Rivista di formazione e di aggiornamento professionale del pediatra e del medico di base, realizzata in collaborazione con l'Associazione Culturale Pediatri

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Striscia... la notizia

a cura di Maria Valentina Abate
Clinica Pediatrica, IRCCS Materno-Infantile “Burlo Garofolo”, Trieste
Indirizzo per corrispondenza: valentina_aba@yahoo.it





Per svilupparne uno servono 10-15 anni e un miliardo di dollari

L’allarme meningite in Toscana e il virus Zika “ammoniscono a non sottovalutare la minaccia latente di malattie infettive” e “confermano che i vaccini sono una risorsa preziosa per i cittadini e per i Sistemi sanitari”.
Tuttavia il percorso che va dalla scoperta all’autorizzazione di un nuovo vaccino richiede grandi investimenti di tempo e soldi, ovvero intorno ai 10-15 anni e al miliardo di dollari. “Di qui la necessità di conciliare le politiche di immunizzazione con profitti equi per l’industria e sostenibili per i budget pubblici”.
A fare il punto sul problema del rapporto costi/benefici sono il direttore dell’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) Luca Pani e il presidente Mario Melazzini in un articolo pubblicato sul sito web dell’Agenzia regolatoria.
In un futuro potrebbero essere disponibili vaccini terapeutici e preventivi per il cancro, per l’Alzheimer, per le malattie autoimmuni, persino per la dipendenza da sostanze stupefacenti. “Uno scenario affascinante - scrivono - che porta con sé il dilemma della sostenibilità per i Sistemi di salute pubblica”. L’AIFA ha già adottato nuove strategie di valutazione farmaco-economica estendendo il Health Technology Assessment (HTA, ovvero l’impatto economico delle tecnologie sanitarie) ai vaccini influenzali stagionali e ai primi vaccini influenzali quadrivalenti. In considerazione della complessità e dell’impatto delle nuove immunizzazioni sarà però fondamentale sperimentare anche per i vaccini “i modelli di autorizzazione e di negoziazione del prezzo già impiegati con successo dall’AIFA per altri farmaci dai costi molto elevati”, aggiungono Pani e Melazzini.



Pediatria. Mamma e papà si accorgono di errori che sfuggono ai medici

Secondo uno studio americano pubblicato su “Jama Pediatrics”, mamme e papà si accorgono di alcuni incidenti medici prima dei camici bianchi e per gli esperti le famiglie potrebbero essere una fonte importante per garantire maggiore sicurezza ai bambini.

Secondo uno studio americano condotto in due unità pediatriche di un ospedale di Boston e pubblicato su Jama Pediatrics, i genitori spesso trovano errori medici che sfuggono ai camici bianchi. In questo senso per gli esperti le famiglie potrebbero essere una risorsa non ancora sfruttata per migliorare la sicurezza delle strutture sanitarie e prevenire gli sbagli. Secondo il lavoro infatti circa un genitore su 10 ha individuato errori sfuggiti al medico. “I genitori possono notare cose diverse rispetto al professionista e quindi fornire informazioni complementari che possono aiutare a rendere i trattamenti più sicuri”, spiega Alisa Khan, Autrice principale dello studio e ricercatrice in pediatria alla Harvard Medical School e al Boston Children’s Hospital.
“Come sa chiunque sia mai stato ricoverato, gli ospedali sono strutture molto complesse con un sacco di ingranaggi e gli errori accadono, nonostante i nostri sforzi. - aggiunge Khan in un’email all’agenzia Reuters Health - Penso che noi, genitori inclusi, possiamo lavorare tutti insieme per mantenere i bambini al sicuro”.

Lo studio
Per valutare la frequenza con cui mamme e papà rilevano errori sfuggiti ai medici, Khan e colleghi hanno esaminato i dati di 383 piccoli pazienti ricoverati nel 2013 e 2014. I genitori hanno compilato un’indagine dettagliando ogni incidente che i loro figli hanno sperimentato durante il periodo trascorso in ospedale. Due medici hanno poi classificato le diverse azioni in: errori medici, altri problemi qualitativi o situazioni dove non ci sono stati problemi di sicurezza. Complessivamente, 34 genitori (l’8,9% del campione) hanno riportato 37 incidenti di sicurezza, scrivono gli Autori. Quando i medici li hanno esaminati, hanno visto che il 62% (23 casi) erano errori medici. Un altro 24% (9 situazioni) vedeva coinvolti altri problemi di qualità, mentre nel rimanente 14% (5 casi) non c’erano stati sbagli medici né altre complicazioni qualitative.
Dell’insieme di casi con sbagli medici, gli esperti hanno trovato che il 30% degli incidenti ha causato danni e sarebbe stato prevenibile. I bambini che subiscono errori di questo tipo devono affrontare una degenza più lunga e nel lavoro questi bimbi hanno avuto problemi metabolici e neuromuscolari. Gli errori evitabili segnalati dai genitori includevano ritardi nel rilevare un corpo estraneo dimenticato dopo una procedura, nel riconoscimento e trattamento di ritenzione urinaria e nella somministrazione di antidolorifici. In un caso una ferita mal medicata è stata contaminata con feci, mentre un altro un bambino ha contratto un’infezione da un catetere endovenoso.
I genitori hanno individuato nei problemi di comunicazione un fattore che contribuisce al numero di errori. Per esempio il personale che al passaggio di consegne a fine turno non ha notato un cambiamento di farmaco; oppure, in un caso, le informazioni inerenti un paziente sono state trovate nella cartella clinica di un altro.
Oltre alle piccole dimensioni e al fatto che lo studio è stato condotto in un solo ospedale, altre limitazioni del lavoro sono il coinvolgimento unicamente di genitori che parlano inglese e il fatto che i partecipanti erano soprattutto donne con un alto livello di istruzione e benestanti, notano gli stessi Autori della ricerca.
“Ciò nonostante, i risultati si aggiungono alla crescente mole di evidenze che suggeriscono che i medici possono essere spesso all’oscuro degli errori che riguardano i propri pazienti” sostiene Daniel Neuspiel, ricercatore in pediatria alla University of North Carolina School of Medicine di Charlotte, non coinvolto nello studio. “La frequenza specifica di questi errori può variare in altre popolazioni, ma sappiamo che si verificano in tutti i contesti clinici”, aggiunge l’esperto.
Se lo studio è troppo piccolo per poter trarre conclusioni generali sui tassi di errore o sulla sicurezza, evidenzia però l’importanza per i genitori di farsi sentire quando sembra che qualcosa non vada nel trattamento dei figli, ricorda Irini Kolaitis, ricercatrice in pediatria alla Northwestern Feinberg School of Medicine di Chicago, non coinvolta nello studio. “Un genitore conosce il proprio figlio meglio di qualunque operatore sanitario, gli sta vicino durante il ricovero, ha un ruolo attivo nella fornitura di assistenza sanitaria in ospedale e dopo la dimissione e spesso ha sentore che ci sia qualcosa che non funziona. - spiega Kolaitis - Per questi motivi, ogni errore percepito che i genitori riportano nel trattamento dei figli deve essere preso sul serio.”



Febbre da denti? È solo un altro mito da sfatare
Uno studio lo smentisce

La “febbre da denti” è solo un mito? Così sembrerebbe, a giudicare da un grosso studio sull’argomento pubblicato sulla rivista Pediatrics. Infatti, la dentizione rende il bimbo irritabile, nervoso, si associa a infiammazione gengivale e aumento della salivazione, ma non dà febbre sopra i 38 gradi. Quindi la tendenza di dottori e genitori ad associare alcuni episodi febbrili ai dentini che escono è sbagliata e può essere fuorviante da un punto di vista diagnostico.
Michele Bolan, dell’Università Federale di Santa Catarina in Brasile, ha condotto una metanalisi che ha portato al riesame di tanti studi svolti in tutto il mondo sull’argomento.
Rianalizzando tutti i dati raccolti in questi lavori, i ricercatori hanno così sconfessato un’idea diffusa, e cioè il fatto che la dentizione faccia ammalare i bambini con febbre e altri sintomi.
Invece è emerso che la sintomatologia tipica della dentizione è limitata a irritabilità, gengive infiammate, salivazione e al massimo un’alterazione lieve della temperatura corporea non considerabile febbre. Per di più i maggiori fastidi si hanno con l’arrivo dei primi dentini, in particolare degli incisivi e poi successivamente la dentizione tende a procedere in modo più indolore per il bambino.
Secondo gli Autori lo studio è importante perché invita a evitare di attribuire le febbri del bambino alla dentizione, cosa che potrebbe sviare dalla diagnosi corretta di altre malattie o infezioni.



Liste di attesa per i trapianti per bambini più basse che per gli adulti
Nel 2015 aumentano trapianti e crescono donazioni di organi

Da cuore a rene, passando per fegato, il numero di trapianti in favore di pazienti pediatrici è più o meno stabile negli anni. Sono invece in lieve calo il numero delle donazioni, in particolare di cuore, ma le liste di attesa riescono a mantenersi basse anche grazie alla possibilità di ottenere cuori provenienti dall’estero.
Secondo i dati del 2015 che il Centro Nazionale Trapianti, sono stati 142 i trapianti su ragazzi sotto i 18 anni nel 2015, di cui 28 di cuore, 64 di fegato, 5 di polmone, 45 rene. Nel 2014 ne risultavano 163, di cui 27 di cuore, 57 fegato, 8 polmoni, 71 rene. I donatori pediatrici, ovvero sotto i 15 anni, sono stati 23 nel 2015 (di cui 17 hanno donato un cuore), 33 nel 2014, 31 nel 2013.
“Le donazioni sono meno dei trapianti, ma riusciamo a far fronte alle necessità perché prendiamo cuori anche in Francia e Spagna grazie a meccanismi di accordi internazionali”, spiega Nanni Costa, direttore del Centro Nazionale Trapianti, che ha il compito di controllare e coordinare l’attività di prelievo e trapianto su scala nazionale. Dato positivo sulle lista di attesa: in generale i tempi medi di attesa per ricevere un trapianto sono la metà rispetto a quelli dell’adulto. Nel 2015 sono stati di 7 mesi per cuore e polmone, 4 per il fegato, 17 per il rene. Complessivamente comunque, specifica Nanni Costa, “non ci troviamo di fronte ad ampi numeri perché l’utenza dei trapianti pediatrici è molto diversa da quella per l’adulto, in genere si tratta infatti di bambini con malattie rare di tipo genetico”. Inoltre, aggiunge Nanni Costa, “iniziano a farsi strada anche cuori artificiali, che rappresentano un progresso eccezionale, che hanno come unica scomodità doveri ricaricare frequente di batterie che ne sono la sorgente artificiale”.



OMS: la mortalità infantile è scesa, ma non abbastanza

La mortalità infantile è diminuita molto nel giro di 25 anni. Il tasso di decessi tra i bambini di età inferiore ai 5 anni è passato 91 ogni 1000 nati del 1990, a 43 ogni mille nascite del 2015. Tuttavia, sono ancora troppi i minori che perdono la vita ogni anno. Lo afferma l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), evidenziando che nel 2015 sono morti 5,9 milioni di bambini al di sotto dei 5 anni. Inoltre, l’obiettivo fissato dalle Nazioni Unite di riduzione della mortalità infantile di due terzi entro il 2015 non è stato raggiunto.

Principali cause dei decessi infantili
L’OMS precisa che più della metà delle morti è causata da malattie prevenibili o curabili attraverso il ricorso a interventi semplici ed economici. Si tratta, in particolare, di patologie come la polmonite, la diarrea e la malaria. Un’alta percentuale di morti è poi determinata dalla nascita pretermine e dalle complicazioni durante il parto (come asfissia o mancanza di respirazione alla nascita). Infine, circa il 45% di tutte le morti sono legate alla malnutrizione, che rende i bambini più vulnerabili agli effetti delle malattie e allo sviluppo di patologie gravi.

Neonati
Il 45% dei decessi infantili sotto i 5 anni si verificano durante il periodo neonatale. Ogni anno circa 2,7 milioni di bambini muoiono durante il primo mese e un numero simile viene alla luce privo di vita. Circa la metà dei decessi che si verificano entro i primi 30 giorni avviene durante le prime 24 ore di vita, mentre il 75% nel corso della prima settimana. Le 48 ore successive alla nascita rappresentano il periodo più importante per la sopravvivenza del neonato, pertanto è opportuno tenere sotto controllo la salute di mamma e bambino.
In tutto il mondo, il numero di decessi neonatali è sceso da 5,1 milioni nel 1990 a 2,7 milioni nel 2015. Tuttavia, negli ultimi 25 anni il declino della mortalità neonatale è stato più lento di quella post-neonatale: la prima è diminuita del 47%, mentre la seconda del 58%.
Prevenzione: per aumentare le probabilità che il bimbo sopravviva e goda di buona salute, prima della nascita le donne incinte dovrebbero sottoporsi ai controlli prenatali e alla vaccinazione contro il tetano. Inoltre, dovrebbero evitare di fumare e di assumere alcolici. In secondo luogo, dovrebbero partorire all’interno di strutture sanitarie, in presenza di personale qualificato per l’assistenza al parto. Infine, dopo la nascita dovrebbero prendersi cura del neonato nei seguenti modi: assicurandosi che stia respirando; allattandolo al seno fin da subito; mantenendo il piccolo al caldo e lavandosi le mani prima di toccarlo.

Bambini al di sotto dei 5 anni
In 25 anni, la mortalità dei bimbi di questa età è scesa significativamente. Rispetto al 1990, il numero dei decessi è passato da 12,7 milioni a 5,9 milioni del 2015. I bambini più a rischio sono quelli che abitano nelle zone rurali, in famiglie povere o che sono nati da genitori che non hanno ricevuto un’istruzione di base. I bimbi che vivono nell’Africa sub-sahariana, per esempio, hanno il 14% di probabilità in più di morire prima dei 5 anni rispetto a quelli che abitano nei Paesi industrializzati. Nel 45% dei casi i decessi sono favoriti dalla malnutrizione, che aumenta il rischio di morire a causa di malattie infantili comuni come diarrea, polmonite e malaria.
Prevenzione: i vaccini potrebbero proteggere la salute dei bambini da diverse malattie infantili che, in certi casi, risultano mortali. In particolare, è consigliabile effettuare la vaccinazione contro il morbillo e la polmonite causata dal batterio Haemophilius influenzae.



Staphylococcus aureus. Aumenta la resistenza alla clindamicina

Secondo una ricerca del Military Health System statunitense (MHS) pubblicata su Pediatrics, nella popolazione pediatrica i tassi di infezioni da ceppi di Staphylococcus aureus meticillino-resistenti (MRSA) sono in diminuzione, mentre quelli da Staphylococcus aureus resistenti alla clindamicina sono in aumento.
I tassi di infezione da ceppi di MRSA sono in calo nelle popolazioni adulte negli Stati Uniti, ma fattori clinici e demografici possono contribuire a differenze nella sensibilità agli antibiotici, come ha dichiarato Deena E. Sutter, del San Antonio Military Medical Center, Fort Sam Houston, Texas. I ricercatori hanno valutato le tendenze annuali della sensibilità agli antibiotici delle infezioni da S. aureus in pazienti pediatrici trattati secondo i protocolli di trattamento MHS dal 2005 al 2014.

Il trend delle infezioni
Tra il 2008 e il 2014, il numero annuo di infezioni S. aureus isolate è diminuito di circa il 46%. Nel corso del periodo di studio, è aumentata la sensibilità a eritromicina, gentamicina e oxacillina, mentre si è verificata una significativa tendenza complessiva del calo della sensibilità a clindamicina, ciprofloxacina e trimetoprim/sulfametossazolo (TMP/SMX). La suscettibilità dei ceppi di S. aureus meticillino-sensibile (MSSA) alla clindamicina è diminuita dal 90,7% al 83,8%, mentre la suscettibilità del MRSA alla clindamicina è rimasta stabile. Tuttavia, nonostante il calo statisticamente significativo della sensibilità a TMP/SMX, sia MSSA che MRSA sono rimasti molto sensibili a questa combinazione (circa il 98% sensibili). “I nostri dati dimostrano un costante declino nella sensibilità alla clindamicina negli MSSA”, hanno concluso i ricercatori. “Questa tendenza può portare a una certa preoccupazione circa la continua dipendenza da clindamicina per il trattamento empirico di presunte infezioni da S. aureus, anche se è probabilmente prematuro abbandonare la scelta di questo efficace antibiotico”.

La sorveglianza e l’informazione
“È fondamentale che i medici rimangano informati sui tassi di sensibilità locali, come sarebbe prudente considerare degli agenti antimicrobici alternativi per uso empirico quando il tasso di suscettibilità locale alla clindamicina scende sotto l’85%”, hanno notato. “In tale situazione, beta-lattamici, TMP/SMX o tetracicline possono essere utilizzati per le infezioni meno gravi e la vancomicina per via endovenosa può essere impiegata nei casi più gravi. Se i tassi complessivi di MRSA continuassero a diminuire e la resistenza alla clindamicina tra gli MSSA continuasse ad aumentare, potremmo valutare un ritorno all'uso di antibiotici beta-lattamici anti-stafilococco quali oxacillina o cefalosporine di prima generazione anche nella terapia empirica preferita per le infezioni presunte da S. aureus”. Sheldon L. Kaplan, del Baylor College of Medicine, che ha scritto un editoriale in proposito, ha detto: “Negli ultimi due decenni abbiamo visto l'emergere e quindi il dominio di infezioni comunitarie associate (CA)-MRSA sia nelle infezioni dei tessuti della pelle sia in infezioni invasive dei tessuti molli. Questo modello sembra aver raggiunto il picco intorno al 2007- 2008 con un costante declino, da allora, delle infezioni CA-MRSA. Io non credo che nessuno possa sapere con certezza perché questo stia accadendo. Naturalmente, questa tendenza potrebbe cambiare facilmente e a un certo punto le infezioni da CA-MRSA potrebbero aumentare di nuovo”. “Le decisioni di trattamento empiriche non devono essere ancora modificate”, ha detto il dottor Kaplan. “La frequenza di infezioni comunitarie CA-MRSA è ancora abbastanza elevata e questi soggetti hanno bisogno di essere coperti dalle opzioni di trattamento empiriche”.

La scelta empirica
“L’epidemiologia delle infezioni da S. aureus nei bambini è in continuo mutamento e la sorveglianza continua delle infezioni da S. aureus è fondamentale, affinché i medici al momento di una scelta empirica di trattamento abbiano informazioni più aggiornate”, ha concluso. “L’aumento della resistenza alla clindamicina è ovviamente un buon esempio”. Stephanie A. Fritz, esperta di infezioni da S. aureus della Washington University School of Medicine (St. Louis, Missouri), ha aggiunto che per la comunità pediatrica è estremamente importante l’acquisizione della consapevolezza della crescente resistenza alla clindamicina, in particolare per i casi isolati di infezioni MSSA, che negli ultimi anni hanno dominato i trattamenti empirici sia per infezioni della pelle sia nei pazienti con infezione invasiva (data in passato la sua copertura per MRSA, MSSA e streptococco di gruppo A). Ha poi aggiunto: “La crescente resistenza alla ciprofloxacina è anche un fenomeno notevole, anche se questo farmaco è meno frequentemente utilizzato in pediatria”.
“Penso che il messaggio più importante di questo studio, considerando una copertura antibiotica empirica, sia l’importanza di avere familiarità con l’antibiogramma locale, come hanno rilevato anche gli Autori, e utilizzare questi dati per comunicare la scelta della terapia antibiotica empirica”, ha concluso Fritz. “Se la prevalenza di ceppi di S. aureus clindamicina-resistenti è elevata nella regione, i medici dovrebbero prendere in considerazione l’uso di TMP/SMX nei pazienti per i quali questi antibiotici sono indicati”.



Per il 6% dei bimbi difficoltà di parola e movimento, via a un progetto di logopedia
‘Parole in movimento’, iniziativa per la Giornata Europea dei Logopedisti

In Italia 6 bambini su 100 hanno difficoltà verbali e motorie, ma la logopedia può aiutarli a ritrovare l’autonomia. Per questo, in occasione della Giornata Europea della Logopedia, la Federazione Logopedisti Italiani (FLI) ha lanciato l’iniziativa ‘Parole in movimento’ dedicata quest’anno alla disprassia, un disturbo causato dalla inefficienza di alcuni neuroni del cervello, i neuroni motori, nel trasmettere le giuste informazioni ai muscoli, rendendo così difficile anche azioni e gesti quotidiani e provocando un ritardo nelle tappe di sviluppo motorio o del linguaggio. Per i piccoli con disprassia potrà dunque risultare difficile anche fischiare, saltellare, ridere e organizzare giochi. Per far conoscere questa malattia, dal 3 al 10 marzo gli esperti logopedisti si sono resi disponibili on-line al numero 049.8647936 per rispondere ai dubbi dei genitori. La disprassia, chiariscono i logopedisti, non ha però “niente a che vedere con un deficit delle facoltà intellettive e cognitive, sebbene i piccoli potranno subire ritardi nell’imparare gesti intenzionali abituali, come vestirsi, deambulare, muovere lo sguardo, emettere suoni e parole”. Ma se a oggi non sono ancora totalmente chiare le cause di questo disturbo, sono certi invece i benefici derivabili da un percorso logopedico e programmi di riabilitazione ad hoc.
“È nell’infanzia - sottolinea la Presidente della FLI, Tiziana Rossetto - che si creano nuove connessioni nel sistema nervoso e il bambino apprende nuove abilità e competenze. Pertanto più è precoce il trattamento terapeutico, maggiori saranno le possibilità di miglioramento. Un percorso programmato con il logopedista può aiutare il bambino a coordinare i movimenti, a gestire le difficoltà della vita quotidiana che la disprassia gli può causare, a sviluppare la produzione della parola e delle abilità linguistiche generali, lavorando anche sulla sua autostima e sull’autonomia. Il tutto - conclude - a vantaggio di una migliore integrazione e resa scolastica”.



I nonni, figure fondamentali nella crescita di un bambino
SIPPS: “una figura che comunica affetto e trasmette esperienze”

Un nonno è qualcuno con l’argento nei capelli e l’oro nel cuore.

Non c’è che dire. Tra le numerose frasi che sono state scritte sui nonni, questa, il cui Autore è anonimo, rende davvero bene l’idea. Ma come sono visti i nonni dai bambini? Nella crescita dei piccoli, rappresentano figure fondamentali. Lo spiega la Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale. “L’identikit del nonno italiano è ancora attuale - spiega Leo Venturelli, pediatra di famiglia di Bergamo, referente per l’Educazione sanitaria e la comunicazione della SIPPS - mette in luce come il nonno italiano venga percepito dal nipote con un’età compresa tra i 7 e gli 11 anni: è una figura che comunica affetto, che comprende le sue necessità, che trasmette esperienze”.
Secondo l’indagine, i nipoti che si sentono viziati dai nonni sono una minoranza, anche se discreta (il 27%), e quelli che invece che si sentono trattati in modo autoritario rappresentano circa 1/3 degli intervistati. Insomma, i nonni italiani sono amati dai loro nipoti e passano con loro quasi la metà del loro tempo.
Ma quanto i nonni aiutano i loro figli nell’accudimento dei nipoti rispetto ad altre nazioni? “Da uno studio europeo del 2011 (SHARE: the Survey of Health, Ageing and Retirement in Europe - 2011) - prosegue Venturelli - l’Italia è il Paese dove il 33% dei nonni si prende cura quotidianamente dei nipoti, contro l’1,6% della Danimarca o il 2,9% della Svezia.
Questa situazione, giudicabile positiva sotto l’aspetto umano, nasconde però una realtà in cui le famiglie giovani si devono appoggiare a quelle di origine per poter accudire i figli, in tempi di difficoltà economiche e occupazionali e di carenti investimenti nel settore della famiglia e dei servizi sociali: anche in questo l’Italia rappresenta il fanalino di coda tra i Paesi europei nella percentuale del PIL dedicato al welfare della famiglia”. Ecco allora che i nipoti di fatto risultano sulle spalle dei nonni, non solo come accudimento, ma anche dal punto di vista economico: un’intervista del 2012 al vice presidente di Federanziani, Giuseppe Pozzi, mette in evidenza (dati raccolti da Federanziani) che in Italia 12 milioni di nonni si prendono cura di 7 milioni di bambini; ma sottolinea anche che gli anziani prelevano 3 miliardi e mezzo di euro dalle loro pensioni da girare alle esigenze della famiglia allargata, cioè di figli e nipoti. Il recente rapporto presentato dall’OCSE (OECD Insights: Ageing debate the Issues) è dedicato agli anziani: proprio quelli che indossano i panni dei nonni rivestono un ruolo sempre più importante quando sono chiamati a occuparsi, a costo zero, dei nipoti e a contribuire al bilancio familiare delle generazioni più giovani.



Altroconsumo: un'indagine sull'obesità infantile

Ci è già stato detto in passato: l’Italia non è esente dal problema dell’obesità infantile. Eppure i genitori dei bambini italiani sembrano non volerlo ammettere, e anche di fronte a un piccolo francamente in sovrappeso adottano un atteggiamento che potrebbe essere riassunto con il titolo di un musical: “grasso è bello”. A confermare la tendenza è una nuova indagine di Altroconsumo, che ha chiesto a 20 mila famiglie italiane con figli sotto ai 10 anni di compilare un questionario sul tema. Le risposte ottenute appaiono poco confortanti: solo il 17% dei genitori si rende conto del sovrappeso dei figli e per il 98% ingrassare non sarebbe nemmeno un problema di rilevanza medica.
I genitori italiani, in altre parole, sottostimano il problema del sovrappeso e dell’obesità infantile, condizioni che secondo valide ricerche scientifiche espongono la salute non solo a rischi immediati ma anche a una maggiore probabilità di diventare degli adulti a loro volta in sovrappeso o obesi, con tutte le conseguenze che ne derivano in termini di salute. Le statistiche, infatti, parlano chiaro: il 20,9% dei bambini italiani è in sovrappeso, il 9,8% è obeso; e tra il 70 e l’80% degli adolescenti che hanno problemi di peso se li trascineranno anche nell’età adulta.
Fortunatamente, non mancano nemmeno i genitori che cercano di trasmettere ai figli buone abitudini in campo alimentare. Secondo l’indagine di Altroconsumo, infatti, il 79% dei genitori italiani fa scorta di cibi salutari, il 67% vieta ai figli di mangiare guardando la tv o giocando ai videogiochi, l’89% non lascia portare il cibo in camera e il 35% coinvolge i bambini nella preparazione dei pasti. Fra le abitudini scorrette vanno invece segnalate le troppe ore trascorse a guardare la tv, la scarsa attività all’aria aperta e il non seguire i consigli dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, la quale promuove l’allattamento al seno anche per ridurre il rischio di obesità infantile.
In questo quadro, i genitori non dovrebbero dimenticare l’importanza del buon esempio. Non a caso studi scientifici dimostrano che un bambino con problemi di peso è spesso lo specchio dei problemi di peso dei genitori. Insegnando le regole di uno stile di vita sano anche mostrandone la messa in pratica è invece possibile fare qualcosa in più per proteggere la salute dei propri figli.



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I nonni, figure fondamentali nella crescita di un bambino -
Altroconsumo: un'indagine sull'obesità infantile. Medico e Bambino pagine elettroniche 2016;19(3) https://www.medicoebambino.com/?id=NEWS1603_10.html

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