Rivista di formazione e di aggiornamento professionale del pediatra e del medico di base, realizzata in collaborazione con l'Associazione Culturale Pediatri

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Striscia... la notizia

a cura di Maria Valentina Abate
Clinica Pediatrica, IRCCS Materno-Infantile “Burlo Garofolo”, Trieste
Indirizzo per corrispondenza: valentina_aba@yahoo.it





La vista dei bimbi è migliore se non sono in sovrappeso
Primo studio pediatrico sul legame tra obesità e danni a retina

La vista dei bimbi è migliore se non hanno problemi di obesità, mentre quelli in sovrappeso rischiano danni agli occhi fin da piccoli. A dimostrare per la prima volta in campo pediatrico la correlazione tra eccesso di peso e danni alla retina è uno studio del Bambino Gesù pubblicato sul Journal of Gastroenterology. Lo studio ha coinvolto circa 1000 bambini nell'arco di due anni e ha reso evidente l'associazione tra obesità infantile, alterazioni del microcircolo retinico e sviluppo della sindrome metabolica. La percentuale di bambini che presentavano alterazioni della retina è stata, infatti, del 9% a fronte di una percentuale prossima allo zero nella popolazione pediatrica normopeso. Un rischio non da poco se si considera che negli ultimi 20 anni si è assistito a una crescente epidemia di obesità infantile. Tanto che in Italia, secondo dati del Ministero della Salute, il 25% di bambini è sovrappeso, con un picco nella fascia 9-11 anni, in cui il 13% è addirittura obeso. "Qualora trascurata, tale condizione - spiega Valerio Nobili, responsabile di malattie epato-metaboliche del Bambino Gesù - potrebbe evolvere verso stadi più avanzati fino alla compromissione della vista". I bambini con retinopatia severa, inoltre, presentano livelli più elevati di trigliceridi, maggiore insulino-resistenza e ridotto calo fisiologico notturno della pressione arteriosa, indice predittore di ipertensione. Inoltre maggior progressione del danno epatico.
"È importante quindi, nei casi a rischio, eseguire una attenta visita oculistica", consiglia Luca Buzzonetti, responsabile di Oculistica del Bambino Gesù.


Taglio del cordone ombelicale: se si aspettano 2 minuti il neonato sarà più sano

Stabilita la tempistica ideale per «separare» la madre partoriente dal bambino. Nel tessuto che collega l’utero all’ombelico del piccolo sono presenti cellule staminali fondamentali.

Mani che tremano e forbici pesantissime: all’emozionato papà non spetta altro che tagliare, rigorosamente quando lo dice l’ostetrica, il cordone ombelicale del neonato. Un momento intenso ed emozionante che segna biologicamente il distacco definitivo dalla placenta della madre. Come e quando effettuare il taglio è oggetto di continua discussione da parte di neonatologi e ostetriche.
Nel cordone sono infatti presenti ancora molte cellule staminali che fluiscono all’interno del bambino. Rompere questo flusso il più tardi possibile sembrerebbe essere di grande aiuto per la salute del bambino nei giorni immediatamente successivi al parto. Ad affermarlo è uno studio apparso sulla prestigiosa rivista Pediatrics. Due minuti di attesa.
Per arrivare al risultato i medici dell’Università di Granada (Spagna) hanno monitorato i livelli di stress ossidativo di un gruppo di neonati. Per fare ciò sono stati analizzati dei campioni di sangue alla ricerca di alcune particolari molecole associate all’infiammazione. I piccoli sono stati divisi in due gruppi: nel primo il cordone ombelicale è stato tagliato appena i neonati sono stati posti sul petto delle madri; nel secondo l’attesa si è protratta per due minuti. Dalle analisi è emerso che i bambini a cui è stato rimosso tardi il cordone possedevano una maggior capacità antiossidante e un minor grado di infiammazione rispetto all’altro gruppo. Come spiega il professor Julio José Ochoa Herrera, autore della ricerca, «il nostro studio mette in luce l’importanza del rimandare il taglio del cordone ombelicale. Dalle analisi emerge chiaramente che ritardando il taglio i bambini sono in grado di rispondere meglio allo stress dovuto al travaglio. Un dato importante che potrebbe essere associato ad un miglior sviluppo nei giorni immediatamente successivi la nascita».


Se è la mamma che fa ammalare il figlio

Uno studio dell'Università Cattolica del Sacro Cuore- Policlinico universitario Gemelli di Roma. Su 751 bimbi ricoverati 2% ha patologia fittizia e in alcuni casi diagnosticata sindrome Munchausen.

Più spesso di quanto si pensi è il genitore a 'far ammalare' il proprio bambino. E in questi casi è quasi sempre la mamma e più raramente il papà o un altro adulto ad agire. È una malattia rara, della quale si sente parlare molto poco. Si chiama sindrome di Munchausen per procura, e da uno studio dell'Università Cattolica del Sacro Cuore- Policlinico universitario Gemelli di Roma emerge che spesso la patologia resta non diagnosticata. I casi che vengono alla luce potrebbero rappresentare solo la punta dell'iceberg di un fenomeno molto più diffuso e doloroso di quanto si pensi. La ricerca è stata pubblicata sul Journal of Child Health Care.
Nello studio dei ricercatori italiani sono stati considerati 751 bambini ricoverati nel reparto di Pediatria del Gemelli tra fine 2007 e inizio 2010, e quasi nel 2% dei casi è stato individuato un cosiddetto 'disturbo fittizio'. "Quasi sempre si trattava di disturbi inventati dal bambino stesso - spiegano gli esperti - . Ed è chiaro che, quando una simile situazione conduce il piccolo fino a un ricovero, vuol dire che è necessario intervenire per dare una mano concreta al bambino e alla sua famiglia, considerando l'evento come chiara espressione di un disagio che trova nella sindrome la possibilità di esternarsi. Ma non è tutto: in 4 casi sono stati riscontrati i criteri per effettuare la diagnosi di sindrome di Munchausen per procura, cioè è stato un genitore, o entrambi, ad arrecare un danno fisico o psichico al bambino e indurlo a pensare di essere malato. In 3 casi su 4 si è trattato della madre".
Qualche anno fa un film, Il sesto senso, parlò in modo crudo di questa malattia. Il protagonista Cole entra in contatto con l'anima di una bambina, Kyra, e scopre, grazie a lei, le prove che sua madre l'ha avvelenata all'insaputa di tutti, causandone la morte. Nella sindrome di Munchausen per procura, i piccoli presentano sintomi di un disturbo organico provocato da azioni manipolatorie, di tipo fisico o psicologico, messe in atto dalla persona che si prende cura di loro, quasi sempre la madre. E' una forma subdola di abuso sui minori. Il genitore affronta il figlio con un vero e proprio lavaggio del cervello con frasi, come ad esempio, "stai male", "sei debole", "rischi di morire". Una situazione che crea un forte malessere al piccolo. Mentre in altre situazioni l'adulto provoca ferite, lesioni o somministra al piccolo sostanze tossiche. Lo scopo è quello di far sospettare una malattia più o meno grave che richieda frequenti consulti o ricoveri o interventi chirurgici. Il danno psicologico che si determina sulle vittime è devastante, ma per i medici è molto difficile riuscire ad identificarla.

Madri e padri. "La sindrome di Munchausen - spiega Pietro Ferrara, coordinatore della ricerca dell'Istituto di Clinica pediatrica dell'Università Cattolica di Roma - è sempre più considerata nella letteratura scientifica come 'malattia fabbricata da chi si occupa del bambino', ma è una vera e propria forma di abuso nei confronti dei minori che può portare anche a esiti estremi quali la morte del piccolo. A livello scientifico internazionale la sindrome è ben riconosciuta. Ma in Italia, come d'altra parte in molti Paesi del mondo, si tratta ancora oggi di un fenomeno sottostimato e riconosciuto con difficoltà tanto che possono passare anche anni prima di giungere alla diagnosi corretta, cioè può trascorrere molto tempo tra la comparsa dei primi sintomi e l'identificazione della malattia, con il rischio evidente di sottoporre il bambino a esami e terapie inutili o addirittura dannosi".

Il ruolo del pediatra. "È importante che quando il pediatra si trova di fronte a sintomi importanti e che durano da molto tempo senza una conferma laboratoristica e strumentale, pensi alla possibilità di questa patologia. Per accorciare i tempi della diagnosi sarebbe utile avere accesso in rete a informazioni sulla storia clinica del bambino, per esempio quante volte è stato ricoverato in altri ospedali, perché spesso le madri o chi inventa la malattia peregrinano da una struttura all'altra. E' importante ovviamente, una volta riconosciuta la sindrome prestare aiuto oltre che al bambino anche alla madre stessa, garantendo un'assistenza psicologica adeguata".
Il libro. Questa malattia è protagonista di un libro appena pubblicato: La Sindrome di Munchausen per procura. Malerba: storia di una infanzia lacerata (edizioni Franco Angeli). È la storia di Roos Boum, nata nel 1963 in Olanda. A causa della sua presunta malattia, è stata trascinata nella sua infanzia da un medico all'altro, da un ospedale all'altro. Sempre isolata, non ha potuto finire la scuola per le continue assenze. Ha cercato quindi lavori che assecondassero le sue passioni. Finché, a quarant'anni, ha scoperto che sua madre le aveva mentito da quando era nata. Ha iniziato allora a scrivere e nella scrittura ha trovato la forza per affrontare il suo passato. Autrice di dieci romanzi, ha vinto numerosi concorsi di scrittura.


Ago addio: un cerotto servirà ai prelievi di sangue

I ricercatori della Queens University di Belfast hanno ideato un’alternativa: si tratta di un cerotto da 361 piccoli aghi che si infilano nello strato più superficiale della pelle

L'idea degli specialisti irlandesi è molto semplice: sostituire la minacciosa siringa dotata di ago metallico con un semplice cerottino che nasconde sotto la sua superficie ben 361 micro-aghi in polimero in grado di penetrare solo lo strato più superficiale dell'epidermide senza raggiungere le terminazioni nervose, responsabili della sensazione dolorosa. I micro-aghi prelevano il liquido interstiziale, la parte liquida tra le cellule che formano un tessuto, e il cerotto è impossibile da riutilizzare.

La paura dell'ago
Una percentuale altissima di persone soffre di belenofobia (paura dell’ago), ma la siringa diventa ancor più problematica nel caso dei bambini nati prematuri, che necessitano di prelievi frequenti e ai quali si devono somministrare farmaci. I piccoli prematuri sono infatti particolarmente vulnerabili e quella siringa diventa protagonista assidua dei loro primi giorni di vita, spesso causando anche molto dolore. L’alternativa è l’inserimento di una cannula permanente, ma anche questa soluzione è spesso difficoltosa persino negli adulti. Ed ecco allora il motivo per cui 361 aghi possono essere meglio di uno, come fa notare Ryan Donnelly, a capo del team che sta mettendo a punto il cerotto, ancora in attesa di essere sottoposto a rigorosi test clinici.

Genitori e bimbi
Felici della scoperta sono ovviamente i genitori dei neonati prematuri così come si dichiarerebbero tali, se potessero parlare, anche i diretti interessati. La Bbc riporta le testimonianze di alcuni genitori di bambini che per almeno tre mesi sono stati sottoposti a quattro/cinque iniezioni giornaliere e che ancora oggi che sono cresciuti conservano quelle cicatrici. Per non parlare dell’impatto emotivo e dell’imprinting traumatico che il piccolo riceve nella sua primissima infanzia.

Altre alternative
L’équipe di Belfast non è la sola a lavorare su un’alternativa alla siringa e in tutto il mondo esistono studi e sperimentazioni in questa direzione. Ma il cerotto con 361 aghi ha il pregio di essere molto facile da utilizzare e di non richiedere alcun particolare addestramento da parte del personale medico e paramedico. Una delle ricercatrici più famose che sta lavorando a un’alternativa alla siringa è Linda Klavinskis, immunologa del Kings College di Londra, e recentemente anche i ricercatori del MIT hanno proposto una tecnologia che eliminerà l'ago ipodermico, grazie a un dispositivo che utilizza la meccanica dell'alta pressione per introdurre i farmaci nel corpo umano. Molti scienziati pensano all’alternativa alla siringa anche come aiuto ai vaccini, per poterli usare a prezzi più accessibili e soprattutto per poterli conservare meglio. Il cerotto con gli aghi in polimero sarebbe infatti particolarmente adatto alla conservazione dei vaccini, che nei Paesi in via di sviluppo incontrano invece spessissimo problemi di temperature di conservazione inadeguate.

Hiv ed epatite
Ultimo, ma non per ultimo, motivo che va considerato: il cerotto con 361 aghi consentirebbe di evitare le infezioni ricorrenti alle quali gli operatori sanitari vanno incontro: è frequentissimo infatti che chi lavora nel settore si punga con l’ago della siringa e come si legge dalle cronache non è nemmeno così raro contrarre l’HIV o l’epatite. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità precisamente ben 21 milioni i casi di epatite B sono imputabili al riutilizzo dell’ago.


Cos’è la sindrome di Mayer Rokitansky Kuster Hauser: cause e terapie

La sindrome di Mayer Rokitansky Kuster Hauser è una rara anomalia genetica che comporta, in una donna, il nascere senza utero e vagina. Vediamo conseguenze e possibili cure

La sindrome di Mayer Rokitansky Kuster Hauser, o più semplicemente di Rokitansky (dal nome del medico polacco che la scoprì a metà del 1800) è una rara anomalia genetica che colpisce le donne, le quali nascono senza utero e senza vagina, pur avendo ovaie perfettamente formate e funzionanti e genitali esterni nella norma.
Questa condizione colpisce circa una bambina su 4mila nuove nate, e ha la caratteristica di poter essere diagnostica solo dopo la pubertà, perché a causa della mancanza dell'utero e del canale vaginale chi sia nata con la sindrome, sebbene apparentemente sembri sviluppare come tutte le coetanee, non ha mai il suo menarca (primo flusso mestruale).
Le ovaie, infatti, stimolate dagli ormoni femminili, producono regolarmente gli ovuli ma il ciclo mestruale non può attivarsi, pertanto la ragazze con la sindrome di Rokitansky non possono neppure avere figli.
Tecnicamente per loro sarebbe impossibile anche avere rapporti sessuali completi, ma negli ultimi anni le nuove tecniche chirurgiche permettono di aprire e allungare il canale vaginale e permettere quindi alle ragazze con la sindrome di Rokitansjky di avere una normale vita sessuale appagante.
Purtroppo attualmente non è ancora possibile ricostruire o impiantare l'utero, anche se la Ricerca scientifica sta facendo grossi passi in avanti in tal senso. Le donne che nascono senza utero e vagina di solito scoprono la loro anomalia quando si sottopongono alla prima visita ginecologica in età adolescenziale, che si rende necessaria proprio per scoprire le cause dell'amenorrea primaria.
In genere la sindrome non causa altri problemi fisici gravi, chi ne è portatrice è e appare normale e sana, anche se in alcuni casi potrebbe avere anche qualche piccolo disturbo a livello cardiaco o renale. L'aspetto è del tutto femminile, lo sviluppo del seno e della peluria pubica e ascellare è normale, e anche gli impulsi sessuali.
Anche i cromosomi sono femminili, ma per giungere ad una diagnosi si effettua anche un esame del DNA. Una volta scoperta la sindrome di Rokitanski attraverso un'ecografia pelvica, è necessario anche sottoporsi ad un'ecorafia renale per evidenziare eventuali anomalie anche nell'apparato urinario.


"Tenete il naso al caldo. Il gelo apre la strada al raffreddore"

La conferma in uno studio della Yale University. Il virus replica meglio nel naso quando la temperatura scende rispetto ai polmoni

La conferma in una ricerca scientifica: il virus del raffreddore può riprodursi in modo più efficiente quando nel naso la temperatura scende, ed è più fredda rispetto a quella generale del nostro corpo. È la conferma di quanto già sapevano le nostre nonne, che ci consigliavano di coprire naso e bocca in presenza di folate di vento gelido, che arriva da uno studio della Yale University: le persone, scrivono gli esperti sui Proceedings of the National Academy of Sciences, hanno dunque maggiori probabilità di prendere un raffreddore quando fa freddo.
I ricercatori sanno da tempo che la causa più frequente del comune raffreddore, il rinovirus, replica più facilmente nell'ambiente un pò più fresco della cavità nasale rispetto al caldo dei polmoni.
Il team di ricercatori ha dunque esaminato le cellule prelevate dalle vie aeree di alcuni topi. È stata confrontata la risposta immunitaria al rinovirus quando le cellule erano incubate a 37 °C, la temperatura corporea media, o a 33 °C. "Abbiamo rilevato che la risposta immunitaria innata al rinovirus viene compromessa alla temperatura più bassa rispetto a quella temperatura corporea", assicurano gli autori.
"In generale, più bassa è la temperatura, minore sembra la risposta al virus", osservano. I ricercatori di Yale sperano di applicare questi dati allo studio di come la temperatura influenza la risposta immunitaria ad altre condizioni, come l'asma infantile.

Un nuovo metodo che utilizza i progenitori renali ottenuti dalle urine per diagnosi e studio delle malattie renali genetiche

La notizia della scoperta del nuovo metodo, messo a punto e brevettato dal Mayer, è stata pubblicata sull'autorevole rivista internazionale JASN (Journal of the American Society of Nephrology).

La malattia renale in una piastra di coltura. È stato messo a punto e brevettato dall'ospedale pediatrico Meyer un nuovo metodo per ottenere progenitori renali dalle urine dei bambini con malattie renali su base genetica. La scoperta, che apre nuovi orizzonti nella diagnosi e nello studio di queste patologie, ha permesso di arrivare a un "modello personalizzato" della malattia renale. Lo studio, che porta la firma dei team della Nefrologia e della Genetica dell'Ospedale pediatrico Meyer e dell'Università di Firenze, oggi è stato pubblicato sull'edizione online di JASN (Journal of the American Society of Nephrology), la più importante rivista internazionale di nefrologia.
Lo studio, iniziato oltre tre anni fa e portato avanti grazie ai fondi di Regione Toscana, risponde direttamente alla necessità di identificare un modello di patologia adeguato per migliorare la diagnosi, laddove l'analisi genetica del sangue da sola non conduca alle cause, spesso complesse, della malattia renale. "Anche quando sono causate dallo stesso gene, le patologie renali sono molto eterogenee tra loro, perché il DNA di ognuno di noi è comunque unico e le condizioni ambientali possono avere effetti differenti da persona a persona - spiega Paola Romagnani, responsabile del team di Nefrologia del Meyer e professore Università di Firenze - Abbiamo quindi sempre più bisogno di nuovi modelli di malattia che ci facciano meglio comprendere le influenze del DNA del paziente e le sue interazioni con l'ambiente nel determinare le malattie renali".
Gli autori hanno pertanto cercato di mettere a punto un nuovo metodo che consentisse di costruire un modello personalizzato di malattia, partendo dalle urine dei bambini affetti da malattie renali. "Per far questo, abbiamo purificato e amplificato i progenitori renali dalle urine di ogni singolo bambino malato - spiega Elena Lazzeri, ricercatrice e primo autore dello studio - I progenitori renali sono delle cellule staminali con capacità di generare molti tipi di cellule renali, che si trovano nei reni. Rari progenitori renali vengono persi nelle urine delle persone affette da malattie renali. Sebbene rare, queste cellule hanno una enorme capacità di crescere. Con il nostro metodo noi favoriamo questa loro capacità di amplificarsi e da una singola cellula possiamo ottenerne milioni. Poi, possiamo trattarle con sostanze che sono in grado di farle diventare la cellula renale che vogliamo studiare, ad esempio la cellula bersaglio della malattia. In questo modo otteniamo un modello unico, che porta scritte su di sé tutte le alterazioni genetiche e le influenze ambientali che hanno determinato quella malattia in quel paziente e che sarà utilissimo per studiare molte malattie renali le cui cause rimangono ancora sconosciute." Per queste ragioni, il metodo è anche molto utile da un punto di vista clinico, perché consente di studiare il ruolo di mutazioni genetiche sconosciute e verificare se sono causa di malattia.

La ricerca nasce dal letto del bambino. "Abbiamo infatti già utilizzato il nuovo metodo per arrivare ad una diagnosi difficile in un bambino affetto da una forma rara di sindrome nefrosica, in cui i test genetici avevano identificato una mutazione mai descritta prima che sospettavamo potesse essere la causa della malattia, ma non potevamo dirlo con certezza - aggiunge Paola Romagnani - Con il nuovo metodo abbiamo preparato dalle urine del bambino i suoi progenitori renali, li abbiamo differenziati nella cellula del rene che era malata e abbiamo potuto verificare che la mutazione identificata era effettivamente la causa della malattia, e capire come alterava la funzione cellulare". L'intero lavoro ha richiesto circa un mese, un tempo breve per arrivare ad una conclusione molto utile dal punto di vista clinico. Questo risultato ha, inoltre, consentito di identificare altri familiari portatori del gene malato con sintomi lievi della malattia che non erano stati notati prima, e di modificare le decisioni terapeutiche. Lo studio pubblicato su JASN, ha quindi una forte valenza come strumento diagnostico veloce ed economico per malattie spesso complesse quali sono quelle renali su base genetica, ma come è evidente, apre prospettive ancora tutte da esplorare nello studio di queste patologie. Non è un caso che la comunità scientifica internazionale abbia già chiesto di poter ottenere ed utilizzare questa nuova metodica di cui già si avvalgono i bambini in cura presso la Nefrologia del Meyer.

Le malattie renali su base genetica, cosa sono e loro incidenza. 40 milioni di persone nella popolazione europea soffrono attualmente di malattie renali. Ad oggi, sono stati descritte più di 200 differenti patologie renali genetiche, con una prevalenza totale di circa 60-80 casi per 100,000 nella popolazione. In termini di frequenza, le patologie renali ereditarie variano da patologie relativamente frequenti, come il rene policistico, che colpisce in media una persona su 500, a malattie rare che, per definizione, colpiscono meno di cinque persone ogni 10 000. Le anomalie congenite del rene e del tratto urinario, che sono principalmente attribuibili ad alterazioni genetiche, costituiscono circa il 30% di tutte le anomalie diagnosticate nel periodo prenatale e sono causa di oltre il 20% delle malattie che portano alla dialisi.


Come evitare i rischi del rugby «pediatrico»

I traumi, nei più giovani, sono spesso sottovalutati, ma possono essere anche importanti e provocare danni permanenti

Il problema l’hanno sollevato i medici inglesi, anzi i neurochirurghi, preoccupati di quello che vedono in alcuni giovani giocatori di rugby. E cioè: danni fisici di vario tipo e, benché rari, anche guai più grossi come lesioni spinali e traumi cranici. Così hanno lanciato l’invito a scuole e federazioni sportive perché siano più attente a segnalare questi inconvenienti spesso taciuti o misconosciuti. E a prevenirli. Nelle scuole inglesi il rugby è molto popolare e i bambini cominciano a praticarlo fin dagli otto anni (in Italia l’età consigliata per intraprendere questa attività sportiva, che sta diventando sempre più popolare, è 12 anni); già a dieci cominciano a impegnarsi nei contatti fisici che, ovviamente, aumentano il rischio di lesioni. Per evitare queste ultime occorre capacità che non tutti hanno il tempo di acquisire anche perché le squadre sono composte da persone della stessa età, ma con caratteristiche fisiche molto diverse.

Cure ospedaliere
Non solo, ma le scuole, gli allenatori e i genitori spesso stimolano la competitività e l’aggressività dei giovani giocatori e li incitano ad andare avanti anche quando si fanno male, minimizzando i danni. E se è vero che la maggior parte dei problemi si limitano a fratture, distorsioni, lesioni ai legamenti, traumi ai denti e alle ossa mascellari, in altri casi i danni richiedono cure ospedaliere e possono compromettere le altre attività quotidiane e avere conseguenze sul rendimento scolastico. Non solo: possono avere strascichi a lungo termine rendendo difficile l’accesso a certe occupazioni e predisponendo al rischio di disturbi degenerativi più avanti, nel corso della vita.

Placcaggio e mischio
Le possibilità di evitare queste situazioni ci sono, come suggerisce Michael Carter, neurochirurgo al Bristol Royal Hospital for Children in un editoriale pubblicato sul British Medical Journal.
Si sa che i rischi maggiori si presentano all’inizio della stagione: ecco perché è fondamentale un’adeguata preparazione prestagionale. Si sa poi che le situazioni più pericolose sono il placcaggio e la mischia e anche in questo caso è indispensabile un training adeguato. E, altra possibilità, è quella di proporre ai più giovani il touch rugby, che non prevede il contatto fra i giocatori, come anticamera al rugby vero e proprio.


No alle tonsille tolte in ambulatorio Gli otorini diffidano la Puglia

La Regione include l’intervento in regime ambulatoriale. Ma i medici protestano: «Rischi di complicanze, l’ospedalizzazione è irrinunciabile»

«L’intervento chirurgico di rimozione delle tonsille deve essere eseguito con un ricovero del paziente per 24 ore, con pernottamento in ospedale. La trasformazione in regime ambulatoriale di questo tipo di operazione rischia di esporre a gravi rischi i pazienti ed è in contrasto con le linee guida nazionali e internazionali che i clinici devono rispettare». E’ la presa di posizione della Società italiana di otorinolaringoiatria e chirurgia cervico-facciale che ha inviato al presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, una lettera di diffida per contestare il decreto della Regione con il quale questi interventi, in età adulta e pediatrica, vengono inclusi fra quelli in regime ambulatoriale. La complicanza più temibile della tonsillectomia è rappresentata dalla emorragia precoce. Per questo l’ospedalizzazione per 24 ore è irrinunciabile».

La responsabilità in caso di complicanze
Ogni anno oltre 50.000 italiani, tra cui molti bambini, si sottopongono a questo tipo di intervento. «L’obbligatorietà ad attenersi a tale disposizione - si legge nella lettera di diffida - configurerebbe la responsabilità della Regione per tutte le complicanze che dovessero verificarsi nei pazienti operati sottoposti a tale intervento in un regime che non prevede il pernottamento». Non solo. «Le disposizioni prima richiamate - continua la Sio nella lettera di diffida - espongono a gravi azioni di responsabilità i medici e incidono sulla loro autonomia decisionale. Inoltre si osserva come le decisioni, assunte dai medici, rispondono a criteri tecnici sui quali è inopportuno e illegittimo incidere». Per questo la Sio chiede la modifica del decreto in linea con le raccomandazioni contenute nelle linee guida nazionali e internazionali.

L’intervento
«Le tonsille sono le nostre `sentinelle´, poste alla porta di ingresso del corpo. Durante la stagione fredda sono costrette agli straordinari. Anche se sembrano piccole, presentano un’ampia superficie perché hanno insenature per aumentare il contatto con gli anticorpi». «Sono principalmente due i casi in cui dobbiamo intervenire chirurgicamente. Se una persona soffre di sindrome dell’apnea ostruttiva, e non riesce a respirare di notte, l’asportazione delle tonsille (e adenoidi) rappresenta la rimozione dell’ostacolo. Il secondo motivo è costituito dalle tonsilliti ricorrenti. Quando un paziente si ammala cinque o più volte l’anno le tonsille diventano inutili o addirittura dannose perché possono essere un focolaio infettivo. L’intervento deve essere eseguito in anestesia generale con un ricovero di una notte». «Il dolore post-operatorio provoca nella maggioranza dei pazienti difficoltà a mangiare. La classica dieta è il gelato perché freddo, morbido e nutriente. Nelle settimane successive i sintomi tendono a diminuire ed è possibile tornare a condurre una vita normale.

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La vista dei bimbi è migliore se non sono in sovrappeso
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Un nuovo metodo che utilizza i progenitori renali ottenuti dalle urine per diagnosi e studio delle malattie renali genetiche
Come evitare i rischi del rugby «pediatrico»
No alle tonsille tolte in ambulatorio Gli otorini diffidano la Puglia
. Medico e Bambino pagine elettroniche 2015;18(1) https://www.medicoebambino.com/?id=NEWS1501_10.html

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