Rivista di formazione e di aggiornamento professionale del pediatra e del medico di base, realizzata in collaborazione con l'Associazione Culturale Pediatri

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Striscia... la notizia

a cura di Valentina Abate
Clinica Pediatrica, IRCCS Materno-Infantile “Burlo Garofolo”, Trieste
Indirizzo per corrispondenza: valentina_aba@yahoo.it





Rosolia in gravidanza, ancora troppi casi in Italia
Istituto superiore di sanità, età media donne colpite 27 anni, 20% sono straniere

In Italia continuano a verificarsi casi di rosolia in gravidanza e di sindrome di rosolia congenita (src). Tra il 2005 e 2012 sono stati 97 i casi confermati di rosolia in gravidanza e 61 quelli di src, che ha avuto un incremento nel 2008 e nel 2012, con un'incidenza di infezioni congenite pari, rispettivamente, a 5 e 3 per 100mila nuovi nati.
È quanto emerge da un rapporto del Centro di epidemiologia e sorveglianza dell'Istituto superiore di sanità (Iss).
La rosolia è una malattia virale generalmente lieve, ma se contratta in gravidanza può portare a morte intrauterina, aborto o src, che provoca gravi difetti congeniti nel nascituro, come ritardo mentale, difetti dell'udito, difetti oculari e cardiaci.
Dai dati dell'Iss emerge che l'età media dei casi di rosolia nelle donne in gravidanza in Italia, tra il 2005 e 2012, è stata di 27 anni e il 20% si è verificato in donne straniere. Poche, solo il 28%, che hanno effettuato lo screening degli anticorpi prima della gravidanza. Per eliminare la rosolia congenita entro il 2015, secondo gli obiettivi stabiliti dall'Organizzazione mondiale della sanità, spiega l'Iss, bisogna migliorare le coperture vaccinali per il vaccino morbillo-parotite-rosolia nei bambini e adottare strategie mirate all'identificazione e immunizzazione delle donne in età fertile ancora suscettibili, incluse quelle ad alto rischio professionale e le immigrate, prima di una eventuale gravidanza, attraverso la chiamata attiva. Bisognerebbe anche verificare lo stato immunitario verso la rosolia di tutte le donne ricoverate per parto o interruzione di gravidanza, e vaccinare quelle suscettibili alla malattia nel post-partum e dopo un'interruzione di gravidanza, e migliorare la sorveglianza con la collaborazione di medici di famiglia, pediatri, ginecologi e ostetriche. (ANSA).


Tetraplegici, piercing hi-tech sulla lingua per governare la sedia a rotelle

Il piccolo magnete, grande come una lenticchia, una volta installato diventa una sorta di joystick i cui movimenti vengono tradotti in comandi grazie a dei sensori esterni. Nei test, le persone affette da tetraplegia hanno svolto la prova tre volte più velocemente e con maggiore precisione rispetto alle attuali tecnologie

ROMA - Un piercing hi-tech, in realtà un piccolo magnete delle dimensioni di una lenticchia, ‘tatuato’ sulla lingua per controllare una sedie a rotelle o un computer. È la sfida lanciata dal progetto sperimentale di un team di ricercatori del Georgia Institute of Technology (Usa) pubblicato su Science Traslational Medicine. Il piercing sulla lingua è una sorta di ‘joystick’ usato dalla persona, i cui movimenti vengono rilevati da alcuni sensori esterni e convertite in comandi che possono controllare una vasta gamma di dispositivi, tra cui appunto un computer o una sedia a rotelle. Alla base del lavoro - sottolineano i ricercatori - c’è la grande capacità di movimento, una vera e propria destrezza, dell'organo muscolare che si usa di solito per altri scopi.


"Il piercing è grande come una lenticchia - spiega lo studio - e produce un campo magnetico che si modifica a seconda dei movimenti della lingua. Alcuni sensori posti esternamente sulle guance possono rilevare la posizione precisa del ‘piercing’ e trasformare questo segnale in impulsi elettrici per altri dispositivi”. La ricerca ha testato l’invenzione su 23 persone sane e 11 affette da tetraplegia.
Gli scienziati hanno poi programmato il ‘piercing' sulla lingua per sei diverse posizioni così da controllare la sedia a rotelle dei soggetti. I partecipanti con tetraplegia erano in grado di svolgere compiti tre volte più velocemente e con maggior precisione rispetto ad altre tecnologie già disponibili.
Al momento il dispositivo alla base del ‘piercing’ è limitato ai laboratori universitari. Ma il team di ricerca sta cercando di adattare i sensori all’interno di un apparecchio dentale per renderlo così più stabile. Gli scienziati ritengono, infatti, che saranno in grado in futuro di avere “un comando per ogni dente, così la persona potrà utilizzare diverse combinazioni della posizioni della lingua e avere un numero illimitato di comandi a disposizione”.


Identificati i geni del medulloblastoma, aprono la strada a nuove cure
La scoperta è stata pubblicata su Pnas

È stata necessaria la collaborazione fra ricercatori in Australia, in Canada, nel Regno Unito, negli Stati Uniti e a Singapore, ma alla fine la scienza è riuscita a identificare le cause genetiche dello sviluppo del medulloblastoma, il tumore al cervello più frequente e più aggressivo che possano sviluppare i bambini. Grazie a studi condotti sui topi, i cui risultati sono stati pubblicati su Pnas, i ricercatori potrebbero aver individuato nuovi bersagli per la terapia di tutti e 4 i sottotipi noti di questo tumore. “Ora - ha raccontato Brandon Wainwright, l’esperto dell’Institute for Molecular Bioscience dell'Università del Queensland (Australia) che ha coordinato le ricerche - stiamo cercando fra i farmaci esistenti quali potrebbero bloccare questo circuito di geni e rappresentare un trattamento alternativo fattibile”. “I tumori cerebrali sono la causa più frequente di morte per il cancro nei bambini. Chi sopravvive spesso ha a che fare con significative disabilità neurologiche, intellettuali e fisiche dovute ai trattamenti, che prevedono la rimozione chirurgica del tumore seguita da radioterapia e chemioterapia. È chiaro che abbiamo bisogno di opzioni più efficaci e meno invasive per trattare il medulloblastoma e migliorare i risultati sia per i bambini che per gli adulti che soffrono di questa malattia devastante”.


Pulire il ciuccio con la bocca protegge baby da allergie
Merito probabilmente del passaggio della flora batterica

La pratica dei genitori di ‘pulire’ il ciuccio dei figli mettendolo in bocca è efficace nel ridurre il rischio di allergie e asma, ma per i motivi opposti a quello che si può pensare. Secondo uno studio del Queen Silvia Children’s Hospital di Goteborg pubblicato da Pediatrics l'effetto e' infatti dovuto al contatto dei bimbi con i microbi degli adulti.
I ricercatori hanno monitorato 184 bambini, di cui l’80% particolarmente incline alle allergie avendo almeno un genitore allergico, che sono stati seguiti per tre anni e hanno subito test sulle allergie a 18 e 36 mesi di età. Alla prima visita il rischio di eczema è risultato più basso del 63% nei bambini i cui genitori ‘pulivano’ il ciuccio con la propria saliva, mentre per l’asma il rischio era minore dell’88%. A 36 mesi la differenza per l’asma era sparita, ma era rimasta una minore probabilità del 49% per l’eczema.
In uno studio più piccolo su 33 bimbi i ricercatori hanno visto che quelli con rischio più basso avevano anche una differente flora batterica nella bocca: “È sempre difficile dire se questa è l’unica spiegazione per l’effetto che abbiamo visto - spiegano gli Autori - ma non abbiamo trovato altre spiegazioni plausibili, anche se i risultati andrebbero confermati con un test più ampio''.


Troppi complimenti rendono insicuri i bambini
I piccoli si sentono sotto pressione con elogi esagerati

Esagerare con i complimenti rivolti ai bimbi più insicuri per farli sentire più forti può non essere una buona idea. Nel tentativo di fare bene, in breve, gli adulti sbagliano. Lo dimostrano gli psicologi dell'Ohio State university e della università di Amsterdam, con una ricerca che sarà pubblicata sul prossimo numero di Psychological Science.

Nell'osservazione sono stati condotti 3 esperimenti su 144 genitori (88% mamme) e 240 bambini. I genitori esortavano i piccoli a fare i compiti di matematica e a dipingere dei quadri mentre i ricercatori effettuavano delle riprese per studiare il comportamento. I bimbi con una minore autostima ricevevano elogi più esagerati dagli adulti, ciò non accadeva per i bambini più sicuri. I genitori giustificavano il loro comportamento col fatto che conoscevano le debolezze dei figli e volevano aiutarli a superarle. Gli effetti delle lodi però non erano come quelli sperati e i bimbi dimostravano di essere ancora più sotto pressione. "Nelle attività successive i piccoli dimostravano di non sentirsi all'altezza e sceglievano così compiti molto più facili di quelli che avrebbero potuto fare, per non deludere gli adulti" spiega Brad Bushman, fra gli autori dello studio in una nota. Gli specialisti sostengono che non ci sia bisogno di usare avverbi e aggettivi come 'incredibilmente' o 'perfetto/fantastico/super' quando si dà una valutazione positiva dell'operato dei figli. Non serve a farli sentire meglio né a farli migliorare.


Da otite a mal di gola, quanto durano i malanni di stagione
Genitori spesso sottostimano il tempo necessario a ripresa figli

I malanni di stagione, tosse, raffreddore, otite, mal di gola, che colpiscono i bambini durano più di quanto si creda e spesso bisogna solo avere la pazienza che vadano via da sé, senza intervenire.
Lo dimostra uno studio coordinato da Matthew Thompson della University of Washington a Seattle pubblicato sul British Medical Journal.
Qualche esempio? Nei bambini tosse e raffreddore possono durare anche 2-3 settimane. Il mal d'orecchio una settimana almeno.
Lo studio si è basato sulla attenta revisione di molta della letteratura scientifica sull'argomento a partire dagli anni '90, in tutto 48 ricerche su bambini che avevano un'infezione del tratto respiratorio.
Gli esperti hanno visito che nel 90% dei casi ci vogliono otto giorni (a partire dalla visita dal pediatra o al pronto soccorso) per guarire da un'otite, 15 giorni per stroncare il raffreddore, 25 addirittura per la tosse e da 2 a sette per il mal di gola.
Sono tanti giorni e spesso la percezione dei genitori è che il malanno non stia andando via e che quindi è necessaria una visita e magari una terapia antibiotica. Ma a giudicare dalla durata media di questi malanni, spesso - per l'impazienza dei genitori che sottostimano i tempi di guarigione - si ricorre all'antibiotico troppo in fretta e anche quando non necessario.


Bambini, i trucchi per farli mangiare sano
I bimbi hanno gusti difficili: come convincerli a mangiare le verdure e a non rimpinzarsi di schifezze? Il decalogo dei pediatri americani

Una lotta. Senza mezzi termini, spesso è proprio una vera battaglia quella che si combatte attorno al tavolo da pranzo quando in casa ci sono bambini: difficile convincerli a mangiare frutta e verdura, complicato far capire loro le poche, basilari regole del mangiar sano. Come far capitolare di fronte a insalata e carote anche il più schizzinoso dei pargoli? I pediatri americani hanno appena stilato un decalogo, a detta loro infallibile, pubblicato sul sito dell’American Heart Association: non è un caso, perché un bimbo che non impara a nutrirsi in modo corretto può diventare un adulto con uno stile di vita sbagliato, che più facilmente andrà incontro a problemi di salute.

REGOLE - Quali sono allora le regole d’oro per non cedere le armi quando alla sera, stanchi dopo una giornata di lavoro, l’ultima cosa di cui si avrebbe voglia è lottare perché i nostri figli mangino un po’ di verdura? La prima “legge” è introdurre cibi sani all’interno di piatti che il bimbo già conosce e apprezza: se ad esempio il piccolo mangia con gusto il risotto lo si può arricchire con pezzettini di verdura, se le patate al forno sono gradite si possono aggiungere nella teglia bocconcini di pomodoro o altri vegetali. Poi, può essere una buona idea coinvolgere i bambini il più possibile nella preparazione dei pasti, fin dall’acquisto degli ingredienti: se infatti sanno di aver dato un contributo ai piatti proveranno ad assaggiarli più volentieri. Terza e semplice regola, non acquistare i cibi che non vorremmo far mangiare ai bambini: se in casa non ci sono sacchetti di patatine, merendine, bevande zuccherate i figli inevitabilmente dovranno farne a meno. Un’altra buona regola è proprio quella di lasciare a disposizione dei bambini, in casa, cibo che possono mangiucchiare liberamente: ai piccoli piacciono gli snack, basta far sì che ne abbiano sotto mano soltanto di salutari», raccomandano gli esperti.

TRUCCHI - Un altro “trucco” per dare ai figli buone regole di alimentazione è stabilire orari precisi per i pasti e attenervisi: «I bambini amano la routine - spiegano gli statunitensi -. Se imparano che possono avere il cibo solo in determinati orari e non al di fuori dei pasti e delle merende, sarà più facile evitare che si abituino a introdurre calorie di troppo in modo incontrollato durante l’arco della giornata». È buona norma, quindi, aggiungere colore al piatto: mangiare verdure di diversi colori aiuta infatti a fare il pieno di nutrienti essenziali e può essere insegnato come un “gioco” ai più piccolini (con i grandicelli già abituati a schifare insalata, carote e pomodori, invece, è un trucco destinato al fallimento). «Un’altra buona regola è non esagerare nel salutismo a tutti i costi: un po’ di gelato o dei biscotti non fanno male. Eliminare tutte le golosità può essere controproducente: alla prima occasione in cui potrà mangiare ciò che a casa gli viene proibito, il bambino quasi certamente tenderà a esagerare. Bisogna insegnare ai figli la moderazione, spiegando che anche un cibo non proprio sanissimo può essere parte della dieta, sporadicamente». Il decalogo prosegue ricordando che è bene non mangiare mai davanti alla televisione perché i bimbi, distratti dalle immagini, non si rendono bene conto se sono sazi o meno e finiscono per mangiare più del dovuto. Inoltre, sì a porzioni adeguate e no alla regola del “piatto pulito” per cui i bambini devono finire tutto ciò che è stato loro servito: mangiare anche quando non si ha più fame è uno dei motivi principali per cui si introducono troppe calorie e i bimbi, se non li forziamo, sanno invece capire assai bene quando sono sazi. «Infine, la regola più importante: i genitori devono essere un buon esempio per i loro figli, perché questi imparano per imitazione. Non ci si può aspettare che un bambino mangi l’insalata se noi siamo i primi a non toccarla».


Zinco, l’arma segreta contro lo streptococco
Uno studio australiano svela i dettagli dell'azione antibatterica del metallo

Lo Streptococcus pneumoniae, batterio che ogni anno fa più di un milione di vittime fra i soggetti più deboli che hanno a che fare con polmonite, meningite e altre gravi infezioni, ha ora un nuovo agguerrito nemico: lo zinco. Un gruppo di ricercatori australiani ha infatti scoperto che questo metallo sottrae al temuto batterio un altro prezioso elemento, il manganese, indispensabile allo streptococco per infettare le cellule umane e scatenare le malattie associate alla sua presenza nell'organismo.

Le ricerche, condotte alle Università di Adelaide e di Brisbane, sono state pubblicate su Nature Chemical Biology. Combinando studi di chimica, biochimica, microbiologia e immunologia gli autori hanno concluso che lo zinco si lega ad una proteina, PsaBca, che lo streptococco utilizza per fare il pieno di manganese. Tuttavia, il legame con lo zinco induce dei cambi conformazionali che impediscono alla proteina di assolvere alla sua funzione, lasciando così il batterio in carenza di manganese, senza il quale, sottolinea il coordinatore degli studi, Christopher McDevitt, “questi batteri possono essere facilmente spazzati via dal sistema immunitario”.

“È noto da tempo che lo zinco gioca un ruolo importante nella capacità dell'organismo di proteggersi dalle infezioni batteriche - spiega il ricercatore - ma è la prima volta che qualcuno riesce a mostrare in che modo lo zinco blocchi un processo essenziale affamando il batterio. Con questa nuova informazione possiamo ora iniziare a mettere a punto la prossima generazione di agenti antibatterici bersagliando e bloccando questi trasportatori essenziali”.


Arriva test non invasivo italiano per scoprire sindrome Down
E principali anomalie genetiche,analisi Dna bebè da sangue mamma

Sapere con una certezza che sfiora il 100% se il bambino che si sta aspettando presenta delle anomalie genetiche. Con un prelievo di sangue alla futura mamma. Un test innovativo, non invasivo e sicuro quello del Dna fetale in circolo nel sangue materno, proposto da qualche anno e oggi disponibile in un protocollo tutto italiano messo a punto da un laboratorio romano, che ha validato il suo test (PrenatalSafe) con uno studio in via di pubblicazione su oltre 1.600 casi (confermato il 100% dei risultati).
Con il test, attraverso un tradizionale prelievo ematico della gestante dalla decima settimana di gravidanza, si individuano, senza rischi per il nascituro, la Sindrome di Down e le altre principali alterazioni cromosomiche, grazie all'analisi diretta del Dna fetale circolante nel sangue materno. Un'arma preziosa per le future mamme, un esame prenatale non invasivo tecnologicamente avanzato, che è il primo ad essere eseguito interamente in Italia e in Europa. Un vantaggio non di poco conto, che permette di ridurre i tempi di risposta (7 gg lavorativi al massimo) ma anche il rischio che i campioni si deteriorino, sottoposti a lunghi viaggi", continua l'esperto.
PrenatalSafe è un test di screening e non diagnostico (in caso di positività il risultato va confermato con le indagini prenatali invasive tradizionali), ma dà risultati in termini di presenza/assenza delle anomalie con una attendibilità superiore al 99% e, se negativo, può evitare alla gestante lo stress di sottoporsi all'amniocentesi. Con il test si possono individuare la Sindrome di Down (la più comune delle anomalie genetiche rare, 1 caso ogni 700 nati), di Edwards (trisomia 18; 1 caso su 6 mila nati), la Sindrome di Patau, (trisomia 13; 1 caso su 10mila), la Sindrome di Turner (monosomia X), la Sindrome di Klinefelter e quella di Jacobs. Ma "il test - sottolinea Fiorentino - dà la possibilità di verificare anche la presenza di alterazioni cromosomiche strutturali e sub-microscopiche, come la Sindrome DiGeorge, Cri-du-chat o Prader-Willi/Angelman".


Videogiochi, per evitare le tecnopatie serve un timer per l'uso
Non vanno demonizzati, ma è bene seguire alcune regole per tutelare la propria salute. Ed evitare le dipendenze

È bene non lasciare i bambini troppo tempo di fronte ai videogiochi. La felicità di plastica, la racchiude in queste due parole Roberto Baiocco, ricercatore del dipartimento di psicologia dell’università La Sapienza, quella sensazione di appagamento che provano i ragazzi giocando online nelle room «le stanze dove convergono coetanei da ogni parte del mondo». Games dove ognuno ha un «potere negoziato e riconosciuto dagli altri, un mondo virtuale che si nutre di se stesso e che può portare all’isolamento sociale», aggiunge Baiocco, autore di diversi studi sull’argomento.

INTERATTIVO - 

Internet è solo uno dei modi possibili per chi ama giocare con un’interfaccia: consolle, tablet, smartphone e pc, i videogames spopolano ovunque, soprattutto tra gli adolescenti. E le mode si moltiplicano: dalle sfide online alla creazione fino alla possibilità di calarsi nei panni di qualcun altro e non sempre dalla fedina penale pulita.


Demonizzarli, però, non serve a nulla, piuttosto i genitori dovrebbero domandarsi cosa nasconde quel bisogno dei loro figli di passare ore e ore davanti a un pc. Una meta-analisi condotta dall’Associazione americana degli psicologi (Apa) guarda agli effetti positivi, dopo anni di studi su “dipendenza, depressione e aggressività” che “non vanno certo ignorati”. Si è visto che i videogame migliorano le capacità cognitive: orientamento spaziale, ragionamento, memoria e percezione. È la tridimensionalità ad aiutare nell’orientamento, i giochi strategici nel “problem solving”, e quelli violenti danno una spinta alla creatività. Giochi semplici (tipo Angry Birds) portano invece benefici all’umore ed essere battuti in gioco comporta un rafforzamento della capacità di superare le difficoltà anche nella vita. I multiplayer games, che prevedono partecipazioni da qualsiasi posto, infine, creano social-communities, mettendo in discussione l’altro stereotipo: l’isolamento sociale. Studi non solo sui ragazzini. Anche negli over 65, una ricerca (su 681 soggetti, università dello Iowa) dimostra come, in chi aveva giocato per 10 ore a “Road tour”, siano aumentate la capacità mentali.
Per Thalita Malagò, segretario generale dell’Aesvi, l’associazione editori sviluppatori videogiochi italiani, «demonizzarne l’uso è un errore, i genitori dovrebbero fare attenzione a quali giochi fanno i loro figli, quanto tempo restano di fronte al computer o a una consolle. Ci sono prodotti più violenti ma la produzione è vasta: questa ritrosia ha condizionato anche il mercato del lavoro facendo dell’Italia un paese dove si sperimenta e si crea poco». Comunque 60mila italiani, lo scorso ottobre, hanno partecipato al Games week, la kermesse dedicata ai giochi organizzata proprio dall’Aesvi. Un record. Una passione: ma il passo verso la dipendenza potrebbe essere più breve di quanto si pensi. Come dimostrano le strutture sanitarie pubbliche che orami si interessano di videodipendenza e l’allarme lanciato dal convegno “L’adolescenza e la chimica problematica” organizzato a Modena. Dove, spiega Massimo Bigarelli, direttore Servizio dipendenze patologiche Ausl di Modena «è emerso che alcuni ragazzini sono dipendenti dai videogiochi già a 4-5 anni. Ed è per questo che in Emilia Romagna stiamo studiando nuove modalità di intervento ». E così sono in aumento le tecnopatologie: tendiniti da joystick, pollice da smartphone, collo da sms. «Certo se un ragazzo sta ore e ore davanti a un pc, prima o poi avrà dei problemi di postura», fa notare Guido La Rosa, responsabile di ortopedia al pediatrico Bambino Gesù di Roma. Molte ore davanti al pc fanno male a tutti.


Lenticchie: simbolo di fortuna, prosperità e ricchissime di proprietà nutritive

Le lenticchie sono i semi di una pianta erbacea chiamata “Lens esculenta”, che appartiene alla famiglia delle Leguminose e che attualmente è coltivata in tutte le regioni a clima temperato. Questa pianta ha origini molto antiche: nell’odierna Turchia sono state rinvenute tracce risalenti al VI millennio a.C e sappiamo con certezza che le lenticchie costituivano uno degli alimenti più diffusi presso i ceti meno abbienti della civiltà greca e romana. La loro forma ricorda quella delle monetine, ed è per questo che le credenze popolari le hanno sempre considerate portatrici di prosperità e buona sorte! Sicuramente hanno occupato, come di consueto, un posto fisso nell’appena trascorso cenone di San Silvestro, anche se l’usanza di mangiar lenticchie la notte di Capodanno risale all’Antica Roma, quando si regalava, a inizio anno, una scarsella di lenticchie con l’augurio che si trasformassero in denaro! Ma le lenticchie non sono solo un simbolo di fortuna e ricchezza, come vuole la tradizione popolare, essendo ricche di proprietà nutritive importanti per la nostra salute. Esse rappresentano una valida alternativa ad un secondo a base di carne, pesce, uova e formaggio, grazie al loro alto contenuto proteico; ma sono perfette anche come primo piatto, da consumare insieme a pasta e riso. Hanno azione antiossidante, grazie agli isoflavoni, preziosi alleati nella prevenzione di diverse forme di tumore; sono facilmente digeribili e contengono fibre che aiutano a regolarizzare le funzioni intestinali, evitando la stitichezza; sono benefiche per i diabetici (evitando che lo zucchero contenuto nel sangue salga troppo velocemente dopo un pasto), sono utili in caso di anemia ( le lenticchie rosse, in particolare, contengono ferro in quantità leggermente superiore ad altre varietà). Le lenticchie che contengono pochi grassi e di tipo insaturi, sono adatte a prevenire l’arteriosclerosi, sono indicate nell’abbassamento del colesterolo e non contengono glutine. Sono però sconsigliate ai malati di gotta e di uremia, poiché fonti di purine e si consiglia di non mangiarle crude per via della presenza di sostanze antidigestive che vengono distrutte con la cottura.


Oms: il piano 2013-20 per le malattie non trasmissibili

Ridurre l'impatto delle patologie non trasmissibili, la mortalità e la disabilità dovute a malattie croniche attraverso la collaborazione multisettoriale e la cooperazione internazionale, in modo che le popolazioni raggiungano i più alti standard di salute raggiungibili e le malattie non siano più un ostacolo al benessere o allo sviluppo socioeconomico. Sono questi gli obiettivi del «Global action plan for the prevention and control of non communicable diseas 2013-2020» dell'Oms.

I numeri. Si stima che circa 36 milioni di morti - pari al 63% dei 57 milioni di decessi che si sono verificati a livello globale nel 2008 - siano dovute a malattie non trasmissibili. Principalmente malattie cardiovascolari (48% dei decessi causati da malattie croniche), tumori (21%), malattie croniche respiratorie (12%) e diabete (3,5%). Quattro i principali fattori di rischio comportamentali: uso del tabacco, dieta malsana, inattività fisica e abuso di alcol. Nel 2008 , l'80% di tutti i decessi (29 milioni) da malattie croniche si sono verificati nei paesi a basso e medio reddito, e una percentuale più alta (48 %) dei morti in questi ultimi paesi sono prematuri (sotto i 70 anni) rispetto ai paesi ad alto reddito (26%). Anche se la morbilità e la mortalità per malattie non trasmissibili si verificano soprattutto in età adulta, l'esposizione a fattori di rischio inizia nella prima infanzia. Anche i bambini possono morire di malattie croniche curabili, come diabete, asma, leucemia, se non sono garantite prevenzione e cura completa delle malattie. Secondo le proiezioni Oms al 2030, il numero totale annuo di decessi per malattie croniche aumenterà fino a 55 milioni se non si inverte la rotta. È infatti dimostrato che le malattie non trasmissibili possono essere notevolmente ridotte con un'adeguata prevenzione e azioni di controllo e cura efficaci ed equilibrate.

Il calcolo costi-benefici. Agire conviene più dell'inazione, sostiene l'Oms. Cifre alla mano, il costo complessivo di attuazione di un mix di azioni molto conveniente, ammonta al 4% della spesa sanitaria corrente nei paesi a basso reddito, al 2% nei minori paesi a medio reddito e meno dell'1% nei maggiori paesi a medio reddito e nei paesi ad alto reddito. Il costo di attuazione del piano d'azione Oms è stimato in 940 milioni di dollari per un periodo di otto anni nel 2013-2020. Ma se si guarda all'ipotesi opposta, ossìa di non prendere provvedimenti, l'impatto complessivo sarebbe di 47 trilioni (un trilione=mille miliardi), pari al 75% del Pil globale. Quindi questo piano d'azione rappresenta di fatto un investimento necessario.


Alimentazione: carenza di ferro colpisce nel mondo 1 persona su 4

Servirà a diffondere la conoscenza e la prevenzione della carenza di ferro. È lo scopo di “Anemia Alliance”, una piattaforma scientifica costituita da una task force di esperti per fare fronte comune rispetto al disturbo nutrizionale più comune al mondo, che colpisce oltre un quarto della popolazione mondiale. Al mondo, secondo l'Oms, di anemia soffrono circa 700 milioni di persone.La carenza di ferro e l’anemia sono gravi comorbilità, che insorgono frequentemente in diversi quadri clinici come, ad esempio, la malattia renale cronica, le malattie infiammatorie intestinali e lo scompenso cardiaco. E proprio per quanto riguarda quest’ultimo aspetto, alcuni studi hanno dimostrato che l’anemia è un fattore di rischio indipendente per mortalità ed ospedalizzazione in questa popolazione di pazienti.










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Lenticchie: simbolo di fortuna, prosperità e ricchissime di proprietà nutritive
Oms: il piano 2013-20 per le malattie non trasmissibili
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Tetraplegici, piercing hi-tech sulla lingua per governare la sedia a rotelle
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la strada a nuove cure
Pulire il ciuccio con la bocca protegge baby da allergie
Troppi complimenti rendono insicuri i bambini
Da otite a mal di gola, quanto durano i malanni di stagione
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Zinco, l’arma segreta contro lo streptococco
Arriva test non invasivo italiano per scoprire sindrome Down
Videogiochi, per evitare le tecnopatie serve un timer per l'uso
Lenticchie: simbolo di fortuna, prosperità e ricchissime di proprietà nutritive
Oms: il piano 2013-20 per le malattie non trasmissibili
Alimentazione: carenza di ferro colpisce nel mondo 1 persona su 4. Medico e Bambino pagine elettroniche 2014;17(1) https://www.medicoebambino.com/?id=NEWS1401_10.html

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