Rivista di formazione e di aggiornamento professionale del pediatra e del medico di base, realizzata in collaborazione con l'Associazione Culturale Pediatri

Febbraio 2014 - Volume XVII - numero 2

M&B Pagine Elettroniche

Striscia... la notizia

a cura di Valentina Abate
Clinica Pediatrica, IRCCS Materno-Infantile “Burlo Garofolo”, Trieste
Indirizzo per corrispondenza: valentina_aba@yahoo.it





«Tumori, fondamentale migliorare le cure per adolescenti e giovani adulti»

Oggi un teenager ha minori probabilità di guarigione di un bambino: arriva tardi alla diagnosi e troppo spesso non viene curato nei centri adeguati. Ecco cosa serve

Sabato 15 febbraio in tutto il mondo è in programma la dodicesima Giornata internazionale contro il cancro infantile e in Italia quest’anno al centro dell’attenzione c’è un obiettivo ben preciso: il miglioramento delle cure per gli adolescenti e i giovani adulti che si ammalano di tumore. Stretti in una «terra di confine» tra l’oncologia pediatrica e quella dell’adulto, infatti, i ragazzi hanno più difficoltà a ricevere una diagnosi tempestiva e a venire curati in centri adeguati, con le migliori terapie disponibili.

L’importanza della diagnosi precoce - L’obiettivo della Giornata è quello di attirare l’attenzione dell’opinione pubblica, delle Istituzioni, dei pediatri e delle famiglie sulla basilare importanza di una diagnosi tempestiva, perché prima si riconosce il tumore, maggiori sono le probabilità di curarlo e guarire definitivamente. Nel nostro Paese, la federazione delle associazioni di genitori di bambini e adolescenti con tumori (FIAGOP), affiancata dall’Associazione italiana ematologia oncologia pediatrica (AIEOP) che riunisce i centri di cura e ricerca, promuove una campagna di sensibilizzazione sul tema specifico degli adolescenti, che presentano problemi particolari sotto più punti di vista: «Il loro organismo è ancora in fase di sviluppo e la malattia (intesa come la biologia del tumore, la sua tipologia) ha quindi spesso le caratteristiche tipiche dei bambini - spiega Andrea Biondi, presidente Aieop -. Inoltre, per questa fascia d’età non sono ancora ben definiti i limiti di età per l’accesso ai centri di cura (esistono limiti di legge che impediscono di ricoverare in pediatria persone sopra i 14, i 16 o i 18 anni) e l’arruolamento in protocolli clinici specifici. Senza considerare i bisogni complessi e peculiari legati alla delicata fase di crescita fisica, psicologica e sociale in cui si trovano».

Mille teenager si ammalano ogni anno - Fortunatamente i casi di cancro in età adolescenziale sono pochi (circa mille nuove diagnosi all’anno in Italia fra i 15 e i 19 anni) e, com’è normale, i ragazzi tendono a sottovalutare eventuali sintomi, così come genitori e medici di famiglia stentano a ipotizzare la presenza di una patologia tanto grave in un adolescente . Ma il «problema teenager» è ancor più evidente, si perde molto tempo per arrivare alla diagnosi (quasi il triplo) e i giovani troppo spesso vengono curati nelle oncologie dell’adulto, dove non è diffusa in genere una specifica esperienza nelle patologie rare e particolari come le neoplasie che insorgono in questa fascia d’età». Proprio per promuovere e valorizzare iniziative dedicate ai pazienti adolescenti e giovani adulti malati di cancro è nata di recente la Società Italiana Adolescenti con Malattie Oncoematologiche (SIAMO), che vuole unire oncologi pediatrici e dell’adulto per rispondere alle esigenze dei pazienti adolescenti e affrontare in modo coordinato i loro problemi.

«La diagnosi è come un cataclisma» - Ad oggi circa il 70 per cento degli adolescenti guarisce e nella stragrande maggioranza dei casi può avere una vita normale, del tutto simile a quella di un coetaneo che non ha mai dovuto affrontare il cancro. È però fondamentale che, oltre ad essere curati nelle oncologie pediatriche specializzate, siano anche seguiti da equipe multidisciplinari in grado di garantire loro anche una buona qualità di vita. Ad esempio molto si può fare per prevenire e curare i possibili effetti collaterali delle terapie o preservare la possibilità di avere figli, «oppure per sostenerli psicologicamente in un momento di grande difficoltà. I ragazzi al momento della diagnosi, oltre a essere spaventatissimi, sono spesso arrabbiati e disorientati. L’impatto con la realtà della malattia è generalmente improvviso: prima stavano benissimo, poi iniziano ad accusare sintomi, fanno accertamenti e la diagnosi di tumore giunge come un cataclisma.

Verità e tutta la normalità possibile - Pazienti e genitori riferiscono spesso che «sembra di essere in un incubo, e aspettano di svegliarsi da un momento all’altro». Non è utile cercare di ridurre l’impatto della malattia raccontando agli adolescenti pietose bugie o mezze verità. Tra l’altro inquietano più gli sguardi preoccupati dei genitori e i sintomi fisici, che conoscere il nome malattia e sapere che ci sono cure da fare e una battaglia da combattere, che per quanto dura, si può vincere. E per fortuna da queste malattie si guarisce sempre più e sempre meglio». L’ambiente di cura è quanto mai fondamentale: deve offrire risorse adatte ai bisogni speciali di questa età, dove la malattia arriva a colpire il fisico e le prospettive per il futuro proprio nel momento in cui un adolescente ha bisogno di sentirsi forte, a proprio agio nel proprio corpo e al centro delle relazioni con i coetanei. «Lo choc iniziale lascia il posto alla tristezza o alla rabbia, che possono essere un modo per ritrovare la forza, ma che rischiano di creare barriere con il resto del mondo, con “quelli sani”, il contesto della scuola e delle amicizie. Un aiuto importantissimo viene dal riuscire a non far portar via dalla malattia tutta la normalità che è possibile ancora avere. In questo un grande ruolo può averlo la scuola dove gli insegnanti possono svolgere un ruolo fondamentale: tenersi in contatto con il compagno ammalato, passare i compiti, farlo sentire pensato dal proprio contesto che attende il suo ritorno, sono aspetti fondamentali. Può non essere facile, certo. Anche perché un adolescente ammalato può vergognarsi di uscire di casa, sentirsi brutto per la caduta dei capelli, essere triste e arrabbiato, ma se le relazioni con gli altri vengono mantenute, è possibile recuperare fiducia e forza rispetto al proprio progetto di vita».


Tazze bollenti e piastre capelli maggior causa ustione bimbi
Età critica è un anno, attenzione anche alle pentole sul fuoco

Sono le tazze piene di liquidi bollenti e le piastre per capelli i nemici più insidiosi dei bambini in casa dal punto di vista delle scottature. Lo afferma uno studio dell'università di Cardiff pubblicato da Archives of Diseases in Childhood, secondo cui è un anno l'età peggiore.
Lo studio ha esaminato gli arrivi in cinque pronto soccorso britannici di bambini e ragazzi con ustioni sotto i sedici anni, valutandone in totale 1215. Nel 58% dei casi a provocare l'incidente è stato un liquido, mentre il resto delle ustioni è risultato da contatto. In più di metà dei casi il liquido è fuoriuscito da una tazza che il bambino ha cercato di afferrare da un tavolo o da un comodino, mentre una percentuale molto minore riguarda l'acqua troppo calda del bagnetto. Dal punto di vista delle ustioni da contatto invece sono le piastre per capelli quello che provoca più incidenti, seguito dalle stufe.
''I pericoli iniziano intorno ai nove mesi di età - spiegano gli autori alla Bbc - quando i bambini iniziano ad esplorare il mondo che li circonda da soli. Il picco di incidenti si ha intorno a un anno, quando l'altezza media è 75 centimetri e tavoli, superfici di lavoro e fornelli sono a portata di braccia''.
In Italia, spiega Riccardo Lubrano, vicepresidente della Società Italiana di Medicina d'Urgenza Pediatrica, gli incidenti più frequenti sono invece provocati dalle pentole sul fuoco.
''Probabilmente da noi le piastre per capelli sono meno usate - afferma Lubrano - mentre vediamo molti incidenti di bambini che si rovesciano addosso le pentole o che toccano i fornelli magari spenti ma ancora roventi. In ogni caso la principale prevenzione rimane il tenere tutti questi oggetti fuori dalla portata dei bambini per quanto possibile''.


Raddoppiano i ricoveri per bimbi con asma se i genitori fumano
Pericoloso fumo passivo ma anche di "terza mano", cioè nei vestiti

Se i piccoli soffrono di asma, fumare in loro presenza aumenta di 2,3 volte il rischio di farli ritornare in ospedale con crisi respiratorie, rispetto ai figli dei non fumatori. Lo dimostra una indagine condotta su oltre 750 bimbi, da 1 a 16 anni di età, dai medici del Cincinnati Children's Hospital Medical Center, pubblicata su Pediatrics.
I ricercatori hanno valutato i livelli di cotinina, un metabolita della nicotina, in campioni di saliva e di sangue dei bambini e calcolato il numero dei ricoveri per sintomi asmatici.
“La presenza di cotinina nella saliva è associata ad 2,35 volte di rischio in più di nuovi ricoveri per i sintomi tipici dell’asma e per respiro sibilante” spiegano gli autori. I genitori coinvolti nella ricerca fumavano in macchina o a casa in presenza dei figli.
“I figli dei fumatori si ammalano più spesso e questa ricerca attesta, in modo puntuale, il rischio associato all’asma – commenta Renato Cutrera, direttore unità operativa di broncopneumologia all’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma, membro della Società italiana malattie respiratorie infantili (Simri), affiliata alla Società italiana di pediatria. Fumare in loro presenza è dannoso così come è dannoso il fumo cosiddetto ‘di terza mano’, che riguarda i particolati del fumo che si annidano negli abiti dei fumatori. Prima di prendere in braccio un bambino sarebbe bene cambiarsi, allontanando l’odore del fumo dagli abiti”.


Mal di testa continuo? Ecco l'iter da seguire

L’emicrania è la malattia neurologica genetica più diffusa tra i piccoli. In Italia colpisce circa 10 bambini su 100. Il suo sintomo più conosciuto, il mal di testa, in età pediatrica ha un’incidenza ancora più alta: ne soffre oltre il 40% dei ragazzi. E proprio tra gli adolescenti aumentano anche i casi di mal di testa cronici dovuti all’abuso di antidolorifici, usati impropriamente come terapia. Lo segnala il Centro Cefalee dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù che segue ogni anno oltre 1500 malati.
«In caso di cefalee ricorrenti la prima cosa da fare – sottolinea Massimiliano Valeriani, responsabile del Centro Cefalee del Bambino Gesù - è rivolgersi al pediatra di famiglia per provare a capire se il mal di testa è espressione di emicrania (è così nel 60% dei casi), o sintomo di altre malattie come le infezioni delle vie aeree o di patologie cerebrali potenzialmente serie. Il secondo passo è contattare un centro specializzato».
L’abuso di antidolorifici non solo porta alla cronicizzazione della cefalea, ma ha ricadute negative sulla vita dei ragazzi. Un mal di testa ripetuto giorno dopo giorno è invalidante e tra i più giovani si può tradurre nella perdita di molti giorni di scuola se non dell’intero anno scolastico.
Quando a soffrire di mal di testa è un bambino piccolissimo, al di sotto dell’anno di età, non avendo ancora altri strumenti per esprimersi, il dolore si manifesta con pianti e capricci. Si tratta di segnali che non devono essere ignorati perché potrebbero essere indice di emicrania, soprattutto tra i bambini che hanno almeno un genitore che ne è affetto.


“Scoperta” una cura per l’amiloidosi: un vecchio anti-infiammatorio fuori commercio

La sorpresa dei ricercatori dell'Irccs San Matteo di Pavia: il 'vecchio' Diflunisal, da tempo non più distribuito in Italia, è in grado di contrastare una delle forme più gravi della malattia neurodegenerativa che porta alla paralisi ed al decesso in dieci anni. I medici di Pavia chiedono all'Aifa che sia rimesso nel prontuario

Il rimedio è molto più semplice di quanto si potesse immaginare: un semplice anti-infiammatorio può curare la forma ereditaria di amiloidosi sistemiche, cioè una delle forme più severe della amiloidosi, per cui fino a oggi non c'erano cure efficaci per la malattia in fase avanzata. A fare la scoperta è stato l'Irccs San Matteo di Pavia, che insieme ad altri cinque istituti di ricerca europei, americani e giapponesi ha partecipato a uno studio iniziato nel 2006 e appena pubblicato sulla rivista 'Jama'.
La amiloidosi è una malattia neurodegenerativa che porta alla morte in dieci anni e alla paralisi motoria, in cui i nervi vengono colpiti e divorati da una proteina prodotta dal fegato. Anche i trapianti di fegato eseguiti nel tentativo di rallentare la malattia finora non hanno permesso di centrare definitivamente la guarigione. Con questo farmaco è invece possibile, spiega una nota del San Matteo, curare i pazienti, soprattutto se la patologia è individuata precocemente.

L'ospedale pavese è uno dei centri di riferimento mondiale per la cura delle amiloidosi. Sotto la direzione di Giampaolo Merlini, durante lo studio sono stati curati venti pazienti provenienti da tutta Italia, e altri venti sono attualmente in cura. "Gli ammalati presi in carico non avevano alternative terapeutiche, oggi hanno invece la possibilità di migliorare l'aspettativa di vita e recuperare una qualità quotidiana non immaginabile prima della 'scoperta' di questo farmaco, che ha un costo molto basso di soli due euro al giorno".
Purtroppo però in Italia il medicinale non è più in commercio e attualmente il San Matteo lo compra all'estero. "Si chiama Diflunisal ". Merlini ha chiesto all'Aifa che il Diflunisal sia reinserito nel prontuario farmaceutico.


La malattia di chi vede il mondo “in bianco e nero”

L'acromatopsia congenita è una patologia grave che colpisce uno ogni 30.000 nati. A Mestre il convegno dell'Associazione acromati italiani onlus. Fra gli obiettivi quello di creare una rete di oculisti in grado di sottoporre i pazienti ai test.

Il loro è un mondo in bianco e nero, in cui la capacità visiva è bassa e si riduce ulteriormente all'aumentare dell'illuminazione. Sono le persone affette da Acromatopsia congenita, anche detta distrofia dei coni, una rara patologia ereditaria della vista che nelle sue quattro forme si stima colpisca circa 1 ogni 30- 40 mila nati. In Italia se ne conoscono circa 150 casi, anche se si stima possano essere anche dieci volte di più perché è ancora difficile ottenere una diagnosi corretta in tempi rapidi.

Il convegno. Il 15 febbraio a Mestre si terrà il convegno dell'Associazione acromati italiani onlus per fare il punto sulle prospettive della ricerca. L'obiettivo è quello di creare un network a livello europeo tra le persone colpite da questa malattia e di raccogliere dati epidemiologici che permettano ai ricercatori di progredire più rapidamente nei loro studi, individuando eventuali soluzioni terapeutiche.

"Si tratta di patologie molto rare e per questo ancora oggi è difficile avere una diagnosi. Insieme con l'associazione stiamo creando una rete di oculisti in grado di sottoporre i pazienti ai test diagnostici che permettono una corretta definizione della patologia". Le difficoltà nella diagnosi dipendono anche dal fatto che quando si manifestano i primi sintomi i bambini sono molto piccoli e non sono in grado di spiegare cosa vedono o non vedono. Inoltre, a differenza da quanto accade con altre malattie dell'occhio, gli acromati hanno un fondo oculare normale. "Sono necessari esami specifici come l'elettroretinogramma o il test dei colori. Una volta ottenuta la diagnosi si deve fare un test genetico, analizzando il Dna per identificare il gene coinvolto e capire da quale delle quattro forme si è affetti".

La ricerca. Oggi non esiste una terapia per questa malattia e si interviene con occhiali e filtri di colori diversi.

Gli interventi possibili. Gli esempi degli interventi fattibili sono molteplici. Tra quelli che riguardano l'accessibilità degli spazi pubblici il contrasto dei colori nella cartellonistica di strade ed edifici, l'illuminazione degli ambienti, gli interruttori della luce,che devono distinguersi cromaticamente dalle pareti. Altro esempio importante riguarda la patente di guida, che gli Acromati possono avere in alcuni Paesi europei, ma non in Italia. Al convegno di Mestre il ricercatore che ha permesso l'introduzione della patente in Olanda spiegherà il percorso compiuto in quel Paese per abbattere questa barriera burocratica.

Per informazioni: Associazione acromati italiani onlus. Tel. 0461 568435 . www.acromatopsia.it.


Eutanasia bambini. Corsello (Sip): "Non possiamo condividere la scelta del Belgio"

"A tutti i bambini ammalati va garantito l’accesso alla cure palliative e alla terapia del dolore". Questo il pensiero del presidente della Società italiana di pediatria che ha sottolineato di "non poter condividere, in particolar modo come pediatria", la legge approvata in Belgio che consente l'eutanasia anche ai minori di 18 anni.

"Approvare una legge che autorizza l’eutanasia per bambini o adolescenti è una scelta che non possiamo condividere. Non possiamo condividerla in particolar modo come pediatri, impegnati a tutelare sempre la salute dei bambini, soprattutto di quelli più fragili e con malattie croniche, complesse e causa di disabilità”. È quanto afferma il Presidente della Società italiana di pediatria (Sip), Giovanni Corsello, in merito all’approvazione definitiva in Belgio della legge che consente l’eutanasia anche a minori di 18 anni, pur subordinata alle decisioni di genitori e psicologi, e che ha suscitato in questi giorni grandi polemiche in tutta Europa. Anche l’associazione nazionale belga di Pediatria si è dissociata, manifestando la sua contrarietà.

“Il bambino è una persona speciale anche per la sua ridotta autonomia di scelta e di giudizio, e proprio per questo merita il massimo rispetto. Il bambino ammalato ha bisogno di una protezione maggiore perché alla ridotta autonomia per l’età aggiunge quella dovuta alla malattia. A tutti i bambini ammalati va garantito l’accesso alla cure palliative e alla terapia del dolore. In Italia lo strumento c’è: è la legge 38 del 2010 che riconosce al bambino alcune specificità ed esigenze particolari rispetto all’adulto, come il diritto a un’assistenza globale che include aspetti fisici, emozionali, sociali e spirituali, da realizzarsi attraverso una rete regionale separata da quella dell’adulto".


Niente dentifricio al fluoro fino a 12 mesi di età

I denti dei piccoli vanno spazzolati senza dentifricio fino al primo anno di età. Superato l'anno di età meglio lavarli con le paste contenenti fluoro perché prevengono efficacemente le carie, ma in dosi minime e con qualche precauzione. Infatti l'uso scorretto dei dentifrici può aumentare il rischio di fluorosi, cioè la comparsa di macchie scure indelebili sui denti. Lo dimostra una ampia analisi statistica effettuata dalle università della North Carolina e di Chicago, pubblicata sul Journal of the American Dental Association. "L'uso dei dentifrici fluorati a partire dai 24 mesi di età ha ridotto ampiamente il rischio di carie nell'infanzia. Alcune ricerche dimostrano che i benefici ci sono anche quando si cominciano ad usare fra i 12 e i 14 mesi di vita ma le paste non vanno ingoiate, per evitare un assorbimento sistemico del fluoro. I bambini hanno ancora problemi a deglutire, molti hanno difficoltà anche fino ai 6-7 anni di età. Quindi il lavaggio dei denti va fatto con l'aiuto dei genitori e, per precauzione, con dosi minime di pasta dentifricia pari a piccolo pisello".

"La nuova ricerca avvalora le linee guida del nostro Ministero della salute, recentemente aggiornate - commenta Roberta D'Avenia, esperto della Società italiana di pediatria e responsabile Odontoiatria speciale pediatrica all'ospedale pediatrico universitario Meyer, Firenze. "Esiste il rischio, seppure remoto, che l'uso precoce di dentifrici fluorati nei bambini provochi fluorosi dentale e si è molto discusso su questo aspetto anche perché le fonti di fluoro sono molteplici, da alcune acque minerali alla somministrazione di fluoro in gocce o pasticche".


Intervento al naso ai bambini dopo traumi o deviazioni
Medici approvano microchirurgia endoscopica per casi limite

Rifare il naso ai bambini prima dell'adolescenza è possibile e sicuro. Vale la pena dopo incidenti, deformazioni e ostruzioni gravi del setto che occludono la respirazione grazie a nuove tecniche chirurgiche.
Lo sostengono i ricercatori della Pennsylvania State University di Hershey che hanno utilizzato una tecnica di microchirurgia su 54 piccoli pazienti di età inferiore ai 14 anni. Lo studio è pubblicato su Jama Facial Plastic Surgery. ''I motivi che giustificano una tale procedura anticipata sono le deformità al setto dopo incidenti e le ostruzioni alla respirazione di tipo severo a causa di gravi deviazioni" precisano gli studiosi.
Commenta Gian Luigi Marseglia, direttore clinica pediatrica Policlinico San Matteo di Pavia, Società italiana di pediatria: "Il problema dell'ostruzione nasale grave nei piccoli provoca molti problemi, hanno il naso completamente otturato e poter intervenire precocemente è un passo avanti importante".
"Le ossa della faccia crescono con l'età e, a mano a mano che crescono, si modificano con la struttura del volto per questo si tende a evitare di intervenire perché esiste il rischio che lo sviluppo osseo non sia più corretto - ribadisce Marseglia - Con queste tecniche endoscopiche avanzate di microchirurgia, invece, si opera su aree minime, selezionate senza alterare le strutture e il successivo sviluppo anomalo delle ossa". "Si tratta comunque sempre di casi specifici e di tecniche che devono essere in mano a specialisti ben preparati ed esperti. Vietato operare a scopo estetico e neanche per eliminare minime deviazioni nasali. La procedura è indicata solo per ostruzioni o traumatismi importanti" sottolinea lo specialista.


Un palloncino che si gonfia in pancia contro l'obesità dei bimbi
Facile da ingerire, si presenta come una 'caramella' di 6 grammi

Facile da ingerire, perché si presenta come una pillola di appena sei grammi, grande all'incirca come una caramella, ed efficace nel ridurre il senso di fame. È un nuovo palloncino che si gonfia direttamente nello stomaco, messo a punto all'ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma per aiutare i bimbi che ne hanno bisogno a dimagrire. La nuova metodica, testata per la prima volta in da pediatrica, è meno invasiva di quella solitamente utilizzata, che prevede l'inserimento del palloncino per via endoscopica: il bimbo, infatti, manda giu' la pillola, che verrà poi gonfiata all'interno dello stomaco attraverso un sottile tubicino, dal diametro inferiore al millimetro. Questo lo aiuterà a stare più sereno e non provare sostanzialmente dolore, raggiungendo l'obiettivo del dimagrimento. "Il primo bimbo sul quale è stata utilizzata questa procedura - spiega il dottor Francesco De Peppo, responsabile della Chirurgia Pediatrica Generale del Bambino Gesù di Palidoro - è riuscito a deglutire il palloncino al primo tentativo e, nel momento in cui lo abbiamo gonfiato, ci ha assicurato di non aver provato alcun dolore ma, al più, una sensazione di bolle che si muovono". "Costituito da una membrana sottilissima il palloncino è studiato per resistere agli acidi dello stomaco ed è praticamente indistruttibile - evidenzia ancora De Peppo- gonfiandolo con un gas più leggero dell'aria, l'azoto, facciamo sì che vada a posizionarsi nella parte alta dello stomaco, nel fondo gastrico, interagendo con i recettori dell'appetito ed inducendo un senso di sazietà precoce". Finora la nuova metodica è stata utilizzata su un totale di undici pazienti, di età variabile tra 10 e 17 anni, con indici di massa corporea compresi tra 33 e 43 (che possono cioè arrivare a pesare anche 130 chili) ma, come spiega l'esperto del Bambino Gesù," uno dei maggiori vantaggi e' che può essere utilizzata su bambini con indici di massa corporea compresi tra 30 e 35, mentre col vecchio sistema, invece, si potevano trattare solo pazienti con Bmi superiore a 35: in questo modo sarà possibile intervenire più precocemente sui casi di obesità patologica, senza dover aspettare che la situazione si aggravi ulteriormente". Grazie a questa nuova metodica, si aggiunge ora un altro importante tassello al trattamento di problemi legati all'obesità in età pediatrica e adolescenziale, un fenomeno sempre più preoccupante se si considera che in Italia il 25% dei bambini è in sovrappeso, mentre il 13% è addirittura obeso. Il nuovo palloncino endo-gastrico deglutibile si va ad affiancare ad altri tipi di interventi praticati nell'ospedale pediatrico romano.


Una 'puntura' per eliminare i calcoli renali nei bambini
All'Ospedale Bambino Gesù, li polverizza con micro-ago con laser

Una 'puntura' per eliminare i calcoli renali nei bambini. All'Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma è infatti possibile polverizzare i calcoli renali nei piccoli con una 'puntura' indolore. La nuova tecnica si chiama Micro-perc ed è stata sperimentata con successo per la prima volta su una bambina di 11 anni: consente, attraverso strumenti miniaturizzati, di abbattere il rischio di danni ai reni e di ridurre di oltre il 50% i tempi di ospedalizzazione rispetto ai metodi tradizionali.

Considerata una malattia tipica dell'adulto, la calcolosi renale colpisce 2 bambini su 100, rappresentando un problema anche per i più piccoli. La nuova metodica si avvale di un ago sottile (da 1,6 mm) dentro il quale scorrono una finissima fibra ottica (0,9 mm) e una fibra laser (da 270 micron) con cui si riesce contemporaneamente ad avere una visione diretta dei calcoli renali e a distruggerli. Proprio le dimensioni miniaturizzate della strumentazione riducono di molto il rischio di sanguinamento e di lesioni al rene, permettendo di trattare una buona parte di calcoli senza ricorrere alle tecniche 'classiche', molto aggressive per l'organo. Nei casi in cui è indicato il ricorso alla Micro-perc, bastano 24-48 ore in ospedale per superare efficacemente il problema: il bambino è in grado di tornare a casa il giorno dopo, a fronte dei 4-5 giorni necessari con le procedure tradizionali.

"Nei più piccoli la presenza di calcoli è associata alla difficoltà del trattamento che non comporti danni alla funzionalità dei reni - sottolinea Paolo Caione, responsabile dell'Unità di Progetto Modelli Innovativi in Urologia e Formazione del Bambino Gesù -. E' per questo che la Micro-perc rappresenta una vera rivoluzione rispetto ai grandi interventi con apertura delle cavità renali che lasciavano pesanti esiti estetici e funzionali, oltre a richiedere ospedalizzazioni molto prolungate. Con la 'puntura' diretta dei calcoli renali, l'Ospedale Pediatrico Bambino Gesù prosegue il cammino verso la mini-invasività degli interventi".


Scuola: ecco tre malattie che si possono evitare
Pediculosi, scabbia e parassitosi intestinali fanno ancora paura. I pediatri ricordano le misure di prevenzione e i controlli da fare.

Quale mamma non si è trovata davanti, almeno una volta, a un allarme di pediculosi o di scabbia a scuola? «Un’efficace prevenzione di molte infezioni si ottiene attraverso misure di controllo nelle comunità scolastiche ma, soprattutto, attraverso visite mediche e screening effettuati con regolarità, con l’obiettivo di intervenire tempestivamente per evitare epidemie».

La catena epidemiologica di importanti malattie infettive può essere interrotta con la regolare adozione di una serie di precauzioni, indipendentemente dall’insorgenza di casi di malattia, sia in ambiente familiare che in ambienti di vita collettiva come, per esempio, il lavaggio frequente delle mani, l’utilizzo strettamente individuale di oggetti quali salviette, spazzolini da denti, pettini, biancheria personale, scarpe e cappelli, la detersione e sanificazione di giochi che possono essere imbrattati di saliva. La pediculosi del capo è un'infestazione del cuoio capelluto da parte di pidocchi adulti, larve o uova (lendini) e si trasmette solo per contatto diretto e prolungato tra testa e testa infetta. Spesso è asintomatica ma può provocare prurito intenso e lesioni da grattamento e sovrainfezioni batteriche. L'unica precauzione possibile, ma necessaria, è controllare periodicamente i capelli del bambino (soprattutto a livello della nuca e dietro le orecchie), specialmente se frequenta la scuola o se si gratta la testa, per accertarsi che non ci siano lendini. La scabbia è una malattia parassitaria della cute causata da un acaro e si trasmette per contatto diretto cute-cute. Inizia con piccole macchie rosse e un intenso prurito, soprattutto notturno. Nei bambini al di sotto dei due anni, l’eruzione è spesso vescicolare con frequente localizzazione alla testa, collo, palmo delle mani e pianta dei piedi. Nei bambini più grandi e negli adulti vengono colpite in modo particolare le pieghe interdigitali (tra dito e dito), la zona dei polsi, gomiti e le pieghe ascellari. L’incubazione è di solito di 4-6 settimane.

Si consiglia di: fare attenzione al contatto con le lesioni o, comunque, con la cute; lavare accuratamente lenzuola e capi d’abbigliamento; iniziare il trattamento specifico con una crema o lozione medicata. La contagiosità dura fino alla distruzione degli acari e delle uova. Una delle più comuni parassitosi intestinali è l’ossiuriasi. L’infezione da ossiuri (vermi dei bambini) è causata da un’ingestione inconsapevole di microscopiche uova di ossiuri che si possono trovare su superfici tra cui biancheria da letto, asciugamani, vestiti, cibo, bicchieri, utensili della cucina o giocattoli. L’infezione può essere asintomatica o caratterizzata da intenso prurito intorno alla zona anale. Le uova sono, purtroppo, piuttosto resistenti e possono rimanere vitali (cioè infettive) in un ambiente adatto fino a tre settimane.

È bene utilizzare ed estendere a tutta la famiglia un trattamento con un farmaco vermifugo specifico. Dopo 2 settimane è necessario ripetere la somministrazione. Dedicare particolare attenzione alla pulizia della casa, includendo il bucato dei pigiami e della biancheria da letto.

Per garantire un’efficace controllo dello stato di salute dei bambini, infine, i pediatri di SITIP raccomandano alle famiglie di rispettare scrupolosamente il calendario dei bilanci di salute:
  • dal 1° al 45° giorno di vita: 1° visita con controllo del peso e dell’altezza
  • dal 61° al 90° giorno: 2° visita con controllo del peso e dell’altezza
  • dai 4 ai 6 mesi: 3° visita con controllo del peso e dell’altezza
  • dai 7 ai 9 mesi: 4° visita con controllo del peso, dell’altezza e dell’udito
  • dai 10 ai 12 mesi: 5° visita con controllo del peso e dell’altezza
  • dai 15 ai 18 mesi: 6° visita con controllo del peso e dell’altezza
  • dai 24 ai 36 mesi: 7° visita con controllo del peso, dell’altezza. In questa fase si prescrive, in genere, anche una visita oculistica e una ortopedica e si consiglia un primo controllo odontoiatrico
  • dai 5 ai 6 anni: 8° visita con controllo del peso, dell’altezza, dell’acuità visiva e un primo controllo della pressione arteriosa. Anche in questa fase si prescrive un ulteriore controllo oculistico, ortopedico e odontoiatrico
  • dagli 8 ai 10 anni: 9° visita con controllo del peso e dell’altezza
  • dai 12 ai 14 anni: 10° visita con controllo del peso e dell’altezza.










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Scuola: ecco tre malattie che si possono evitare. Medico e Bambino pagine elettroniche 2014;17(2) https://www.medicoebambino.com/?id=NEWS1402_10.html

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