Rivista di formazione e di aggiornamento professionale del pediatra e del medico di base, realizzata in collaborazione con l'Associazione Culturale Pediatri

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a cura di Maria Valentina Abate
Clinica Pediatrica, IRCCS Materno-Infantile "Burlo Garofolo", Trieste
Indirizzo per corrispondenza: valentina_aba@yahoo.it





500 bimbi malati a rischio senza profilassi contro il virus respiratorio sinciziale
Causa la bronchiolite. “Nessuna risposta dall’AIFA”

Circa 500 bambini sotto l'anno di vita e con gravi patologie sono a rischio di ospedalizzazione a seguito della loro esclusione dalla profilassi per la bronchiolite. A lanciare l'allarme sono la Società Italiana di Pediatria (SIP), la Società Italiana di Neonatologia (SIN), la Società Italiana per le Malattie Respiratorie (SIMRI) e la Società Italiana Malattie Genetiche Pediatriche e Disabilità congenite (SIMGePeD).
Le Società scientifiche esprimono preoccupazione per i circa 500 bambini sotto l'anno di vita affetti da gravi malattie che non potranno eseguire una profilassi per la bronchiolite da virus respiratorio sinciziale (VRS), patologia che rappresenta la prima causa di ospedalizzazione nel primo anno di vita e che in questi bambini può avere gravissime complicanze. Proprio questi bambini infatti, al momento, risultano esclusi dal piano terapeutico dell'Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) che permette la profilassi solo ai piccoli nati prematuri e a quelli affetti da alcune cardiopatie congenite.



Lo screening neonatale «allargato» si farà in tutte le Regioni italiane

Via libera definitivo dal Senato: su tutti i nuovi nati in Italia potrà essere eseguito il test che scopre subito 40 malattie metaboliche. Fino a oggi l’esame era condotto solo su tre patologie, tranne che in alcune Regioni.

Malattie genetiche metaboliche, dai nomi spesso impronunciabili: se ne conoscono circa seicento. Per almeno una quarantina è oggi possibile fare diagnosi fin dalla nascita grazie allo screening neonatale allargato, un test che si esegue entro le prime 72 ore di vita del bambino. Poter individuare precocemente una malattia metabolica congenita permette di iniziare subito la cura adatta, che a volte può essere anche soltanto una dieta speciale, in modo da evitare - o limitare - conseguenze che possono provocare in alcuni casi disturbi neurologici permanenti o disabilità gravi, o anche salvare la vita del bambino. Ora, con il via libera definitivo del Senato, la proposta di legge “Disposizioni in materia di accertamenti diagnostici neonatali obbligatori per la prevenzione e la cura delle malattie metaboliche ereditarie” è diventata legge e prevede l’attivazione obbligatoria dello screening neonatale “esteso” in tutte le Regioni e a tutti i 500mila bambini che ogni anno nascono in Italia. Il provvedimento, dopo aver ricevuto il via libera dal Senato a novembre scorso, è stato approvato all’unanimità a metà giugno dalla Camera dei deputati. Essendo state introdotte alcune modifiche, giovedì 4 agosto 2016 è stato fatto un ulteriore passaggio a Palazzo Madama per l’approvazione definitiva.

Ogni Regione fa storia a sé
A oggi gli screening neonatali sono obbligatori per legge dal 1992 solo per tre malattie: la fenilchetonuria, l’ipotiroidismo congenito e la fibrosi cistica. In assenza di una normativa nazionale, in questi anni ogni Regione si è regolata autonomamente: in alcune lo screening esteso viene già effettuato, in altre no. In base ai dati della SIMMESN (Società Italiana per lo studio delle Malattie Metaboliche Ereditarie e lo Screening Neonatale), oggi ha accesso allo screening allargato solo il 43% dei neonati italiani. «A seconda di dove nasce, chi ha una malattia metabolica ereditaria può avere una vita quasi del tutto normale o una vita di disabilità e di sofferenza - sottolinea Manuela Vaccarotto, vicepresidente di AISMME, Associazione Italiana Sostegno Malattie Metaboliche Ereditarie -. È una disparità di trattamento inaccettabile, per questo da anni ci battiamo per una legge nazionale che garantisca a tutti i neonati lo stesso diritto alla prevenzione». La nuova normativa punta a «garantire la prevenzione delle malattie metaboliche ereditarie, attraverso l’inserimento nei LEA (i Livelli Essenziali di Assistenza, ovvero le prestazioni da garantire a tutti su tutto il territorio nazionale, ndr) degli screening neonatali obbligatori, da effettuare su tutti i nati a seguito di parti effettuati in strutture ospedaliere o a domicilio, per consentire diagnosi precoci e un tempestivo trattamento delle patologie».

Malattie a rapida evoluzione
Il testo di legge, inoltre, prevede all’articolo 3 un Centro di coordinamento sugli screening neonatali, istituito presso l’Istituto Superiore di Sanità, che ha il compito di «favorire la massima uniformità nell’applicazione sul territorio nazionale della diagnosi precoce neonatale». «Le malattie metaboliche diagnosticabili attraverso lo screening esteso - spiega il presidente della SIMMESN, Carlo Dionisi Vici, responsabile dell’Unità di Patologia Metabolica all’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma - comprendono patologie che possono comportare situazioni di scompenso acuto, a rapida evoluzione, e altre che hanno un andamento cronico e progrediscono lentamente». Ma, in pratica, come può lo screening neonatale cambiare la vita di un neonato? «Per esempio - risponde Dionisi Vici -, fra i difetti di ossidazione degli acidi grassi, il deficit di Mcad - malattia metabolica che colpisce in Italia circa 20 bimbi l’anno - provocava ritardo mentale ed epilessia nel 50-60% dei casi, prima che ci fosse uno screening in grado di individuarlo. Per chi ne soffre, un evento banale, come una febbre o una gastroenterite o un prolungato digiuno, può provocare gravi crisi ipoglicemiche con immediati danni a carico del sistema nervoso. Grazie allo screening neonatale è possibile evitare questi episodi acuti e gestire meglio la malattia, prevenendo il rischio di ritardo mentale».

Un test che può salvare la vita
Lo stesso discorso vale per la tirosinemia, altra malattia metabolica congenita che può essere curata. «Se la diagnosi arriva in ritardo - spiega lo specialista -, il bambino corre il rischio di sviluppare un tumore epatico, rischio che viene praticamente azzerato con lo screening neonatale, che permette di iniziare la terapia fin dai primi giorni di vita». E la lista continua: «Altre malattie metaboliche ereditarie, come la leucinosi e le organico-acidurie - aggiunge il presidente della SIMMESN -, possono dar luogo a intossicazioni acute mettendo in pericolo la vita del bambino: predirle, grazie allo screening, permette di intervenire prima che si manifestino i sintomi, evitando così che insorgano dei danni cerebrali permanenti». «Ci auguriamo che la legge e i protocolli attuativi siano operativi quanto prima perché ogni momento è prezioso - conclude Manuela Vaccarotto -. Sarà fondamentale puntare anche su una corretta informazione perché i futuri genitori siano consapevoli dell’importanza di questo test, che va fatto al bambino appena nato: si tratta di uno strumento di prevenzione che può salvare la vita ai loro figli o risparmiare loro disabilità anche gravi».

Basta una goccia di sangue
Il test, indolore e non invasivo, va eseguito in ospedale entro le 48-72 ore dalla nascita del bambino. La goccia di sangue, prelevata dal tallone del neonato, viene raccolta su un cartoncino assorbente, inviato per l'analisi al Centro di riferimento regionale. I risultati sono disponibili in pochi giorni. «Se prima occorreva una goccia di sangue per ogni test, con lo screening allargato è possibile con la stessa goccia testare più di 40 malattie metaboliche - spiega Carlo Dionisi Vici, presidente della SIMMESN -. Riuscire a predire lo sviluppo di patologie il più delle volte curabili, quando il neonato è asintomatico e non ha ancora subito danni, permette di iniziare subito il trattamento più adeguato per quella specifica malattia». Se il bambino risulta positivo al test, e quindi c'è il sospetto di una malattia, vengono eseguiti ulteriori accertamenti diagnostici.



Che cos’è l’ARFID, nuovo disturbo alimentare di chi «seleziona» il cibo

Chi ne è colpito mangia una gamma molto ristretta di cibi. Il disturbo può manifestarsi a tutte le età, ma è più frequente nell’infanzia e nell’adolescenza e riguarda per il 60% i maschi e per il 40% le femmine.

Roberta, dopo un grande spavento per un boccone andato di traverso, si è ridotta a mangiare solo cibi che si masticano poco, come la carne macinata. Il piccolo Lorenzo accetta, invece, di vedere nel piatto solo cibi gialli, come pasta, patate, formaggio. Anna teme di non riuscire a digerire e così si nutre solo di alimenti liquidi, come yogurt e brodo. Sono storie di Avoidant Restrictive Food Intake Disorder (ARFID), ovvero “disturbo evitante restrittivo nell’assunzione del cibo”. «Si tratta di una malattia nuovissima (il suo nome è stato coniato nel 2013) e ancora poco conosciuta, nella quale chi è colpito mangia una gamma molto ristretta di cibi - spiega Stefano Erzegovesi, responsabile del Centro disturbi del comportamento alimentare dell’Ospedale San Raffaele di Milano -. Il disturbo può manifestarsi a tutte le età, ma è più frequente nell’infanzia e nell’adolescenza, e riguarda per il 60% i maschi e per il 40% le femmine».

Nei bambini
Mangiano solo pochi cibi e si rifiutano di assaggiarne di nuovi. Di fronte a un alimento sconosciuto reagiscono con disgusto e, a volte, con sforzi di vomito. Si distraggono mentre sono a tavola, consumano i pasti con lentezza, assumono alcuni alimenti solamente se “nascosti” all’interno dei cibi e delle bevande preferiti. Solo capricci? Dipende. Si tratta di ARFID se questo comportamento causa perdita di peso, difficoltà di crescita, necessità di supplementi nutrizionali. In tali casi è meglio intervenire sul disturbo, i cui fattori di rischio sono autismo, disturbi da deficit di attenzione e iperattività, clima familiare ansioso, madri che in passato hanno sofferto di disturbi alimentari, facendo seguire il piccolo da un’équipe multidisciplinare specializzata composta da pediatra, neuropsichiatra infantile, psicologo. Nel caso dei bambini, la famiglia deve essere sempre coinvolta nel percorso di cura, anche per apprendere le modalità di intervento più idonee. Meglio, ad esempio, evitare nei confronti del bimbo interventi intimidatori («Se non mangi tutto arriva l’uomo nero e ti porta via»), ricattatori («Se non finisci le verdure, dopo non ti leggo la favola») o che innescano il senso di colpa («Se non mangi, fai stare tanto male la mamma»). Niente pressione a mangiare, meglio un invito del tipo: «Assaggia questo minuscolo chicco e dimmi cosa ne pensi». Anche cucinare insieme può essere utile per aiutare i bimbi a prendere confidenza con gli alimenti e per stimolare l’appetito.

Negli adolescenti
Sono in aumento i 15-16enni che dicono di no al cibo per paura di avere un’indigestione o di soffocare oppure sulla base delle caratteristiche sensoriali degli alimenti, come sapore, odore, colore, consistenza. A differenza dell’anoressia, il rifiuto del cibo non dipende, dunque, da una preoccupazione per il peso o per il corpo, anche se le conseguenze sono simili. A furia di eliminare dalla tavola la pasta o le pesche, gli spinaci o il pesce, questi adolescenti finiscono col ridursi a pelle e ossa. È a questo punto che, di solito, scatta la preoccupazione delle madri («È fissato su quasi tutto e mangia giusto quelle tre o quattro cose») che trascinano i figli nello studio del medico. «Occorre affidarsi a un’équipe specializzata in disturbi alimentari dell’adolescente, che attui interventi nutrizionali e psicologici della durata di uno-tre anni», suggerisce Erzegovesi, «mirati all’aumento graduale del peso e al supporto nella gestione dell’ansia e delle emozioni negative». Importante non trascurare il problema, segnale di un malessere o di una difficoltà che, se non curato, potrebbe diventare cronico ed esporre al rischio, in futuro, di ansia e depressione.

Negli adulti
A volte l’ARFID si protrae nel tempo, anche in età adulta. «Difficilmente gli adulti che soffrono di questa malattia mostrano carenze nutrizionali tali da compromettere gravemente la salute», spiega Erzegovesi. A essere minata è soprattutto la vita sociale, dato che si finisce col rinunciare a cene, feste, aperitivi. A volte chi ha questo problema può manifestare una generica mancanza di interesse per il cibo («Vorrei prendere una pastiglia al giorno con dentro tutti i nutrienti e non pensarci più»). Sempre d’équipe il trattamento, da portare avanti per alcuni anni con la consulenza di uno psichiatra, un nutrizionista e uno psicologo. Nulla si può per ora dire sull’efficacia della terapia a lungo termine: trattandosi di un disturbo di recente definizione, ancora non ci sono studi scientifici sugli esiti.



Per gli esperti USA niente zucchero a bimbi sotto i due anni
Limitare la quantità anche fino agli 8 anni per la salute futura del cuore

Niente zuccheri aggiunti prima dei due anni e appena sei cucchiaini, 25 grammi, tra i due e gli otto anni, con l'aggiunta di non più di una lattina piccola di bibite gassate a settimana. La 'prescrizione' è dell'American Heart Association, che per la prima vola nella sua storia ha pubblicato delle linee guida sulle quantità di zucchero ottimale per i bambini. Il tipico bambino americano, spiegano gli esperti che hanno pubblicato le linee guida su Circulation, consuma il triplo di queste quantità. Lo zucchero aggiunto si può infatti presentare in diverse forme, dal fruttosio al destrosio al succo di frutta, in piatti anche salati come hamburger e patatine industriali. La necessità di regolare il consumo di zucchero fin da piccoli, spiega il gruppo di esperti che ha preparato le linee guida, discende dall'osservazione che una dieta troppo ricca di zuccheri aggiunti è fra le cause di diversi fattori di rischio cardiaci come obesità, diabete, pressione e colesterolo alti. Le persone che hanno dal 17 al 21% delle calorie dagli zuccheri aggiunti hanno un rischio maggiore del 38% di morire per problemi cardiovascolari rispetto a chi ne ottiene l'8%. "Le famiglie possono iniziare a educare il gusto dei propri figli fin da piccoli - scrivono - perché le loro abitudini e preferenze alimentari dureranno fino all'età adulta".



Quando si hanno problemi a fare 'plin plin', l'idronefrosi
I pediatri della SIP la spiegano

A volte fare la pipì è un problema: il disturbo si chiama idronefrosi ed è una condizione caratterizzata dalla dilatazione degli spazi dove si raccoglie l'urina prodotta dal rene; normalmente queste cavità consentono il transito dell'urina dal rene verso la vescica, ma non l'accumulo. L'idronefrosi può essere espressione di un'anomalia del flusso urinario (ostruzione o reflusso), ma nella maggior parte dei casi è una condizione benigna. Il disturbo è spiegato dai pediatri della Società Italiana di Pediatria che nella rubrica mensile in collaborazione con ANSA Salute Bambini, spiegano quanto c'è da sapere e come comportarsi. Questa le domande e le risposte a cura di Rino Agostiniani (Dipartimento Materno-Infantile, ASL Toscana Centro) e Rossella Galiano (UOC T.I. e Patologia Neonatale, Azienda Ospedaliera "Pugliese-Ciaccio" Catanzaro).

Quanti bambini ne soffrono?
Nelle diverse casistiche l'incidenza dell'idronefrosi congenita varia dallo 0,2 al 2,9 per 1000 nati; quest'ampia variabilità è determinata dalla differente disponibilità della ecografia in gravidanza nei diversi Paesi, lo strumento con il quale oggi viene più frequentemente fatta la diagnosi.

Come si valuta la dimensione dell’idronefrosi?
L'idronefrosi può interessare uno solo dei due reni o entrambi; l'entità può essere molto diversa e si valuta in gradi (dal 1°, il più lieve, al 4°).

Che sintomi provoca
Nei bambini piccoli l'idronefrosi congenita è di solito priva di sintomi; talvolta può manifestarsi attraverso una infezione delle vie urinarie.
Nel bambino più grande l'idronefrosi può insorgere con un episodio acuto (per un'ostruzione improvvisa del flusso urinario, come nel caso di un calcolo) e manifestarsi con coliche renali. Si tratta però di casi più rari.

Da cosa è causata
Sotto il termine di idronefrosi confluiscono tante situazioni, di significato assai diverso:
  • Le idronefrosi di primo grado (spesso definite pielectasie) sono di riscontro molto frequente nelle ecografie eseguite in gravidanza e costituiscono, nella maggior parte dei casi, semplici varianti morfologiche della pelvi renale, l'organo dove transita l'urina prodotta dal rene.
  • Altre volte le idronefrosi, soprattutto quelle di più alto grado, sono la conseguenza di un ostacolo al deflusso dell'urina, come si verifica nel caso della stenosi del giunto pielo-ureterale (cioè il restringimento della struttura che conduce l'urina dal bacinetto renale verso l'uretere) o nel megauretere ostruttivo (cioè il restringimento della struttura che conduce l'urina dall'uretere verso la vescica).
  • Infine l'idronefrosi può essere determinata dal reflusso delle urine già contenute nella vescica che risalgono verso le alte vie urinarie, dilatandole.
Come si può diagnosticare
Per diagnosticare le idronefrosi e valutarne il grado l'ecografia è lo strumento migliore; non è invasiva, è priva di effetti collaterali e viene ben accettata sia dai piccoli pazienti che dai loro genitori. Qualora si sospetti che l'idronefrosi riconosca una causa ostruttiva, occorrerà aggiungere all'ecografia altre indagini come la scintigrafia renale dinamica, in grado di valutare sia la funzionalità renale complessiva che la percentuale con cui ogni singolo rene contribuisce alla funzione totale. Se l'ecografia fa sospettare che la causa dell'idronefrosi sia un reflusso vescico-ureterale, l'indagine da eseguire è la cistografia minzionale. La cistografia può essere effettuata sia con le tecniche radiodiagnostiche tradizionali (le più diffuse), che con altre metodiche a minor impatto radiobiologico come la cistoscintigrafia, eseguita con radioisotopi o la cistosonografia, eseguita con tecnica ecografica.

Come si può curare
Nella maggior parte dei neonati l'idronefrosi congenita è asintomatica e si risolve spontaneamente, senza complicazioni. Quando le idronefrosi sono diagnosticate prima della nascita non è necessario modificare il naturale decorso della gravidanza anticipando la data del parto né è indicato il taglio cesareo. Solo nei rari casi di idronefrosi di grado elevato e bilaterale è opportuna una presa in carico fin dai primi giorni di vita.
Negli scorsi decenni i neonati con dilatazioni delle vie urinarie erano sottoposti a una profilassi antibiotica perché si temeva che il ristagno e, ancor più, il reflusso potessero predisporre alle infezioni e queste potessero a loro volta produrre cicatrici e un danno renale progressivo. Oggi è chiaro che il danno renale associato a questa condizione è di natura "malformativa", si verifica prima della nascita e non può essere prevenuto né curato con antibiotici. Nella maggior parte dei casi si è dimostrato sicuro e prudente un approccio meno invasivo, in cui si associano l'attenta sorveglianza clinica, il monitoraggio ecografico e una tempestiva terapia di eventuali episodi infettivi. L'indicazione alla correzione chirurgica è limitata a casi gravi in cui l'ostruzione ha prodotto una perdita di funzione. Anche il reflusso vescico-ureterale (RVU) ha una buona tendenza alla guarigione spontanea (che può raggiungere l'80% dei casi), pertanto la terapia chirurgica è riservata a quella esigua popolazione di bambini che non guarisce spontaneamente e la situazione si complica con infezioni. Di solito è preferito il trattamento endoscopico perché il rischio di complicanze è minimo, l'indice di successo elevato, ed è eseguibile in regime ambulatoriale.

Consigli per i genitori
I genitori dovrebbero favorire una stretta collaborazione tra chi ha seguito la gravidanza (ginecologo) e chi segue il bambino (pediatra), perché la conoscenza della storia prenatale è essenziale per una gestione ottimale dopo la nascita. La presenza di un'anomalia ecografica dell'apparato urinario all'esame eseguito in gravidanza non deve allarmare perché non implica necessariamente conseguenze per la salute del bambino.
Ai genitori, adeguatamente informati, è giusto affidare l'esecuzione dell'esame rapido delle urine (stix) in cui cercare conferma o smentita del sospetto di una infezione urinaria.



Aumentano i traumi di bimbi sul passeggino, i trucchi per evitarli
Sempre più incidenti alla testa, attenzione anche ai seggiolini

I traumi alla testa dovuti a incidenti mentre i neonati sono sul passeggino o nei seggiolini sono in aumento, ma pochi semplici accorgimenti possono minimizzare i rischi. Lo afferma uno studio del Nationwide Children's Hospital statunitense, pubblicato da Academic Pediatrics.
Tra il 1990 e il 2010, scrivono gli Autori, negli Usa si sono verificati oltre 360mila ingressi al pronto soccorso di bambini che hanno avuto incidenti con il passeggino o con i seggiolini che dondolano, uno ogni due ore. Per entrambi gli oggetti il motivo principale è la caduta (nel 67% dei casi dei passeggini e nel 63% dei dondoli), seguita dal ribaltamento (16% e 29%).
Testa e volto sono le parti del corpo più colpite, con i traumi cerebrali che sono passati per i passeggini dal 19% degli infortuni nel 1990 al 42% del 2010, con una crescita simile anche per i seggiolini.
"Come genitori mettiamo il nostro carico più prezioso in passeggini e seggiolini ogni giorno - sottolinea Kristi Roberts, uno degli Autori -. Con pochi semplici passi si possono prevenire quasi tutti gli incidenti".
I genitori, spiegano gli esperti, devono sempre legare il bambino nel modo indicato dalle istruzioni, evitare di appendere borse e altri oggetti ai manici dei passeggini, che possono favorire il ribaltamento, scegliere modelli che siano della grandezza giusta per il bambino, mettere sempre il freno al passeggino quando si è fermi, cercare modelli che facciano stare il bambino il più in basso possibile e controllare sempre che il modello scelto non sia fra quelli ritirati dal mercato per eventuali difetti di fabbrica.



Sabbia e piscine: attenzione alle infezioni
I bambini, ma non solo, sono a rischio di avere contaminazioni cutanee e intime a causa dei patogeni che possono annidarsi in acqua e sulla spiaggia

Quali sono i rischi che possono correre i bambini e, più in generale, tutte le persone con difese immunitarie particolarmente indebolite, come gli anziani o le persone con malattie croniche quali diabete o alterazioni della barriera cutanea, ma anche le donne in gravidanza, in spiaggia e in piscina?
I virus, i funghi e i batteri crescono e prolificano molto bene in tutti gli ambienti caldo-umidi. Ecco perché in spiaggia, così come nell’acqua del mare soprattutto dove sono presenti i divieti di balneazione e in piscina è alto il rischio di contrarre un’infezione micotica (soprattutto ai piedi), delle vie urinarie, intestinali, a causa dell’ingestione più o meno accidentale con acqua infetta o del suo contatto con la pelle.

Rischio impetigine
«L’impetigine rappresenta la forma più frequente di infezione cutanea quando ci si immerge in acque con elevata carica batterica - chiarisce il dottor Antonino Reale responsabile di Pediatria dell’emergenza presso l’Ospedale Bambin Gesù di Roma-. Può manifestarsi su tutta la superficie corporea ed è di norma causata da stafilococchi o streptococchi, anche in associazione. Si presenta con aspetto vescicoloso o crostoso e talora si accompagna a febbre e malessere generale. Deve essere prontamente trattata perché altrimenti si può diffondere in modo esteso a tutto il corpo o può contagiare altre persone per contatto o per condivisione di asciugamani».

Infezioni ai piedi da sabbia
La sabbia può veicolare le verruche ovvero formazioni benigne, dure e callose, non di rado dolorose, causate da un virus, difficili da curare perché tendono a recidivare. Si stima che solo in Italia ne soffrano circa 6 milioni di persone, con la maggior parte delle infezioni riscontrate nella fascia di età 10-14 anni. L’ideale è non contrarre il virus e tale obiettivo si può centrare facendo indossare calzini in cotone anche in spiaggia ai bambini con meno di un anno, facendo attenzione a far asciugare i bambini dopo il bagno con un telo in cotone o comunque in fibra naturale ben asciutto, asciugando molto bene negli spazi interdigitali.

Bambini nudi in spiaggia: sì o no?
I bambini, anche i piccolissimi, amano stare nudi in spiaggia: ma vi sono rischi per la loro salute? «Se non vi sono divieti di balneazione i bambini possono anche farsi il bagno nudi, ma poi all’uscita dall’acqua vanno accolti con un asciugamano pulito per metterli a riparo da virus e batteri. Quando giocano in spiaggia, invece, è opportuno che indossino almeno il costume». Chiarisce il dottor Giuseppe di Mauro, pediatra di famiglia e presidente SIPPS (Società Italia di Pediatria Preventiva e Sociale).

Il costume bagnato: se e quando va tolto?
I bambini, si sa, entrano ed escono dall’acqua continuamente, quando è opportuno togliere loro il costume bagnato e quali rischi corrono a tenerlo addosso? «I problemi possono comparire se non si asciugano per bene e restano a contatto troppo a lungo con il costume bagnato, come può succedere se dopo il mare vanno a mangiare al ristorante o a giocare sotto gli alberi; in questo caso vi è la concreta probabilità di sviluppare alle infezioni delle vie urinarie o infezioni da candida soprattutto nelle bambine, per via della loro fisiologica anatomia. Nessun problema se invece si asciugano e poi tornano in acqua». Precisa ancora il dottor Di Mauro.

La doccia dopo il mare
Fare la doccia dopo una giornata al mare non ammazza virus e batteri, ma toglie il sale dalla pelle. Se dopo il bagno ci si è asciugati con cura con un asciugamano pulito, tuttavia, non si corrono particolari rischi di infezione.

Contaminazione delle acque
Le piscina, le fontane, tutti gli specchi di acqua artificiali o naturali possono venire contaminati da sversamenti di varia origine, dagli scarichi fognari o industriali e nel caso delle piscine dagli utenti che si bagnano pur essendo affetti da patologie benigne come la diarrea, le infezioni respiratorie o cutanee.

Infezioni in piscina
Nel periodo estivo chi frequenta le piscine può sviluppare disturbi connessi con l’ingestione di contaminanti fecali o per contatto con acqua contaminata da secrezioni nasali e orofaringee o squame di pelle e capelli. A tal proposito precisa ancora il dottor Reale: «Nonostante sia di moda far frequentare corsi di acquaticità in piscina fin dalle prime epoche di vita, è una pratica che sconsiglio perché espone il neonato o lattante, se non ancora vaccinati, a infezione potenzialmente gravi; meglio far giocare il bambino nell’acqua in una piccola piscina “privata”, raccomandando ai genitori un’attenta vigilanza».

Come proteggersi?
Dallo sviluppo di questi disturbi ci si protegge solo con un corretto utilizzo della piscina da parte degli utenti stessi: per questo motivo non bisognerebbe bagnarsi se affetti da diarrea e i genitori di bambini che indossano ancora il pannolino devono cambiarli frequentemente e lavarli lontano dalle acque della piscina.

Disturbi gastroenterici
Se nonostante le attenzioni subito dopo una giornata in piscina si sviluppa una sintomatologia lieve con nausea, vomito, diarrea e febbricola si può rimediare con l’assunzione di sali minerali, utili a prevenire la disidratazione, ed eventualmente di probiotici. Se invece la sintomatologia è più grave e si sospetta un’infezione di origine batterica è bene rivolgersi al pediatra. Se il vomito è talmente intenso da compromettere lo stato clinico del bambino è necessario rivolgersi al pronto soccorso.

Dermatiti
Se dopo il mare o la piscina compaiono chiazze e macchie è bene limitare il più possibile il fai da te ed è bene rivolgersi a personale competente.



Tutti i vantaggi di mettere i figli a letto presto (intorno alle 20)

Cena, eventualmente cartoni animati, lavaggio dei denti, un libro, nanna. Il rituale quotidiano serale di chi ha figli piccoli ha un copione (giustamente) rigido, che lascia poco spazio alla fantasia. Ma sull’orario di messa a letto dei bambini c’è grande varietà: trovi la mamma che si lamenta del fatto che il figlio/a non dorme prima di mezzanotte e quella che allo scoccare delle 20 può dedicarsi ad altro perché la prole dorme beatamente. Chi ha ragione? Premesso che ogni bambino è fatto a modo suo (e dunque anche la quantità di sonno necessaria può essere diversa), uno studio americano, del Penn State College of Medicine, pubblicato sulla rivista Jama Pediatrics, sottolinea i benefici dell’andare a letto presto fin da piccoli.
Il principale è legato alla salute futura dei bambini stessi: è risultato che i bambini che hanno una buona routine sonno-veglia sono più protetti dal rischio di sovrappeso a un anno di età, un aspetto fondamentale se si considera che chi accumula chili nei primi anni di vita ha molte più possibilità di essere obeso nel corso dell’esistenza e andare quindi incontro a diabete e disturbi cardiovascolari. Gli studiosi americani hanno preso in esame 250 bambini e le loro mamme, che hanno ricevuto visite periodiche da parte di un gruppo di ostetriche. Alcune mamme hanno ricevuto consigli sul sonno dei piccoli e sull’alimentazione, compreso l’invito a metterli a nanna presto e a non intervenire subito se piangevano nel corso della notte correndo ad allattarli. Ed ecco i risultati dello studio: i bambini di 9 mesi che andavano a letto intorno alle 20 dormivano un’ora e mezza più dei coetanei. E a un anno di vita le loro probabilità di essere sovrappeso risultavano dimezzate rispetto al resto del campione. «È importante stabilire buone abitudini di sonno sin dai primi anni di vita per motivi di salute, compresa la prevenzione dell’obesità, ma anche per il benessere emotivo della famiglia - spiega Ian Paul, primo Autore della ricerca -. I neo genitori non pensano all’obesità: il nostro obiettivo è prevenirla senza dover parlare esplicitamente del peso del loro bambino». Senza contare il fatto che se i bambini vanno a letto presto, i genitori hanno qualche ora da dedicare a se stessi, e questo va senza dubbio a vantaggio di tutta la famiglia.
E pensare che, secondo una ricerca presentata da ASSIREM (ASsociazione Scientifica Italiana per la Ricerca e l’Educazione nella Medicina del sonno), il 50% dei bambini dorme meno di quanto dovrebbe. Lo studio «Come dormono i bambini in Italia» ha preso in esame 365 bambine e altrettanti bambini di 8 anni, scoprendo appunto che la metà non riposa abbastanza (nella fascia 6/11 anni servono tra le 9 e le 12 ore di sonno). Se un bambino su tre (31,7%) non vorrebbe andare a dormire, il 9,6% ha difficoltà nell’addormentamento e di questi il 7,3% per la presenza di ansia, agitazione o per paura. Il 7,2% si sveglia durante la notte più di due volte, con difficoltà a riaddormentarsi nel 5,4% dei casi. Il sonno agitato risulta presente nel 26,7% dei casi. Nell’insieme, il sonno insufficiente o la scarsa qualità del riposo portano il 26,1% dei bambini a svegliarsi con difficoltà e il 15,2% a svegliarsi stanchi. Un altro rilevante fattore negativo è rappresentato dai disturbi respiratori: il 17% russa, il 9,7% non respira bene, il 4,6% ha apnee notturne.
«Le conseguenze si vedono a livello sia fisico che mentale - spiega il presidente di ASSIREM, Pierluigi Innocenti -, perché durante il sonno vengono prodotti degli ormoni, in particolare quello della crescita. Quindi se un bambino dorme meno, lo sviluppo ne risente. Il sonno ridotto può determinare conseguenze anche nella quotidianità, soprattutto nel rendimento scolastico, nella capacità di concentrazione, così come dal punto di vista comportamentale: i ragazzini che non dormono vanno incontro a uno stato di ipereccitabilità e spesso sono considerati “ragazzi difficili”, mentre semplicemente non riposano abbastanza. La deprivazione di sonno incide anche sull’alimentazione: i lavori degli ultimi anni ci dimostrano come, durante il sonno, viene prodotto un ormone che si chiama leptina, che regola il nostro senso di sazietà. Se dormiamo meno ne produciamo meno e siamo più predisposti ad avere una maggiore fame. La deprivazione di sonno comporta un maggior uso del cosiddetto ‘cibo spazzatura’, che tende a farci ingrassare. Oggi sta esplodendo il problema dell’obesità e le due cose sembrano molto correlate».
«Prima di tutto bisognerebbe cercare di anticipare l’orario di addormentamento non oltre le 22, poi parlare con il pediatra della possibilità che dietro i disturbi accusati dal bambino possa esserci un problema di sonno - conclude il professor Oliviero Bruni del Centro del Sonno, Dipartimento Psicologia Processi Sviluppo e Socializzazione dell’Università La Sapienza di Roma, nonché curatore dello studio -. È necessario avviare una campagna di informazione che sensibilizzi l’opinione pubblica, fermo restando che i bambini che presentano uno specifico disturbo del sonno dovrebbero essere visti da uno specialista».



Mal di pancia nei bambini, il test del salto
Dolore comune fra i più piccoli, soprattutto a causa di errori alimentari

Il mal di pancia nei bambini è evento comune che di solito non dovrebbe preoccupare più di tanto i genitori. In alcuni casi, tuttavia, il dolore è più acuto e rivelatore di problemi più seri. All'origine del mal di pancia sono spesso errori alimentari molto comuni, fra cui lo scarso consumo di frutta e verdura. Anche la tensione emotiva svolge un ruolo importante, soprattutto in alcuni periodi dell'anno, ad esempio le ultime settimane di scuola, quando le interrogazioni finali mettono in ansia bambini e ragazzi.
I genitori spesso hanno paura della presenza di un'appendicite. Per capire se è quello il caso, si può effettuare un semplice esperimento, detto test del salto. Se il bambino riesce a saltare o a fare una piccola corsa senza avvertire dolori acuti, allora non si tratta di appendicite, ma di un semplice mal di pancia. In genere, il mal di pancia non è grave se è intermittente, ovvero non dura mai più di mezz'ora, e se è circoscritto alla zona dell'ombelico.
Al contrario, il dolore dovrebbe preoccupare se dura ininterrottamente più di mezz'ora. Se il dolore si protrae per ore, il bambino deve essere condotto al pronto soccorso. Non è buon segno neanche se il bambino tende a rimanere immobile oppure a cercare posizioni innaturali per non provocare ulteriore dolore.
Proprio in caso di appendicite, il bambino cerca di stare fermo il più possibile. Se si contorce e si agita, la cosa è paradossalmente meno preoccupante perché non si tratta di appendicite. Nella maggior parte dei casi, il dolore è dovuto a costipazione, in alcuni casi a un'infezione gastrointestinale. Entrambe situazioni che non necessitano di un intervento ospedaliero.



Bambini, l’importanza delle proteine nella dieta

I vegetali non sono del tutto privi di proteine, ma le contengono in maniera ridotta e i bambini piccoli ne devono assumere in quantità importanti per crescere sani. Fondamentale per lo sviluppo neurologico è la vitamina B12, contenuta negli alimenti di origine animale (quindi preclusa ai vegani). I consigli per una dieta sana e completa del professor Alberto Villani, responsabile di Pediatria generale e Malattie infettive all’ospedale Bambino Gesù di Roma.

Latte materno
Nei primi sei mesi di vita il bambino deve essere alimentato con latte materno in modo esclusivo. «Non vanno somministrate acqua o camomilla dal momento che l’apporto dei liquidi è garantito con il latte» spiega il professor Alberto Villani, responsabile di Pediatria generale e Malattie infettive del Bambino Gesù. Nel periodo dell’allattamento è importante che la madre si alimenti in modo corretto e vario, non fumi, non beva alcolici e superalcolici e svolga attività fisica.

Lo svezzamento
A partire dal compimento del sesto mese può cominciare lo svezzamento, ovvero il latte va sostituito gradualmente con cibi semi-solidi diversi; questo perché il solo latte umano non consente di soddisfare tutte le necessità del bambino a livello di energia, proteine, vitamine e sali minerali. «Si comincia con i brodi vegetali al quale viene aggiunta la carne, elemento molto importante perché il bambino dal 5° mese in poi comincia a presentare una fisiologica carenza di ferro e la carne è l’alimento che più di tutti è in grado di garantire il giusto apporto del minerale» spiega Villani. Durante lo svezzamento il 50% dell’apporto nutrizionale continua a essere coperto dal latte materno o, in mancanza di questo, da quello di proseguimento fino all’anno di vita.

La carestia olandese
Il bambino deve alimentarsi con tutti i nutrienti di cui ha bisogno per crescere sano. Anche l’alimentazione della madre che allatta è fondamentale. Il professor Villani ricorda uno dei più famosi esperimenti «naturali» in cui gli epidemiologi si sono accorti quanto lo stress e la carenza alimentare possono influire sulla salute dei figli, ovvero la carestia olandese. Nel 1944 sul finire della seconda guerra mondiale l’esercito tedesco bloccò l’accesso ai rifornimenti in alcuni territori dei Paesi Bassi e una parte della popolazione patì moltissimo la fame, arrivando a un introito giornaliero di circa 500 calorie. Questa situazione di malnutrizione ha permesso ai ricercatori di studiare gli effetti sulla popolazione. Tra i risultati è emerso che i figli nati da donne incinte durante il periodo di carestia, da adulti avevano un rischio molto superiore di sviluppare malattie cardiovascolari, diabete, pressione alta e danni al sistema nervoso. Molto importante è l’assunzione dell’acido folico durante la gravidanza per avere bambini sani.

Le proteine nel periodo di accrescimento
La dieta vegana è una scelta alimentare che in età adulta, se gestita oculatamente, generalmente non crea problemi. Ma durante il periodo di accrescimento tutte le Società di nutrizione pediatrica sottolineano l’importanza della dieta mediterranea con verdura e frutta, carboidrati come pasta e riso, ma ovviamente anche con una componente di proteine animali rappresentate da carne, ma preferibilmente pesce, per garantire un adeguato accrescimento con una dieta varia in cui tutti i micronutrienti sono rappresentati.

La vitamina B12: se manca danni neurologici irreversibili
«È vero che ci sono vegetali che contengono ferro, ma noi come pediatri dobbiamo consigliare l’ottimale per i bambini ed è anche importante non esagerare con le proteine animali, per questo anche le dosi vanno concordate. Non è pensabile che un pediatra proponga una dieta carenziale, di qualunque natura essa sia, perché sarebbe svantaggioso per il bambino che deve diventare un adulto sano», aggiunge il professor Villani. Fondamentale per la crescita è la vitamina B12, contenuta solo in alimenti di origine animale (molluschi, pesce, tuorlo d’uovo, parmigiano, carne e latte), tutti cibi non contemplati nella dieta vegana. Ma la mancanza di vitamina B12, è stato provato in più studi, causa la perdita di volume cerebrale e una forma specifica di anemia. Il professor Villani sottolinea: «I danni neurologici causati da una dieta restrittiva sono irreversibili, non c’è possibilità di recupero. La vitamina B12 è fondamentale per lo sviluppo del sistema nervoso centrale, un carburante di cui i bambini non possono fare a meno».



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Bambini, l’importanza delle proteine nella dieta. Medico e Bambino pagine elettroniche 2016;19(7) https://www.medicoebambino.com/?id=NEWS1607_10.html

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