Rivista di formazione e di aggiornamento professionale del pediatra e del medico di base, realizzata in collaborazione con l'Associazione Culturale Pediatri

Giugno 2016 - Volume XIX - numero 6

M&B Pagine Elettroniche

Striscia... la notizia

a cura di Maria Valentina Abate
Clinica Pediatrica, IRCCS Materno-Infantile "Burlo Garofolo", Trieste
Indirizzo per corrispondenza: valentina_aba@yahoo.it





"Sempre più bimbi mangiano vegano", i pediatri in allarme
Boom di casi: spesso c’è carenza di vitamina B12. “Difficile compensare l’assenza di carne, latte e uova”

"Non mi era capitato in 41 anni di carriera. Nell'ultimo anno ho visto tre casi", racconta Alessandro Ventura, direttore della Clinica Pediatrica all'ospedale Burlo Garofolo di Trieste e docente di pediatria all’Università di Trieste. "Tre lattanti ricoverati da noi per carenza di vitamina B12. Le madri li nutrivano al seno e mangiavano vegano".
A Milano ad aprile è stato aperto un asilo nido completamente vegano. In Italia oggi quasi una persona su dieci fa a meno della carne. E spesso le scelte dei genitori ricadono sui figli. "Non abbiamo statistiche sui bambini", prosegue Ventura. "Quel che vediamo è la punta dell'iceberg: i casi in cui le carenze sono talmente gravi da richiedere il ricovero".
Il rischio principale è la mancanza di vitamina B12, presente in carne, pesce, uova e latte. "Ne servirebbero tre gocce al giorno per mettere il bimbo al riparo dall'anemia" spiega Ruggiero Piazzolla, referente dell'area nutrizione della Federazione Italiana Medici Pediatri. "Con i supplementi è teoricamente possibile far seguire ai bambini una dieta vegana", dice Antonella Lezo, dietista del Regina Margherita di Torino. "Ma non è facile. A quell'età il fabbisogno di nutrienti è come un puzzle dai pezzetti piccolissimi". E le conseguenze, a volte, si ritrovano in ospedale. "Negli ultimi due anni ho visto in pronto soccorso due bimbi con anemia e fratture spontanee", spiega Lezo. "Fra le cause sospette c'era la dieta vegana".
Poiché la mancanza di vitamina B12 compromette la formazione dei neuroni, i danni più gravi riguardano lo sviluppo del cervello. "Il bambino aveva 5 mesi", racconta Ventura. "Era sonnolento, non reagiva agli stimoli. Abbiamo fatto tutti gli esami e solo dopo 4 o 5 giorni abbiamo individuato il problema: la dieta vegana della madre che lo allattava. Non ce lo aspettavamo".
Nel 2005, quello capitato a Daniela Codazzi e Martin Langer - oggi all'Istituto Tumori di Milano - fu forse uno dei primi casi. "Nessuno all'inizio si era accorto di quanto grave fosse il bambino. Anch'io dovetti studiare per capire". Il piccolo aveva dieci mesi. Respirava male, aveva movimenti involontari e muscoli senza tono. Il cervello mostrava segni di atrofia diffusa. Tre anni più tardi, nonostante il ritorno a una dieta adeguata e la riabilitazione, c'erano ancora segni di ritardo psicomotorio.
"È vero, a volte ci vuole tempo per arrivare a una diagnosi", conferma Grazia Di Leo, responsabile della nutrizione al Burlo Garofolo. "Recentemente abbiamo visto un bimbo di 9 mesi con un ritardo dello sviluppo psicomotorio. Prima di accorgerci che il problema era la dieta vegana era stato seguito dai Neuropsichiatri. Solo quando ha avuto una serie di sincopi e svenimenti ed è finito in pronto soccorso abbiamo capito l'origine dei problemi". Dagli ospedali, i casi estremi possono debordare nei tribunali. "Se non la carne, cerchiamo di convincere i genitori a introdurre almeno uova e latte", spiega Susanna Esposito, direttrice della Pediatria al Policlinico e professoressa all'università di Milano. "Una volta all'anno abbiamo un caso grave. A volte dobbiamo fare anche la segnalazione in procura".
Al Meyer di Firenze a luglio dell'anno scorso fu ricoverato un bimbo di 11 mesi incapace di stare seduto (un caso simile è accaduto un paio di mesi dopo all'ospedale di Belluno). Padre e madre (vegetariani) sono finiti sotto indagine per maltrattamenti. "Spesso i genitori sono in buona fede e correggono la dieta", spiega Massimo Resti, che al Meyer dirige la Pediatria. "Ma ci capita di dover segnalare dei casi al giudice, il quale può arrivare a chiedere a un assistente sociale di essere presente ai pasti".
Altra causa di diete carenti possono essere le allergie inesistenti. "Si parte da un test sbagliato, ci si convince che un bambino abbia una non meglio determinata intolleranza e si finisce per togliere alimenti fondamentali come latte o uova", spiega Alessandro Fiocchi, responsabile dell'Allergologia al Bambino Gesù di Roma. "Dall'età scolare in poi, quella per la dieta corretta può diventare un'ossessione che contagia i bambini stessi". A Maria Angela Tosca, responsabile dell'Allergologia al Gaslini di Genova, è capitato di recente un bambino di 10 anni quasi cieco. "I genitori erano convinti che fosse allergico a tutte le verdure, latte, uova e pesce. Aveva una carenza di vitamine così grave da danneggiare il nervo ottico".



Gli incidenti stradali prima causa di morte negli adolescenti nel mondo
In crescita fattori di rischio come il sesso non sicuro

Gli incidenti stradali sono la principale causa di morte degli adolescenti nel mondo, con due terzi dei quasi due miliardi di giovani del pianeta che sono a rischio per cause prevenibili, dall'HIV alla depressione. Lo afferma un rapporto sull'adolescenza di quattro grandi università pubblicato dalla rivista Lancet.
La mortalità nella fascia di età tra i 10 e i 24 anni, scrivono gli Autori del progetto, coordinato dall'IHME dell'università di Seattle, è quella calata meno tra il 1990 e il 2013, anni presi in esame. Gli incidenti stradali causano il 10% delle morti tra 10 e 14 anni e circa il 20% di quelle nelle fasce superiori, mentre al secondo posto c'è l'HIV per i più piccoli, le violenze interpersonali tra 15 e 19 anni e i suicidi tra 20 e 24. Tra i fattori di rischio più comuni il rapporto segnala invece l'alcol tra 15 e 24 anni, mentre per i più piccoli è la carenza di ferro. Il sesso non sicuro è invece il fattore che risulta più in ascesa dal confronto fra i dati del 1990 e quelli attuali, mentre per i più grandi la depressione è fra i rischi maggiori, e colpisce già il 10% dei soggetti tra 19 e 24 anni.
"I nostri dati mostrano chiaramente che serve uno sforzo maggiore per migliorare la salute dei giovani - afferma Ali Mokdad, l'Autore principale -. L'inazione avrà serie conseguenze sulla salute di questa generazione e della prossima". Tra gli interventi possibili, sottolineano gli Autori, l'educazione rappresenta il miglior investimento. "Ogni anno di scuola dopo i 12 anni è associato a un minor numero di parti tra le adolescenti - spiega George Patton dell'università di Melbourne - e a meno morti tra gli adolescenti".



La scoliosi: problema scheletrico tipico dell'adolescenza

La scoliosi è un'asimmetria della colonna vertebrale con deviazione laterale a carattere permanente. Spesso si associa ad altre deviazioni della colonna (lordosi ma, soprattutto, cifosi) ed è accompagnata da rotazione delle vertebre. Ci sono forme congenite che derivano dall'assenza di una parte del corpo vertebrale, forme secondarie a malattie dell'osso o delle articolazioni tra le vertebre e forme idiopatiche (che in medicina significa senza una causa evidente).
Le scoliosi congenite sono facilmente individuabili, mentre le secondarie rappresentano una complicanza nota di alcune malattie da ricercare durante le visite di controllo.
La scoliosi idiopatica può, invece, essere più subdola perché si rende evidente a età in cui le visite del pediatra non sono frequenti e vengono effettuate, spesso, solo a causa di una malattia acuta.
La scoliosi idiopatica è detta anche dell'adolescente perché si rende evidente proprio nel periodo della pubertà-adolescenza, anni in cui la crescita in statura è elevata e rapida. La sua frequenza è di 1-3% e colpisce maggiormente le femmine.
Come già accennato la scoliosi è una deviazione laterale della colonna vertebrale.
Il segmento interessato con maggiore frequenza è quello toracico, con una curvatura convessa verso destra (come una parentesi chiusa). A questa curvatura principale conseguono, spesso, curvature di compenso degli altri tratti della colonna legate al fatto che il bacino è orizzontale e la testa (il piano tra i due occhi) tende a mantenersi orizzontale. Sintomi associati sono rappresentati da diversa altezza delle spalle con prominenza di una scapola, testa non in asse con il bacino, fianchi asimmetrici.
L'età maggiormente interessata è compresa tra i 10 e 16 anni ma si possono osservare forme più precoci che danno segno di se a 7-8 anni.
La visita pediatrica di controllo si compie sempre con il bambino spogliato e il Pediatra effettua un controllo a occhio ponendo in bambino in piedi davanti a lui e osservando la schiena eretta e in flessione. È un'indagine di esecuzione rapida che si effettua insieme alla ricerca di altre patologie dello scheletro, come il piede piatto oppure lo slivellamento del bacino secondario a diversa lunghezza degli arti inferiori. Quando il bacino non è orizzontale si osserva una scoliosi secondaria finalizzata a raddrizzare la colonna: le vertebre sacrali, infatti, sono fuse tra loro e contribuiscono a formare il bacino. Un bacino non orizzontale comporta una curva di compenso del tratto lombare della colonna.
Nel sospetto di scoliosi il Pediatra valuta l'angolo di deviazione utilizzando uno strumento semplice (lo scoliometro) e invia a successive indagini specialistiche e radiologiche se l'angolo supera i 5°. Un filo a piombo può essere utile per valutare lo scostamento dell'asse tra cranio e bacino. Tenendo conto del rischio legato all'età e del sesso le maggiori società scientifiche prevedono 2 controlli nella femmina, all'età di 10 e 12 anni, e uno nel maschio, all'età di circa 13 anni. La terapia, naturalmente, varia con la gravità e l'evoluzione del tempo della curvatura.
Ci sono, inoltre, atteggiamenti scoliotici, ovvero non propriamente malattie, ma posture anomale che i bambini tengono per motivi diversi ma principalmente "per comodità". In questo caso, però, non si osservano rotazioni delle vertebre e il gibbo (la gobba), che sono invece associate alla scoliosi vera. La maggioranza dei problemi della colonna sono di tipo non strutturale, posture o atteggiamenti scorretti. I genitori possono ridurre i fattori che li favoriscono, come gli zaini scolastici pesanti oppure le posture scorrette durante lo studio o altre attività. Sono importanti anche le attività sportive simmetriche che migliorano il tono della muscolatura della schiena attuate con l'aiuto di allenatori sportivi preparati e attenti.



Nuove linee guida per i linfonodi ingrossati nei bambini
La gestione delle linfoadenopatie in età pediatrica

Il tessuto linfatico è rappresentato nel bambino in modo più rilevante che nell’adulto. Fisiologicamente, infatti, il tessuto linfoide aumenta progressivamente dalla nascita fino a raggiungere un picco intorno agli 8-11 anni, con successiva involuzione dalla pubertà in poi.
Le linfoadenopatie, cioè le alterazioni dei linfonodi per dimensione, numero e consistenza, nella maggior parte dei casi hanno origine infettiva e si risolvono spontaneamente nel giro di 4-6 settimane. L’origine può essere batterica quando è causata per esempio da Staphylococcus aureus, Streptococcus pyogenes o malattie da graffio di gatti o cani, o virale quando è causata da Citomegalovirus, Herpes simplex ed epatite B.
“Le nuove linee guida per la gestione delle linfoadenopatie che abbiamo presentate al Congresso di Palermo rappresentano uno strumento utile nella diagnosi e nel trattamento a domicilio e in ospedale del bambino con linfoadenopatia della testa e del collo ed hanno lo scopo di selezionare, alla luce delle migliori prove scientifiche disponibili, gli interventi più efficaci e sicuri per la gestione e le cure di queste patologie”.
Per un’anamnesi efficace delle linfoadenopatie è importante prendere in considerazione alcuni fattori: la dimensione del linfonodo, l’età del bambino e i segni e i sintomi di accompagnamento.
Dal punto di vista pratico, in età pediatrica un linfonodo può essere considerato anormale se ha un diametro superiore a 1cm nella zona cervicale o ascellare e 1,5 cm nella zona inguinale. Linfonodi cervicali di dimensioni oltre 3 cm andrebbero sempre considerati potenzialmente maligni.
L’età del bambino è un altro fattore di fondamentale importanza: se malattie come la leucemia linfoblastica acuta o il linfoma non-Hodgkin esordiscono più frequentemente nel bambino di età inferiore ai 6 anni, carcinoma del rinofaringe o tiroide e linfoma di Hodgkin esordiscono prevalentemente oltre i 6 anni di età; le infezioni batteriche e le infezioni da micobatteri non tubercolari sono, invece, più frequenti nei bambini di età compresa tra 1 e 4 anni.
È importante ricercare, inoltre, la presenza di segni e sintomi di accompagnamento: la comparsa di febbre, rinite, tosse, rash o congiuntivite suggeriscono un’origine virale; graffi di animali domestici possono suggerire, invece, bartonellosi o infezione stafilococcica.
Altri fattori da analizzare quando si sospetta una linfoadenopatia sono, poi, una storia recente di infezione delle vie aeree, otalgia, punture di insetto, rash, contatto con animali, viaggi in aree a rischio, contatto tubercolare o ingestione di alimenti contaminati come carne cruda, latte o formaggio non pastorizzato.
“In generale febbre persistente, aspetto settico e decadimento delle condizioni generali possono indicare un’infezione batterica severa. Quando si sospetta una linfoadenopatia acuta i dati della letteratura sono concordi nel consigliare un atteggiamento di vigile attesa: nella maggior parte di questi casi, soprattutto se coesistono febbre o rinite, si tratta per lo più di infezioni virali delle alte vie respiratorie. Nei casi di faringotonsillite acuta può essere presa in considerazione l’esecuzione del tampone faringeo per streptococco”.
Se si è in presenza, invece, di linfoadenopatie acute correlate a infezioni batteriche acute, alcuni Autori suggeriscono di eseguire un ciclo di 10-14 giorni di terapia antibiotica e, qualora questa non si rivelasse efficace, come spesso accade nelle linfoadenopatie in forma subacuta e cronica, gli esperti suggeriscono di eseguire più approfondite indagini ematologiche ed ecografiche.
Nei casi più gravi, alcuni sintomi come febbre, astenia, una perdita di peso superiore al 10% ed esantema possono essere un campanello di allarme per patologie croniche quali tubercolosi, immunodeficienze e neoplasie.
Sebbene la maggior parte delle linfoadenopatie della testa e del collo in età pediatrica sia legata a patologie infettive, oltre il 25% dei tumori maligni in età pediatrica si verifica a carico della testa e del collo e i linfonodi cervicali sono quelli più frequentemente interessati.
In accordo con le linee guida NICE (NICE Referral Guidelines for Suspected Cancer 2005), i pediatri di SITIP, evidenziano come le caratteristiche che devono indurre a sospettare una patologia neoplastica siano le seguenti:
  • Linfonodi di dimensioni maggiori di 2 cm.
  • Aumento delle dimensioni linfonodali oltre le 2 settimane.
  • Mancata riduzione delle dimensioni linfonodali dopo 4-6 settimane.
  • Mancata regressione completa dopo 8-12 settimane.
  • Alterazioni alla radiografia del torace.
  • Presenza di segni e sintomi sistemici quali febbre, perdita di peso, sudorazione notturna.




Antistaminici: dal mal di testa alla tachicardia, quanto rischia il bambino impasticcato
Uno studio scopre i pericoli dei bestseller. Colpa dell'abuso. Ecco perché non sempre servono.

Gli antistaminici di seconda generazione sono tra i farmaci più prescritti in età pediatrica: 6,7 milioni le confezioni vendute nel 2014 (dati AIFA) solo in ambito respiratorio. Anche perché vantano un buon profilo di sicurezza con effetti collaterali limitati a qualche mal di testa e sonnolenza. Eppure, denuncia oggi uno studio olandese pubblicato su Archives of Disease in Childhood, le reazioni avverse sarebbero più comuni di quanto creduto nei bambini, con casi anche gravi.

I dati. Spulciando tra i dati raccolti dal sistema di farmacoviglianza olandese dal 1991 al 2014, lo studio ha infatti mostrato casi di mal di testa, sonnolenza, iperattività, aggressione e rash cutanei, e rarissimi casi di tachicardia e convulsioni (quattro in tutto). Tra gli eventi avversi preoccupanti "ci sono quelli relativi al rischio di aritmie quando insieme sono somministrati altri medicinali che usano la stessa via metabolica a livello epatico». Come fanno per esempio alcuni antibiotici (i macrolidi) e antimicotici (la classe degli imidazolici). Proprio come il caso osservato dallo studio olandese, che riferisce di un bambino di 11 anni colpito da tachicardia in seguito alla somministrazione di un antibiotico e dell’antistaminico.
"Ma sono casi che i medici hanno imparato a gestire". Per esempio, somministrando antistaminici che utilizzino diverse vie metaboliche e abbiano così meno probabilità di causare aritmie, come loratidina o cetirizina, che viene metabolizzata a livello renale e non epatico. "Sappiamo poi che ci sono delle limitazioni sotto i due anni di età, per esempio per cetirizina, levocetirizina, loratadina e desloratadina, perché non ci sono studi, quindi non abbiamo dati di efficacia e sicurezza in questa fascia di età". Per le convulsioni, il rischio è correlato con il sovradosaggio: "Che ha comportato qualche anno fa il ritiro dell’oxatomide pediatrico. Non sono segnalate convulsioni ai dosaggi raccomandati".

Gli effetti collaterali. D’altra parte, non esistono farmaci senza effetti collaterali; la comparsa di reazioni avverse aumenta all’aumentare dell’uso. E gli antistaminici, spiega Susanna Esposito, direttore dell’Unità di Pediatria ad Alta Intensità del Policlinico di Milano sono usati spesso senza reale necessità: "Sono indicati nel trattamento della rinite allergica stagionale, nell’orticaria e nei casi di dermatite atopica con prurito intenso e come profilassi nell’asma allergica, ma in molti altri sono usati impropriamente. Non hanno senso nella prevenzione delle dermatite atopica, né tanto meno per le infezioni respiratorie o tosse. Laddove invece se ne abusi, come se fossero dei sintomatici, è possibile che si evidenzino eventi avversi senza alcun beneficio clinico".



Acqua, meno TV e più sport: come aiutare i bambini iperattivi

Bere più acqua, passare meno tempo davanti a uno schermo e fare almeno un'ora al giorno di attività fisica: sono queste le abitudini di vita che andrebbero adottate e che possono aiutare bambini e ragazzi affetti da iperattività e deficit di attenzione (ADHD).

Lo dimostra uno studio condotto dall'American University di Washington su bambini tra i 7 e gli 11 anni e pubblicato sul Journal of Attention Disorders. Questo studio è il primo a esaminare il numero di comportamenti sani dei bambini con ADHD, mettendoli a confronto con quelli dei loro coetanei nell'età dello sviluppo. «Molti genitori di figli con ADHD - commenta Kathleen Holton, coordinatrice dello studio - non vogliono dargli farmaci. Fargli adottare abitudini di vita sane può essere una strategia efficace, insieme ai medicinali tradizionali». I ricercatori hanno così elaborato una serie di raccomandazioni, come quella di non far trascorrere più di 1-2 ore al giorno davanti a uno schermo, fare almeno un'ora di attività fisica giornaliera, limitare il consumo di bibite zuccherate, dormire 9-11 ore a notte, e bere dai 7 ai 10 bicchieri di acqua al giorno, a seconda dell'età. Durante lo studio si è visto infatti che di solito i bambini affetti da ADHD consumano più succhi con dolcificanti artificiali, leggono meno di un'ora al giorno, trascorrono più di due ore al giorno davanti a uno schermo e fanno poco movimento durante la settimana. I genitori hanno inoltre segnalato che fanno fatica ad addormentarsi. È possibile, suggerisce lo studio, che cambiando più comportamenti dello stile di vita insieme si inneschi un circolo virtuoso portando ad altri comportamenti salutari. «Ad esempio l'attività fisica fa venire sete e voglia di bere acqua. - conclude - Inoltre si passa meno tempo davanti a una TV e si migliora il sonno».



Un bambino su tre in Europa è obeso
Lo studio prevede inoltre che il numero dei bambini sotto i cinque anni in tutto il mondo raggiungerà i 70 milioni entro il 2025, passando dai 41 milioni attuali

Un bambino su tre di età compresa tra i sei e i nove anni in Europa è in sovrappeso o è obeso.
Il rapporto è stato commissionato dalla United European Gastroenterology (UEG) e si basa su dati provenienti da 46 Paesi della regione europea. Lo studio prevede inoltre che il numero dei bambini sotto i cinque anni in tutto il mondo raggiungerà i 70 milioni entro il 2025, passando dai 41 milioni attuali.
Secondo lo UEG l'Europa non può far fronte al problema: "In tutta Europa ci sono pediatri esperti e molti centri di eccellenza. Tuttavia non sono molto diffusi e non possono soddisfare le esigenze dei bambini di tutto il continente", ha detto Michael Manns, presidente dell'organizzazione e professore di pediatria presso l'Hannover Medical School.
Il costo del trattamento dei disturbi legati all'obesità equivale a un decimo del totale dei costi della sanità in Europa e minaccia la sostenibilità dei servizi sanitari pubblici delle nazioni europee.
I bambini costituiscono un quinto della popolazione europea, e l'incidenza della malattia è in aumento. Secondo gli esperti la ricerca in questo settore è sottofinanziata.
Lo studio prevede inoltre che un quinto degli adulti in tutto il mondo saranno obesi entro il 2025.
L'allarme sui livelli di obesità non è nuovo e non si limita all'Europa. Un recente studio pubblicato sulla rivista scientifica Lancet, condotto dagli scienziati dell'Imperial College, ha riferito che in tutto il mondo ci potrebbero essere 266 milioni di uomini obesi e 375 milioni di donne obese.
Lo studio rivela inoltre che dal 1975 a oggi, il peso medio della popolazione mondiale è aumentato ogni decennio di 1,5 chilogrammi.
I ricercatori avvertono che l'obesità in età infantile può protrarsi con una certa frequenza in età adulta. Si parla del 90 per cento dei casi. È per questo che i medici puntano l'attenzione sulle campagne di prevenzione che agiscano già sulle fasce di età più basse.



Gastroenterite nei bambini, bene il succo di mela
Ha un effetto reidratante superiore rispetto alle soluzioni preparate

Un bambino affetto da gastroenterite lieve ha spesso bisogno di un processo di reidratazione. Spesso però le soluzioni elettrolitiche orali già pronte risultano sgradite ai piccoli, che non riescono a consumarle, aumentando la possibilità di un fallimento della terapia. Pertanto, è preferibile offrire loro una bevanda a base di succo di mela diluito per raggiungere l'obiettivo.
A dirlo è uno studio pubblicato su Jama da un team dell'Università di Calgary diretto da Stephen Freedman, che spiega: «La gastroenterite, comune in pediatria, viene di solito curata somministrando per bocca soluzioni reidratanti, anche se il loro gusto, spesso sgradito ai bambini, può limitarne l'uso».
Nel corso dello studio, i ricercatori hanno assegnato in maniera casuale 647 pazienti da 6 a 60 mesi affetti da gastroenterite e lieve disidratazione a ricevere succo di mela diluito seguito da un fluido reidratante di loro gradimento oppure una soluzione elettrolitica al gusto di mela. L'efficacia o meno dei trattamenti era legata al fallimento definito da eventi fra cui la reidratazione endovena, il ricovero ospedaliero, la presenza di sintomi persistenti e il calo ponderale superiore al 3 per cento del peso iniziale.
«A conti fatti, nei bambini trattati con succo di mela diluito si sono verificati meno fallimenti terapeutici rispetto a quanto osservato in chi è stato curato con le consuete soluzioni elettrolitiche, con percentuali rispettive del 17% e del 25%», scrivono gli Autori. I risultati migliori sono stati ottenuti in termini di reidratazione endovenosa, con tassi di fallimento rispettivi del 2,5% e del 9%.
«Questi risultati, derivati da una popolazione ampia ed eterogenea, confermati dai dati dei registri provinciali e ottenuti in un'epoca in cui le gastroenteriti complicate sono rare, riflettono l'effetto che la scelta del fluido reidratante ha in termini di complicazioni e visite mediche non programmate» riprende Freedman. «In molti Paesi ad alto reddito, nei casi di gastroenterite lieve e disidratazione minima l'uso di succo di mela diluito seguito da fluidi reidratanti graditi ai bambini può essere una valida alternativa alla consueta terapia reidratante orale, dal sapore spesso poco gradito ai piccoli pazienti».



Scoperta un'allergia "nascosta" dei bambini
Negativa a prove allergiche: è una rinite ora identificata

Ora è possibile identificare, e trattare, come allergici i bambini che in precedenza sarebbero stati diagnosticati come non allergici, migliorando la loro qualità di vita, grazie alla scoperta dell'allergia "nascosta" in pediatria. È una forma di rinite (la LAR, Local Allergic Rhinitis) che risulta negativa alle prove allergiche, ma che ora può essere intercettata grazie alle recenti procedure diagnostiche.
I risultati dello studio, tutto italiano, condotto dal Servizio di Immunologia e Allergologia Pediatrica dell'Università Sapienza di Roma diretto da Marzia Duse, accettato per la pubblicazione sulla rivista internazionale American Journal Rhinology & Allergy, è stato presentato al Congresso Italiano di Allergologia e Immunologia Pediatria (SIAIP) che si è chiuso a Palermo. Lo studio conferma per la prima volta sui bambini la validità dei test eseguiti sulla mucosa nasale per intercettare la LAR, rinite allergica locale, che si manifesta con gli stessi sintomi della rinite allergica comune (secrezione nasale, starnuti, naso chiuso) ma risulta negativa ai test allergici cutanei ed ematici. I bambini affetti da questa forma di rinite sono costretti a fare un gran numero di consultazioni specialistiche, spesso senza riuscire a risolvere il problema, obbligati a convivere con fastidiosi sintomi che impattano negativamente sulla qualità della loro vita.
"La rinite, a torto considerata la Cenerentola delle allergie, ha invece un notevole impatto negativo sulla qualità della vita dei bambini, - spiega Anna Maria Zicari, Autore dello studio - con sintomi fastidiosi quali ostruzione del naso, russamento, apnee notturne e scarsa qualità del sonno, che possono dar luogo a stanchezza, scarso rendimento scolastico, predisposizione all'obesità e alla sindrome metabolica".



Autismo, problemi del sistema immunitario delle mamme aumentano il rischio
Infiammazioni collegate soprattutto a casi con ritardo mentale

Le disfunzioni del sistema immunitario durante la gravidanza sono collegate a un rischio maggiore di avere un bambino autistico con disabilità intellettiva. Lo hanno dimostrato ricercatori dell'Università della California in uno studio pubblicato online in Molecular Psychiatry. La ricerca, condotta utilizzando il data base del Dipartimento di Salute Pubblica della California, mirava a individuare marcatori precoci dell'autismo. Nell'ambito della grande mole di dati disponibili, sono state individuate 184 mamme che avevano avuto figli con autismo unito a ritardo mentale, 201 con figli autistici senza disabilità intellettiva e 428 donne come gruppo di controllo. I ricercatori hanno esaminato a metà gestazione i livelli nel sangue di 22 citochine e chemochine, proteine del sistema immunitario legate alla presenza di un'infiammazione, tra queste GM-CSF, IL-1alfa, IL-6 e IFN-gamma.
"Nelle madri di bambini autistici con ritardo mentale, la presenza di infiammazione durante il secondo trimestre era molto maggiore rispetto a madri di bambini autistici senza disabilità intellettiva", ha detto uno degli Autori, Judy Van de Water, ricercatore del Mind Institute dell'Università della California. Gli Autori ipotizzano che le alterazioni nel sistema immunitario durante la gravidanza possano portare ad alterazioni nello sviluppo neurologico del feto in via di sviluppo, che potrebbero in seguito causare il fenotipo alterato all'origine dell'autismo associato a ritardo mentale. "Questo studio aiuta a capire di più sulle fonti di variabilità all'interno del disturbo dello spettro autistico".



Mamme, non fasciate il vostro bambino!
Rischio di SIDS e di lussazione dell'anca a causa della fasciatura

La fasciatura dei neonati è tornata di moda negli ultimi tempi. Siti e riviste non fanno che decantare gli aspetti positivi di questa pratica dal sapore antico e dagli effetti collaterali pericolosi.
Una ricerca dell'Università di Bristol coordinata dalla dott.ssa Anna Pease segnala il possibile nesso con l'aumento del rischio di SIDS, la sindrome della morte improvvisa del lattante.
La metanalisi, pubblicata su Pediatrics, ha preso in esame 4 studi: «Dai dati raccolti emerge un'associazione significativa tra SIDS e la fasciatura dei neonati, specie se posti in posizione laterale o prona», spiegano gli Autori.
La fasciatura è un'antica usanza in varie parti del mondo che dovrebbe servire a tranquillizzare il bambino e a farlo dormire meglio. «Ma in tutti e quattro gli studi esaminati, in cui 760 episodi di morte improvvisa sono stati confrontati con 1759 controlli, la percentuale di bambini fasciati è risultata maggiore nei casi di SIDS», riprende Pease. «A conti fatti, il rischio di SIDS associato all'essere collocato in decubito laterale quasi raddoppia tra i bambini in fasce rispetto ai controlli, aumentando ulteriormente tra i bambini fasciati e collocati in posizione prona, anche se questi ultimi sono casi rari».
Il rischio di SIDS sembra aumentare con l'età, raggiungendo il culmine dal sesto mese in poi. «La maggior parte dei bambini è in grado di cambiare posizione da solo a 4-6 mesi di età, il che suggerisce la necessità di scoraggiare la fasciatura dal quarto mese in poi, tenendo in ogni caso il neonato fasciato sdraiato in posizione supina qualunque sia la sua età», conclude Pease.
Ma il rischio di SIDS non è l'unico che corrono i bambini sottoposti a tale pratica. Un altro studio inglese pubblicato su Archives of Disease in Childhood dal prof. Nicholas Clarke, chirurgo e ortopedico pediatrico presso l'Ospedale di Southampton, ha analizzato le conseguenze di questa scelta sulla salute del bambino. Secondo il ricercatore inglese, infatti, il rischio è la lussazione dell'anca a causa della fasciatura stretta utilizzata per dare al neonato quel senso di protezione che faciliti il riposo, plachi il pianto e riduca il dolore dovuto alle coliche.
«Ero convinto che questa pratica antica fosse ormai dimenticata», spiega il prof. Joël Lechevallier, presidente della Società francese di ortopedia pediatrica. «La fasciatura costringe il bambino a tenere le gambe strette e favorisce le lussazioni dell'anca. Non a caso, fra gli indiani Navajo, che hanno come tradizione la fasciatura dei neonati, si registra una delle incidenze più alte di lussazioni».
Il bebè deve potersi dimenare anche quando dorme perché i movimenti che fa contribuiscono al corretto sviluppo delle anche e alla giusta articolazione della testa del femore. Una necessità tanto più impellente per quei bambini in cui la postura nell'utero fa uscire la testa del femore dal suo sito. In più della metà dei casi, le anche instabili guariscono in maniera spontanea durante l'infanzia.
«Per i bambini a rischio, si raccomanda la posizione della rana - spiega Lechevallier - con le gambe ben distanti fra di loro e ritratte. Se si fascia il bambino chiudendo le gambe, le possibilità di remissione spontanea del disturbo diminuiscono notevolmente, anzi è quasi certo che l'anca verrà lussata».
Una lussazione non impedisce di imparare a camminare, ma può causare una zoppia e rendere necessario un trattamento che a volte può arrivare all'intervento chirurgico.
La fasciatura è quindi una scelta da evitare anche se i suoi effetti positivi spingerebbero ad adottarla. Il consiglio è semmai di imitare le donne africane e il loro modo tipico di sorreggere i bambini attraverso una fasciatura che, come l'altra, tranquillizza il bambino ricordandogli la posizione fetale, ma allo stesso tempo lascia libere le gambe e non pregiudica la salute delle anche.



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Mamme, non fasciate il vostro bambino!. Medico e Bambino pagine elettroniche 2016;19(6) https://www.medicoebambino.com/?id=NEWS1606_10.html

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