yahoo.it





Dati Istat 2015: sono nati solo 485.780 bambini, -17 mila rispetto al 2014

Cresce ancora il fenomeno del calo nascite rispetto ai dati provvisori diffusi a inizio anno. Il calo è attribuibile principalmente alle coppie di genitori entrambi italiani, ma si registra una diminuzione anche nelle coppie con genitori stranieri. Prosegue anche la discesa della fecondità in atto dal 2010. Il numero medio di figli per donna scende a 1,35 (1,46 nel 2010). Francesco e Sofia si confermano i nomi più usati.

Leggi il Rapporto Istat
Nel 2015 sono stati iscritti in anagrafe per nascita 485.780 bambini, quasi 17 mila in meno rispetto al 2014, a conferma della tendenza alla diminuzione della natalità (-91 mila nati sul 2008). A fornire i numeri è l'Istat che spiega come "il calo è attribuibile principalmente alle coppie di genitori entrambi italiani. I nati da questa tipologia di coppia scendono a 385.014 nel 2015 (oltre 95 mila in meno negli ultimi sette anni). Ciò avviene perché le donne italiane in età riproduttiva sono sempre meno numerose e allo stesso tempo mostrano una propensione ad avere figli sempre più bassa".
"La flessione dei nati - si evidenzia - è in parte effetto del forte calo della nuzialità registrato nello stesso periodo (circa 52 mila nozze in meno tra il 2008 e il 2015). I nati all'interno del matrimonio continuano a diminuire sensibilmente, nel 2015 sono 346.169 (quasi -120 mila in soli 7 anni). I nati da genitori non coniugati (quasi 140 mila nel 2015) sono, invece, sempre in crescita. Rappresentano il 28,7% del totale delle nascite, superando il 31% al Centro-Nord.
Per il secondo anno consecutivo scende il numero di nati con almeno un genitore straniero: sono quasi 101 mila nel 2015, pari al 20,7% del totale dei nati a livello medio nazionale (circa il 29% nel Nord e solo l'8% nel Mezzogiorno)". Continua anche il calo dei nati da genitori entrambi stranieri, "nel 2015 scendono a 72.096 (quasi 3 mila in meno rispetto al 2014). In leggera flessione anche la loro quota sul totale delle nascite (pari al 14,8%)".
"L'8,3% dei nati nel 2015 - rileva l'Istituto - ha una madre di almeno 40 anni, il 10,3% una sotto i 25 anni di età. La posticipazione della maternità è molto accentuata per le madri italiane: il 9,3% ha più di 40 anni, quota che supera quella delle madri under-25 (8,2%)".
Prosegue poi la diminuzione della fecondità in atto dal 2010. "Il numero medio di figli per donna scende a 1,35 (1,46 nel 2010). Le donne italiane hanno in media 1,27 figli (1,34 nel 2010), le cittadine straniere residenti 1,94 (2,43 nel 2010)".
L'Istat mette a disposizione il contatore dei nomi per anno di nascita per scoprire quanti sono i bambini che si chiamano nello stesso modo, nati e iscritti nelle anagrafi italiane dal 1999 al 2015 e quali sono i più diffusi tra i 60 mila nomi diversi scelti dai genitori. Anche nel 2015 si confermano Francesco e Sofia i nomi più usati.




Dolore in età pediatrica sottostimato dai medici del pronto soccorso

Secondo uno studio pubblicato sull'Emergency Medicine Journal ci sarebbero significative differenze nella valutazione del dolore pediatrico, confrontando quanto riportato dai bambini, genitori e medici.

In età pediatrica il dolore può essere notevolmente sottostimato, specie da parte dei medici del pronto soccorso, come evidenziano alcuni ricercatori norvegesi nel loro lavoro, pubblicato dall'Emergency Medicine Journal, che rivela significative differenze nella valutazione del dolore pediatrico, confrontando quanto riportano bambini, genitori e medici.

La premessa
In generale può essere complicato per il medico, riconoscere l'origine e valutare adeguatamente il dolore riportato in età pediatrica, per diversi motivi. In ambulatorio, per esempio, il bambino dolorante potrebbe arrivare anche molto dopo la comparsa del dolore e di altri sintomi, e i genitori nel frattempo possono aver somministrato dei farmaci antidolorifici. E lo stesso può avvenire anche quando i genitori si presentano al pronto soccorso con il loro bambino dolorante. In questi casi, quando vi sono lesioni evidenti come fratture o ferite provocate da traumi di diversa natura la valutazione del dolore da parte del medico si complica ulteriormente.

Lo studio
Per approfondire la questione Christina Brudvik dell'Università di Bergen, in Norvegia, e colleghi hanno confrontato le valutazioni del dolore da parte di medici, genitori e 243 bambini e ragazzi dai 3 ai 15 anni che sono stati trattati nel novembre 2011 presso il pronto soccorso di Bergen. L'età media dei bambini era di 10,6 anni e il 53% erano maschi. All'indagine hanno partecipato 51 medici del dipartimento di emergenza e nessuno di questi aveva una specializzazione in pediatria. Per la valutazione del dolore sono stati utilizzati dei questionari adattati all'età dei ragazzini. Le categorie diagnostiche considerate erano infezioni, fratture, ferite, dolori dei tessuti molli, dei legamenti o da lesioni muscolari. Si è così dapprima evidenziato che i genitori hanno valutato il dolore prima dei loro figli, anche se genitori e bambini non erano del tutto impossibilitati a vedere le reciproche risposte. I medici, invece, non sono stati informati delle valutazioni di genitori e bambini.

I risultati
Per quanto riguardava la valutazione del dolore i medici hanno valutato significativo un dolore con un punteggio di 3,2 sulla scala di valutazione numerica, mentre il punteggio era 4,8 per i genitori e 5,5 per i bambini. Complessivamente si è visto anche che la concordanza tra bambini e medici, sulla intensità del dolore, era del 14,6%; mentre tra genitore-medico era del 15% e tra genitore-figlio del 40,1%. Va aggiunto che i genitori avevano somministrato antidolorifici al 14% dei bambini prima della consultazione. In questo sottogruppo, sulla scala di valutazione numerica, i medici hanno stimato un'intensità media del dolore di 3,2, rispetto alle stime di 5,6 dei genitori e 6,5 dei bambini. In generale i medici hanno valutato il livello di dolore inferiore di 2,3 punti, rispetto a quanto auto-riferito dai bambini, e 1,6 punti al di sotto delle stime da parte dei genitori e la differenza tra genitori e figli era di 0,7.
Le stime del medico sul livello di dolore erano in media di 3,2 punti inferiori a quelli dei bambini dai 3 a 8 anni e 1,8 punti inferiori a quelli dei loro genitori. Nei bambini di età da 9 a 15 anni, le stime dei medici erano 2,0 punti inferiori a quelli dei pazienti e di 1,5 punti rispetto alle stime dei genitori. Fatta eccezione per le fratture, condizione nella quale i medici hanno significativamente sottovalutato il dolore in confronto ai genitori e ai bambini. Infine, per ciò che riguarda il trattamento, i medici hanno somministrato antidolorifici all'8,6% dei bambini con un'intensità media stimata del dolore di 4,9 punti. E solo il 42,1% dei bambini con dolore severo (punteggio pari o superiore a 7 nella scala numerica) ha avuto sollievo dal trattamento.
In conclusione secondo Christina Brudvik è fondamentale rammentare ai medici che lavorano nei punti di pronto soccorso che la loro valutazione del dolore nei pazienti di età pediatrica, potrebbe essere notevolmente sottostimata, a scapito del benessere dei piccoli pazienti.




Tappi di cerume: non è scarsa igiene, ma ecco come si devono pulire le orecchie
Non è un gesto banale e la formazione del materiale all'interno del condotto uditivo non è conseguenza di una scarsa igiene

Come si pulisce correttamente l'orecchio? Una domanda per nulla banale: l'orecchio è in grado di autopulirsi. La parte iniziale del condotto uditivo, infatti, è protetta da piccolissimi peli che servono per impedire l'ingresso indiscriminato di virus e batteri e più internamente dal cerume, che non è sporcizia, ma una barriera che serve a proteggere l'orecchio esterno e la membrana timpanica. Questo è il motivo per cui nel canale uditivo non bisogna infilare niente, tanto meno i cotton fioc ed ecco perché, le orecchie vanno lavate solo con acqua tiepida per allontanare lo sporco che appunto, fuoriesce da solo.

Pericolo microabrasioni
Una pulizia attuata troppo energicamente con detergenti aggressivi, asciugamani, carta igienica, corpi estranei quali cotton fioc e simili, espone l'orecchio al pericolo di microabrasioni. Se i piccoli taglietti che così si producono, infatti, entrano in contatto con la miscela ad esempio di acqua-shampoo di quando ci si lava i capelli o con l'acqua della piscina o del mare non è difficile contrarre un'infezione micotica o batterica.

L'autopulizia non sempre funziona
«Se è vero come lo è, che l'orecchio è dotato di un vero e proprio sistema di self-cleaning è anche vero che la presenza di alcune patologie come la psoriasi o le dermatosi, anomalie anatomiche del condotto uditivo come esostosi o osteomi possono favorire l'insorgenza di infezioni a carico dell'orecchio esterno od accumulo di cerume, condizioni che possono determinare chiusura del condotto uditivo determinando la fastidiosa sensazione di ovattamento auricolare e calo di udito con associato dolore in caso di infezione».

No al fai-da-te
Molto spesso quando ci si accorge di avere l'orecchio tappato dal cerume si prova a stapparlo con rimedi casalinghi, come i classici coni. «L'ideale sarebbe, invece, ricorrere alle cure di personale sanitario esperto o dello specialista che con lavaggio, aspirazione o con appositi strumenti effettua l'asportazione del cerume evitando lesioni traumatiche al condotto uditivo e alla membrana timpanica».

Pulizia dell'orecchio e tappi di cerume in età pediatrica
"Quanto detto per la pulizia dell'orecchio dell'adulto vale anche per bambini e adolescenti. - Precisa il dottor Luigi Greco, pediatra di famiglia e vice presidente SIP (Società Italiana di Pediatria). Non c'è bisogno di effettuare alcuna pulizia del condotto perché i meccanismi di protezione e autopulizia sono già efficienti anche in età pediatrica. Niente cotton fioc, dunque, che facilitano la formazione del tappo e possono causare microabrasioni o traumi, e niente rimedi creativi come i coni di cera. L'asportazione del tappo potrà essere effettuata dal Pediatra o dall'Otorinolaringoiatra a seconda delle necessità. In alcuni casi di frequenti recidive, e solo su indicazione medica, sarà possibile effettuare dei lavaggi con spray di soluzione fisiologica, reperibili in commercio in bombolette pressurizzate e dotate di un beccuccio auricolare appositamente studiato. In questo caso bisogna avere l'accortezza di scaldare con le mani, per alcuni minuti, il contenitore prima di procedere con l'erogazione della soluzione per evitare la comparsa di possibili vertigini".




Depressione. Un adolescente su 11 sperimenta almeno una crisi all'anno

Cresce il numero degli adolescenti e dei giovani adulti affetti da depressione non curata. È quanto emerge da uno studio statunitense recentemente pubblicato da Pediatrics. Nei giovani di età compresa tra i 12 e i 17 anni la prevalenza di depressione è passata dall'8,7% del 2005 all'11,3% del 2014, mentre nei giovani di età compresa tra i 18 e i 25 anni, la prevalenza è salita dall'8,8% al 9,6% durante il periodo di studio.
Tuttavia dallo studio si evince anche che non c'è stato un significativo cambiamento nella proporzione di adolescenti e giovani che chiedono trattamenti per la salute mentale. "Sappiamo che i ragazzi che soffrono di depressione sono molto più numerosi rispetto a quelli realmente diagnosticati o trattati - afferma Anne Glowinski, ricercatrice di psichiatria infantile presso la Washington University di St. Louis - ciò che questa ricerca aggiunge alla conoscenza che abbiamo è che i tassi di depressione giovanile sono aumentati significativamente negli ultimi 10 anni e che la percentuale dei ragazzi in cura è rimasta invariata, nonostante gli sforzi per incoraggiare i pediatri a rivolgere più attenzione alla prevenzione del suicidio, che include il riconoscimento e il trattamento della depressione giovanile".

Lo studio
"Ogni anno circa un adolescente/giovane adulto su 11 soffre almeno di un episodio depressivo maggiore", scrivono i ricercatori su Pediatrics. Gli studiosi hanno esaminato i dati rappresentativi della situazione nazionale attraverso un sondaggio su 172.000 adolescenti e 179.000 giovani adulti. I ricercatori hanno chiesto ai partecipanti se avessero sperimentato una serie di sintomi indicativi della malattia depressiva, se avessero sperimentato un episodio di depressione maggiore nel corso dell'anno precedente e se avessero consultato un medico o un altro operatore sanitario riguardo ai sintomi avvertiti. Sono stati valutati anche eventuali trattamenti o prescrizioni di farmaci.

I risultati
È emerso che sono proprio i ragazzi con disagio sociale (ragazzi grandi, che non frequentano la scuola, con genitori single o senza genitori e con problemi di abuso di sostanze) ad avere maggiori probabilità di soffrire di un disturbo depressivo maggiore. Tra i giovani adulti quelli che soffrivano maggiormente di depressione erano di sesso femminile, di colore e con problema di abuso di sostanze. Un limite dello studio è che i ricercatori non hanno preso in esame le eventuali cartelle cliniche dei giovani con sintomi depressivi e non hanno potuto verificare eventuali trattamenti. Eppure, malgrado questo, i risultati sembrano dimostrare che la depressione è in forte crescita tra adolescenti e giovani adulti e che questi non ricevono trattamenti. Questo suggerisce la necessità di maggiori sforzi tra genitori, pediatri e servizi scolastici anche all'interno dei college per identificare e aiutare chi ha problemi di salute mentale.
"Molti bambini non riferiscono ai genitori i loro sintomi depressivi anche perché non li riconoscono come tali, i genitori dovrebbero essere attenti ai cambiamenti dell'andamento scolastico e sociale dei loro figli e tener d'occhio altre manifestazioni tipiche della depressione, come i lunghi periodi di tristezza, le frequenti crisi di pianto, le esplosioni di rabbia e l'irritabilità, le idee o i gesti suicidi così come i mutamenti dell'appetito e del peso".




Malattie non trasmissibili responsabili del 92% dei decessi in Italia
La prevenzione inizia prima del concepimento

Le malattie non trasmissibili sono responsabili del 92% dei decessi che si verificano in Italia.
Nello specifico, le malattie cardiovascolari causano il 44% delle morti tra gli italiani, i tumori il 29%, le malattie respiratorie croniche il 5% e il diabete il 4%.
Oltre ad avere un significativo costo in termini di vite umane, nel 2015 queste patologie hanno comportato l'esborso di 112 miliardi di euro, pari all'80% della spesa sanitaria italiana e al 6,8% del PIL. In particolare, 16 miliardi di euro l'anno vengono spesi per le malattie cardiovascolari, 6 miliardi per i tumori, 14 miliardi per le malattie respiratorie croniche e 11 miliardi per il diabete. Lo evidenziano i ricercatori dell'Università degli Studi di Brescia Health&Wealth, dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Brescia e della Fondazione Giovanni Lorenzini di Milano-Houston, che hanno lanciato il progetto primi1000giorni, volto a sensibilizzare la popolazione sull'importanza della prevenzione di queste patologie.
Gli esperti osservano che i genitori dovrebbero attivarsi per evitare che i loro figli sviluppino le malattie non trasmissibili fin da quando i piccoli si trovano nel grembo materno. I primi mille giorni - che partono dal momento del concepimento e durano fino ai primi due anni di vita - sono, infatti, fondamentali per lo sviluppo e la salute futura del bambino. Il progetto sottolinea, inoltre, l'importanza della salute preconcezionale dei futuri genitori, che devono seguire uno stile di vita sano già prima della gravidanza, e delle primissime fasi di sviluppo dell'individuo, durante le quali la prevenzione delle patologie risulta più efficace. "Le probabilità che un bambino possa diventare un adulto o un anziano ad alto rischio di sviluppare malattie non trasmissibili, anche molti decenni più tardi, possono aumentare in relazione a stimoli ambientali nocivi quali la malnutrizione, l'obesità, il diabete nella madre in stato di gravidanza (o addirittura in fase preconcezionale), il fumo materno (primario e anche secondario), l'esposizione a inquinanti ambientali e lo stress fisico o psicologico".
Il progetto, che è stato presentato il 25 ottobre 2016 a Brescia, si prefigge d'integrare tecnologie e conoscenze all'avanguardia - soprattutto nell'ambito della medicina molecolare -, per prevenire l'insorgenza delle malattie non trasmissibili attraverso:
  1. un programma di valutazione clinico-molecolare: check-up completo dello stato di salute fisica e mentale dell'individuo, finalizzato alla valutazione del rischio e alla personalizzazione delle terapie;
  2. attività di formazione dei professionisti ed educazione della popolazione: percorsi personalizzati focalizzati sulla nutrizione, sull'attività fisica e sulle attività legate al benessere e alla salute della persona;
  3. utilizzo di dispositivi portatili per il monitoraggio della salute e del benessere del bambino (app e sensori connessi attraverso lo smartphone) e promozione di un contatto bidirezionale tra l'individuo e il professionista.




Emicrania nei bambini, non sempre la cura è nei farmaci
Placebo efficace come due principi attivi molto utilizzati

Il trattamento dell'emicrania nei bimbi potrebbe non richiedere farmaci. Pillole placebo sono risultate infatti efficaci come due dei principi attivi più utilizzati negli USA per trattare questo disturbo molto debilitante, come amitriptilina (antidepressivo) e topiramato (un anti-convulsioni), che hanno dato effetti positivi in particolare sugli adulti. E anche senza fastidiosi effetti collaterali. È quanto emerge da uno studio guidato dal Cincinnati Children's Hospital, pubblicato online sul New England Journal of Medicine. Per lo studio sono stati presi in esame 328 bambini e ragazzi di età compresa tra 8 e 17 anni, con emicrania cronica o episodica. Nel mese prima dell'inizio dello studio avevano avuto in media undici episodi di emicrania e sono stati scelti in maniera casuale per ricevere uno dei due principi attivi o un placebo. Dai risultati è emerso che bambini e ragazzi di tutti i gruppi, compresi quelli che avevano assunto un placebo, mostravano una riduzione di circa la metà nella frequenza dell'emicrania. Il 52% di coloro che erano stati trattati con amitriptilina e il 55% di coloro che avevano assunto topiramato ha visto un calo del numero di giorni con mal di testa del 50% o più, mentre il 61% di quelli trattati con una pillola placebo ha visto lo stesso beneficio.
Inoltre, coloro che avevano assunto i principi attivi hanno avuto anche tassi molto più alti di effetti collaterali, come affaticamento, bocca secca, cambiamenti di umore, e formicolio alle mani, braccia, gambe o piedi.




Febbre e dolore, attenzione a dosaggio e orario farmaci
I consigli di WAidid in occasione del Congresso Nazionale di Antibioticoterapia

Attenzione ai dosaggi dei farmaci, somministrare gli analgesici a orario fisso al fine di evitare l'insorgenza di buchi di dolore, assumere il paracetamolo preferibilmente per via orale. Questi i principali consigli di WAidid (World Association for Infectious Diseases and Immunological Disorders, Associazione Mondiale per le Malattie Infettive e i Disordini Immunologici) per gestire correttamente la febbre e il dolore nel bambino. Le raccomandazioni arrivano in occasione del 35° Congresso Nazionale di Antibioticoterapia in età pediatrica, che si è tenuto a Milano con un ampio dibattito sull'importanza dell'utilizzo appropriato del paracetamolo nei bambini con sindromi influenzali e sulle emergenze tossicologiche derivate dal suo abuso.
Secondo uno studio realizzato dall'Unità di Pediatria ad Alta Intensità di Cura del Policlinico dell'Università degli Studi di Milano e recentemente pubblicato sulla prestigiosa rivista International Journal of Medical Science, febbre e dolore sono generalmente frequenti nei neonati e nei bambini di ogni età e rappresentano oltre il 30% dei motivi che spingono i genitori a rivolgersi al pediatra. Ma non solo. I dati emersi evidenziano che oltre l'80% dei ricoveri in ambito ospedaliero pediatrico è dovuto a patologie che presentano, fra i vari sintomi, anche il dolore.
"Stimoli dolorosi o prolungati in età pediatrica possono indurre un insieme di modificazioni nel sistema nocicettivo. Il dolore nei bambini è spesso associato a una malattia come un'influenza o a un infortunio e, in presenza di un malessere generale, il dolore deve essere trattato e non sopportato, anche quando il bambino non esprima verbalmente il proprio disagio. L'efficacia del trattamento antalgico in età pediatrica si ottiene applicando flessibilmente il principio del farmaco giusto, alla giusta dose e al momento giusto a ogni singolo paziente, in altre parole è l'intensità del dolore a far scegliere il gradino della scala".
"La febbre e il dolore nel bambino creano sempre un forte stato d'ansia nei genitori che, in generale, tendono a sovratrattare la febbre magari ravvicinando le dosi o somministrandole in quantità maggiore rispetto a quelle previste oppure a sottovalutare il dolore. Per questo è fondamentale rispettare i dosaggi e gli intervalli indicati nella somministrazione del paracetamolo, ricordando che agisce sul sistema nervoso centrale e non ha un'azione antinfiammatoria come invece l'ibuprofene. Entrambi sono farmaci sicuri ed efficaci nei bambini ma è importante sapere che il loro uso non appropriato o, peggio, l'abuso può avere effetti collaterali con un rischio di gastrolesività nel caso dell'ibuprofene o di disfunzioni a livello epatico nel caso del paracetamolo".




Problemi psichiatrici, è emergenza adolescenti: 27 ricoveri al giorno
SIFO: Servono strutture ad hoc

Se ne è discusso al 37° Congresso della Società Italiana di Farmacia Ospedaliera (SIFO) e dei Servizi Farmaceutici delle Aziende sanitarie (Milano, 1-4 dicembre 2016). La depressione è in costante crescita, al punto che per l'OMS entro il 2030 sarà la patologia cronica più diffusa al mondo.

Depressione, nel 2030 la patologia cronica più diffusa
La depressione, di cui SIFO si occupa con l'Area scientifica Psichiatria è sempre più diffusa: l'OMS ha stimato che, nel 2030, sarà la patologia cronica più diffusa al mondo. Il tema richiede attenzione, anche perché l'aumento della casistica comporta una crescita dei costi per il Servizio sanitario nazionale e per l'area sociale, poiché si tratta di una patologia che riduce le funzioni della persona, limitando o impedendo il lavoro e la gestione familiare. La depressione, che colpisce in modo molto più frequente le donne, può essere dovuta a molte cause (ambientali, predisposizioni genetiche, stress, malattie organiche, farmaci, periodo post-partum); non c'è quasi mai un unico fattore scatenante.

Problema emergente anche negli adolescenti
Disturbi dello spettro psicotico, del comportamento alimentare o della personalità, talvolta in compresenza di abusi di sostanze, dall'alcol agli stupefacenti, sono molto diffusi anche tra gli adolescenti, sempre più spesso costretti al ricovero. Il fenomeno, ormai, rappresenta una vera e propria emergenza. Eppure, in Italia c'è ancora carenza di strutture dedicate alla psicopatologia di pazienti d'età compresa tra i 14 e i 18 anni. Capita spesso, infatti, che i ragazzi bisognosi di cure nelle fasi acute vengano ricoverati nei reparti psichiatrici per adulti. Nel 2014, a livello nazionale, ci sono stati 9924 ricoveri di adolescenti nella fascia 14-18: una media annua di 27 ricoveri al giorno. Sul totale dei ricoveri, quasi uno su tre (il 27%) è avvenuto nei reparti di Psichiatria per adulti e non in Neuropsichiatria infantile o in un reparto dedicato in modo specifico alla Psicopatologia degli adolescenti, con cure e personale ad hoc.
Al congresso SIFO di Milano verranno lanciate alcune ipotesi, tra cui quella di "creare, all'interno dei reparti psichiatrici, posti letto per questo tipo di patologie degli adolescenti e dei giovani adulti, con personale dedicato e dotato di formazione specifica, dove è necessario un intervento congiunto con la neuropsichiatria infantile e la psicologia, insieme a un trattamento farmacologico appropriato".
Tante le cause, spesso intrecciate tra loro, dell'aumento di queste patologie tra i giovani e giovanissimi: il cambiamento del tessuto sociale, la crisi economica, l'evoluzione del quadro famigliare. Ma ci sono anche le migrazioni e le adozioni internazionali, in costante aumento. Senza dimenticare che l'attenzione a questo tipo di patologie è molto aumentata, soprattutto nella fase delle acuzie, il che fa aumentare i numeri.
L'obiettivo di SIFO, attraverso il Congresso 2016, è quello di mantenere forte l'attenzione sulle patologie psichiatriche, considerando i pazienti che ne soffrono tra le categorie più fragili e bisognose di cure e di percorsi diagnostico, terapeutici e assistenziali adeguati.




Nefrologia: identificate specifiche mutazioni genetiche rare responsabili della malattia di Berger

Questi alcuni dei risultati ottenuti dal gruppo di studio della Fondazione Schena, Centro di ricerca per le malattie renali, che sono stati pubblicati nella rivista "Journal of Internal Medicine". Questa malattia è la nefrite più frequente nel mondo, con variazioni che oscillano dal 30% al 50% di tutti i pazienti sottoposti a biopsia renale.

"Uno studio genetico effettuato su famiglie di pazienti affetti da glomerulonefrite a depositi renali di immunoglobulina A (definita anche "IgA nefropatia") ha identificato 24 mutazioni rare all'interno di geni che formano un'unica rete funzionale in cui è presente il gene del recettore dei corticosteroidi. Pertanto, per la prima volta, si comprende l'importanza dei corticosteroidi come terapia d'elezione per l'IgA nefropatia". Questo studio, per la prima volta, identifica la presenza di specifiche mutazioni genetiche rare responsabili dello sviluppo della malattia.
La dottoressa Sharon Natasha Cox, la prima Autrice dell'articolo, ha collegato le mutazioni rare in un'unica rete funzionale (network) evidenziando la loro capacità di collegarsi con il recettore dei corticosteroidi. Lo studio non solo fornisce una ulteriore evidenza dell'efficienza della terapia corticosteroidea nella IgA nefropatia ma suggerisce anche una serie di altri farmaci che potrebbero essere impiegati per una terapia sempre più personalizzata.
"Questa malattia può manifestarsi in maniera evidente con la comparsa massiccia di sangue nelle urine (macro-ematuria) in occasione di episodi infettivi delle alte vie respiratorie (tonsilliti, faringiti, bronchiti ecc.) o presentarsi in maniera asintomatica ed essere diagnosticata solo in occasione dell'esame delle urine con la presenza di quantità microscopiche di sangue (micro-ematuria) e proteine (proteinuria). L'esordio subdolo della malattia può portare alla diagnosi tardiva dell'insufficienza renale cronica e in questi casi la possibilità di un successo terapeutico dei corticosteroidi è molto ridotto".
"I risultati di questo studio forniscono una informazione scientifica importante perché questa malattia è la nefrite più frequente nel mondo con variazioni che oscillano dal 30% al 50% di tutti i pazienti sottoposti a biopsia renale. È una malattia che colpisce in particolare bambini e giovani adulti e se non tempestivamente curata può portare a insufficienza renale che richiede terapie sostitutive come la dialisi o il trapianto renale. Un aspetto sociale importante perché questi giovani non sono più idonei al lavoro".




Colite ulcerosa pediatrica, in incremento le nuove diagnosi

Grazie ai nuovi farmaci innovativi è possibile un controllo a lungo termine della malattia. Pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 20 luglio 2016 la determina AIFA che consente l'inserimento off-label del trattamento con adalibumab per i bambini con colite ulcerosa in fase attiva di grado moderato/severo dai 6 anni di età nella Legge 648/96, a totale carico del SSN.

Ogni anno si registrano in Europa tra 1,8 a 4 nuovi casi di colite ulcerosa ogni 100 mila bambini da zero a 16 anni. E circa un quarto di tutte le diagnosi di colite ulcerosa viene diagnosticato nei primi venti anni di vita. Una patologia cronica che ha visto recentemente incrementare in maniera significativa le nuove diagnosi e che impatta sulla qualità di vita del bambino e dell'adolescente. Grazie ai nuovi farmaci innovativi è possibile un controllo a lungo termine della malattia, con conseguenze positive sulla psiche del piccolo paziente e sull'equilibrio familiare. E ora il trattamento con adalibumab per i bambini dai 6 anni di età con colite ulcerosa in fase attiva di grado moderato/severo sarà a totale carico del SSN, grazie alla pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale del 20 luglio 2016 della determina AIFA che ne estende l'uso off-label.

"La colite ulcerosa viene classificata, insieme alla malattia di Crohn, come malattia infiammatoria intestinale (Inflammatory Bowel Disease, IBD), ha un'incidenza in Europa Centro-Settentrionale, inclusa l'Italia, e Nord Europa da 1,8 a 4,0 nuovi casi ogni anno per 100 mila bambini da 0 a 16 anni. Recentemente si è assistito a un significativo incremento di nuove diagnosi di IBD in età pediatrica, in particolare di colite ulcerosa. È molto probabile che fattori legati all'ambiente, alla alimentazione, all'uso di farmaci anti-infiammatori e antibiotici possano agire da trigger di una infiammazione intestinale in individui geneticamente predisposti a una iperreattività immunologica e con un abnorme microbiota intestinale, disbiosi".
Ma quanto impatta sui piccoli pazienti e sulle famiglie? "La colite ulcerosa è una malattia cronica, con un decorso che può essere caratterizzato da frequenti ricadute che necessitano di ospedalizzazioni e indagini strumentali per valutare lo stato della mucosa intestinale. Quindi come in tutte le malattie croniche vi è un forte coinvolgimento familiare e un drammatico impatto sulla qualità di vita del bambino e dell'adolescente. Soprattutto, la sua insorgenza in età pediatrica causa importanti cambiamenti di tipo psicofisico e relazionali nella vita del bambino, limitandone autonomia e indipendenza, e segnando in modo non indifferente la sua famiglia, sia i genitori che i fratelli. Se la malattia non viene gestita adeguatamente in ambito familiare, si possono avere delle ricadute negative sullo sviluppo psico-emozionale e della personalità del piccolo paziente. L'avvento di farmaci nuovi come i biologici, capaci di incidere sulla storia naturale della malattia, può essere un fattore cruciale nel suo controllo a lungo termine, con conseguenze positive sulla psiche del piccolo paziente e sull'equilibrio familiare".
Nuove opportunità per il paziente e il medico.
L'inserimento di adalimumab per il trattamento della colite ulcerosa in fase attiva di grado moderato/severo nei bambini dai 6 anni di età, nel novero della Legge 648 del 23 dicembre 1996, offre al paziente e al medico nuove opportunità.
"La Legge 648 - ha commentato Gianvincenzo Zuccotti, Professore ordinario Clinica pediatrica, Università degli Studi di Milano, Ospedale dei Bambini Buzzi - consente di erogare a carico del SSN medicinali innovativi in commercio in altri Stati ma non sul territorio nazionale, medicinali ancora non autorizzati ma sottoposti a sperimentazione clinica e quelli da impiegare per una indicazione terapeutica diversa da quella autorizzata, purché questa indicazione sia nota e conforme a ricerche condotte nell'ambito della comunità medico-scientifica nazionale e internazionale, secondo parametri di economicità e appropriatezza. I benefici dell'inserimento del principio adalimimab nella Legge 648 sono quindi duplici, per il paziente che può accedere a terapie altrimenti non dispensate dal SSN e quindi totalmente a suo carico; e per il medico che, oltre a prescrivere la cura che ritiene più appropriata e per la quale non esiste una valida alternativa terapeutica, non si espone a ripercussioni medico-legali prescrivendo farmaci off-label".
Soprattutto si sciolgono alcuni nodi. "La prescrizione di adalimumab nella colite ulcerosa in età pediatrica - ha infatti spiegato Zuccotti - ha costituito un problema in quanto farmaco off-label. Questo ha comportato diverse problematiche sia nella sua modalità di erogazione, affrontata in maniera diversa sul territorio nazionale, sia nel suo utilizzo. L'inserimento nella Legge 648 ha permesso quindi non solo di uniformare le modalità di erogazione sul territorio italiano (evitando diseguaglianze) ma ha anche aiutato il clinico a superare i limiti collegati all'uso off-label del prodotto".




Obesità infantile: studio su Lancet assolve gli antibiotici

Uno studio pubblicato su "Lancet Diabetes & Endocrinology" ha seguito oltre 260.000 bambini, evidenziando come i piccoli che hanno avuto infezioni non trattate con antibiotici siano stati esposti in modo significativo a un rischio di obesità maggiore durante l'infanzia, rispetto a chi non ha avuto infezioni o ha fatto uso di antibiotici.

L'infezione durante l'infanzia, e non l'uso di antibiotici, è associata a un più alto rischio di obesità infantile, secondo quanto emerge da un nuovo studio pubblicato da Lancet. "Sulla base dei risultati del lavoro, i medici non dovrebbero essere preoccupati che il trattamento di infezioni nei neonati con antibiotici possa aumentare il loro futuro rischio di obesità". "In realtà, il rischio di obesità infantile aumenta se non si trattano le infezioni con gli antibiotici", precisa lo studio.
Una ricerca emergente suggerisce che alterazioni nel microbioma potrebbero contribuire all'obesità infantile, spiegano Li e colleghi. Alcuni studi hanno collegato l'uso di antibiotici nella prima infanzia - che possono colpire il microbioma - a un maggiore rischio di obesità infantile, ma questi trial non sono stati in grado di scindere gli effetti dell'uso di antibiotici dall'infezione in sé, che può anche contribuire alla disbiosi.

Lo studio
Per approfondire questo argomento, i ricercatori hanno seguito dalla nascita fino ai 18 anni più di 260.000 bambini nati tra il 1997 e il 2013.
Dopo aver controllato l'età materna, l'etnia, l'indice pre-gravidanza di massa corporea, un eventuale pregresso parto pre-termine, il basso peso alla nascita, l'uso di antibiotici della madre e le infezioni durante la gravidanza, il team di Kun Li ha evidenziato come i bambini che hanno avuto infezioni non trattate con antibiotici siano stati esposti in modo significativo a un rischio di obesità maggiore durante l'infanzia, rispetto ai piccoli senza infezioni o a quelli che hanno fatto uso di antibiotici (odds ratio aggiustato 1,25). È stata anche evidenziata una significativa relazione dose-risposta tra gli episodi di infezione e l'obesità. Il trattamento antibiotico delle infezioni non è tuttavia stato associato a un rischio maggiore di obesità rispetto alle infezioni non trattate (AOR 1,01). Un'analisi twin set ha confermato i risultati complessivi.

Le conclusioni
"L'infezione in realtà può avere un impatto anche sul microbioma, aspetto che è stato trascurato - osserva Li - Questo è uno dei motivi per cui gli studi precedenti non ci hanno nemmeno pensato. Anche le infezioni al di fuori del tratto intestinale, come quelle dell'orecchio e delle vie respiratorie, possono influenzare il microbioma, direttamente oppure causando cambiamenti nel sistema immunitario".
"Anche se i nostri risultati non necessariamente escludono che gli antibiotici, se utilizzati in assenza di infezione, potrebbero aumentare il rischio di obesità gli sforzi precoci per prevenire l'obesità infantile dovrebbero concentrarsi sulla riduzione delle infezioni durante l'infanzia. L'uso di antibiotici dovrebbe sempre essere giudizioso, ma il trattamento delle infezioni comuni con antibiotici nella prima infanzia è improbabile che sia una delle principali cause per l'obesità infantile".


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Obesità infantile: studio su Lancet assolve gli antibiotici. Medico e Bambino pagine elettroniche 2016;19(10) https://www.medicoebambino.com/?id=NEWS1610_10.html

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