Rivista di formazione e di aggiornamento professionale del pediatra e del medico di base, realizzata in collaborazione con l'Associazione Culturale Pediatri

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a cura di Valentina Abate
Clinica Pediatrica, IRCCS Materno-Infantile “Burlo Garofolo”, Trieste
Indirizzo per corrispondenza: valentina_aba@yahoo.it




Bambini: più intelligenti se giusto livello iodio in gravidanza

Più iodio alle mamme, bambini più intelligenti. Lo iodio, infatti, è un elemento essenziale per lo sviluppo del cervello nel feto e anche deficit lievi possono determinare effetti avversi nello sviluppo cognitivo e psicomotorio nei bambini. Il tema è stato affrontato in una sessione del settantesimo Congresso Nazionale di Pediatria in corso a Palermo. «Uno studio del 2013 apparso su The Lancet ha misurato la concentrazione urinaria di iodio in 1040 donne gravide durante il primo trimestre di gestazione e valutato alcuni parametri intellettivi dei figli a 8 anni. Ne è risultato che i figli di quelle che, in occasione del controllo, avevano dimostrato una carenza iodica lieve o moderata nel primo trimestre di gestazione, avrebbero poi dimostrato all’età di 8 anni un rischio aumentato di punteggio basso nel QI per quanto riguarda le performance relative al linguaggio, alla lettura e alla comprensione dei testi, rispetto ai coetanei di madri con livelli di iodio normali in gravidanza. Due meta-analisi hanno inoltre stimato che l’effetto di una severa carenza nei bambini possa essere responsabile di un QI più basso di circa 12-13 punti». Eppure secondo un’indagine dell’Istituto Superiore di Sanità del 2012, i medici di famiglia non sono molto preparati sulla problematica della carenza di iodio nell’alimentazione. Solo il 23% conosce la raccomandazione del Ministero della Salute sul sale iodato e la legge sulla iodoprofilassi, il 45,6% conosce solo la raccomandazione o solo la legge e il 31,1% non conosce né la raccomandazione né la legge. «Solo il 22,9% dei medici consiglia il sale iodato al posto del sale comune a tutti gli assistiti e alle gestanti». «La legge 55/05 che ha deliberato interventi di iodoprofilassi in Italia risale al 2005 ma rimane sostanzialmente disattesa e nel nostro Paese esistono ancora sacche di carenza endemica: uno stato di carenza iodica lieve-moderata persisteva ancora nel 2011 in molte regioni italiane, in particolare in quelle del Sud».


Morbillo e rosolia, commissione vigilerà su eliminazione
Una commissione vigilerà per eliminare anche rosolia

Eliminazione completa di rosolia e morbillo. Questo l'obiettivo su cui dovrà vigilare la commissione nazionale per la verifica dell'eliminazione di rosolia e morbillo, istituita dal Ministero della Salute sulla base delle indicazioni date dall'ufficio regionale europeo dell'Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità).
La nuova Commissione avrà il compito di definire e revisionare un piano di azione per documentare e verificare l'eliminazione di morbillo e rosolia in Italia, raccogliere ed analizzare i dati e le informazioni necessarie per attestare i progressi verso l'eliminazione di queste due malattie e preparare una relazione annuale per il Ministro della Salute, che la invierà alla Commissione regionale europea di verifica.
Nel nostro Paese, dove è stato approvato nel 2011 un Piano Nazionale 2010-2015 per l'eradicazione di queste due patologie, stando ai dati di Epicentro, il portale dell'Istituto Superiore di Sanità dedicato all'epidemiologia per la sanità pubblica, sono ancora 1047 i casi di morbillo segnalati dall'inizio del 2014, con una maggiore incidenza in Piemonte e Liguria. Nell'85,5% dei casi chi ha contratto la malattia non era vaccinato. Nove sono stati invece i casi di rosolia, cinque dei quali si sono verificati in bambini al di sotto di cinque anni (due con meno di un anno di età).


Mal di testa: prima causa di assenza dei bimbi dalla scuola, anche colpa pc
Nel 36% dei casi ignorata da genitori

È la prima causa di assenza da scuola, secondo alcune ricerche, con circa 7-8 giorni persi all'anno e un forte impatto sui risultati scolastici, e interferisce anche con le attività quotidiane: è la cefalea nei bambini, un disturbo tuttavia poco considerato dai genitori che, nel 36% dei casi, non sono consapevoli che il figlio ne soffra.
A fare il punto su questa patologia in crescita tra i bambini è il responsabile del Centro Cefalee Pediatriche della Cattedra di Pediatria della Università La Sapienza di Roma, Pasquale Parisi, in occasione del 70° Congresso Italiano di Pediatria. La cefalea è un disturbo comune in età pediatrica ed è causa anche di frequenti accessi al Pronto Soccorso. Circa il 49% dei bambini manifesta almeno un episodio di cefalea e il 4,2% ne soffre per più di 10 giorni al mese. La fascia più colpita è quella dai 12 anni in su. Il disturbo ''è cresciuto in maniera esponenziale negli ultimi 30 anni anche a causa del netto cambiamento nello stile di vita dei nostri ragazzi. Oltre la predisposizione genetica e i disturbi del sonno, infatti, anche l’uso eccessivo di videogiochi, tv, tablet e smartphone possono essere in parte responsabili dell’aumento dei casi. A questi si aggiungono fattori emotivi, ansia e stress''. Tutto ciò, afferma l'esperto, ''rende urgente implementare la ricerca di settore e di conseguenza rivedere le Linee Guida per la diagnosi e la terapia della cefalea in età pediatrica; inoltre, occorre rafforzare la ricerca per valutare l’efficacia dei farmaci nella popolazione pediatrica, ancora poco studiata''. Dalla Società Italiana di Pediatria ecco, dunque, alcuni consigli: evitare quanto più possibile i fattori scatenanti quali dormire poco, avere stili di vita scorretti (fumo, alcol) ed essere eccessivamente esposti agli stimoli visivi (computer, smartphone ecc.); prestare attenzione ai segnali di esordio precoce atipico, come torcicollo, dolori addominali; in caso di attacco acuto somministrare tempestivamente la terapia prescritta dal pediatra perché se si aspetta troppo il farmaco rischia di essere inefficace; quando ci sono segnali come cambio di umore, o se il bambino cammina male, vede e parla male, rivolgersi a un centro specialistico; pensare a una profilassi quando gli episodi sono numerosi e inficiano la qualità di vita del piccolo.


Tubercolosi uccide 200 bimbi al giorno, arrivano linee guida
Pediatri, novità diagnosi con innovative tecniche laboratorio

La tubercolosi (tb), ancora oggi, è la seconda causa di morte tra le malattie infettive dopo l’HIV a livello mondiale: ogni giorno nel mondo più di 200 bambini al di sotto dei 15 anni muoiono di tb e secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 2012 ci sono stati 8,6 milioni di casi. In un anno, però, oltre 74.000 decessi potrebbero essere evitati grazie a una diagnosi precoce e all’uso di trattamenti adeguati. Proprio per una migliore gestione della malattia nei più piccoli, arrivano le linee guida per la prevenzione, diagnosi e terapia della tubercolosi in età pediatrica, proposte dalla Società Italiana di Infettivologia Pediatrica (SITIP) e dalla Società Italiana di Pediatria (SIP), e presentate in occasione del 70° Congresso italiano di pediatria. Nei bambini, purtroppo, affermano i pediatri, la diagnosi di tb non sempre è facile e in Italia, sebbene si riscontri una bassa incidenza nella popolazione generale, la tubercolosi soprattutto in età pediatrica fa ancora paura. In Italia la tb in età pediatrica ”rappresenta, nella maggior parte dei casi, una malattia prevenibile e curabile ma è fondamentale impostare misure terapeutiche mirate, tenendo conto che attualmente molti farmaci potenzialmente utili non sono registrati per l’uso pediatrico e che il loro uso potrebbe complicare la gestione terapeutica”. Le nuove linee guida, sottolinea l’esperta, ”vogliono dunque essere strumenti utili per i pediatri per effettuare diagnosi efficaci con terapie adeguate”. Una ”importante novità riguarda la diagnosi ed è rappresentata dalle nuove metodiche di laboratorio che consentono in tempi molto rapidi di identificare il germe della tb valutandone anche le specifiche sensibilità ai farmaci. Una applicazione estesa di queste metodiche favorirebbe una diagnosi più tempestiva e una terapia mirata con l’abbattimento delle resistenze”. Le linee guida, oltre al test cutaneo, analizzano quindi nel dettaglio anche nuovi test diagnostici disponibili. Particolare spazio viene inoltre riservato alla terapia, a come gestire gli eventi avversi e alla gestione delle forme di tb multiresistente. Le linee guida forniscono, anche, precise indicazioni riguardo il ricovero, l’eventuale necessità di isolamento, le regole per la riammissione in comunità e disciplinano la gestione dei contatti dei casi di tb.


Allarme pediatri, no nuovi antibiotici nei prossimi 5 anni
Con uso eccessivo "parco antibiotici" esaurito

In Italia gli antibiotici sono i farmaci più utilizzati in età pediatrica, soprattutto per il trattamento delle infezioni respiratorie. Secondo i dati del 2011 dell'Osservatorio Arno gli antibiotici vengono utilizzati dal 42% dei bambini di età inferiore ad 1 anno, dal 66% di quelli di 1 anno, dal 65% tra i 2 e i 5 anni, dal 41% tra i 6 e gli 11 anni e dal 33% degli adolescenti tra i 12 e i 13 anni. Il nostro Paese risulta anche tra quelli europei con i livelli più elevati di antibiotico-resistenza e un uso eccessivo di questi farmaci ha fatto sì che ormai il "bagaglio antibiotici" sia finito e che non si potrà contare su nuove molecole per almeno i prossimi 5 anni. A lanciare l'allarme gli esperti Sip (Società italiana di pediatria) e Sitip (Società di infettivologia pediatrica) riuniti a Palermo per il 70° Congresso Italiano di Pediatria. "Gli antibiotici sono farmaci preziosi - sottolinea la Professoressa Paola Marchisio dell'Unità di Pediatria ad Alta Intensità di Cura, Fondazione IRCCS Ca' Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano - ma vanno usati correttamente e con equilibrio. E' fondamentale che prima di prescrivere un antibiotico ci sia una diagnosi certa di infezione verosimilmente batterica da parte del pediatra, altrimenti si corre il rischio che alcuni di questi farmaci spesso così abusati, perdano di efficacia. L'uso, ma soprattutto l'abuso degli antibiotici a cui abbiamo assistito in questi ultimi trent'anni nel nostro Paese, ha fatto sì che ormai il 'bagaglio antibiotici' sia finito e che non possiamo contare su nuove molecole per almeno i prossimi 5 anni".
"Il fai da te va sempre evitato: questi farmaci devono essere somministrati ai dosaggi raccomandati dal pediatra, con il numero di dosi indicate nell'arco della giornata e per tutto il tempo utile ad ottenere la completa eliminazione dei batteri che hanno causato la malattia, di solito per non meno di 7-10 giorni- precisa invece la Professoressa Susanna Esposito, presidente della Società Italiana di Infettivologia Pediatrica (SITIP)- infine non bisogna mai utilizzare una confezione di antibiotico già aperta e utilizzata in precedenza".


Genitori separati, la bilancia è un campanello di allarme
Conflitti, famiglie allargate, pasti fuori casa fanno aumentare il peso

Se c'è il divorzio i figli ingrassano e pesano, in media, 1,54 volte di più dei bambini di coppie conviventi. L'ago della bilancia sale, in particolare, perché i piccoli sono portati a mangiare più spesso fuori casa, oltre ad essere al centro del conflitto dei genitori. Lo dimostrano 3 ricerche presentate al Congresso europeo sull'obesità svolto i giorni scorsi a Sofia.
I primi 2 studi sono stati condotti su 3.166 bambini norvegesi di terza elementare e su 7.915 bambini di 8 paesi europei.
Entrambe le indagini hanno appurato che i figli di coppie separate sono 1,54 volte più grassi degli altri e che ad un tale cambiamento contribuiscono le nuove abitudini alimentari impartite dai genitori singolarmente o da chi li accudisce dopo la separazione. Cambia inoltre il consumo dei pasti consumati a casa: i piccoli che fanno colazione a casa propria 5-7 volte alla settimana rischiano il 40% in meno di ingrassare, comparati con i ragazzi che la fanno 2-4 volte alla settimana o meno. Chi cena a casa 5-7 volte la settimana è il 30% in meno a rischio di essere in sovrappeso rispetto a chi mangia spesso fuori. Il pranzo consumato regolarmente in casa propria, infine, diminuisce il rischio di ingrassare fino al 20%. La terza ricerca, danese, dimostra invece che i conflitti fra genitori inducono i piccoli, dai 2 a i 6 anni, a rifiutare alcuni alimenti perché li associano ai litigi fra mamma e papà. "Si riscontrano spesso differenze di peso nei bambini di genitori separati. Le differenze da una parte dipendono dalle difficoltà di gestione dei figli su 2 case diverse e, spesso, anche in famiglie allargate in cui concorrono anche parenti, come zii e nonni. Ma il fatto più importante è la cosiddetta 'triangolazione', quando cioè i genitori usano i bambini come arma fra di loro. Ciò permette di scaricare sull'altro le colpe, il bambino non ha le capacità di gestire tali conflitti e si rifugia nel cibo oppure lo rifiuta. Inoltre il cibo costituisce una sorta di compensazione del senso di colpa da parte dei genitori che sono molto più disponibili ad accontentare il bambino, offrendogli anche snack e cibi non salutari con molta più facilità".
"Papà e mamma hanno identiche responsabilità. "Vediamo che il genitore meno abile nella gestione o più svantaggiato nella separazione, che magari vive lontano o in un'altra città e si sposta per vedere il figlio, è più portato a portarlo al bar per la colazione, a prendere le merendine confezionate per la scuola e portarlo al ristorante. La civiltà moderna lo favorisce ma non dal punto di vista della salute. Ciò generalmente accade di più ai padri, ma quando succede il contrario ed è la mamma ad allontanarsi osserviamo le stesse identiche dinamiche".


Circoncisioni clandestine, migliaia bimbi a rischio
Intervento solo a pagamento in Italia, almeno 30% da ciarlatani

Migliaia di bambini musulmani in Italia rischiano la vita per circoncisioni eseguite clandestinamente, dovute al fatto che il Ssn non riconosce questa pratica se eseguita per motivi culturali e non medici. Lo hanno affermato gli esperti durante una sessione del congresso 'Roma Pediatria' che si è appena chiuso a Roma. ''Se fatta privatamente la circoncisione può costare cifre superiori ai mille euro, che non tutte le famiglie possono permettersi - spiega Mustafa Qaddourah, pediatra del Centro di Cultura Islamica di Roma, che ha esposto il problema durante la conferenza - il risultato è che si rivolgono a dei ciarlatani che non sono medici, ed eseguono l'operazione nei sottoscala mettendo il bambino in pericolo di infezioni, malformazioni e di morte''. La Caritas nel 2012 ha censito circa 50mila bambini musulmani in etá prescolare e scolare, e secondo alcune stime circa il 30% delle circoncisioni per motivi religiosi in Italia sarebbero eseguite da personale non autorizzato. ''Probabilmente la percentuale è più alta, anche se ovviamente è difficile da stimare - afferma Qaddourah -. A me personalmente è capitato diverse volte di vedere nei pazienti le conseguenze di una circoncisione eseguita male, e negli ultimi anni ci sono state quattro segnalazioni di bimbi morti a seguìto dell'intervento''. In alcune zone d'Italia sono stati aperti degli ambulatori dedicati al problema, ma sempre a pagamento. ''Bisogna trovare una soluzione, non è possibile che i bambini corrano dei rischi inutili per un intervento che sarebbe semplicissimo - afferma Alberto Villani, direttore del dipartimento di pediatria dell'Ospedale Bambino Gesù di Roma -. Se fatta da una persona esperta in un luogo adatto la procedura non ha bisogno di ricovero, in un paio d'ore il bambino torna a casa''.


La principale causa di morte dei neonati è lo “scuotimento”

Anche i neonati possono essere vittime di violenza: il caso piu’ diffuso e’ la Shaken Baby Syndrome (SBS – Sindrome da bambino scosso), cioe’ lo scuotere violentemente il neonato da parte di un adulto. “E’ una delle principali cause di morte nel primo anno di vita”, ha detto Pietro Ferrara, giudice onorario presso il Tribunale per i minorenni di Roma e docente di Pediatria presso l’Istituto di Clinica Pediatrica dell’Universita’ Cattolica del S. Cuore e dell’Universita’ Campus Bio-Medico di Roma, in occasione del 70esimo Congresso Italiano di Pediatria in corso a Palermo. ”Il 30 per cento dei piccoli scossi violentemente muore e l’80 per cento riporta gravi danni permanenti: emorragie cerebrali, disabilita’, paralisi, cecita’, ecc. Eppure il 75 per cento dei genitori non sa che scuotere un bambino puo’ essere molto pericoloso. La causa scatenante e’ generalmente il pianto prolungato del neonato che determina nell’adulto una forma di frustrazione e di rabbia”. Lo scuotimento viene messo in atto nel tentativo di farlo smettere. “I ricercatori hanno dimostrato che esiste un periodo critico nello sviluppo del neonato che va dalla seconda settimana al quinto mese di vita in cui il pianto puo’ essere molto frequente e inconsolabile. Questo periodo viene chiamato ‘Purple crying’ e corrisponde alla finestra temporale in cui si conta il maggior numero di casi di SBS. A questa eta’ i muscoli del collo e il cervello non sono sviluppati a sufficienza per resistere al trauma dello scuotimento. Negli Stati Uniti sono stati introdotti programmi di prevenzione per i genitori che insegnano a comprendere le ragioni del pianto, gestire la rabbia e comprendere i gravi effetti del maltrattamento”.


«Genitori, non date ai bambini le medicine degli adulti» appello dell'Agenzia del farmaco

Circa il 70% dei farmaci utilizzati per i bambini non è appositamente studiato per loro, ed uno degli errori più comuni che i genitori commettono è quello di ridurre le dosi di medicinali utilizzati per gli adulti ritarandole in base al peso e all'età del piccolo. Una pratica che può essere però rischiosa.
Proprio per promuovere un uso consapevole e sicuro dei farmaci in pediatria, parte la campagna informativa dell'Agenzia italiana del farmaco “Farmaci e pediatria” che lancia un messaggio chiaro: «Bambini e adolescenti non sono adulti in miniatura, non dare loro i tuoi farmaci».
Attraverso spot radio e tv, il consiglio ai genitori è di «non sperimentare i farmaci indicati per gli adulti sui figli, somministrandoli senza il controllo del pediatra e con dosi e durata delle terapie approssimativi». Il problema, sottolineano gli esperti, è che sono ancora troppo poche le sperimentazioni pediatriche dei farmaci.


Il dolore è la prima causa di accesso al Pronto Soccorso

Il dolore e’ la prima causa di accesso al PS per i pazienti con eta’ inferiore ai 14 anni. Tuttavia solo nel 26 per cento delle strutture il dolore viene preso in considerazione, circa un terzo non lo misura attraverso apposite scale, quasi la meta’ non applica protocolli per il trattamento del dolore. E’ quanto emerso da un’indagine condotta in Italia su 19 Pronto Soccorso dal gruppo di studio Piper (Pain in Pediatric Emergency Room), presentata al 70esimo Congressi italiano di pediatria in corso a Palermo. In occasione dell’evento e’ stato lanciato il progetto formativo NienteMaleJunior che ha lo scopo di aiutare i pediatri ospedalieri e di famiglia a capire l’importanza del dolore e le conseguenze nel bambino, nonche’ come misurarlo e trattarlo. “Il dolore ha non ha solo conseguenze a breve termine ma anche a lungo termine, tra cui la cronicizzazione, l’alterazione della soglia del dolore, problemi psico-relazionali”, ha spiegato Franca Benini, membro della Commissione Nazionale Terapia del Dolore e Cure Palliative e coordinatrice del Progetto Formativo NienteMaleJunior. “Stimoli dolorosi ripetuti, senza copertura analgesica, determinano infatti modificazioni strutturali e funzionali persistenti del sistema nocicettivo/antalgico. Queste rimangono per tutta la vita e modificano la soglia del dolore. A tutte le eta’, uno stimolo doloroso lascia traccia nella memoria”. Per questo, secondo gli esperti, non bisogna sottovalutare il dolore, imparando a misurarlo e a trattarlo.

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La principale causa di morte dei neonati è lo “scuotimento”
«Genitori, non date ai bambini le medicine degli adulti» appello dell'Agenzia del farmaco
Il dolore è la prima causa di accesso al Pronto Soccorso. Medico e Bambino pagine elettroniche 2014;17(6) https://www.medicoebambino.com/?id=NEWS1406_10.html

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