Rivista di formazione e di aggiornamento professionale del pediatra e del medico di base, realizzata in collaborazione con l'Associazione Culturale Pediatri

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Striscia... la notizia

a cura di Maria Valentina Abate
Clinica Pediatrica, IRCCS Materno-Infantile “Burlo Garofolo”, Trieste
Indirizzo per corrispondenza: valentina_aba@yahoo.it





Sindrome di Down, dalla scoperta alle nuove tecniche diagnostiche

La malattia descritta per la prima volta nel 1866. Oggi la scienza punta su nuove tecniche di test prenatale: renderebbero possibile un minor impatto della patologia sul nascituro

Molte delle malattie di origine genetica portano il nome del loro scopritore. È questo il caso della sindrome di Down, descritta per la prima volta nel 1866 da John Langdon Down. A causare il disturbo è la presenza di un cromosoma in più, il numero 21, presente in tre copie anziché due. Una caratteristica identificata nel 1959 dal medico francese Jérôme Lejeune. Una scoperta dalla portata storica poiché per la prima volta al mondo fu stabilito un legame tra ritardo mentale e un'anomalia cromosomica. Una sindrome il cui impatto, grazie all'inaspettato contributo delle tecniche di diagnosi prenatale, potrà forse un giorno essere ridotto al minimo.

La malattia è come un'orchestra fuori tempo
Lo scienziato francese - che dedicò tutta la vita in difesa dei piccoli affetti dalla sindrome e per questo venne isolato da una parte della comunità scientifica - descrisse il "difetto" con una metafora musicale: «i geni sono simili a musicisti che leggono i loro spartiti». Se tutto va bene, tutti leggono alla stessa velocità e la sinfonia è perfetta. «Ma se c’è un musicista in più - prosegue -, come nel caso della trisomia 21, è come se quel musicista andasse troppo veloce. Non stravolge la musica, ma ne cambia il ritmo producendo una cacofonia». Ed è quello che, secondo Lejeune, succede nella sindrome di Down, dove le manifestazioni fisiche della malattia, soprattutto a livello neurologico, non sono altro che un eccesso di «musicisti che suonano la stessa musica a ritmi differenti».

Oggi nuove prospettive e meno utopie
Oggi, grazie alla tecnologia, si è potuto constatare che lo scienziato aveva ragione: nei feti con la sindrome di Down c’è un’alterata espressione di geni rispetto ai bimbi con il numero corretto di cromosomi. Ed è proprio su questi “musicisti” che suonano a un ritmo accelerato che bisogna puntare per fare in modo che la malattia abbia il minor impatto possibile. «Troveremo un trattamento. È uno sforzo intellettuale meno difficile che mandare un uomo sulla Luna» disse Lejeune. Un trattamento, a partire dal momento della diagnosi prenatale, che oggi non pare più un’utopia.

Gli esami alternativi alla amniocentesi
Allo stato attuale la diagnosi delle principali anomalie genetiche può essere effettuata mediante diverse tecniche. La più invasiva e per questo a rischio aborto è l’amniocentesi. Negli anni si sono però sviluppate tecniche alternative che nel giro di qualche anno potrebbero forse sostituirla. Alcune prevedono il dosaggio di particolari marker che sono la misura indiretta della presenza di malattia. Queste ultime però presentano un tasso di falsi positivi non trascurabile pari a quasi il 4%. Un problema che potrà essere sorpassato grazie alla ricerca del Dna fetale libero circolante nel sangue della madre. Esattamente un anno fa sulle pagine del New England Journal of Medicine è comparso uno studio che ha comparato le due indagini diagnostiche. Stando ai risultati quest’ultima ha presentato un tasso di falsi positivi dello 0,3%, ovvero oltre 10 volte inferiore rispetto al dosaggio dei biomarcatori.

I progressi grazie alla scienza italiana
Statistiche ufficiali non ce ne sono ma secondo alcune stime indirette si pensa che, sul totale delle diagnosi di sindrome di Down effettuate con le tecniche di diagnosi prenatale, nel nostro Paese più della metà porti alla decisione di abortire. Negli Stati Uniti c’è però una scienziata di origine italiana, la professoressa Diana Bianchi della Tufts University School of Medicine, che ha intravisto nella possibilità delle tecniche diagnostiche non invasive la possibilità di contrastare gli effetti della trisomia 21. Lo spiega in un articolo pubblicato nel 2013 dal titolo “Noninvasive prenatal testing creates an opportunity for antenatal treatment of Down syndrome”, i test prenatali non invasivi creano un’opportunità per il trattamento prenatale della sindrome di Down.

Il segreto sta nell'analisi delle proteine del feto
Il motivo di questa forte e provocatoria affermazione è da ricercarsi negli studi che la professoressa Bianchi e il suo laboratorio portano avanti da anni. Grazie all’analisi delle proteine espresse nelle cellule del liquido amniotico la scienziata ha individuato che nei feti affetti da trisomia 21 c’è un eccessivo stress ossidativo, ovvero una produzione incontrollata di molecole tossiche che danneggiano le cellule, già a partire dal secondo trimestre di gravidanza. Una caratteristica che potrebbe essere sfruttata per ridurre al minimo gli effetti del cromosoma 21 in eccesso.

I risultati incoraggianti dei test
Ad oggi diversi gruppi di ricerca, tra cui quello della professoressa Renata Bartesaghi dell’Università di Bologna, hanno effettuato con successo dei test sui topi che mimano la sindrome. Al momento, tra le varie molecole testate direttamente sulle madri che portano in grembo topi con la trisomia, otto hanno mostrato risultati promettenti. In particolare, l’utilizzo di antiossidanti da parte della professoressa Bianchi, ha permesso di ottenere nei figli dei miglioramenti a livello cognitivo-comportamentale. Risultati promettenti che in futuro potranno aprire la strada -e la scienziata americana è al lavoro con questo obiettivo- ad una sperimentazione finalizzata alla cura prenatale dei bambini affetti da sindrome di Down.


L’impatto delle mancate diagnosi di appendicite

Quanto pesa una mancata diagnosi tempestiva di appendicite sull’outcome clinico? Se lo è domandato un team di ricercatori della Division of Pediatric Surgery dell’Ann & Robert H. Lurie Children’s Hospital di Chicago e della Northwestern University Feinberg School of Medicine, coordinato da Jessica A. Naiditch. Sono stati presi in esame i dati clinici di 816 pazienti pediatrici sottoposti ad appendicectomia tra il 2007 e il 2010. Ogni paziente valutato in Pronto Soccorso e dimesso senza una diagnosi di appendicite ma in seguito riammesso con appendicite istopatologicamente confermata entro 3 giorni è stato considerato una “diagnosi mancata di appendicite”. Il 4,8% dei pazienti sottoposti ad appendicectomia (n=39) in prima istanza non aveva ricevuto una diagnosi corretta. Le più comuni diagnosi errate iniziali sono risultate gastroenterite acuta (43,6%), costipazione (10,3%) ed emesi (ancora 10,3%). Il tempo medio intercorso tra prima diagnosi errata e corretta diagnosi di appendicite è stato 28,3 ore (scarto interquartile [IQR] da 17,0 a 39,6 ore). Una mancata diagnosi tempestiva di appendicite è risultata associata con una più lunga ospedalizzazione media (5,8 giorni, [IQR da 4,0 a 8,1 giorni] vs. 2,5 giorni [IQR da 1,8 a 4,6 giorni]; p<0,001), tassi più elevati di perforazione (74,4% vs. 29,0%; p<0,001), complicanze più frequenti (28,2% vs. 10,4%; p = 0,002), e tassi più elevati di reintervento (20,5% vs. 6,2%; p = 0,003).


I genitori e la fobia della febbre

La fobia della febbre è un problema che tutti i pediatri del mondo si trovano spesso ad affrontare: se da una parte è comprensibile la preoccupazione dei genitori per eventuali patologie gravi delle quali l’aumento della temperatura corporea potrebbe essere segno, dall’altra questo approccio emozionale spesso porta a un abuso o a un misuso di farmaci. Uno studio pubblicato dalla rivista Pediatrics ha cercato di quantificare il fenomeno. I ricercatori canadesi dell’University of Alberta di Edmonton e dell’University of Manitoba di Winnipeg, coordinati da Mark C. Enarson, hanno interpellato i caregiver di pazienti pediatrici con febbre alta visitati presso un Pronto Soccorso pediatrico di Edmonton (n=376), un “urgent care center” di città (n=227) e un “urgent care center” fuori città (n=173). È emerso che il 74% dei genitori percepisce come pericolosa la febbre alta e il 90,3% vuole trattarla farmacologicamente sempre. Il 55,7% afferma di svegliare i bambini con febbre per somministrare antipiretici. Solo il 47,9% si preoccupa degli eventuali effetti collaterali di questi farmaci. Il 54% asserisce di interpellare sempre personale medico o infermieristico quando il figlio ha un attacco febbrile. I fattori più stressanti per i caregiver – come è intuitivo – sono risultati gli interrogativi sulle cause dell’innalzamento della temperatura (80,6%) e la intensità della febbre (87,4%). Indicativa dello stress indotto dagli attacchi febbrili nei genitori la frequenza di misurazione della temperatura: il 31% la misura ogni 2-4 ore, il 26,3% ogni 1-2 ore, il 21,6% addirittura ogni 30-60 minuti. Cosa chiedono i caregiver ai pediatri? Nella quasi totalità dei casi chiedono informazioni chiare sulle cause, la dinamica, i potenziali pericoli e il trattamento degli attacchi febbrili. Solo il 16,7% degli interpellati afferma di attendersi una prescrizione di antibiotici. Il 92%, ad ogni buon conto, si dichiara soddisfatto dell’assistenza sanitaria ricevuta. Spiega Enarson: “Sebbene la vigilanza sui sintomi febbrili dei bambini da parte dei caregiver sia un comportamento appropriato, è necessaria una educazione più puntuale perché siano in grado di focalizzare la loro attenzione su sintomi e segni oggettivamente pericolosi, più che sul rialzo della temperatura corporea di per sé e sui normali sintomi associati alla febbre, di solito innocui. E questa educazione deve arrivare dagli operatori sanitari”.


Limitare uso codeina per curare tosse, lo raccomanda L'Ema
Si rischiano problemi respiratori bambini sotto 12 anni

Restringere e limitare l'uso di farmaci contenenti codeina, prescritti ai bambini per trattare tosse e raffreddore, perché c'è il rischio di seri effetti collaterali, tra cui problemi respiratori. La raccomandazione arriva dal Comitato di farmacovigilanza e valutazione dei rischi (Prac) dell'Agenzia europea dei farmaci (Ema). Come spiega l'agenzia del suo sito, la codeina è un farmaco oppioide, controindicata per i bambini sotto i 12 anni. Il che significa che non deve essere usata per questo gruppo di pazienti, né per bambini e adolescenti tra i 12 e 18 anni che abbiano problemi respiratori. Tutti i farmaci in formato liquido con codeina devono essere disponibili in contenitori a prova di bambino, per evitare casi di ingestione accidentale. Gli effetti della codeina sono dovuti alla sua conversione in morfina nel corpo. Un processo che in alcune persone avviene ad un tasso più veloce del normale, producendo alti livelli di morfina nel sangue, che possono causare gravi effetti, come difficoltà respiratorie. Anche se gli effetti indotti dalla morfina possono verificarsi in pazienti di tutte le età, il modo in cui la codeina si converte in morfina nei bambini sotto i 12 anni è variabile e imprevedibile, il che li pone ad alto rischio di effetti collaterali. Chi ha già problemi respiratori inoltre è più a rischio di difficoltà respiratorie causate dalla codeina. Tra l'altro, rileva il Prac, le prove che questo farmaco sia efficace nel trattare la tosse nei bambini sono limitate. La codeina non deve essere prescritta nemmeno alle donne che allattano, nè alle persone di ogni età note per metabolizzare la codeina in morfina più rapidamente del normale.
Le raccomandazioni del Prac verranno ora inviate al Gruppo di coordinamento per le procedure di mutuo riconoscimento, che adotterà una posizione finale e fornirà una guida a pazienti e medici.


Usa, meno del 50% dei bimbi iperattivi riceve terapia comportamentale
Studio Cdc, si tende a ricorrere di più ai farmaci

Il trattamento dei bambini iperattivi e con sindrome da deficit di attenzione (Adhd) è spesso incompleto: si preferisce infatti somministrare loro farmaci piuttosto che ricorrere alla terapia comportamentale. Lo dimostra il primo studio nazionale, condotto negli Stati Uniti dai Center disease control e pubblicato sul Journal of pediatrics, secondo cui tra i bambini tra i 4 e 17 anni meno della metà ha ricevuto la terapia comportamentale nel 2009-2010.
In particolare, secondo l'indagine, 4 bambini su 10 sono stati trattati solo con i farmaci, mentre solo 1 su 10 ha ricevuto la terapia comportamentale da sola, 3 su 10 sia con farmaci che terapia, e 1 su 10 non ha ricevuto alcun tipo di trattamento. Complessivamente un bambino su 10 ha assunto integratori dietetici per l'Adhd. I dati mostrano che la metà dei bambini iperattivi in età prescolare, di 4-5 anni, sono stati seguiti con la terapia comportamentale e l'altra metà invece prende i farmaci. Quasi il 25% è stata trattata solo con i farmaci. Salendo come fascia d'età, tra i 6 e 17 anni, si è visto che meno di 1 su 3 riceve farmaci e terapia comportamentale insieme. I dati variano da Stato a Stato: per i farmaci si va dal 57% della California il 57% all'88% del Michigan, mentre per la terapia comportamentale si va dal 33% del Tennessee al 61% delle Hawaii. ''Non conosciamo gli effetti a lungo termine dei farmaci psicotropi sul cervello e il corpo di bambini in via di sviluppo - spiega Ileana Arias, vicedirettore Cdc -. Poiché la terapia comportamentale è la scelta più sicura per i bambini sotto i 6 anni, dovrebbe essere la prima opzione, prima di ricorrere ai farmaci''. Nel 2011 l'Associazione americana dei pediatri ha pubblicato delle linee guida in cui si raccomanda il ricorso alla terapia comportamentale da sola per i bambini in età prescolare, e in combinazione con i farmaci dai 6 ai 17 anni.


Pulire casa con candeggina può esporre i bambini a infezioni

L'uso di candeggina per l'igiene di casa potrebbe esporre i bambini al rischio di infezioni, specie di quelle respiratorie.
Lo rivela una ricerca pubblicata sulla rivista “Occupational & Enviromental Medicine” da Lidia Casa del dipartimento di salute pubblica e igiene del centro per salute e ambiente di Lovanio in Belgio. Lo studio ha coinvolto oltre 9mila bambini di 6-12 che frequentavano 19 scuole nelle città di Utrecht, Olanda, 17 scuole in Finlandia, 18 scuole a Barcellona.
Ai genitori è stato chiesto di dire se e con quale frequenza i figli si fossero ammalati nell'ultimo anno di influenza, tonsillite, sinusite, bronchite, otite, polmonite. Inoltre i genitori dovevavo dire se usavano candeggina per l'igiene domestica, almeno una volta a settimana.
L'uso di candeggina è risultato comune in Spagna (usata dal 72% degli intervistati) e raro (appena il 7%) in Finlandia. Il prodotto era inoltre utilizzato in tutte le scuole spagnole e in nessuna di quelle considerate in Finlandia.
Ebbene, è emerso che i bambini nelle cui case si usava abitualmente candeggina erano più a rischio di infezioni: ad esempio avevano una probabilità del 35% maggiore di aver sofferto nell'ultimo anno di tonsillite ricorrente, oppure del 20% maggiore di aver avuto la febbre.
L'ipotesi avvalorata dai ricercatori è che i composti volatili liberati durante l'uso di candeggina in casa hanno un'azione irritante che può danneggiare la superfici delle vie respiratorie e favorire le infezioni. Inoltre la candeggina potrebbe indebolire il sistema immunitario.
I rischi individuati sono di per sé modesti ma, dicono i ricercatori, l'ampio uso che si fa di candeggina, nonché di altri prodotti per l'igiene domestico rende il fenomeno nel complesso preoccupante: il problema è che vi è l'erronea convinzione, rinforzata dai messaggi pubblicitari, che nelle nostre case dovrebbero essere totalmente assenti i microbi, concludono.


In primavera il picco degli incidenti stradali che coinvolgono i bimbi
Giugno mese al top, a rischio scuole e fermate bus

Con la primavera aumenta il rischio per i bambini di essere investiti da un'auto, che ha il suo picco a giugno e nelle ore del tardo pomeriggio. L'allarme viene da uno studio del St. Christopher's Hospital for Children di Philadelphia presentato al meeting della American Academy of Orthopaedic Surgeons.
I ricercatori hanno analizzato le cartelle cliniche di minori arrivati con un trauma al pronto soccorso dell'ospedale nel 2012, analizzandone tutte le caratteristiche, compreso il racconto della dinamica degli incidenti. Dall'analisi è emerso che il 42% degli incidenti avviene tra le 17 e le 21, mentre il 29% tra le 14 e le 17. Giugno è il mese in cui gli incidenti sono più probabili con il 13% seguito dagli altri mesi della primavera, mentre la 'location' preferita è l'area intorno alle scuole e alle fermate degli autobus. ''Con questi predittori di traumi ortopedici pediatrici in mente è più facile guidare lestrategie di prevenzione - spiega Alexa Karkenny, l'autore principale - e anche gli ospedali possono prepararsi meglio agli eventi traumatici in arrivo''.


Latte materno venduto on line: 1 su 10 è mischiato con quello di mucca

Sconcertante scoperta dei ricercatori del Nationwide Children’s Hospital di Columbus (Stati Uniti). Una marca su dieci ne contiene elevate quantità. Alti rischi per gli allergici

Il 10% del latte materno acquistato sul web viene addizionato con latte di mucca. È questa la sconcertante scoperta dei ricercatori del Nationwide Children’s Hospital di Columbus (Stati Uniti). Risultati, pubblicati dalla rivista Pediatrics, che sollevano nuovamente il problema sulla qualità di questi prodotti. L’indagine degli scienziati statunitensi è solo l’ultima di una lunga serie riguardante la dubbia sicurezza del latte materno venduto online.

Come è avvenuta la scoperta
Per arrivare all’inaspettato risultato i ricercatori hanno acquistato - dai principali siti che propongono formulazioni di latte materno - oltre 100 campioni di prodotti. Andando a ricercare il DNA contenuto nel liquido è stato scoperto che nel 10% dei casi vi era un’aggiunta significativa di latte bovino. Quantità tutt’altro che accidentali ma frutto di una vera e propria diluizione del prodotto originale. Come spiega la dottoressa Sara Keim, autrice dello studio, «ciò costituisce un serio rischio per i bambini con allergie o intolleranze al latte vaccino. Se un piccolo con questi problemi dovesse bere latte contaminato sarebbe in pericolo».

Attenzione alle contaminazioni batteriche e virali
Diverse ricerche hanno mostrato che oltre il 20% dei genitori di neonati che hanno problemi di intolleranze cerca informazioni sull’acquisto online di latte materno. Un prezioso alimento particolarmente indicato sia per chi soffre di questi disturbi sia nel caso dei neonati prematuri. Purtroppo però, a differenza del latte che viene fornito dalle banche gestite dagli ospedali, quello venduto sul web non sempre, come ha dimostrato la ricerca, è sicuro. Precedenti analisi condotte dagli stessi ricercatori hanno mostrato che nel 75% dei casi il latte conteneva contaminazioni batteriche o virali.

Un fenomeno diffuso negli USA e non ancora in Italia
Il fenomeno, che riguarda principalmente il mercato statunitense, non è ancora diffuso nel nostro Paese. Questo perchè in Italia, seppur con un’organizzazione a macchia di leopardo, è possibile reperire latte materno donato dalle madri che ne producono in eccesso. Alla base di tutto però, secondo l’autrice dello studio, ci sarebbe lo scarso sostegno della donna: «le madri che desiderano allattare al seno dovrebbero essere sostenute sin da subito. Solo così si eviterebbe il ricorso all’acquisto online» conclude la Keim.


Ricercatori italiani scoprono i geni che causano spina bifida
I neochirurghi dell' Istituto Gaslini di Genova hanno pubblicato i risultati sulla rivista scientifica internazionale Journal of Medical Genetics

Uno studio internazionale realizzato dall'UOC di Neurochirurgia dell'Istituto Gaslini di Genova in collaborazione con il CHU Sainte-Justine Research Center di Montreal ha individuato nuovi geni responsabili della spina bifida. I risultati dello studio sono stati pubblicati dalla rivista scientifica internazionale Journal of Medical Genetics.
I ricercatori dei due centri hanno esaminato il dna di bambini affetti e quello dei genitori sani mediante tecnologie di sequenziamento di nuova generazione, allo scopo di determinare l'impatto di mutazioni de novo, non ereditate, che determinano una perdita di funzione della proteina. Il risultato è stato l'individuazione di 42 mutazioni de novo, di cui 5 a carico di geni che erano già noti come responsabili di queste patologie in modelli animali. In particolare, i ricercatori hanno trovato un eccesso di mutazioni del gene SHROOM3 che codifica per una proteina che è essenziale per il corretto processo di chiusura del tubo neurale dell'embrione.
Nonostante i progressi degli ultimi anni, rimane ancora molto da fare per identificare completamente i fattori di rischio genetici associati alla Spina Bifida, ma con le nuove tecnologie oggi a disposizione è auspicabile che i ricercatori siano in grado di arrivare a una risposta in modo molto più veloce, confrontando i dati di sequenziamento del DNA di ogni paziente con quelli prodotti in ampie popolazioni di soggetti con le stesse caratteristiche, identificando così i meccanismi comuni che ne sono alla base. "L'identificazioni di nuovi geni ci permetterà di chiarire, nel tempo, tutti i meccanismi biologici, ancora in gran parte sconosciuti, che portano all'insorgenza della spina bifida e per mettere a punto nuove e più mirate strategie di prevenzione primaria, mediante individuazione degli individui con più alto rischio dell'insorgenza di queste malformazioni" spiega la dottoressa Valeria Capra, coordinatrice del progetto. "La conoscenza delle basi genetiche della Spina Bifida permetterà la creazione di pannelli di screening nella popolazione a rischio e nelle coppie fertili e ci auguriamo di poter inoltre individuare nuovi target terapeutici di prevenzione, oltre all'uso già efficace dell'acido folico" conclude Capra.


Bimbo parrebbe guarito da tumore con protonterapia? Ecco come funziona la tecnica

Riflettori nuovamente puntati sulla protonterapia, innovativa tecnica di radioterapia per il trattamento delle malattie neoplastiche che promette una maggior efficacia e minor tossicità rispetto alla radioterapia convenzionale.
L'interesse è stato riacceso dalla recente vicenda di Ashya, il bambino inglese portato dai genitori in Spagna dopo un'intervento neurochirurgico di rimozione di un tumore cerebrale, per esser sottoposto al trattamento radioterapico sperimentale, prestazione che non gli sarebbe stata erogata nel Regno Unito. La notizia è di ieri: trattato per sei settimane da un centro di Praga, Ashya sembra essere guarito.

Un fascio di protoni per irradiare con precisione il tumore
La protonterapia fa uso di una strumentazione sofisticata, del tutto simile al sincrotrone del CERN di Ginevra, per produrre e indirizzare il fascio protoni che rilasciano la loro energia sui tessuti neoplastici bersaglio con una precisione dell'ordine dei pochi millimetri. Da ciò deriverebbero i vantaggi clinici rispetto alla radioterapia: «Il fascio di protoni risparmia il più possibile le zone circostanti alla lesione tumorale, viene diretto con una tale precisione da permettere - a parità di dose erogata - minore tossicità o, a parità di tossistà attesa, una radiazione a dosi più elvate, garantendo un maggior controllo della malattia» spiega il dottor Maurizio Amichetti, direttore dell'Unità Operativa di Protonterapia dell'Azienda Sanitaria della Provincia Autonoma di Trento.

I pazienti eleggibili al trattamento
Tutti i pazienti trattabili con radioterapia sono teoricamente eleggibili al trattamento con particelle. In particolare, nelle situazioni in cui la radioterapia convenzionale presenta un rischio di tossicità inaccettabile per il paziente, o come trattamento di elezione nelle neoplasie localizzate in vicinanza di tessuti critici, e in generale dove si richiede un trattamento di alta precisione. I protocolli in atto, secondo l'associazione Particle Therapy Co-Operative Group, riguardano i tumori infantili e molte neoplasie nell'adulto (ad esempio, del sistema nervoso centrale, del basicranio e altri).

Ai bambini i benefici maggiori
«Poter irradiare meno i tessuti malati è molto importante nel caso dei bambini, dove gli effetti collaterali possono essere molto severi per la giovane età del paziente, il cui organismo è più vulnerabile perché ancora in via di sviluppo, e il trattamento avere delle conseguenze di lungo periodo sul suo sviluppo fisico e cognitivo» spiega il dottor Amichetti. I piccoli pazienti, una volta guariti, hanno una vita davanti, dunque «hanno anche molti anni per sviluppare secondi tumori».

La critica: mancherebbero le eidenze scientifiche
La tecnica è in continua evoluzione e relativamente nuova. Secondi i dati della Nation Association for Proton Therapy, negli Stati Uniti, il primo centro di protonterapia è stato aperto nel 1980, erano diventati due nel 2000 e oggi sono una quindicina. In tutto nel mondo se ne contano una quarantina di attivi e altrettanti sono in via di realizzazione. Il Cnao è attivo da tre anni, il centro di Trento da qualche mese. Per questa ragione alle tecniche sperimentali di adroterapia e protonterapia spesso si contesta la mancanza di robuste evidenze scientifiche e cliniche in favore della loro maggior efficacia, sul lungo periodo, rispetto alla radioterapia standard. «Naturalmente, per stimarne il reale beneficio, bisognerà seguire l'evolvere della situazione dei primi pazienti trattati. Tuttavia, per quanto diverse, le metodiche utilizzano gli stessi principi, a cambiare è la dosimetria, cioè la distibuzione della dose erogata. Ne consegue che, in via di principio, sono almeno di pari efficacia. Le evidenze in favore della protonterapia si stanno comunque accumulando in fretta» risponde così Amichetti, convinto che dietro a tali obiezioni si nasconda anche un problema di natura economica, considerato l'elevato costo di strumentazione e trattamenti.
La ricerca continua. Intanto si attende l'aggiornamento dei LEA (livelli essenziali di assistenza, fermi al 1999) condotto dal governo che prevederebbe, come già garantito dal ministro Lorenzin, l'inserimento della protonterapia entro giugno.


Un bimbo a settimana muore per ostruzione delle vie aeree
Il 23 aprile "Prima Giornata manovre disostruzione pediatrica"

In Italia più di 50 bambini all'anno, uno a settimana, perdono la vita per l'ostruzione delle vie aeree. La fascia più esposta è quella che va dai 12 ai 36 mesi, ma anche nei primi mesi di vita i rischi non mancano.
Sulla base di queste informazioni e' nata l'idea di indire la "Prima giornata nazionale sulle manovre di disostruzione in età pediatrica", il 23 aprile 2015, dall'impegno di Trenta Ore per la Vita per la divulgazione della cultura del primo soccorso pediatrico e dalla collaborazione con il Ministero della Salute.
L'iniziativa è rivolta a tutta la popolazione e in particolare alle mamme, papà, nonni, educatori, tate e a tutti coloro che hanno a cuore la vita dei bambini. L'obiettivo della Giornata Nazionale è quello di discutere, confrontarsi, proporre, imparare e divulgare la cultura del primo soccorso pediatrico, promuovendo la consapevolezza che tutti possono fare la differenza attraverso la conoscenza di poche e semplici manovre anti-soffocamento. "Nell'86 per cento dei casi gli incidenti dei bambini causati dall'inalazione di un alimento come corpo estraneo avviene in presenza di un adulto, un dato significativo, - si legge in una nota - quest'ultimo, censito dal registro Susy Safe. Il registro rivela, anche, come la supervisione degli adulti sui bambini non sia sempre attiva, ovvero la maggior parte di loro, genitori, educatori, babysitter non conosce i rischi presentati da determinati alimenti".


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Un bimbo a settimana muore per ostruzione delle vie aeree'>Sindrome di Down, dalla scoperta alle nuove tecniche diagnostiche
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Un bimbo a settimana muore per ostruzione delle vie aeree. Medico e Bambino pagine elettroniche 2015;18(4) https://www.medicoebambino.com/?id=NEWS1504_10.html

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