Rivista di formazione e di aggiornamento professionale del pediatra e del medico di base, realizzata in collaborazione con l'Associazione Culturale Pediatri

M&B Pagine Elettroniche

Striscia... la notizia

a cura di Maria Valentina Abate
Clinica Pediatrica, IRCCS Materno-Infantile "Burlo Garofolo", Trieste
Indirizzo per corrispondenza: valentina_aba@yahoo.it





Antibiotici. Nei bambini cicli brevi più efficaci

Curare i bambini con cicli brevi di antibiotici è il modo migliore di trattarli. In uno studio australiano i ricercatori hanno evidenziato come nei più piccoli sia possibile passare dagli antibiotici per via endovenosa a quelli per bocca rapidamente e interrompere il trattamento in tempi più brevi di quanto raccomandato.

Curare i bambini con cicli brevi di antibiotici è il modo migliore di trattarli. In uno studio australiano i ricercatori hanno evidenziato come nei più piccoli sia possibile passare dagli antibiotici per via endovenosa a quelli per bocca rapidamente e interrompere il trattamento in tempi più brevi di quanto raccomandato. “L’aumento delle resistenze agli antibiotici minaccia l’utilità di questi importanti farmaci. - ha detto Penelope Bryant del Research Institute of Children di Murdoch a Victoria - Un modo per evitare questo e utilizzarli per quanto sono strettamente necessari consiste nel ridurre il loro utilizzo; nello studio abbiamo scoperto che fino a un quarto degli antibiotici è prescritto in modo non corretto e uno su cinque è prescritto per tempi troppo lunghi”.

Lo studio
Lo scopo della ricerca è stato quello di determinare nei bambini con infezioni batteriche la durata minima della terapia antibiotica endovenosa necessaria per ottenere risultati simili o migliori rispetto a quelli ottenuti con cicli terapeutici più lunghi e formulare delle raccomandazioni. I ricercatori hanno analizzato i database e le linee guida di oltre 170 studi, sebbene solo il 36% di questi fossero di alta qualità, ossia randomizzati controllati o revisioni sistemiche. “Abbiamo scoperto che possiamo tranquillamente utilizzare gli antibiotici per un tempo più breve di quello che pensiamo - ha dichiarato Penelope Bryant - per esempio, le infezioni polmonari e le infezioni delle vie urinarie spesso sono curate con una settimana di terapia antibiotica, ma abbiamo dimostrato che la maggior parte dei bambini ha bisogno solo di un minimo di tre giorni, mentre per le infezioni dell’orecchio e della gola in generale non tutti hanno bisogno di assumere antibiotici”. La durata di un ciclo per un batterio come Neisseria meningitidis è di 4-5 giorni, e per Staphylococcus aureus di 7-14 giorni. “Abbreviare le terapie antibiotiche endovenose permette ai piccoli di lasciare precocemente l’ospedale, cosa che è molto positiva per i pazienti, per le loro famiglie e anche per l’ospedale; inoltre accorciare i tempi di somministrazione antibiotica permette di ridurre il rischio che i bambini possano sviluppare resistenze e questa, a sua volta, è una strategia per salvaguardare l’efficacia degli antibiotici in futuro”, ha sottolineato Bryant.
Lo studio ha offerto l’opportunità di stilare raccomandazioni per passare dalla terapia antibiotica endovenosa a quella orale, sulla base della tolleranza ai farmaci e alle conseguenze dovute alla capacità di assorbimento. Le linee guida sono disponibili gratuitamente sul sito della Società australiana di malattie infettive. Secondo Rebecca M. Dixon, responsabile della sezione di Pediatria Ospedaliera dell’ospedale di Riley presso l’Indiana University Health di Indianapolis, “avere le linee guida realizzate sulla pratica clinica promuoverà una migliore gestione degli antibiotici e permetterà di prendere decisioni più adeguate riguardo all’assistenza dei bambini ricoverati”.




Oncologia pediatrica.
Un genitore su sei si rammarica delle scelte prese per il bambino

I genitori di bambini con cancro affrontano decisioni difficili e, secondo un nuovo studio, uno su sei pensa con rammarico ad alcune scelte. Spesso, i medici possono raccomandare un trattamento. Ma a volte i genitori possono avere bisogno di decidere se il loro bambino debba partecipare a una sperimentazione clinica, o se il figlio debba essere sottoposto a un intervento chirurgico.

I genitori di bambini con cancro affrontano decisioni difficili e, secondo un nuovo studio, uno su sei pensa con rammarico ad alcune scelte. Spesso, i medici possono raccomandare un trattamento. Ma a volte - come sottolinea Jennifer Mack, oncologa pediatrica al Dana-Farber Cancer Institute e al Boston Children’s Hospital, Autrice principale dello studio - i genitori possono avere bisogno di decidere se il loro bambino debba partecipare a una sperimentazione clinica, o se il figlio debba essere sottoposto a un intervento chirurgico. “Abbiamo voluto cercare di capire cosa provano i genitori quando guardano alle loro decisioni passate, come si sentono”, spiega l’oncologa.
Mack e colleghi hanno esaminato 346 genitori di bambini con cancro in due Centri medici degli Stati Uniti (un adulto per famiglia). I genitori hanno completato le survey entro 12 settimane dopo che il cancro era stato diagnosticato al proprio figlio. Cinquantaquattro genitori, o il 16%, ha avuto un alto livello di rammarico per le proprie decisioni, spiegano i ricercatori sul Journal of Clinical Oncology. Circa un terzo non rimpiangeva le proprie decisioni e avrebbe nuovamente compiuto le stesse scelte, mentre il 45% aveva un leggero rimpianto.
Sono state legati anche alcuni fattori di comunicazione al modo in cui i genitori si sentono circa le loro decisioni. I genitori erano meno propensi a provare rammarico se avevano segnalato la ricezione di informazioni di alta qualità, informazioni dettagliate sulla prognosi, fiducia del medico del loro bambino o sono stati a proprio agio nel loro ruolo decisionale.

I risultati
Neri, ispanici e altri genitori non bianchi avevano più probabilità di avere un elevato livello di rimpianto rispetto ai genitori bianchi. Anche quando la comunicazione è stata simile, i genitori non bianchi hanno fatto registrare ancora un maggior rimpianto. “Ci sono probabilmente altri fattori in gioco per le famiglie delle minoranze etniche che dobbiamo ancora capire”, sostiene Mack. È importante fare più ricerca e capire queste connessioni per capire meglio il processo più, secondo l’esperta. I ricercatori avvertono che lo strumento utilizzato per misurare il rimpianto tende a raggruppare genitori senza forti sentimenti nella categoria “ad alto rimpianto”. Mack ha anche detto che il team non ha considerato i ruoli dei bambini nelle decisioni di trattamento. Ha detto che è importante per i genitori avere conversazioni con i medici dei loro figli e non sentirsi spinti a prendere decisioni. “A volte non vi è urgenza, ma spesso non c’è tempo per continuare ad avere queste discussioni”, ha detto Mack. “I genitori dovrebbero sentire di poterlo comunque fare”.




Pasti sereni per i bimbi con la guida sulle manovre anti-soffocamento
In Italia circa 50 bambini under 4 muoiono per questa causa

Quando si passa dalle pappe cremose e frullate ai primi bocconi di cibo solido e il bebè non è ancora capace di masticare, mamma e papà possono vivere con apprensione il momento dei pasti, con la paura che un boccone vada di traverso. Per aiutare i genitori arriva la prima “Guida sulla sicurezza a tavola”, il manuale della Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale che insegna a eseguire la “manovra salvavita”.
Il manuale “La sicurezza a tavola. Genitori oggi: i trucchi del mestiere. Come si esegue la manovra salvavita” (Pier Carlo Salari, Francesco Pastore e Marco Squicciarini) è stato presentato a Firenze. “I dati riportano che ogni anno in Italia circa 50 bambini con meno di 4 anni muoiono per soffocamento, nel 70% dei casi dovuto a cibo - afferma Giuseppe Di Mauro, Presidente SIPPS -; la Guida è fondamentale per i genitori e dovrebbe essere presente in tutte le case dove c’è un bambino”. Ogni settimana, in media, un bambino perde la vita a seguito di cibo o corpi estranei. Il 42% dei bimbi ha un incidente quando è solo e ha eluso la sorveglianza di un adulto, mentre il restante 58% ha un incidente grave con un adulto presente ma che non riconosce il cibo pericoloso e non sa come intervenire. Nel 30% dei casi, inoltre, il soffocamento, e quindi l’ostruzione delle vie aeree, è provocato da oggetti o giochi di piccole dimensioni. Tutti gli oggetti che passano attraverso un foro del diametro di 4,5 cm sono pericolosi per i bambini di età inferiore ai 4 anni. Tra questi, i più pericolosi e più frequentemente responsabili di soffocamento sono pile al litio, palline di gomma, parti di giocattoli, pongo, monete, tappi di biro o penne. Il manuale, inoltre, divide gli alimenti in quattro categorie (molli o scivolosi, duri o secchi, solidi o semisolidi, appiccicosi o collosi) e “disegna” le modalità per ingerirli nel modo corretto.
“La guida - aggiunge Francesco Pastore, pediatra, formatore nazionale Basic Life Support (BLS) e Pediatric Basic Life Support (PBLS) - dipende anche dal rispetto di semplici norme comportamentali, valide soprattutto per i bambini più grandi: mi riferisco alla buona abitudine di non parlare mentre si mangia e di non distrarsi, per esempio, per leggere, giocare o guardare la televisione, che peraltro dovrebbe essere spenta”.




Epidermolisi bollosa: in Italia mille “bambini farfalla”, un’indagine li racconta

È una malattia genetica rara che colpisce la pelle causando gravi lacerazioni fin dalla nascita. Una malattia di cui si parla poco e che ha pesanti ricadute sulla qualità di vita di chi ne soffre, ma anche di chi se ne prende cura.

È una malattia che ti “marchia” con bolle e lacerazioni che compaiono sulla pelle, ma che colpiscono anche diversi organi interni provocando numerose gravi complicazioni. È l’epidermolisi bollosa, la patologia dei cosiddetti “bambini farfalla” vista la fragilità della loro pelle, paragonabile alle ali di una farfalla. Oggi l’Associazione Debra Italia Onlus, che da anni si batte per dar voce a questi pazienti, ha presentato a Milano i risultati della ricerca Doxa “La voce delle persone affette da epidermolisi bollosa. Percezione della malattia, dimensioni rilevanti e aspettative per il futuro”, prima indagine qualitativa al mondo sulla condizione dei pazienti affetti da epidermolisi bollosa, malattia che in Italia colpisce mille persone.

Il peso della malattia
Attraverso l’indagine Doxa, primo esperimento a livello mondiale, sono state raccolte preziose informazioni sulla patologia e sul vissuto dei pazienti e dei loro caregiver. L’indagine ha, infatti, coinvolto sia un campione di pazienti giovani e adulti sia una quota di genitori quali caregiver di pazienti in età infantile, per un totale di 33 partecipanti provenienti da tutta Italia. 20 pazienti su 30 soffrivano di epidermolisi bollosa distrofica recessiva, la forma più grave. “Di epidermolisi bollosa non si parla e si sa troppo poco. È questo il nostro compito primario, diffonderne la conoscenza e favorire la ricerca di una cura”, commenta Cinzia Pilo, presidente di Debra Italia Onlus e Debra International. “Come emerso chiaramente dall’indagine Doxa, si tratta di una patologia multispecialistica, estremamente complessa, che richiede personale medico formato a gestire la malattia e le sue complicanze con accorgimenti e tecniche specifiche. Come genitore di un bambino malato di epidermolisi, posso affermare che l’impatto della malattia è decisamente sottovalutato. La gestione quotidiana delle medicazioni è affidata a noi familiari che sopportiamo, perciò, un eccessivo carico non solo fisico ma anche psicologico. Se a tutto ciò sommiamo poi la curiosità indiscreta che questa malattia desta nelle persone, possiamo intuire il livello di stress psicologico e discriminazione sociale a cui i nostri ragazzi e noi familiari siamo costantemente sottoposti”.

Alla conquista dell’indipendenza
Per i pazienti, la mancanza di autonomia rappresenta l’aspetto più invalidante e difficile da accettare, soprattutto con il passaggio all’età adulta. La stessa situazione genera nei caregiver il peso della responsabilità, spesso accompagnata da stati di ansia: la fragilità dei propri cari e l’impossibilità di poter pianificare sul breve e lungo periodo, a causa dei frequenti infortuni e imprevisti, fa sì che il caregiver viva in uno stato di costante allerta e tensione. La ricerca ha analizzato anche il diverso approccio al dolore tra chi è affetto dalla malattia e chi se ne prende cura.

Il dolore
Il paziente, abituato al dolore sin dalla nascita, sviluppa una resistenza completamente diversa da quella di chi lo assiste e tende a considerare il dolore un handicap secondario se paragonato alle limitazioni pratiche imposte dalla malattia. Infatti, nella conquista dell’indipendenza, sono quest’ultime a rappresentare il reale problema e suscitare frustrazione. Il caregiver, invece, non essendo in grado di comprendere esattamente l’entità percettiva del dolore, vive con profonda ansia e impotenza momenti quali bendaggio e medicazioni che il proprio caro deve affrontare ogni giorno. Tra i diversi interventi medico-chirurgici che i pazienti sono spesso costretti a subire nel corso della loro vita, gli interventi chirurgici di ricostruzione della cute delle mani rappresentano i momenti in assoluto più dolorosi. Frequenti sono, purtroppo, anche altri interventi molto critici quali le dilatazioni esofagee e le asportazioni di carcinomi.

Un approccio multidisciplinare
Grazie alle testimonianze raccolte attraverso l’indagine, è stato possibile analizzare l’impatto quotidiano della patologia delineando le aree critiche più rilevanti nell’esperienza della malattia, da un punto di vista fisico e psicologico. I risultati delle interviste confermano che, da un punto di vista fisico, la comparsa di bolle e lacerazioni risulta essere il fattore comune tra tutte le forme di epidermolisi; queste manifestazioni sono accompagnate da una serie di altre complicazioni e disfunzioni - quali pseudo-sindattilia, stenosi esofagea, malformazioni della cavità orale, celiachia, stipsi, lacerazioni corneali, lesioni cancerose - che delineano un quadro molto variabile.

Una diagnosi precoce
“È necessario che il paziente sia seguito dal dermatologo e dal neonatologo, pediatra o medico di famiglia, in funzione dell’età”, dichiara El Hachem, Responsabile della Unità Operativa Complessa di Dermatologia Pediatrica dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma. “Innanzitutto, è necessario garantire una diagnosi precoce e del sottotipo, in modo da informare la famiglia sulla prognosi e sulle eventuali complicanze a cui il proprio figlio andrà incontro. Inoltre, è importante avviare la diagnosi genetica per un counseling adeguato. È altrettanto indispensabile un approccio multidisciplinare con l’intervento di diversi specialisti per la gestione delle lesioni mucocutanee, delle manifestazioni e complicanze extracutanee di ordine medico o chirurgico. Il coinvolgimento, integrato e coordinato, di specialisti di varie discipline ha lo scopo di assistere in modo globale il paziente affetto, offrendo a lui e alla sua famiglia, nella stessa sede, le necessarie prestazioni specialistiche, mediche, chirurgiche e psico-sociali. Purtroppo, questa modalità di approccio è attualmente possibile solo in pochi Centri in Italia”.

Le barriere burocratiche
Guardando al futuro, tutti gli intervistati auspicano un aumento diffuso della conoscenza sulla epidermolisi bollosa, sia da un punto di vista tecnico-scientifico, sia sociale. Si sottolinea, infatti, un’eccessiva disparità di adeguatezza delle cure e della gestione della patologia legata al contesto di residenza. “È necessario che le Autorità istituzionali agevolino l’abbattimento delle barriere burocratiche che ostacolano la gestione della patologia” - ha commentato su questo punto la prof.ssa Esposito, Direttore dell’Unità di Pediatria ad Alta Intensità di Cura, IRCCS Ospedale Maggiore Policlinico, Università degli Studi di Milano “e contribuiscano con i dovuti finanziamenti a supportare la comunità medico-scientifica nella ricerca di una cura definitiva per questa grave malattia genetica. Personalmente ripongo moltissime speranze nello studio e nella ricerca sull’autoimmunità e sulle infiammazioni croniche. Recentemente, ci si è mossi verso le prime sperimentazioni farmacologiche e mi auguro che la strada intrapresa si riveli quella del successo”.

Una malattia genetica della cute
L’epidermolisi bollosa è una malattia genetica rara che in Italia colpisce circa mille persone. È una patologia estremamente complessa e dai profondi risvolti psicologici, sia per il paziente sia per i suoi familiari. Chi ne soffre ha gravi danni alla pelle, sotto forma di bolle e lacerazioni, ma purtroppo la malattia coinvolge anche diversi organi interni ed è alla base di numerose gravi complicazioni. La nostra pelle è composta da due strati: lo strato esterno è chiamato epidermide, quello interno derma. Normalmente, il derma si connette all’epidermide tramite la giunzione dermoepidermica che garantisce, con l’elevato numero di filamenti di ancoraggio, un legame sicuro fra i due strati. Nelle persone affette da questa malattia, alcuni errori genetici causano difetti nelle proteine responsabili dell’aderenza tra epidermide e derma, quali collagene, laminina, cheratine e integrine. Di conseguenza, i filamenti di ancoraggio sono assenti e qualsiasi azione generante attrito tra i due strati (come sfregamento o pressione) causa vesciche e piaghe dolorose. Le sofferenze inflitte dalle piaghe da epidermolisi bollosa sono state paragonate a quelle da ustioni di terzo grado. Anche se nel 2006 l’équipe del professor Michele De Luca, dell’Università di Modena, ha eseguito con successo il primo trapianto al mondo di pelle geneticamente modificata non esistono attualmente cure risolutive per l’epidermolisi bollosa. L’unico presidio possibile è la prevenzione delle infezioni attraverso medicazioni quotidiane. Si tratta, dunque, come spesso accade nei casi di malattie molto rare, di una patologia “orfana” dal punto di vista degli investimenti nella ricerca.



Quasi un pediatra su tre ricorre all’omeopatia; dato in aumento
Un’ndagine tra gli aderenti FIMP mostra nel 36% un uso quotidiano

Quasi un pediatra di famiglia su 3 affianca, più o meno spesso, l’omeopatia alle cure farmacologiche tradizionali. Un dato in continuo lieve aumento. È la fotografia scattata da un’indagine della Federazione Medici Pediatri (FIMP) che è stata presentata al X Congresso Nazionale a Pisa (29 settembre - 1° ottobre 2016). Il sondaggio, in collaborazione con Omeoimprese (associazione delle Aziende produttrici di medicinali omeopatici), è frutto di una consultazione fra i 5400 pediatri aderenti alla FIMP, quasi tutti convenzionati con il Servizio Sanitario Nazionale. Il 30% di chi ha risposto dichiara di ricorrere all’omeopatia; dato in crescita rispetto al 23% emerso da un’indagine condotta nel 2012 dalla Società Italiana di Pediatria. Secondo la ricerca FIMP, inoltre, tra chi usa l’omeopatia il 36% lo fa quotidianamente e nella metà dei casi a sceglierla sono specialisti con alle spalle corsi post universitari triennali (54%). Vi ricorrono soprattutto per malattie delle vie respiratorie (68%), gastroenteriti, allergie, disturbi del sonno.
“L’indagine - spiega all’ANSA Giampietro Chiamenti, presidente FIMP - è nata dalla percezione che parte dei pediatri si è avvicinato con interesse all’omeopatia negli ultimi anni, forse per via dei minor effetti collaterali riscontrati e della preferenza per un modo olistico di avvicinarsi alla salute del bambino. Per questo abbiamo voluto avere una fotografia più precisa della realtà. Da qui partiremo per una valutazione di merito, per capire dal punto di vista scientifico la validità di questo metodo di cura”. I dati sono in linea con quanto emerso nel corso dell’ultima fotografia del settore diffusa a marzo 2016 da Omeoimprese, secondo la quale il 36% degli 8 milioni gli Italiani che ricorrono all’omeopatia lo fa anche per i propri bambini. I risultati, spiega Giovanni Gorga, presidente di Omeoimprese, “indicano una diffusione dell’omeopatia in affiancamento, e non in alternativa, ai prodotti allopatici”. Questo, prosegue “ci pone nelle condizioni di chiedere alle Istituzioni una maggiore attenzione verso il settore. I nostri prodotti sono farmaci a tutti gli effetti, tanto è vero che sono sottoposti a un esame molto severo da parte dell’Agenzia Italiana del Farmaco”.




Cure alternative, naturopata sbaglia terapia: bimbo autistico rischia di morire
L’appello degli esperti sul British Medical Journal contro il fai-da-te

Aveva perso l’appetito e mangiava pochissimo. Perdeva peso. Tutta colpa di una cura a base di una dose eccessiva di integratori. Una situazione a rischio per la vita di un bambino autistico di 4 anni, che ha spinto i genitori a chiedere aiuto ai medici. Dopo una serie di test, i dottori hanno capito che il piccolo soffriva di ipercalcemia. Aveva livelli troppo alti di calcio nel sangue, ma anche di vitamina D. Una diagnosi che ha spinto la coppia a confessare di aver sottoposto il bimbo a una cura a base di ‘prodotti naturali’. Un cocktail di sostanze che ha danneggiato l’organismo del bambino e ha spinto gli esperti inglesi a lanciare un appello contro le terapie fai-da-te sul British Medical Journal (BMJ).
Nella cura scelta dal naturopata inglese c’erano dosi eccessive di calcio, vitamina D, olio di fegato di merluzzo, latte di cammello, argento, zinco. La terapia era arricchita da solfato di magnesio, un ingrediente scelto per ‘depurare l’organismo’. “I genitori del bimbo ora sono devastati per quello che hanno fatto al figlio e per averlo fatto stare così male - spiega il report del BMJ - e la polizia ha aperto un’indagine nei confronti del naturopata che ha sbagliato la sua cura”.
Ci sono volute ben due settimane per far guarire il bambino. Quando è stato ricoverato era disidratato e aveva livelli di calcio altissimi, ora per fortuna è fuori pericolo. “Molte famiglie scelgono ‘cure naturali’ come queste - spiegano i medici del BMJ -, ma questo caso dimostra che possono esserci gravi effetti collaterali che sono difficili da individuare anche per la mancanza di conoscenza di queste terapie”. E a volte anche la vita dei pazienti può essere a rischio aggiungono i medici inglesi. “Ci sono molti casi di complicanze, anche fatali, e probabilmente molti altri che non sono segnalati ai medici o che, a volte, non sono stati riconosciuti”.
“Il caso dimostra che purtroppo esistono persone che speculano sulla disperazione delle famiglie, a volte per ignoranza altre volte con dolo - spiega Raffaele Falsperla, Presidente Società Italiana di Neurologia Pediatrica -. In Italia per fortuna esiste un “filtro”, il pediatria di famiglia, che segue il bambino sin dalla nascita e rappresenta il vero “ambasciatore” nella tutela del minore. A tutti va ricordato che il principio che dovrebbe guidare chiunque si occupa di salute del bambino è primum non nocere, cioè non fare nulla che potrebbe nuocere alla salute del bambino”. In questo caso la cura a base di integratori non sarebbe mai riuscita neppure a guarire il piccolo. “Gli integratori hanno delle indicazioni cliniche e non sono indicati nel caso di disabilità intellettive. Dunque questo tipo di cura non era indicata per guarire il bambino autistico”.
Le “cure alternative”, spiegano ancora gli esperti del BMJ - sono molto diffuse tra i bambini con malattie croniche, tra cui l’autismo, per una serie di motivi. Questi possono includere l’insoddisfazione con le terapie tradizionali.




Due ragazze su dieci hanno sperimentato l’autolesionismo

Temperini, lamette e coltellini. Si tagliano con strumenti diversi, soprattutto gli avambracci, non per uccidersi ma per attirare l’attenzione. Due ragazze su 10 hanno sperimentato almeno una volta atti di autolesionismo e il “contagio” viaggia spesso nelle rete. A fare il punto oggi, un convegno ospitato presso il Policlinico Umberto I di Roma, nell’ambito delle iniziative previste per la Giornata della Salute Mentale Femminile, che si celebra oggi in tutto il mondo.
“Fenomeno più urbano e più femminile, l’autolesionismo - spiega Mauro Ferrara, neuropsichiatra infantile e ricercatore presso l’Università La Sapienza di Roma - riguarda tutto il mondo occidentale, con un trend in incremento negli ultimi 20 anni. Nell’adulto è legato a situazioni particolari di disagio. Nei giovani invece è molto trasversale e frequente in tutti i contesti sociali, nelle periferie come nei quartieri bene”. A seconda della frequenza e dell’entità, dal 13 al 36% delle adolescenti e circa il 5-10% degli adolescenti sperimentano almeno un atto di autolesionismo, ovvero si fanno male pur senza volersi uccidere. Rispetto all’età di esordio c’è un anticipo: “vedevamo - sottolinea l’esperto - una forbice tra 14 e 17 anni, ora siamo scesi intorno a 12-15 anni. Normalmente il problema, come del resto nei tentativi di suicidio, è femminile nel 90% dei casi. Ma da questo punto di vista negli ultimi anni osserviamo un aumento della percentuale maschile, spesso collegata a una problematica relativa all’identità di genere”.
Le lesioni sono in genere sugli avambracci, “luoghi non troppo nascosti, che mettono in evidenza l’ambiguità del messaggio che vogliono lanciare: lasciami stare ma aiutami”. Il fenomeno, prosegue Ferrara, “viaggia attraverso il web, non solo nei social ma anche nei forum dedicati, che spesso alimentano una ambiguità di fondo e non è chiaro se forniscano più aiuto o auto-esposizione”. La vera sfida, conclude, è capire per quali persone il disagio rischia di portare, nel tempo, al suicidio.




Tosse nei bambini, un meccanismo di difesa che deve essere rispettato

È un meccanismo fisiologico che il nostro organismo adotta per espellere sostanze irritanti presenti nelle vie aeree, per esempio patogeni, inquinanti o un corpo estraneo.

La tosse è uno dei motivi che porta più spesso a consultare il pediatra, forse anche più del necessario visto che nella maggior parte dei casi si tratta di un disturbo passeggero che si accompagna a una delle numerose infezioni delle prime vie respiratorie che interessano soprattutto i bambini che frequentano nidi e scuole materne.

Che cosa stimola la tosse?
«La tosse è un meccanismo fisiologico che il nostro organismo adotta per espellere sostanze irritanti presenti nelle vie aeree, per esempio patogeni, inquinanti (dallo smog al fumo di sigaretta) o, più di rado, un corpo estraneo. Scopo dei colpi di tosse è quindi allontanare in modo “esplosivo” questo materiale - spiega Susanna Esposito, direttore dell’Unità di Pediatria ad Alta Intensità di Cura, IRCCS Policlinico Università di Milano e presidente Waidid, Associazione mondiale per le malattie infettive e i disordini immunologici. La maggior parte delle volte si tratta di un fenomeno passeggero (tosse acuta) che fa seguito a un’infezione respiratoria, di solito di natura virale, che si risolve da sola in meno di una settimana. In questi casi il bambino ha anche altri disturbi, tipicamente un po’ di raffreddore o di mal di gola e, a volte, anche febbre. Spesso a determinare la tosse è il passaggio di muco dalle fosse nasali alla gola, che si verifica soprattutto durante i cambi di posizione. Ecco perché si fa sentire soprattutto al mattino appena svegli e quando si va a letto. Per quanto riguarda le caratteristiche, all’inizio la tosse tende a essere secca, per poi evolvere, dopo qualche giorno, in grassa, a causa della progressiva produzione di muco. Talvolta però la tosse può diventare persistente o addirittura cronica».

A che cosa può essere dovuta la tosse quando diventa persistente?
«Spesso nei bambini che hanno una storia di allergia una tosse insistente (e di solito secca) è il segnale di un’infiammazione cronica delle vie respiratorie. Per capirne l’origine è utile fare una valutazione allergica e prove di funzionalità respiratoria, come la spirometria, per verificare la presenza dell’asma. A volte la tosse cronica può anche essere di natura psicologica, in questi casi il bambino tossisce solo di giorno, mentre di notte passa tutto. In rari casi, soprattutto nel lattante che sta sempre sdraiato, la tosse può essere legata al reflusso gastroesofageo oppure può capitare che sia conseguenza di infezioni come la pertosse. L’adolescente con pertosse può tossire tanto senza un chiaro motivo, nel neonato possono verificarsi apnee o può esserci il quadro tipico (e grave) della malattia con tosse convulsa».

Come si può attenuare la tosse?
«La tosse è un meccanismo naturale di difesa per l’organismo e non va bloccata. Al primo accenno non è quindi necessario partire in quarta con mucolitici ed espettoranti, per i quali non ci sono prove di efficacia, o sedativi della tosse, che possono avere effetti collaterali. Per dare sollievo al bambino si può comunque ricorrere a semplici rimedi: farlo bere molto, usare umidificatori per ambienti, praticare i lavaggi nasali con la sola soluzione fisiologica per umidificare le vie aeree e, soltanto in casi specifici, l’aerosol con farmaci broncodilatatori e/o cortisonici quando vi è una sottostante componente asmatica o una laringite acuta. Gli antibiotici vanno riservati ai soli casi in cui si presume un’infezione di origine batterica. Fondamentale, infine, è evitare sempre di esporre i piccoli al fumo passivo».




I bimbi che dormono poco sono più irrequieti e a rischio dipendenze
Studio della Federazione Italiani Medici Pediatri su 4000 bambini da 1 a 5 anni

I bambini che dormono meno del necessario sono in genere quelli che, già da piccolissimi, usano maggiormente smartphone, guardano per più di due ore al giorno la televisione, tendono a essere irrequieti e a sviluppare atteggiamenti di dipendenza. È quanto emerge dai risultati preliminari del progetto di ricerca ‘Buonanotte’, condotto dalla Federazione Italiana Medici Pediatri (FIMP) insieme all’Associazione Genitori Attenti. La mancanza di sonno è stata già da precedenti ricerche correlata a obesità, diabete e depressione immunitaria, ma questo è il primo studio che indaga il rapporto tra le abitudini del sonno e alcuni disturbi precoci del comportamento.
Lo studio ha coinvolto 166 pediatri di famiglia di 11 Regioni e un campione rappresentativo di circa 4000 bambini tra 1 e 5 anni. I dati preliminari evidenziano che circa il 35% dei bambini dorme troppo poco, meno di 9 ore a notte, il 19% utilizza tablet e/o smartphone oltre 3-5 volte a settimana e il 10% lo fa tutti i giorni, solo il 54% dorme nel proprio letto per la maggior parte delle ore notturne e ben il 17% si addormenta guardando la TV. “I dati mettono in chiara evidenza che andare a letto tardi e utilizzare tablet o smartphone è strettamente correlato all’irrequietezza infantile e a un utilizzo patologico di device elettronici”, anticipa all’ANSA Mattia Doria, responsabile FIMP per lo studio. “Questo sembra confermare l’ipotesi che alla base dei disturbi del comportamento contribuiscano delle alterazioni neurocircuitarie alla cui formazione concorra in maniera rilevante l’uso improprio delle nuove tecnologie”. “Sempre più evidenze scientifiche confermano la correlazione tra dormire poco e maturare precocemente delle dipendenze, che nei più piccoli sono per i device elettronici, ma crescendo si possono rivolgere verso fumo, droghe e alcol”. La lettura di libri prima di addormentarsi, invece, conclude “è correlata con una maggiore durata del sonno ed è uno dei fattori protettivi nei confronti dell’irrequietezza diurna”.




Le difficoltà alimentari nel primo anno di vita
Cosa osservano i pediatri, cosa raccontano le mamme. Lo studio di SIMPEF e ARP

Lo studio ha l’obiettivo di far luce sulla relazione madre-figlio nella fase alimentare del primo anno di vita. Ansie e i timori di chi deve gestire la fase dell’allattamento e comprendere i bisogni del bambino; ma anche il “disagio silente”, quello che le mamme non confessano apertamente ai pediatri e che si riflette anche in un approccio a volte difficoltoso alla vita alimentare dei propri figli.

Il tempo critico del primo anno di vita: come le mamme vivono questa fase nutrizionale e che tipo di relazione si instaura con il proprio bambino. Uno studio iniziato nel 2013, i cui risultati sono stati presentati a Milano il 22 ottobre 2016. L’emozionante ma anche complicata relazione madre-figlio nel primo anno di vita, le ansie e i timori di chi deve gestire la fase dell’allattamento e comprendere i bisogni del bambino; ma anche il “disagio silente”, quello che le mamme non confessano apertamente ai pediatri (inquietudini rispetto a sé e al bambino collegate a stati d’animo negativi o sgradevoli), che si riflette anche in un approccio a volte difficoltoso alla vita alimentare dei propri figli e che i pediatri del SIMPEF e gli psicologi di ARP sono riusciti a far emergere in questa ricerca, ora a disposizione della comunità scientifica.
“Non possiamo non conoscere a fondo il mondo emotivo delle mamme, delle loro difficoltà nascoste per essere dei veri pediatri di famiglia - dice Nicoletta Bucci, pediatra SIMPEF - e poter davvero essere integrati a quel progetto di sostegno alla genitorialità che in Lombardia è prioritario nelle strategie di politica socio-sanitaria”. I dati di questa indagine “consentiranno analisi statistiche, riflessioni scientifiche e perfezionamenti metodologici che non ha precedenti nella letteratura medica e psicologica”, afferma invece la dottoressa Luisa Scuratti di ARP.
Il meeting milanese sarà l’occasione per presentare i dati di questo studio che ha coinvolto centinaia di pediatri e mamme e ha fornito elementi nuovi riguardo al mondo materno emersi da più di 3000 schede di valutazione.
“Abbiano notato che le mamme in alcuni momenti iniziali e poi critici dello sviluppo (svezzamento, introduzione dell’alimentazione solida e passaggio a un’autonomia nutrizionale), possono manifestare un’incertezza nella capacità genitoriale di far fronte ad alcune difficoltà transitorie e fisiologiche nei confronti del cibo e del bambino stesso. Inoltre le neomamme possono ricevere indicazioni e consigli contrastanti circa l’allattamento da parte delle varie strutture sanitarie con cui vengono in contatto durante gravidanza, parto e primi giorni del bambino. Ciò aggrava il loro disorientamento e accresce le difficoltà. Aggiungiamo il rischio psico-patologico dell’insistenza sul cibo, dell’atmosfera del pasto come un momento carico di tensione, temuto e disturbante, che sottotraccia continuerà ad agire fino alla recrudescenza adolescenziale, quando l’allarme per l’ora del pasto sarà un sentimento dominante nell’esistenza dei giovani in fase di crescita in quella che viene definita l’adolescenza emotiva. Lo studio sarà di aiuto alle mamme ma anche a noi medici”.




Addio al vecchio medico di famiglia
Entro sette anni il sistema potrebbe cambiare

Entro sette anni 20 milioni di italiani potranno dire addio al medico di famiglia e di conseguenza un assistito su tre potrebbe restare senza il suo dottore di fiducia. Tutta colpa della burocrazia che spinge ad abbandonare la professione e al numero chiuso che scoraggia i giovani. Si stima che entro il 2023 verranno a mancare 16 mila medici di famiglia.
L’allarme riguarda soprattutto il Nord Italia: in Piemonte, ad esempio, nei prossimi sette anni lasceranno lo studio 1173 medici di famiglia, in Lombardia 2776, in Veneto 1600, in Liguria 527.
I numeri della bomba demografica medica, diffusi al congresso nazionale della FIMMG, la Federazione dei Medici di Famiglia, sono quelli dell’ENPAM, il solido Ente previdenziale dei camici banchi, che col perdurare di questa fuga dalla professione qualche problema potrebbe cominciare ad averlo.
“Bisogna aumentare i posti nelle scuole post-laurea di medicina generale, altrimenti sul territorio rimarranno solo i pazienti”, denuncia a La Stampa il presidente dell’ENPAM, Alberto Oliveti.
Secondo i dati FIMMG, infatti, le Regioni che programmano l’accesso alla professione non vanno oltre i 900 borsisti l’anno, mentre i pensionamenti accelerano. Inoltre sono sempre gli stessi a mantenere più cattedre possibili all’università e a godere dei pochi finanziamenti lasciando le briciole agli studenti. Bisognerà pensare probabilmente a un nuovo sistema di assistenza sanitaria.




Ossessione pulizia,
la provocazione di un pediatra americano: “Se cade me lo mangio”
È più a rischio il nostro frigorifero del pavimento. Le spugne per i piatti rispetto al bagno di casa.
Per non parlare di strofinacci, tagliere. E delle mani.

La provocazione è di Aaron Carroll, professore di Pediatria all’Università dell’Indiana, sul New York Times. Che ci faccio con il cibo che cade sul pavimento della mia cucina?, chiede il medico. Semplicemente, lo mangio lo stesso. Perché il pavimento della cucina non è certamente peggio del bancone dove preparo da mangiare, o delle mie stesse mani. E snocciola dati, con le misurazioni accurate effettuate da Charles Gerba, microbiologo all’università dell’Arizona, che si è preso la briga di contare le colonie di colibatteri presenti sul bancone della cucina, in frigorifero, e persino in bagno, sulla tavoletta del water e sui rubinetti. Concludendo che la tavoletta - che ha 0,68 colonie per pollice quadro, circa 6 centimetri quadrati - è ben più pulita del bancone della cucina, che ne ha 5,75. E infinitamente meno delle spugne per i piatti, che di colonie ne hanno più di 20 milioni. Forse perché percepiamo il bagno come luogo più pericoloso, e lo puliamo di più.

Dove si nasconde la sporcizia
E invece uno dei luoghi più sporchi della casa è il frigorifero. «Il concetto di sporco non è chiaro a tutti - premette Ida Luzzi, dirigente del Dipartimento di Malattie Infettive, Parassitarie e Immunomediate dell’Istituto Superiore di Sanità - e mentre si utilizzano disinfettanti anche inutilmente per pavimenti o abiti, non ci si rende conto dei veri punti critici in una cucina». E cioè strofinacci, spugne e pezzette, taglieri e utensili. Che vanno sempre lavati con acqua calda e sapone. Così come le mani. «Dice l’OMS - continua Luzzi - che le mani andrebbero lavate con il sapone e per il tempo necessario a cantare tre volte “tanti auguri a te”. Le spugnette - poi - andrebbero non solo lavate ma sostituite frequentemente. In ogni caso il rischio maggiore in cucina è la contaminazione tra alimenti cotti e crudi, che può capitare sia maneggiando carni crude e usando poi lo stesso tagliere o lo stesso coltello per tagliare altri alimenti cotti, oppure anche in frigorifero, se non teniamo gli alimenti ben separati e coperti».
Certamente, c’entra con la pulizia proprio la percezione del rischio. «Vedo case che sembrano delle sale operatorie sterili - racconta ironica la ricercatrice - ma la pezzetta per i piatti vecchia e logora. E quello sì è un fattore di rischio, perché dove si deposita materiale organico i batteri trovano un buon terreno di coltura. Capisco che il pavimento si associ alle scarpe che lo calpestano, ma è molto peggio il bancone delle nostre cucine. O i tasti del forno e della macchina per cucinare».
Tra i consigli per una igiene normale e non ossessiva c’è il lavaggio del frigorifero con acqua calda e aceto una volta a settimana, quello del tagliere con acqua caldissima o in lavastoviglie, soprattutto se di legno, il tavolo o il ripiano in cucina con acqua e sapone. Precauzioni che valgono per tutti tranne nei casi - avverte l’esperta - ci siano in famiglia persone malate o immunodepresse.
Qualche precauzione in più per gli alimenti: evitare di lasciare troppo a lungo quelli cotti a temperatura ambiente, e magari scoperti, perché batteri e spore si moltiplicano. E conservarli coperti in frigorifero. Listeria, infatti, sopravvive e si moltiplica anche in frigorifero. «Con la cottura i rischi si abbattono - conclude Luzzi - e questo vale sia per Listeria che per Salmonella o Campylobacter, che possono essere presenti nelle carni. Per quanto riguarda le superfici basta lavare con acqua calda e sapone, la frenesia del disinfettante è francamente inutile. Anche per il bagno: pulire il water va bene, ma disinfettarlo non serve. Mica ci si mangia dentro. Così come è inutile disinfettare la biancheria o i ciucci per i bambini. Basta una bella lavata. Non facciamoci prendere dalla fissazione della sterilità».


Vuoi citare questo contributo?

Antibiotici. Nei bambini cicli brevi più efficaci - Oncologia pediatrica. Un genitore su sei si rammarica delle scelte prese - Pasti sereni per i bimbi con la guida sulle manovre anti-soffocamento - Epidermolisi bollosa: in Italia mille “bambini farfalla”, un’indagine li racconta - Quasi un pediatra su 3 ricorre all’omeopatia; dato in aumento - Cure alternative, naturopata sbaglia terapia: bimbo autistico rischia morte - Due ragazze su dieci hanno sperimentato l’autolesionismo - Tosse nei bambini, un meccanismo di difesa che deve essere rispettato - I bimbi che dormono poco sono più irrequieti e a rischio dipendenze - Le difficoltà alimentari nel primo anno di vita - Addio al vecchio medico di famiglia - Ossessione pulizia, la provocazione di un pediatra: “Se cade me lo mangio”. Medico e Bambino pagine elettroniche 2016;19(9) https://www.medicoebambino.com/?id=NEWS1609_10.html

Copyright © 2019 - 2019 Medico e Bambino - Via S.Caterina 3 34122 Trieste - Partita IVA 00937070324
redazione: redazione@medicoebambino.com, tel: 040 3728911 fax: 040 7606590
abbonamenti: abbonamenti@medicoebambino.com, tel: 040 3726126

La riproduzione senza autorizzazione è vietata. Le informazioni di tipo sanitario contenute in questo sito Web sono rivolte a personale medico specializzato e non possono in alcun modo intendersi come riferite al singolo e sostitutive dell'atto medico. Per i casi personali si invita sempre a consultare il proprio medico curante. I contenuti di queste pagine sono soggetti a verifica continua; tuttavia sono sempre possibili errori e/o omissioni. Medico e Bambino non è responsabile degli effetti derivanti dall'uso di queste informazioni.

Unauthorised copies are strictly forbidden. The medical information contained in the present web site is only addressed to specialized medical staff and cannot substitute any medical action. For personal cases we invite to consult one's GP. The contents of the pages are subject to continuous verifications; anyhow mistakes and/or omissions are always possible. Medico e Bambino is not liable for the effects deriving from an improper use of the information.