Rivista di formazione e di aggiornamento professionale del pediatra e del medico di base, realizzata in collaborazione con l'Associazione Culturale Pediatri

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Striscia... la notizia

a cura di Maria Valentina Abate
Clinica Pediatrica, IRCCS Materno-Infantile “Burlo Garofolo”, Trieste
Indirizzo per corrispondenza: valentina_aba@yahoo.it





Un test del colesterolo a soli 9 anni può essere salvavita
Migliaia infarti under 45 anni, campagna per scoprire chi rischia

Sono migliaia i giovani sotto i 45 anni ad incontrare episodi di infarti precoci ma il semplice test del colesterolo gia' alle elementari, soprattutto se c'è una predisposizione familiare, può rappresentare un vero e proprio esame salvavita. L'Associazione dei pazienti affetti da iIpercolesterolemia familiare GIP-FH lancia un appello alle Istituzioni per promuovere la diagnosi precoce di questa patologia genetica con forti implicazioni cardiovascolari, ancora sotto diagnosticata e sottovalutata, e il controllo attento delle famiglie a rischio, a partire dai più giovani.
"In Italia circa 22.000 ragazzi sotto i 14 anni soffrono di ipercolesterolemia familiare", spiega il professor Andrea Bartuli, SIP, Società Italiana di Pediatria, Responsabile dell'Unità Operativa Complessa di Malattie Rare e Genetica Medica dell'Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma. "Se non diagnosticata la patologia comporta un elevato rischio di eventi cardiovascolari già a partire dai 30 anni. Per prevenirli basterebbe eseguire a tutti bambini tra i 4 e i 9 anni il dosaggio del colesterolo: in questo modo sarebbe possibile ridurre del 25% gli eventi cardiovascolari in Italia tra 30 anni. Si tratterebbe di un'attività a basso costo ma di grande impatto per la salute dei cittadini".
L'appello è stato presentato dall'Associazione dei Pazienti GIP-FH e SISA-Società Italiana per lo Studio dell'Aterosclerosi, nell'ambito delle iniziative internazionali dedicate all'Ipercolesterolemia Familiare, che prevedono, tra l'altro, l'organizzazione della Conferenza "Colesterolo al Cuore della Famiglia" in programma il 29 settembre, Giornata Mondiale del Cuore, a Bruxelles presso il Parlamento europeo.
"L'ipercolesterolemia familiare è una malattia genetica che rappresenta uno dei più importanti fattori di rischio per le malattie cardiovascolari, la più diffusa causa di mortalità in Italia, mentre le cure e la riabilitazione delle persone colpite hanno costi socio sanitari sempre crescenti". "Una malattia ancora poco conosciuta che nel nostro paese viene diagnostica solo all'1% dei pazienti mentre in altre nazioni europee si arriva fino al 70%. Per questo motivo dobbiamo recuperare il tempo perduto mantenendo alta la soglia di attenzione su questa patologia. Questo lo possiamo fare con una informazione corretta e mettendo in grado le nostre strutture sanitarie di favorire le diagnosi precoci. In questo modo si possono ridurre anche in tempi brevi i rischi di questa malattia e i suoi costi sociali". In Italia, infatti, le cliniche specializzate sono ancora poche.
Inoltre in alcune Regioni, come la Sicilia, è prevista la compilazione di un piano terapeutico annuale che comporta dei disagi per i pazienti. Bisognerebbe quindi ampliare il numero di centri specializzati a livello regionale e semplificare le modalità di accesso per i pazienti." La settimana nazionale dell'Ipercolesterolemia Familiare prevede informazioni in 38 Centri Specializzati. L'iniziativa prevede la possibilità per i cittadini di contattare o recarsi nei Centri specializzati SISA per ricevere informazioni relative all'ipercolesterolemia familiare.
Aderiscono 38 Centri (elenco sul sito www.sisa.it), di cui 8 in Lombardia, 5 nel Lazio, 4 in Emilia Romagna, 3 in Toscana, Sicilia e Sardegna, 2 in Veneto, Campania e Puglia, 1 in Piemonte, Liguria, Friuli Venezia Giulia, Umbria, Marche e Abruzzo.


Lo stick che misura la bilirubina contro i rischi dell’ittero neonatale

L’ittero neonatale, un eccesso di bilirubina in circolo alla nascita, è una condizione fisiologica. Tuttavia, se non controllata adeguatamente, può causare danni neurologici permanenti e irreversibili (kernittero) penalizzando una famiglia per il resto della vita, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, dato che un figlio con danno cerebrale comporta anche costi molto elevati. Individuare la bilirubina in eccesso è semplice; scongiurare il kernittero lo è ancor di più, nei Paesi a economie forti. Non altrettanto in quelli a economie emergenti. Perciò la Fondazione italiana fegato (Fif) onlus di Trieste, guidata da Claudio Tiribelli, insieme al suo spin-off Bilimetrix ha avviato un progetto internazionale di monitoraggio ed educazione sull’ittero neonatale che consentirà di impostare politiche sanitarie di lungo respiro dove le risorse sanitarie sono ridotte. Oltre che dalla Fif, il progetto è finanziato dal MIUR e da Save Life at Birth.

Neonato giallino?
Nel 70-80% dei parti a termine il bebè diventa giallino nei primi tre giorni, mentre fra i prematuri la percentuale sale. La cute si colora perché nell’organismo accumula bilirubina, pigmento derivante dalla disgregazione dei globuli rossi, che non viene eliminata perché nei primissimi giorni di vita lo smaltimento è ancora inefficace. Se non trattato entro poche ore dalla nascita l’ittero neonatale può portare a sordità e paralisi cerebrale, perché la bilirubina si deposita nel cervello dove è tossica. Il pigmento in eccesso si elimina facilmente sottoponendo il neonato a 12-24 ore di fototerapia con luce visibile nell’intervallo del blu. Quantificare la bilirubina, invece, richiede spesso strumentazione costosa e personale esperto. Una combinazione difficile da trovare, in particolare in Africa e Sud-Est asiatico, dove ogni anno almeno sei milioni di neonati sono a rischio. Per ridurre il kernittero e il danno neurologico, la Fif e Bilimetrix lavorano dal 2013 a un progetto internazionale di educazione sanitaria e interventi mirati in Paesi in via di sviluppo.

Quattro livelli di intervento
«Abbiamo selezionato nazioni pilota in cui l’ittero neonatale è un problema serio: Nigeria (14% dei neonati con kernittero), Indonesia ed Egitto (4-6%) - spiega Tiribelli, direttore scientifico della fondazione -. E abbiamo impostato un programma di interventi articolato su quattro livelli: di educazione alle madri, le prime ad accorgersi che qualcosa non funziona e le vere alleate nel prevenire il danno; di training ai medici che curano il neonato; di diagnostica “point of care”, cioè al letto del paziente, distribuendo il Bilistick, strumento sviluppato a Trieste dalla Bilimetrix, che in due minuti e a partire da una goccia di sangue misura la concentrazione plasmatica di bilirubina; infine, favorendo la distribuzione di unità a basso costo per fototerapia in collaborazione con Thrive, organizzazione non governativa». «Bilistick può essere usato al letto del paziente senza bisogno di personale qualificato, dando risultati paragonabili a quelli ottenuti in laboratorio», spiega Carlos Coda Zabetta, ricercatore argentino del team di Tiribelli e coordinatore del progetto. Coda Zabetta ha sviluppato il lettore di bilirubina assieme a Richard Wennberg e AREA Science Park, testandolo nelle fasi iniziali presso la Neonatologia e terapia intensiva neonatale dell’Irccs Burlo Garofolo di Trieste assieme a Sergio Demarini e Laura Travan.

Il futuro è anche genetico
Il progetto della Fif si concluderà a fine 2015, ma i dati preliminari sono già promettenti. Dice Tiribelli: «In Nigeria abbiamo ridotto l’incidenza di kernittero in modo significativo, principalmente con interventi di educazione sulle madri. Entro il 2016 vogliamo dotare di Bilistick gli oltre 10mila ambulatori dell’Indonesia, che sarà così il primo Paese al mondo a copertura totale». Ma si lavora al controllo del kernittero anche in Tailandia e Birmania. Inoltre, per capire il ruolo della genetica nella risposta al danno da bilirubina, Tiribelli e il suo team sono diventati referenti scientifici del Children’s Mercy Hospital di Kansas City, in un progetto chiamato KCKC (Kansas City Kernicterus Control).


Dislessia, riconoscerla presto significa gestirla meglio
Dal 5 al 9 ottobre la settimana europea dedicata a questo disturbo specifico dell’apprendimento che interessa il 3% dei bambini italiani

Si celebrerà da lunedì 5 ottobre la Settimana Europea della Dislessia, iniziativa pensata per aumentare la consapevolezza su questo disturbo specifico dell’apprendimento attraverso incontri ed eventi volti a dissipare la confusione che ancora riguarda questo problema.

Non è un problema legato all’intelligenza
La dislessia non è un problema di intelligenza: i bambini che ne soffrono non sono quindi più stupidi o più pigri dei loro coetanei. La dislessia, infatti, ostacola la capacità di lettura ed è legata alla difficoltà di individuare le lettere, le sillabe e le parole, anche in assenza di deficit intellettivi o sensoriali. La dislessia, che spesso provoca anche problemi di scrittura, e non è raro si accompagni ad altri disordini, come i disturbi dell’attenzione o la discalculia di cui soffre un dislessico su quattro. Per queste ragioni, spesso viene mal diagnosticata, nonostante in Italia abbia un’incidenza del 3% nella scuola primaria e secondaria, mentre in altri paesi la percentuale sale al 10%, per un totale di circa 700 milioni di persone nel mondo secondo Diyslexia International.
Oltre alla decodifica dei segni e simboli scritti, la malattia coinvolge anche l’elaborazione e la memorizzazione di alcuni suoni e il modo in cui le informazioni vengono processate. Questo rende in un certo senso globale la diversità di funzionamento cerebrale, di tipo sia qualitativo che quantitativo.

Difficoltà nel linguaggio scritto ma anche in quello orale
Uno studio appena pubblicato sulla rivista Developmental Neuropsychology condotto dai ricercatori del Dipartimento di Psicologia dell’Università di Milano-Bicocca e dai ricercatori dell’Unità di Psicopatologia dello Sviluppo dell’IRCCS Eugenio Medea ha mostrato che i bambini con dislessia evolutiva e senza alcun pregresso problema di linguaggio hanno anche difficoltà a elaborare il linguaggio verbale. Dal monitoraggio dell’attività cerebrale durante l’esperimento, sono state riscontrate nei partecipanti con dislessia risposte elettriche cerebrali anomale che evidenziano l’utilizzo di strategie cognitive qualitativamente differenti per comprendere il linguaggio orale. Come se il cervello utilizzasse un piano B per comprendere meglio i discorsi e le parole.
«I problemi con il linguaggio orale possono essere evidenziati già in età pre-scolare, a differenza della dislessia che viene diagnosticata a 8 anni – spiega Maria Teresa Guasti, ordinario di linguistica dell’Università di Milano-Bicocca e coordinatrice dello studio -, riconoscerli subito significa mettere in atto un intervento precoce. E’ noto infatti che prima si interviene, migliori sono i risultati».

Le basi neurali della dislessia
Il cervello del bambino cui viene assegnato un compito di lettura è quindi in grado di compensare le difficoltà dovute alla dislessia utilizzando delle vie alternative. Infatti, gli studi di risonanza magnetica funzionale hanno permesso di capire meglio i complessi meccanismi che stanno alla base dei disturbi osservati. Così si è visto, ad esempio, che nei dislessici le attivazioni neurali al momento della lettura differiscono rispetto a quelle dei soggetti sani. Coniugare neuroscienze e apprendimento Per il bene del bambino dislessico è importante promuovere un dialogo che favorisca le ricadute nella didattica degli avanzamenti neuroscientifici. Il mancato riconoscimento del disturbo o una diagnosi tardiva sono indice di una scarsa conoscenza della malattia anche da parte di genitori e insegnanti, spesso incapaci di affrontare il disturbo dal punto di vista didattico e psicologico. Le inadeguatezze educative provocano meccanismi di evitamento nel bambino dislessico, che è obiettivamente svantaggiato in classe rispetto ai compagni, fino all’abbandono scolastico.

I rimedi esistono, superare le difficoltà si può
Più corretto sarebbe invece ricorrere alla formazione di insegnanti e genitori e ad una strategia di riduzione del deficit funzionale tramite gli strumenti già a disposizione del bambino dislessico, come i programmi di sintesi vocale o quelli che consentano una lettura facilitata, ad esempio tramite la regolazione della spaziatura tra le righe oppure delle lettere o delle parole. Riuscire a risolvere i problemi pratici che un dislessico deve affrontare della vita quotidiana ha infatti delle ricadute non solo personali, ma anche sociali ed economiche.


Come gestire al meglio la sofferenza dei bambini che devono curarsi
Il 5 ottobre a Milano, al via la stesura di una «Carta Comportamentale» con l’obiettivo di aiutare i medici ad affrontare i problemi emotivi dei bambini e delle loro famiglie

Con quale sguardo affrontare la sofferenza di un bambino per relazionarsi con lui e con la sua famiglia nel contesto di cura? È la domanda al centro del convegno da titolo: «Lo sguardo sulla sofferenza del bambino», organizzato dalla Fondazione Giancarlo Quarta Onlus che si terrà a Milano il prossimo 5 ottobre. L’evento ha già avuto l’adesione di oltre 100 medici e di numerosi esponenti del mondo clinico.

Cento camici bianchi a confronto
«La sofferenza del bambino è un tema che va trattato all’insegna della complessità. Occorre uno sguardo ad ampio raggio, che possa attingere ad esperienze e prospettive diverse: da quella delle arti visive a quella della comunicazione, da quella psicanalitica a quella sociologica, per arrivare a quella propriamente clinica. Il convegno vuole offrire una sintesi di questi sguardi attraverso il contributo di esperti di diverse discipline, approfondendo poi gli aspetti comportamentali della sofferenza del bambino in ambito clinico direttamente con chi lavora nei contesti di cura» spiega Lucia Giudetti Quarta, fondatrice e presidente della Fondazione, che da oltre un decennio è impegnata, attraverso studi e ricerche, a migliorare la relazione medico-paziente.

Esperienze concrete a disposizione di tutti
Durante il convegno sono previsti lavori di gruppo per avviare la stesura della «Carta Comportamentale», che sarà pubblicata nei prossimi mesi. A questo proposito Alan Pampallona, Managing Director di Fondazione Giancarlo Quarta Onlus afferma: «A partire dalle priorità e dalle esperienze concrete dei partecipanti, la Carta Comportamentale intende fornire indicazioni per gestire la sofferenza emotiva dei bambini e delle loro famiglie in ambito clinico. La finalità è di rendere accessibili e operative le soluzioni individuate anche per tutti quei medici che non sono potuti intervenire al convegno, con l’auspicio che possa diventare un patrimonio condiviso e aperto a futuri aggiornamenti». La Fondazione Giancarlo Quarta Onlus nasce nel 2004 per ricordare Giancarlo Quarta e le sue qualità umane e professionali. Rivolge il proprio impegno ai malati gravi e si propone di alleviarne la sofferenza emotiva, privilegiando i temi della relazione del malato in ambito clinico e sociale. La Fondazione opera in prevalenza nell’ambito della ricerca psicosociale, ed è dotata di un ampio Comitato Scientifico composto da oltre 40 professionisti raggruppati per aree di competenza, al fine di affrontare temi complessi con ricchezza di approcci e contributi.


Miopia si previene, giocando all'aperto
Bastano 40 minuti al giorno all'aria aperta per ridurne il rischio

Giocare, studiare o fare lezione all’aperto previene il rischio di sviluppare la miopia durante l'infanzia. Ad affermarlo, in uno studio pubblicato sulla rivista Jama, è un team di ricercatori cinesi e australiani. Gli esperti ritengono che trascorrere almeno 40 minuti al giorno all'aria aperta possa ritardare la comparsa del disturbo visivo e produrre effetti benefici a lungo termine.
All'inizio della ricerca, nell'ottobre del 2010, gli autori hanno misurato la vista a 1.903 bambini che frequentavano 12 scuole primarie a Guangzhou. Gli studenti sono stati divisi in due gruppi. I membri del primo, composto da 951 bimbi, hanno frequentato le normali attività scolastiche. Gli altri 952, invece, hanno fatto lezione o giocato all'aperto per almeno 40 minuti al giorno, durante l'orario scolastico. Inoltre, i loro genitori sono stati incoraggiati a far giocare i loro figli al parco anziché in casa. Dopo un periodo di tre anni, nell'ottobre del 2013, gli studiosi hanno misurato di nuovo la vista ai partecipanti. Hanno così osservato che il tasso d'incidenza della miopia era inferiore del 9,1% tra i ragazzini che avevano trascorso più tempo all'aria aperta, rispetto a quelli del gruppo di controllo.
In particolare, il disturbo visivo colpiva il 39,5% dei ragazzini del primo gruppo, rispetto al 30,4% di quelli del secondo. Lo studio mostra una differenza del 9,1% nel tasso d'incidenza della miopia. Il risultato è rilevante dal punto di vista clinico, perché se la miopia insorge in giovane età, le possibilità che si evolva fino a diventare elevata e patologica sono maggiori. Invece ritardarne la comparsa nei bambini che sono predisposti, potrebbe avere sulla salute dei loro occhi benefici a lungo termine”.


Da pediatri ok a sport per bimbi con malattie croniche
Istruzioni per scegliere quello più adatto in base al disturbo

Contrariamente a quanto si pensi, avere una malattia o un disturbo cronico non impedisce di fare sport, basti pensare che Michael Phelps, 18 medaglie olimpiche nel nuoto, era un bambino con deficit di attenzione. L'attività fisica, anzi, previene patologie, migliora l'autostima e le relazioni con gli altri. Per questo la Società Italiana di Pediatria (SIP) ha messo a punto una guida con le indicazioni su come scegliere la giusta attività sportiva in base al proprio problema.
"Lo sport - spiega il presidente della SIP Giovanni Corsello - aumenta agilità, resistenza, forza e di conseguenza migliora l'autostima, l'apprendimento e riduce l'ansia per la prestazione, favorisce la socializzazione, abitua al rispetto delle regole". Deve però essere adatto all'età, ai gusti e anche alle proprie condizioni fisiche. Ad esempio, spiegano gli esperti, è un fattore protettivo nei confronti dell'asma, ma bisogna evitare discipline sportive che si svolgono in condizione di esposizione ad aria fredda e secca o attività in ambienti fortemente inquinati, via libera invece al nuoto che migliora la respirazione. L'attività fisica nei diabetici contribuisce anche a regolare il compenso metabolico. Per evitare ipoglicemie, è importante però controllare sempre i valori prima, durante e dopo l'attività svolta. In questo caso, non esistono sport controindicati, eccetto quelli "estremi" come l'arrampicata che non garantirebbero un adeguato controllo glicemico. Per i bambini con neoplasie l'attività motoria vuol dire poter nuovamente provare la gioia del movimento all'aria aperta e la condivisione con i coetanei. Nuoto, ginnastica e atletica sono attività simmetriche e complete, particolarmente indicate. Nei casi di Disturbo da Deficit di Attenzione o ADHD, l'esercizio fisico riduce ansia, depressione, atteggiamenti compulsivi e migliora il cronico stato di agitazione e favorisce l'apprendimento. Meglio privilegiare sport che tengono sempre in movimento come il calcio, ed evitare quelli che prevedono lunghi momenti di inattività come il baseball.


Malattie croniche, ecco gli sport più indicati

Marcia, ginnastica e nuoto per i bimbi che iniziano a fare sport e sono affetti da diabete di tipo 2, ippoterapia per l'autismo, mentre per l'artrite idiopatica ok a nuoto e ciclismo e per il disturbo da deficit di attenzione/iperattività meglio privilegiare sport che tengono sempre in movimento come il calcio. Questi gli sport più indicati per chi soffre di malattie croniche secondo gli esperti della Sip, Società italiana di pediatria. Ecco, divisi per patologia, alcuni consigli degli esperti.

Diabete. Marcia, ginnastica e nuoto sono da preferire all'inizio nei bimbi con diabete di tipo 2, scegliendo poi quello più gradito. Per il diabete 1 non ci sono controindicazioni legate a particolari sport,se non quelli estremi. Occorre controllare l'intake calorico, fare movimento anche in estate, bere e integrare i sali minerali.

Asma. Seguire le propensioni personali, ma evitare discipline sportive che si svolgono in situazioni ambientali sfavorevoli, come ad esempio gli sport nordici, o altre attività che si svolgono in ambienti fortemente inquinati. Importante un riscaldamento lento prima dell'attività fisica, e un lento smorzamento dello sforzo al termine.Preferire la respirazione attraverso il naso.

Autismo. L'ippoterapia è indicata poiché permette la stimolazione su più piani: oltre a quello fisico anche emotivo, sensoriale, affettivo, cognitivo. Artrite idiopatica giovanile: nuoto e ciclismo sono da privilegiare, da evitare sport da contatto se più a rischio di fratture ossee. Precauzioni: eventuale radiografia della colonna cervicale,protezione della mandibola,protezione degli occhi - Tumori: la ginnastica a corpo libero e l'atletica, oltre al nuoto, sono particolarmente indicate. L'attività fisica va svolta dopo aver eseguito un'adeguata valutazione cardiologica e va intrapresa almeno a sei mesi di distanza dalla fine della terapia.

Disturbo da deficit di attenzione/iperattività. meglio privilegiare sport che tengono sempre in movimento come il calcio, ed evitare quelli che prevedono lunga inattività ma anche concentrazione, come il baseball. Una statistica ha concluso che sono le arti marziali ad essere in cima alle preferenze dei bambini ADHD. Gli psichiatri sostengono questo tipo di scelta perché, in età infantile, sono prive di mosse pericolose e praticate in gruppo. Attenzione alla personalità dei ragazzi: se non sono molto competitivi non si dovrebbe spingerli a un'attività agonistica.

Cardiopatie congenite. un programma di attività fisica specificatamente allestito per un determinato bambino, in una determinata situazione clinico-funzionale, in un preciso contesto (familiare, sociale, scolastico) e con una determinata opportunità di accesso a strutture e spazi adeguati.


Arriva dagli Usa la prima fibbia intelligente salva-bambini
Mamma-ingegnere risolve problema dei piccoli dimenticati in auto

Si chiama Nabi, è la prima fibbia-allarme intelligente destinata ai seggiolini per bimbi.
Grazie a un sensore e a un sistema miniaturizzato di comunicazione Bluetooth, questo semplice elemento aggiuntivo del seggiolino può 'dialogare' con un normale smartphone avvertendo - se per distrazione - si è lasciato il piccolo passeggero legato con le cinture all'interno dell'auto. L'invenzione è di una mamma-ingegnere a Intel, è stata presentata al Ces di Las Vegas e sarà in commercio dall'inverno.
L'allarme scatta se dalla lettura di diversi parametri (come la temperatura all'interno dell'abitacolo, il movimento del bambino e la chiusura della fibbia) viene rilevata la presenza di un piccolo passeggero a bordo. Il dispositivo è ora in fase di pre-industrializzazione e sarà a breve in commercio ad un prezzo non superiore ai 50 dollari, permettendo a chiunque utilizzi un seggiolino per bambini nella propria automobile di fare un 'upgrade' e rendere così le cinture intelligenti e a prova di distrazione. Questa importante invenzione arriva dagli Stati Uniti e si deve a un'intraprendente ex ragazza pon pon della squadra degli Arizona Cardinals, Marcie Miller, ora ingegnere alla Intel nel settore dell'internet delle cose. Sulla spinta emotiva dei molti incidenti che accadono nel mondo a seguito della 'dimenticanza' del bambino nelle auto parcheggiate (uno di questi ha proprio riguardato un collega della Miller alla Intel) è così nato questo interessante progetto che per la sua semplicità supera l'efficacia degli altri dispositivi in vendita.


L'ipertermia non va combattuta a tutti i costi: è indispensabile per la sopravvivenza

L'arrivo dell'autunno segna anche il ritorno del cattivo tempo e dei malanni di stagione. In questo periodo aumenta, quindi, la possibilità di contrarre la febbre. Tuttavia, quest'ultima non deve destare particolare preoccupazione, perché basta seguire poche regole per risolvere il problema in modo efficace. Innanzitutto non occorre cercare di contrastarla a tutti costi con i medicinali: l'antipiretico (paracetamolo) va utilizzato solo quando la febbre è associata a condizioni di malessere, come mal di testa, dolori muscolari e articolari. L'ipertermia, infatti, svolge un compito ben preciso: favorisce l'azione del sistema immunitario e ostacola quella di virus e batteri.
“La febbre esiste negli animali da 40 milioni di anni ed è presente in tutte le specie, incluse quelle più in basso nella scala zoologica. Quando un fenomeno biologico è mantenuto a lungo in tutte le specie vuol dire che è indispensabile per la sopravvivenza – spiega il prof. Maurizio De Martino, ordinario di Pediatria presso l’Università di Firenze e Direttore del Dipartimento di Pediatria internistica presso l'ospedale pediatrico “Anna Meyer” di Firenze -. E la febbre lo è, perché a temperatura febbrile funzionano meglio i meccanismi immunologici mentre funzionano peggio virus e batteri. I pediatri sanno che è brutta la prognosi di bambini con infezioni gravi ma che non sviluppano febbre. Ed i pediatri sanno anche che abbassare la febbre comporta regolarmente un allungamento delle condizioni infettive”.
Nel corso del congresso nazionale di Paidòss, l’Osservatorio Nazionale sulla Salute dell’infanzia e dell’adolescenza, che si è tenuto a Lecce dal 24 al 26 settembre, l'esperto ha consigliato come comportarsi in caso di febbre:
  1. per misurare la temperatura corporea utilizzare solo il termometro elettronico digitale e metterlo sotto l’ascella - la via rettale è causa di sconforto e di incidenti.
  2. se il paziente è un bambino molto piccolo, occorre farlo visitare in giornata, perché nei primi anni di vita è frequente la possibilità di contrarre un'infezione batterica grave;
  3. assumere il paracetamolo per via orale, salvo casi rari;
  4. rispettare la dose di antipiretico prescritta dal medico o indicata nel foglio illustrativo;
  5. attenersi ai tempi di assunzione del farmaco indicati dal dottore, non prolungarli né accorciarli;
  6. avere calma: il paracetamolo inizia ad avere effetto dopo circa un’ora e mezza;
  7. non ricorrere ai cosiddetti “rimedi della nonna”, come spugnature, ghiaccio, o pezzette - non sono solo inutili (la febbre è un innalzamento centrale e non periferico della temperatura corporea), ma risultano anche controproducenti, perché causano brividi e, quindi, aumentano la temperatura e il malessere del malato;
  8. se la temperatura non si abbassa non intestardirsi con l’antibiotico: non sempre la febbre è causata da un'infezione;
  9. se il paziente è di ritorno da un paese ad endemia malarica, appurare subito se la febbre è causata dalla malaria;
  10. ricordarsi che non esiste la febbre da eruzione dentaria.


La bambina di 3 anni col diabete «dei grandi»: pesava 35 chili
È successo a Houston, in Texas. La piccola non presentava sintomi, aveva solo una sete costante e bisogno di fare pipì. In sei mesi è guarita con terapia e corretto stile di vita

A 3 anni e mezzo pesava 35 chili, come una bambina di 10 anni. I genitori, preoccupati, l’hanno portata da un medico per valutare la «possibile obesità» della figlia. La bambina non presentava sintomi particolari, aveva solo una sete costante e altrettanto frequente bisogno di fare pipì. Pesantissima la diagnosi:diabete di tipo 2, la forma adulta (nell’infanzia e adolescenza può comparire il diabete di tipo 1, o mellito), a uno stadio avanzato che ha richiesto l’assunzione di dosi massicce di farmaci. La piccola aveva la glicemia alle stelle. È successo a Houston, in Texas, e Michael Yafi, pediatra endocrinologo che ha avuto in cura la piccola paziente di origini ispaniche, ha deciso di presentare l’«episodio emblematico» ai colleghi riuniti a Stoccolma per il 51esimo Congresso dell’Easd, Associazione europea per lo studio del diabete.

La cura ha funzionato: guarita in sei mesi
La bambina non faceva movimento e mangiava senza controllo, ingerendo una quantità spropositata di calorie e grassi. I genitori, obesi ma non diabetici, non si rendevano conto di quanto la dieta della figlia fosse sbagliata. «Un caso record» ha spiegato Yafi, ma con finale a sorpresa. Alla bimba ha prescritto 500 milligrammi al giorno di metformina in forma liquida (farmaco ipoglicemizzante); ha spiegato ai genitori che cos’è il diabete e come seguire una dieta bilanciata, chiedendo loro di controllare le porzioni e l’apporto calorico totale assunti dalla piccola paziente. Inoltre ha prescritto più esercizio fisico. La cura ha funzionato: la bambina ha perso rapidamente peso, normalizzando i livelli di zucchero nel sangue. Le dosi di metformina sono state ridotte progressivamente ogni mese e dopo un semestre la bimba era dimagrita di un quarto, presentava una glicemia normale e valori corretti di emoglobina glicata (che deriva dal legame tra il glucosio, presente nel sangue ad alte concentrazioni in caso di diabete, e l’emoglobina). Così ha potuto interrompere il farmaco.

Pandemia di obesità nei bambini
«Invertire la marcia del diabete di tipo 2 nei bambini è possibile - conclude Yafi -, ma a fronte di uno screening attento, una diagnosi precoce, una terapia appropriata e una modifica netta dello stile di vita». La bambina, di peso normalissimo alla nascita (3,2 kg), è ritenuta dagli esperti «una delle persone più giovani al mondo ad essersi mai ammalata di diabete 2». E anche se la sua è tutto sommato una storia a lieto fine - in 6 mesi la piccola è guarita, dopo la cura a base di metformina e un drastico cambiamento dello stile di vita - per il dottor Yafi dimostra comunque, ancora una volta, quanto sia grave la pandemia di obesità nei bambini. Che sempre più spesso si ammalano proprio come i grandi e sono costretti a prendere medicine tutti i giorni.

Il diabete dei bambini (di tipo 1)
«L’incidenza di diabete 2 è aumentata drammaticamente in tutto il mondo anche in età pediatrica a causa dell’epidemia di obesità infantile - ricorda Yafi -. I medici dovrebbero essere consapevoli della possibilità di trovare la forma adulta della malattia anche in bambini davvero molto piccoli, nonostante il diabete di tipo 1 rimanga quello prevalente in età giovanile, anche fra i bimbi obesi». Nel caso della bambina di Houston, gli esami di approfondimento avevano escluso la presenza degli anticorpi tipici di chi soffre di diabete di tipo 1: quello che colpisce da bambini, a causa di un difetto nelle cellule beta del pancreas che hanno il compito di fabbricare l’insulina, ormone incaricato di tenere a bada i livelli di zucchero nel sangue. Le analisi certificavano invece, senza ombra di dubbio, la diagnosi di diabete 2.


I cibi per bambini sono troppo zuccherosi: da grandi non ameranno le verdure
Studio scozzese condotto su un centinaio di marche: “Le pappette sono sempre molto dolci per incentivarli a mangiare. Ma i piccoli sono in grado di apprezzare ogni gusto”

I prodotti alimentari per bambini, nonostante contengano verdure sono, probabilmente per invogliarli a mangiare, troppo dolci. A dirlo è uno studio condotto dall’Università di Glasgow appena apparso sulla rivista Maternal and Child Nutrition. I ricercatori hanno analizzato la presenza di frutta e verdura nei nomi e nelle etichette di oltre trecento cibi pronti per bambini di varie marche, concludendone che i prodotti alimentari contengono prevalentemente carote e altri vegetali molto dolci, piuttosto che quelli più amari a foglia verde, come gli spinaci: gli ingredienti più utilizzati dalle aziende erano mele, banane, pomodori, manghi, carote e patate dolci. E anche i cibi salati contenevano una media di 3-7% di zucchero.
«I bambini hanno un’innata preferenza per i cibi dolci – ha detto la responsabile dello studio Ada Garcia della scuola di medicina dell’Università di Glasgow – Nonostante i produttori riconoscano chiaramente la richiesta di prodotti salutari, le pressioni di natura commerciale fanno sì che questi debbano essere anche alquanto appetitosi». Il rischio è che i genitori, cercando di promuovere la formazione del gusto per i vegetali nei più piccoli, servendo loro pappette dolci, stiano al contrario rinforzando le preferenze già esistenti.
La responsabile dello studio fa notare anche che tali prodotti alimentari sono ampiamente utilizzati per introdurre il bambino ai cibi complementari e che spesso sono il primo cibo solido consumato dai piccoli. Per sviluppare il gusto nei propri figli, a casa andrebbero quindi preparati e serviti tanti cibi diversi, preferendo la varietà dei vegetali anche perché, come ricorda la Garcia, «un recente studio ha mostrato che nonostante frutta e verdura compaiano negli ingredienti dei prodotti alimentari, un ampio uso di questi cibi è stato associato ad un basso consumo di frutta e verdura nell’infanzia che persiste poi nell’età adulta».
Non bisogna dimenticare, continua la professoressa, che «i bambini piccoli generalmente accettano di buon grado nuovi cibi e nuovi gusti, se i gusti vegetali sono introdotti presto, e questa esperienza precoce influenzerà poi i gusti futuri».


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I cibi per bambini sono troppo zuccherosi: da grandi non ameranno le verdure. Medico e Bambino pagine elettroniche 2015;18(8) https://www.medicoebambino.com/?id=NEWS1508_10.html

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