Rivista di formazione e di aggiornamento professionale del pediatra e del medico di base, realizzata in collaborazione con l'Associazione Culturale Pediatri

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a cura di Maria Valentina Abate
Clinica Pediatrica, IRCCS Materno-Infantile "Burlo Garofolo", Trieste
Indirizzo per corrispondenza: valentina_aba@yahoo.it





Bambini vegani sempre più in aumento: gli esperti lanciano l’allarme

I genitori che forzano i figli a seguire la dieta vegana crescono e i ricoveri in ospedale di bambini carenti di vitamina B12 aumentano: i pediatri lanciano l'allarme sulla pericolosità della dieta vegana per i più piccoli.

Il Bel Paese giorno dopo giorno si riscopre sempre più salutista e la dieta green è ormai diventata un vero tormentone. Dati alla mano, all’incirca si contano 700.000 vegani in Italia e il ritmo incalza del 10% l’anno. La situazione potrebbe sembrare apparentemente innocua, se non fosse che moltissimi genitori spingono i propri figli a seguire il loro stretto regime alimentare, privandoli dunque di quelle vitamine e proteine che sarebbero essenziali, a detta degli esperti, per la sana crescita dei più piccoli. Mai come in questo caso dunque “le scelte dei genitori ricadono sui figli” e a volte alcune decisioni rasentano la scelleratezza, o quantomeno possono essere opinabili.
A destare preoccupazioni e, secondo alcuni, insensati allarmismi, sono stati i pediatri italiani che hanno posto sotto l’attenzione pubblica e dei media la pericolosità che si cela dietro la dieta vegana per i bambini. Gli esperti hanno infatti reso noto i dati elevati e preoccupanti che riguardano i bambini ricoverati in ospedale a causa di una forte carenza di vitamina B12, molti dei quali ancora neonati e carenti in quanto nutriti da solo latte materno, ma da madre vegana. I pediatri pongono in evidenza un problema di estrema importanza circa le carenze nutrizionali: la vitamina B12 infatti, presente in pesce, uova, carne e latte, è essenziale per la salute dell’infante, in quanto arginerebbe il rischio di compromettere la formazione dei neuroni e aumenterebbe il rischio di contrarre l’anemia.
Come spiega il quotidiano nazionale La Repubblica, il prof. Alessandro Ventura, direttore di Pediatria all’Università e all’ospedale materno-infantile “Burlo Garofolo” di Trieste, ha dichiarato di essersi trovato di fronte, solo nell’ultimo anno, dinnanzi a tre casi di lattanti ricoverati in ospedale a causa di carenza di vitamina B12: “Le madri li nutrivano al seno e mangiavano vegano” ha riferito l’esperto, che ha continuato: “Quel che vediamo è la punta dell’iceberg: i casi in cui le carenze sono talmente gravi da richiedere il ricovero”. “Con i supplementi è teoricamente possibile far seguire ai bambini una dieta vegana, ma non è facile. A quell’età il fabbisogno di nutrienti è come un puzzle dai pezzetti piccolissimi”. “Negli ultimi due anni ho visto in Pronto Soccorso due bimbi con anemia e fratture spontanee. Fra le cause sospette c’era la dieta vegana”. Un altro caso spiegato dagli esperti sempre alla stampa nazionale, racconta di un bimbo di dieci anni quasi cieco: “I genitori erano convinti che fosse allergico a tutte le verdure, latte, uova e pesce. Aveva una carenza di vitamine così grave da danneggiare il nervo ottico”.



I corticosteroidi non pregiudicano lo sviluppo neurologico

L’esposizione a dosi ripetute di corticosteroidi nel periodo prenatale, secondo lo studio ACTORDS pubblicato da “Pediatrics”, non sembra avere conseguenze negative sullo sviluppo neurologico nella prima infanzia. Anzi, la ricerca ha evidenziato chiaramente i benefici neonatali legati a dosi ripetute di corticosteroidi utilizzati per la prevenzione di malattie respiratorie neonatali, tra cui insufficienza respiratoria e grave morbilità.

L’esposizione a dosi ripetute di corticosteroidi nel periodo prenatale, secondo lo studio ACTORDS pubblicato da Pediatrics, non sembra avere conseguenze negative sullo sviluppo neurologico nella prima infanzia. Anzi, la ricerca ha evidenziato chiaramente i benefici neonatali legati a dosi ripetute di corticosteroidi utilizzati per la prevenzione di malattie respiratorie neonatali, tra cui insufficienza respiratoria e grave morbilità.
Nel follow-up effettuato durante la prima infanzia non sono emerse differenze in termini di un’eventuale maggiore disabilità neurosensoriale tra il gruppo sottoposto a corticosteriodi prenatali e il gruppo placebo.

Lo studio
Il gruppo guidato da Caroline Crowther, della University of Auckland in Nuova Zelanda, ha valutato 988 bambini tra i 6 e gli 8 anni, le cui madri hanno partecipato allo studio ACTORDS e si sono concentrati sul tasso di sopravvivenza libera da disabilità neurosensoriale, funzione cognitiva, comportamento, risultati scolastici e salute connessa alla qualità della vita. Le evidenze hanno mostrato che non vi erano differenze significative tra chi aveva ricevuto ripetute dosi di corticosteroidi in epoca prenatale e chi aveva preso placebo. Entrambi i gruppi presentavano elevati tassi di asma e ricorso ai servizi sanitari. Nessuna differenza nei gruppi riguardo alla tolleranza all’esercizio fisico valutata dai genitori o dagli insegnanti e nemmeno dal punto di vista psicologico.
Per Erika Ota, del Centro Nazionale per la Salute e lo Sviluppo del Bambino di Tokyo, “la scoperta è chiara: non c’è nessuna differenza tra il gruppo sul quale si è intervenuto in epoca prenatale e il gruppo di controllo quando crescono, il che significa che non esiste alcun danno connesso alla somministrazione ripetuta di corticosteroidi, ma che, anzi, essa è utile per gli esiti perinatali”.



Ecco perché l’asilo nido è importante
Un pedagogista spiega perché mandare i bimbi al nido è utile al loro sviluppo

In Italia, rispetto alla media europea, sono pochi i bambini che frequentano l’asilo nido. Le ragioni vanno sicuramente cercate nei costi alti e nelle agevolazioni fiscali irrisorie, che non incoraggiano le famiglie ad affrontare una spesa in più. Ma anche in motivazioni culturali: l’asilo nido viene spesso considerato una ‘seconda opzione’ rispetto alla sensazione di sicurezza che può nascere nel lasciare i bambini nel «nido» di casa, affidandoli ai nonni, come da tradizione, o alla tata.
Diversi pedagogisti sono tuttavia propensi ad affermare che l’asilo nido sia tutt’altro che una seconda scelta, ma piuttosto una fase importante nello sviluppo dei bambini.
Lo spiega bene Daniele Novara, pedagogista e dirigente del CPP (Centro PsicoPedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti), in un articolo pubblicato sulla rivista pediatria UPPA. “Le ricerche longitudinali compiute in varie parti del mondo, ma anche in Europa, sul potenziale di sviluppo che il nido rappresenta sui bambini nell’arco della vita non lasciano dubbi a proposito. I bambini che frequentano nidi di qualità hanno maggiori possibilità di affermarsi nella vita sia dal punto di vista degli apprendimenti culturali e quindi scolastici, sia dal punto di vista del successo individuale”.
Ma, nello specifico, a cosa fa bene il nido? Innanzitutto, spiega l’esperto, gli asili nido e i loro programmi ludico-didattici sono pensati in funzione dello sviluppo sensoriale del bambino. Fino al terzo anno di vita infatti, i bambini apprendono principalmente attraverso i sensi. Toccare, muoversi, mettere in bocca, udire, guardare: ogni esperienza è una scoperta. E al nido queste scoperte si possono fare in libertà, lontano da pericoli, in un ambiente sicuro e studiato appositamente per offrire ‘spunti’ sensoriali attraverso semplicissime attività. Il nido è un luogo in cui il personale è formato e l’ambiente arredato in modo da rendere questo approccio ricco di stimoli.
Altro aspetto fondamentale dell’asilo nido, continua l’esperto, è l’interazione con gli altri. È grazie al contatto con altre bambine e bambini che il piccolo comincia a riconoscere anche sé stesso, capisce come comportarsi socialmente, affronta a impara a gestire le prime interazioni. Inoltre, sviluppa maggiormente il linguaggio, forte della necessità di comunicare in quell’ambiente sociale diverso da quello protetto di casa. Anche quando ci sono contrasti da risolvere: “I figli che hanno potuto frequentare nidi di buona qualità pedagogica ci saranno riconoscenti quando, da adulti, sapranno affrontare la vita al meglio delle loro risorse”, conclude il pedagogista.



La rivincita dei vizi, meno allergie per i bimbi che ciucciano il dito
I bimbi cresciuti con le dita bocca avrebbero meno probabilità di soffrire di allergie più tardi nella vita

Sono stati perseguitati da mamme preoccupate e sgridati da insegnanti severe. I loro vizi infantili additati con disapprovazione dal mondo dei grandi. Ma ora i bimbi che succhiano il pollice e si mangiano le unghie possono prendersi la loro piccola rivincita. A colpi di dati scientifici. Uno studio rivela un insospettabile lato positivo di queste cattive abitudini: sembra infatti che i bambini cresciuti con le dita perennemente in bocca abbiano meno probabilità di soffrire di allergie più tardi nella vita. La ricerca è stata condotta dall’università di Otago in Nuova Zelanda e pubblicata sulla rivista Pediatrics. Gli Autori hanno seguito 1037 persone dalla nascita all’età adulta e hanno chiesto ai genitori se i loro figli fossero habitué dei vizi in questione a 5, 7, 9 e 11 anni. I ragazzi sono stati poi sottoposti a test per le allergie più comuni a 13 e 32 anni. Risultato? Rispetto ai coetanei “virtuosi”, fra chi da piccolo succhiava il pollice o si mordeva le unghie si è registrata una minore prevalenza di sensibilizzazione agli allergeni, già all’età di 13 anni: 38% contro 49%. Non solo. I bambini che avevano entrambi i vizi mostravano un rischio ancora più basso, del 31%. E l’effetto “protettivo” è risultato durare per tutta la vita, visto che i dati sono stati confermati anche dai test eseguiti all’età di 32 anni. Lo studio non ha invece trovato differenze nel rischio di sviluppare malattie allergiche come l’asma o la febbre da fieno. La teoria è che abitudini come quella di succhiare il dito - che i bambini sviluppano fin nel grembo materno - espongano i piccoli ai germi già dalla tenera età. Questo avrebbe l’effetto di cambiare le funzioni immunitarie del loro corpo e di proteggerli in qualche modo dagli allergeni, tra cui acari della polvere, erba, muffe e pelo di animali. I risultati dello studio, spiega sul Telegraph Malcolm Sears della McMaster University (Canada), sono in linea con la “teoria dell’igiene” secondo cui l’esposizione precoce a sporcizia e germi riduce il rischio di sviluppare allergie. “Sembra dunque esserci un lato positivo. Anche se non è consigliabile che queste abitudini vengano incoraggiate”, precisa.



Punture di api, vespe e calabroni
In Italia ogni anno oltre 550 mila bambini e adolescenti sono punti da api, vespe e calabroni

In Italia ogni anno oltre 550 mila bambini e adolescenti sono punti da api, vespe e calabroni, e circa il 5% ha una reazione allergica che può essere lieve o grave. Si va dalle lesioni locali estese con manifestazioni orticaroidi diffuse che possono persistere per diversi giorni, a quelle sistemiche a esordio più rapido, che possono coinvolgere oltre al distretto cutaneo quelli gastrico, respiratorio e cardiocircolatorio con vari gradi di gravità. Fino ad arrivare a uno shock anafilattico che mette a rischio la vita del paziente, ma che statisticamente riguarda solo l’1% dei casi. Sono i dati che arrivano dal Congresso della Società Italiana di Allergologia e Immunologia Pediatrica (SIAIP), che si è tenuto a giugno 2016 a Palermo. L’immunoterapia è un salvavita nei casi più gravi, sottolineano gli esperti che in vista dell’estate - la stagione più a rischio - propongono un decalogo per ridurre i rischi:
  1. Evitare di indossare abiti larghi e di colore nero o molto vivace, preferire il bianco.
  2. Evitare di usare profumi, preferire shampoo e creme solari inodori.
  3. Evitare di camminare scalzi nei prati.
  4. Evitare di avvicinarsi a fiori molto profumati o frutta matura.
  5. Evitare di lasciare cibi e bevande esposti se si mangia all’aperto, e non bere bibite zuccherate direttamente dalla lattina nella quale gli insetti potrebbero entrare.
  6. Fare particolare attenzione se si spostano ceppi perché le vespe nidificano spesso nelle immediate vicinanze.
  7. Evitare di viaggiare in auto con i finestrini aperti.
  8. Applicare le zanzariere alle finestre.
  9. Tenere ben chiuse le pattumiere.
  10. Rimanere calmi ed evitare di agitarsi in presenza di imenotteri, ma allontanarsi piano piano.
“È molto importante distinguere le reazioni allergiche vere e proprie dalle più banali manifestazioni di ipersensibilità cutanea - spiega la presidente della SIAIP, Marzia Duse - Non tutte le reazioni irritative sottintendono il rischio di una possibile futura risposta anafilattica, che per fortuna resta un evento raro soprattutto tra bambini“. “Se però c’è stata una reazione grave occorre seguire l’iter diagnostico e terapeutico, non basta infatti andare al pronto soccorso e risolvere l’episodio acuto. Questi pazienti dovrebbero essere valutati da un allergologo o da un pediatra allergologo per eseguire una corretta diagnosi che si avvale di test cutanei e/o sierologici, e per mettere in atto tutte le misure di prevenzione e un’appropriata terapia. Quando necessario, occorre dotare il paziente di un kit di emergenza composto da antistaminico, cortisonico e adrenalina auto-iniettabile, e informare i genitori o l’adolescente sulle modalità di utilizzo”.
Nei casi più gravi si deve far ricorso all’immunoterapia, che presenta un’efficacia del 90-100% ed è considerata una terapia salvavita, precisano gli allergologi. Il vaccino, che deve essere eseguito da personale esperto in centri allergologici qualificati, viene praticato per 3-5 anni ed è in grado di modulare la risposta immunitaria nei soggetti allergici, proteggendoli nel medio-lungo termine dalle reazioni dovute a successive punture. Attualmente in Italia sono praticate immunoterapie per circa 13 mila pazienti tra adulti e bambini. Ma chi, in particolare, deve fare il vaccino? “Tutti i bambini e gli adolescenti che hanno avuto una reazione allergica di tipo sistemico - consiglia Paravati - Negli altri casi la scelta va valutata caso per caso, tenendo anche presente che la qualità di vita del bambino, dell’adolescente e della sua famiglia potrebbe essere insoddisfacente a causa dell’ansia di essere punto. Devono fare il vaccino, inoltre, le categorie a rischio come i figli degli apicoltori e degli agricoltori”.
La stagione più a rischio è quella estiva, in cui è più frequente l’esposizione a questi insetti che sciamano negli ambienti per procurarsi cibo e vengono a contatto con i bambini nei parchi e nei giardini. Inoltre, nella stagione calda è più frequente praticare attività fisica all’aperto e indossare abiti che lasciano scoperte zone del corpo più ampie.


Contro gli abusi sui bimbi arrivano i pediatri "sentinella"
In Italia 15 mila medici aiuteranno i piccoli. Coinvolti 13 ospedali

Pediatri e medici di famiglia specializzati nel riconoscere i segni di violenze e abusi fisici, psicologici e sessuali sui bambini. In arrivo in Italia 15 mila medici “sentinella”, che costituiranno la prima rete anti-abuso del mondo. Il progetto, già avviato, è stato lanciato dalla multinazionale farmaceutica Menarini, che lo ha sostenuto con un investimento di un milione di euro, in collaborazione con Telefono Azzurro, Società Italiana di Pediatria, Federazione Italiana Medici Pediatri e Associazione Ospedali Pediatrici Italiani. L'obiettivo è quello di creare un network sanitario contro la violenza sui minori, in cui saranno coinvolti i 13 maggiori ospedali pediatrici italiani. Ogni anno in Italia sono circa 70-80 mila i minori vittime di violenze e abusi, ma solo pochi casi vengono alla luce. La prima fase del progetto, il train the trainers, prevede la formazione di mille pediatri che, attraverso 23 corsi intensivi in tutte le Regioni, saranno 'allenati' a riconoscere i segnali di difficoltà inespressi dell'infanzia. Grazie a loro circa 15 mila fra medici di famiglia e pediatri del territorio potranno essere supportati su queste tematiche costituendo la prima rete anti-abuso al mondo.
I tredici ospedali pediatrici più importanti del Paese, inoltre, saranno coinvolti come sede dei corsi di formazione ma anche come punti di riferimento dei pediatri del territorio e Centri dove poter affrontare l'emergenza e la fase di recupero.
Secondo una recente indagine realizzata da Telefono Azzurro in collaborazione con Doxa Kids, quello delle violenze su bambini e adolescenti è un 'fenomeno iceberg', sottostimato, che nel 70% dei casi si consuma fra le mura domestiche, due volte su tre per mano di uno dei genitori. Nella maggior parte dei casi le violenze restano coperte dal silenzio, oltre a essere un fenomeno sempre più diffuso, e accentuato dai rischi legati all'uso delle nuove tecnologie e dalla crisi economica.
“Come Menarini - affermano Lucia e Alberto Giovanni Aleotti, presidente e vice presidente del gruppo farmaceutico - ci siamo chiesti cosa possiamo fare per dare una mano a costruire una maggiore consapevolezza di questa emergenza sociale, e la risposta è stata che possiamo lanciare e sostenere un progetto educazionale rivolto ai pediatri italiani, unico a livello mondiale”.


Suicidi tra i giovani, al Bambino Gesù day hospital e call center h24 per prevenire il rischio

Il suicidio è la seconda causa di morte tra i ragazzi sotto i 20 anni. In Italia sono 4000 i decessi legati a questo gesto estremo, il 12% dei quali tra giovani e giovanissimi. Ogni anno nel mondo, secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, si toglie la vita circa un milione di persone.
In occasione della Giornata Mondiale per la prevenzione dei suicidi del 10 settembre scorso, gli esperti del Bambino Gesù hanno ribadito il proprio impegno su questo fronte e hanno invitato i genitori a monitorare i segnali di disagio dei figli, primi fra tutti i cambiamenti repentini dell’umore, del comportamento, della socialità. Per prevenire il rischio, all’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù (Roma) è attivo un servizio di day hospital dedicato e un call center neuropsichiatrico 24 ore su 24.
Nel reparto di Neuropsichiatria Infantile ogni anno vengono seguiti circa 50 ragazzi che hanno tentato di porre fine alla propria vita. «Drastici e improvvisi mutamenti nel modo di comportarsi degli adolescenti non vanno sottovalutati» spiega Stefano Vicari, responsabile di Neuropsichiatria Infantile del Bambino Gesù. «Bambini sempre molto allegri e sereni che improvvisamente diventano chiusi, cupi, che non vogliono più uscire di casa e relazionarsi con gli altri; giovani che mettono in atto comportamenti autolesivi come tagliarsi o ferirsi, che perdono interesse per attività - come lo sport - prima ritenute entusiasmanti; studenti brillanti che hanno un drastico calo del rendimento scolastico; estrema irritabilità, reazioni esagerate a una delusione o a un insuccesso, sono tutti segnali di disagio che i genitori devono cogliere. In situazioni del genere - sottolinea Vicari - il consiglio è di rivolgersi a strutture sanitarie adeguatamente attrezzate per la gestione di questi casi».
Per ricevere aiuto immediato in caso di difficoltà, presso il reparto di Neuropsichiatria Infantile del Bambino Gesù è attivo, 24 ore su 24, il call center 06 6859 2265.
Ogni giorno della settimana, per tutto l’anno, un team di psicologi esperti è pronto a dare una prima risposta ai problemi di natura psicologica e psichiatrica di bambini e ragazzi. Si tratta di vere e proprie consulenze cliniche telefoniche, interventi psicologici basati sull’ascolto competente del problema e sulla gestione della situazione attraverso strumenti e tecniche scientificamente validate. Dopo aver preso tutte le informazioni, lo psicologo che raccoglie la telefonata, a seconda della gravità del caso, valuta la soluzione più adatta. Nei casi più urgenti può disporre l’invio al pronto soccorso del bambino o del ragazzo in preda a una crisi o in condizioni di particolare sofferenza psichica.
Dal 2012 è attivo un servizio di day hospital dedicato ai disturbi dell’umore in età adolescenziale, in particolare depressione e disturbo bipolare, problemi cui è legato il più alto tasso di tentativi di suicidio. Al Bambino Gesù viene seguito anche un apposito protocollo per la prevenzione del rischio di suicidio tra i giovani pazienti ricoverati.
«È fondamentale - conclude Vicari - curare adeguatamente chi ha già tentato il suicidio perché resta a rischio di ripetere il gesto nel futuro. Fortunatamente possiamo raccontare storie molto positive di ragazzi seguiti nel nostro Ospedale che oggi stanno bene, che svolgono una vita normale e si rendono conto dell’assurdità del tentativo compiuto».

L’Unità di Neuropsichiatria Infantile del Bambino Gesù è un punto di riferimento nazionale per la diagnosi e il trattamento dei disturbi dello sviluppo e dei disturbi psichiatrici in età infantile e adolescenziale, che colpiscono circa il 15-20% della popolazione pediatrica (dato OMS). Il reparto rappresenta un centro di eccellenza in particolar modo per la diagnosi e la cura dell’autismo, dei disturbi dello sviluppo, dei disturbi del comportamento alimentare (anoressia, bulimia), dei disturbi dell'umore e degli esordi psicotici. Ogni anno vengono visitati circa 6000 pazienti con problemi di varia natura provenienti da tutta Italia.


Meno rischi per i gemelli se nati a 37 settimane di gestazione
L’abitudine di indurre prima il parto non porta benefici

I gemelli nati alla 37/esima settimana di gestazione hanno migliori possibilità di sopravvivenza e minore rischio di complicanze. Ad affermarlo è un ampio studio pubblicato sulla rivista British Medical Journal (BMJ), che dimostra come la frequente abitudine di indurre il parto gemellare prima di questa data non comporti affatto benefici. In media per ogni mille parti se ne contano 12-14 gemellari e questi ultimi sono, notoriamente, più rischiosi di quelli singoli. Per evitare la morte pre- e perinatale, le attuali raccomandazioni relative al momento migliore per far terminare la gravidanza sono discordanti e variano tra 34 a 39 settimane.
Ma il parto prematuro, come noto, può provocare nei neonati problemi di salute di infettivo e respiratorio. Per la nuova analisi, un gruppo di ricerca internazionale ha esaminato 32 studi pubblicati negli ultimi 10 anni e relativi a 35.171 gravidanze gemellari per cercare di identificare l'età gestazionale ottimale per il parto. “Per ridurre al minimo le morti perinatali - concludono gli Autori - in una gravidanza bicoriale (ovvero con due distinte placente) dovrebbe essere considerato il periodo di gestazione di 37 settimane; nelle gravidanze monocoriali (più rare) il termine dovrebbe essere considerato a 36”. Il rischio di morte, invece, aumenta dopo la 38/esima settimana.


Allattamento al seno. Solo il 10% delle madri continua oltre i 6 mesi
Dai neonatologi un decalogo con alcuni consigli pratici

Dati preoccupanti per i neonatologi italiani, anche se in netto miglioramento rispetto al passato. La pratica dell’allattamento al seno, negli ultimi anni è stata influenzata da tante variabili sociali, culturali, economiche che ne hanno alterato la natura. Per aiutare le donne nel percorso di preparazione all’allattamento e accompagnarle durante questa esperienza, la SIN ha stilato alcuni consigli.

Gli effetti positivi sulla salute del bambino e della madre, perdurando, fanno della protezione, promozione e sostegno dell'allattamento al seno uno degli interventi di salute pubblica più rilevanti in termini di efficacia e di rapporto costo/beneficio. Nei primi giorni di vita il 90% delle donne italiane comincia ad allattare al seno il neonato, alla dimissione dall’ospedale la percentuale scende al 77% per poi crollare al 31% a 4 mesi e solo il 10% continua ad allattare oltre i 6 mesi di vita.
Dati preoccupanti per i neonatologi italiani, ma in netto miglioramento rispetto al passato, grazie anche all’impegno della Società Italiana di Neonatologia (SIN), che da alcuni anni ha avviato una grande campagna di promozione dell’allattamento materno. L’obiettivo di indurre un atteggiamento culturale favorevole all’allattamento al seno nell’opinione pubblica e favorirne la scelta consapevole e attiva nelle gestanti, madri, puerpere è divenuto prioritario, la promozione dell’allattamento al seno non può infatti essere relegata solo alla Settimana Mondiale per l’Allattamento Materno, che sarà dall’1 al 7 ottobre 2016.
Nei mesi scorsi, la SIN, assieme ad altre società scientifiche pediatriche (SIP, SIGENP, SICUPP e SIMP) ha sottoscritto un importante documento chiamato “Position Statement sull’Allattamento al seno e uso del latte materno/umano”, che nasce dalla necessità di tracciare una linea di azione comune tra gli operatori del settore, offrendo dei riferimenti professionali precisi in materia di alimentazione infantile, che possa servire come riferimento anche alle famiglie.
Presso il Ministero della Salute è stato inoltre firmato, in presenza del Ministro della Salute Beatrice Lorenzin, il documento “Promozione dell’uso del latte materno nelle Unità di Terapia Intensiva Neonatale (TIN) e accesso dei genitori ai reparti” che punta a rafforzare l’impegno dei neonatologi italiani e delle istituzioni nella promozione dell’allattamento al seno.
Tra le azioni più concrete rivolte alle mamme, la SIN sostiene il progetto Baby Pit Stop, una mappatura, consultabile attraverso una App da scaricare sullo smartphone, che permette a ogni mamma di verificare qual è il posto più vicino, e più raccomandato dalle altre mamme, dove fare un “baby pit stop”, ovvero una sosta, per poter allattare il proprio bebè in uno spazio confortevole.
“Essendo un comportamento naturale, spontaneo, frutto dell’emergere delle competenze proprie di ogni donna, l’allattamento al seno ha bisogno di essere promosso e sostenuto, investendo risorse materiali, umane e morali - afferma il Presidente della SIN Mauro Stronati -. Per farlo la SIN ha messo a punto alcune semplici indicazioni, una sorta di decalogo, da seguire anche con l’aiuto del pediatra/neonatologo e di tutto il personale sanitario che accompagna mamma e neonato fino all’uscita dall’ospedale e nei primi mesi di vita”.

Perché le donne non allattano al seno
"Tante e diverse sono le motivazioni, differenti in base al livello economico, sociale e culturale, all’etnia o alla regione geografica di appartenenza. Anche in Italia le differenze socioeconomiche e territoriali condizionano l’accettazione e la prosecuzione dell’allattamento al seno da parte delle madri; infatti allatta per un minor numero di mesi quella parte di popolazione con livello di istruzione e condizione socioeconomica più bassi e quella residente nelle regioni meridionali. Alcune neo-mamme non si sentono all’altezza, temono di non avere abbastanza latte, la stanchezza e lo stress dopo il parto possono giocare a sfavore, soprattutto quando manca il sostegno da parte del partner o di altri membri della famiglia; per alcune il motivo principale è il ritorno al lavoro", spiega la SIN.
Il calo significativo dell’allattamento al seno e più in particolare dell’esclusivo, rilevato tra la dimissione e la prima vaccinazione, suggerisce di focalizzare l’attenzione sulle modalità di attivazione della rete di sostegno ospedale-territorio, sulla tempistica e sulle modalità di presa in carico del bambino da parte del pediatra di famiglia e, infine, sulle competenze cognitive e relazionali (counselling) possedute dagli operatori sanitari territoriali e ospedalieri.

L’importanza dell’allattamento materno
“Allattare al seno fa bene al bambino e alla mamma. Il latte materno rappresenta la migliore alimentazione possibile per il neonato; tra gli effetti benefici, inoltre, è ben documentato un minor rischio di infezioni gastrointestinali, infezioni respiratorie, asma, otiti medie acute e di sviluppare a lungo termine sovrappeso, obesità e malattie collegate (malattie cardiovascolari, ipertensione, diabete di tipo 2) rispetto al neonato alimentato con latte artificiale.
L’allattamento al seno mantenuto anche durante il divezzamento può offrire protezione al lattante geneticamente predisposto alla malattia celiaca e generare uno stato di tolleranza nei confronti delle proteine introdotte, prevenendo la cascata infiammatoria e l’espressione clinica della malattia.
I vantaggi del latte materno sono ben confermati anche nel neonato pretermine attraverso una ridotta incidenza di gravi patologie quali sepsi, meningite, enterocolite necrotizzante e con miglioramento dello sviluppo cognitivo", proseguono i neonatologi.
La consapevolezza di contribuire alla sopravvivenza e al benessere del proprio neonato è di grande aiuto per la mamma di un neonato pretermine, le restituisce il ruolo primario e la fa sentire indispensabile nell’assistenza del proprio figlio. Le madri che allattano vanno incontro a minori perdite ematiche e a una più rapida involuzione uterina e perdita di peso dopo il parto; il rischio di cancro del seno si riduce del 4% per ogni anno di lattazione; sono segnalati anche effetti positivi a lungo termine, anche per quanto riguarda diabete e ipertensione. Le donne che non allattano o che smettono precocemente sono più esposte alla depressione puerperale.

IL DECALOGO
Benché sia una delle azioni più naturali e spontanee, la pratica dell’allattamento al seno, negli ultimi anni è stata influenzata da tante variabili sociali, culturali, economiche che ne hanno alterato la natura. È importante, allora, che le donne siano aiutate nel percorso di preparazione all’allattamento e accompagnate durante questa esperienza. La SIN ha messo a punto alcuni consigli pratici.

1. Prima di allattare
Prima cosa da fare per comprendere realmente i benefici dell’allattamento al seno è informarsi. L’informazione serve per motivare le future madri (in particolare le primipare) e viene condotta attraverso incontri in piccoli gruppi, coinvolgendo anche le persone della famiglia, che possono influenzare la decisione materna, quali il marito/partner e/o le future nonne. Questi incontri sono occasione anche per far chiarezza sui falsi miti e sui tabù relativi all’allattamento, lasciando comunque sempre in primo piano l’aspetto psico-affettivo.

2. Il primo contatto mamma-bambino
Da non sottovalutare è il primo contatto pelle a pelle prolungato in sala parto di mamma e neonato, che consente di facilitare il bonding (legame) e creare le condizioni affinché la prima poppata al seno avvenga nelle prime ore di vita del bambino.
Per una corretta “iniziazione” alla pratica dell’allattamento al seno, occorre innanzitutto individuare la posizione più idonea al seno materno durante la poppata. Particolarmente utile, ma non unica, quella sotto braccio, detta anche a presa da pallone da rugby. Presso le maternità occorre favorire il rooming in, pratica ospedaliera di lasciare il neonato in camera con la propria madre durante tutta la degenza, in modo da rendere possibile l’allattamento a richiesta. Gli eventuali controlli clinici e strumentali devono avvenire nella stessa stanza, senza interferire con l’allattamento al seno.

3. Il calo di peso
È importante allattare a richiesta del bambino, senza limiti di numero e durata delle poppate, cogliendo i segni precoci di ricerca del seno (fame), più che attendere il pianto come espressione di “appetito”. Ciò faciliterà la fisiologia della lattazione. Nei primi giorni di vita, anche quando il neonato può avere ittero e necessitare di fototerapia, l’allattamento al seno deve essere mantenuto. Per i bambini “più esigenti” spesso si tende a richiedere la famosa aggiunta di latte artificiale, ma eventuali piccole aggiunte vanno prescritte solo previa valutazione delle condizioni del bambino, dell’entità del calo di peso e la reale possibilità della mamma di rispondere alle esigenze del piccolo.
Il calo di peso medio alla nascita è circa il 5% con un massimo ancora accettabile del 10%.
Bisogna perciò prendere in considerazione un calo tra l’8 e il 10%, che non suggerisce un’automatica supplementazione di latte artificiale. È invece opportuno verificare l’attacco al seno, la sequenza e la durata delle poppate e lo stato di benessere di mamma e bimbo. In caso di necessità, la prima scelta di integrazione deve sempre ricadere sul latte materno estratto. Va inoltre previsto un controllo di peso con verifica dell’allattamento a 24-72 ore dalla dimissione dal nido. Per questo, operatori competenti del punto nascita, dei servizi consultoriali, ginecologi e pediatri di libera scelta o gruppi di aiuto mamma a mamma, debbono essere a disposizione di tutte le mamme, soprattutto nella prima settimana di vita del bambino, per essere di sostegno nell’avvio dell’allattamento al seno. Il recupero del peso neonatale di un bimbo allattato esclusivamente al seno, avviene solitamente entro i 14 giorni di vita.

4. Il ciuccio
L’uso del ciuccio per il bambino allattato al seno va evitato durante tutto il periodo in cui l’allattamento al seno deve consolidarsi. L’eventuale offerta del ciuccio va presa in considerazione a partire dalla 3a - 4a settimana di vita, come intervento di prevenzione per la SIDS anche se in realtà nessuno degli studi sull’associazione fra uso del ciuccio e SIDS riporta un effetto protettivo tanto evidente quanto quello dell’allattamento al seno.

5. Il latte formulato
Il latte artificiale deve essere impiegato solo in quei casi in cui c’è assenza di latte materno o è riscontrata una patologia della madre per cui è sconsigliato l’allattamento, o per rispetto della volontà materna; laddove è possibile, si può ricorrere alle Banche del Latte Umano Donato (BLUD).

6. Banche del latte
Quando il latte materno non è disponibile, in particolare nel primo periodo dopo il parto, si può ricorrere al latte umano donato. Nonostante il trattamento termico, necessario per inattivare batteri e virus, ne alteri parzialmente le proprietà biologiche e nutrizionali, il latte umano donato rappresenta la prima scelta nutrizionale subito dopo quello della propria madre. Rispetto alla alimentazione con formule, nei pretermine infatti, il latte umano riduce l’incidenza di enterocolite necrotizzante e migliora la tolleranza alimentare; contribuisce alla riduzione delle sepsi e altre infezioni, previene lo sviluppo di ipertensione arteriosa e insulino-resistenza in età adulta. Il latte materno estratto rappresenta anche la principale integrazione laddove si verifichi una condizione di eccessivo calo ponderale alla nascita e per i rari casi in cui neonati a termine, per brevi periodi, non possono alimentarsi al seno.
Le Banche del latte operano grazie alla generosità di donatrici volontarie, accuratamente selezionate, che offrono il proprio latte a titolo gratuito.

7. Alimentazione della mamma
Un’alimentazione appropriata per la donna in allattamento deve soddisfare tutti fabbisogni, in particolare quelli energetici, proteici e di calcio, non è prevista alcuna limitazione alimentare o dieta specifica.
Una dieta varia e sana, adeguata alle esigenze della mamma, sarà salutare per lei e per il bimbo. Non bisogna mangiare tanto più del solito, poiché a una donna che allatta bastano 500 Kcal al giorno in più; non serve eliminare particolari alimenti per prevenire le allergie, né è documentato con certezza che alcuni cibi o liquidi possano far aumentare la produzione di latte. Al contrario, possono avere una scarsa (ma reversibile) produzione di latte le donne disidratate, con febbre o in assestamento volontario, quelle gravemente malnutrite o a digiuno volontario. Sconsigliata la dieta vegetariana o vegana, poiché se non è ben bilanciata, mette a rischio di carenza di vitamina B12 il piccolo. Si deve eliminare l’assunzione di alcool etilico che, oltre a passare nel latte e provocare nel lattante sedazione, ipoglicemia, vomito e diarrea, può inibire la montata lattea.

8. Nati pretermine
Per una maggior diffusione dell’allattamento materno nelle TIN, il primo passo da compiere è consentire ai genitori un accesso libero al reparto che permetta loro di conoscere precocemente il proprio bambino, di avere contatti prolungati con lui, anche attraverso la marsupio-terapia, e perché no, di familiarizzare col personale. La montata lattea, condizionata negativamente dallo stress della nascita, può presentarsi a qualunque età gestazionale. Le quantità di colostro prodotte, seppur minime, sono il più delle volte sufficienti per iniziare una minima precocissima alimentazione, fondamentale nei neonati critici. Quando il latte materno, nel primo periodo dopo il parto, non è subito disponibile per i prematuri, soprattutto quelli problematici, di peso alla nascita inferiore a 1500 g ricoverati in TIN, il latte umano donato può essere considerato alla stregua di un farmaco essenziale.
Gli usuali criteri per stabilire quando il neonato può iniziare a succhiare al seno sono grossolani: raggiungimento di un determinato peso postnatale, di una certa età post-concezionale, del conseguimento della capacità di alimentarsi al biberon. Maggiormente affidabile è il criterio della stabilità delle condizioni cliniche accompagnata da movimenti della lingua e della bocca, anche in assenza di una provata abilità a succhiare e a deglutire. Non devono esistere quindi pregiudizi concettuali.

9. Empty breast
Per facilitare l’attacco al seno del neonato prematuro si spreme la mammella prima della poppata integrando eventualmente col latte spremuto. Si evita così che un pretermine ancora privo di una vigorosa suzione, venga attaccato al seno a una mammella per lui relativamente troppo piena.
Un sistema efficiente di spremitura del latte può essere manuale, meccanico o combinato (spremitura elettrica seguita da spremitura manuale). Se la spremitura è effettuata con pompa tiralatte, va fatta di preferenza contemporaneamente da entrambe le mammelle. Il successo della spremitura dipende anche dalla correttezza delle istruzioni ricevute in merito al momento in cui iniziare, la scelta di coppe adeguate (ne esistono di dimensioni diverse), la potenza dell’estrazione e la frequenza della spremitura. È utile che la madre tenga un diario come strumento di autocontrollo sulle quantità di latte spremuto e sul numero di sedute di spremitura.

10. I falsi miti
Se durante l’allattamento si formano lesioni del capezzolo, per superare l'ostacolo si può dare al bimbo il proprio latte estratto. In caso di malattie debilitanti, invece, come influenza, diarrea, coliche, infezioni urinarie, la decisione se sospendere o meno l'allattamento spetta alla mamma, ma è sempre bene evitare nel bambino una brusca interruzione.
Sfatiamo anche il luogo comune che bere tanto (o bere la birra) aiuti a produrre più latte.
L’allattamento inoltre non comporta un calo del visus e non va quindi proibito alle madri con miopia o altre patologie oculari.
Anche l’insorgere di una nuova gravidanza, a meno di particolari fattori di rischio, non giustifica una precoce interruzione.
La dipendenza del bambino da sua madre, implicita nell’allattamento materno di lunga durata, non va confusa poi con l’autonomia del bambino, che non ne risulta compromessa.


Salute: esperti USA, cautela con l’infezione da graffio di gatto
35% felini portatori di bartonellosi, ma rischi-contagio limitati

Cautela con i gatti soprattutto per i bambini. I rischi di contagio sono bassi ma la malattia, di cui il 35% dei gatti è portatore, è potenzialmente molto grave: è questo il messaggio che emerge dai dati appena pubblicati dai Centri per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie USA (CDC). La cosiddetta patologia “da graffio di gatto” - scientificamente “bartonellosi” - viene provocata dai graffi dei felini, attraverso cui può penetrare nella cute il batterio Bartonella: l’infezione può causare mal di testa, febbre, ingrossamento dei linfonodi e nei casi più gravi può arrivare al cervello e al cuore. Secondo dati dei CDC, ogni anno la malattia viene diagnosticata a 12.000 persone, la maggior parte sono bambini tra i 5 e i 9 anni. Pur sottolineando che le percentuali indicano come la malattia non sia diffusa, Robert Gatter del Lennox Hospital di New York osserva che “la patologia causa ancora un numero significativo di infezioni che possono portare a endocardite ed encefalite”.



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Salute: esperti USA, cautela con l’infezione da graffio di gatto. Medico e Bambino pagine elettroniche 2016;19(8) https://www.medicoebambino.com/?id=NEWS1608_10.html

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