Rivista di formazione e di aggiornamento professionale del pediatra e del medico di base, realizzata in collaborazione con l'Associazione Culturale Pediatri

M&B Pagine Elettroniche

Striscia... la notizia

a cura di Valentina Abate1, Irene Bruno1 e Alessandra Perco2
1Clinica Pediatrica, IRCCS “Burlo Garofolo”, Trieste
2Redazione di Medico e Bambino





Sos pelle bimbi, malattie triplicate per inquinamento
Pediatri, dermatite colpisce il 43% degli under-5

Bambini europei sempre più colpiti dalle malattie della pelle, dermatite atopica in testa, tanto che quasi un bambino su due sotto i cinque anni ne soffre. L'sos sulla salute della pelle dei più piccoli arriva dai pediatri della Fimp (Federazione italiana medici pediatri), riuniti a Montecarlo per il convegno internazionale 'L'eccellenza incontra l'eccellenza, dopo che si è registrato un vero e proprio boom di patologie dermatologiche infantili, raddoppiate nelle ultime tre decadi e addirittura triplicate nelle zone più industrializzate. La dermatite atopica è di origine congenita e genetica (se ne soffre un solo genitore il figlio ha il 60% di probabilità di soffrirne a sua volta, che salgono all'80% se entrambi i genitori hanno la patologia) ma, spiegano gli esperti, può svilupparsi per sensibilità a vari fattori, come l'alimentazione o l'assunzione di farmaci. Anche se per l'Organizzazione Mondiale della sanità l'imputato numero uno è l'inquinamento: l'Oms, hanno ricordato i pediatri, valuta che in Europa circa un terzo delle malattie infantili dalla nascita a 18 anni si possa attribuire all'ambiente insalubre o insicuro. E se la diagnosi è semplice (basta un esame clinico, niente prove allergiche o analisi di laboratorio) ancora mancano le terapie risolutive per una patologia che risente appunto di fattori ambientali, quali l'inquinamento (ma anche forti escursioni climatiche, vento, pioggia, umidità, polveri) e pure dei fattori alimentari come allergie o carenze e rischi nutrizionali.

"La dermatite atopica - ha spiegato il presidente della Fimp, Giuseppe Mele - è la più diffusa delle malattie dermatologiche in età pediatrica". E le malattie della pelle, aggiunge Giuseppe Ruggiero, referente nazionale della rete dermatologica Fimp, rappresentano ormai "il 20-30% delle visite che ogni pediatra esegue, con una maggior prevalenza di dermatite atopica. I disturbi maggiori (prurito, eczemi, secchezza diffusa, perdita di compattezza e turgore, comedoni e punti neri, brufoli, specie nelle zone a maggior rischio di dermatite come mani e viso, o gambe e le ginocchia, più soggette allo sfregamento dei vestiti) si possono "prevenire o lenire educando i genitori al corretto trattamento della patologia, dall'uso costante di creme emollienti contro la secchezza cutanea o di prodotti specifici in caso di lesioni infiammatorie". Fondamentale anche una dieta corretta, sana e bilanciata, "ricca di frutta e verdure (per assumere vitamine e sali minerali), pesce, grassi di origine vegetale, fibre e cereali" e "arricchita da un buon apporto di acqua e da un limitato consumo di bevande zuccherate e cibi troppo raffinati, particolarmente importante in inverno quando la pelle è privata dei benefici del sole". Anche per questo i pediatri hanno messo a punto il test di screening, 'NutricheQ', nato da un progetto della scuola Fimp U-TRE (acronimo di Uno-Tre anni): si tratta di un questionario per i genitori, il test, integrato da una serie di guide che possono essere fornite alla famiglia per ogni fattore di rischio individuato, che aiuta il pediatria a individuare coloro che potrebbero necessitare di maggiore supporto o informazioni in merito a determinati aspetti della nutrizione del bambino.

 
Pediatria, la rete delle manovre salvavita tra medici, maestre, mamme e baby sitter
Cosa fare (e non fare) se un bambino rischia di soffocare per l'inalazione di un oggetto o di cibo? Da Montecarlo il progetto di Fimp e Società di medicina e d'emergenza per formare personale “laico” e moltiplicare le potenzialità nel soccorso
 
Una rete di maestre, mamme, babysitter e pediatri per sapere come intervenire sui bimbi a rischio soffocamento: è quanto si appresta a lanciare la Federazione dei pediatri Fimp insieme alla Società di Medicina ed emergenza dei medici pediatri. Insegnare le manovre giuste per salvare un bambino che sta per soffocare a causa dall'inalazione di un corpo estraneo: che sia cibo o un giocattolo, questa è, dopo gli incidenti stradali, la causa di morte accidentale più frequente tra i piccoli fino a 4 anni di età. Cinquanta famiglie ogni anno sono distrutte da un simile evento, che resta una delle paure più frequenti di madri e padri. Le stime parlano di 450 eventi l'anno, circa 300 tra o e 14 anni, quasi un caso di ogni giorno, e 50 i morti, quasi uno a settimana.
"Vogliamo creare una Rete nazionale per informare e formare personale: nelle scuole per gli insegnanti, tra il personale dei nidi e gli assistenti sociali dei bambini diversamente abili, nella case per genitori, nonni e babysitter", spiega il presidente Fimp, Giuseppe Mele. "Si può fare", un "We can" in stile Obama, una chiamata alla responsabilizzazione per salvare delle vite: "È semplice sapere cosa fare e soprattutto cosa non fare in queste situazioni".
"Ecco, mentre in Italia solo il 5 per cento della popolazione è informata, negli Usa siamo già al 60 per cento, coinvolgendo persino i teenager nelle scuole.

LA CULTURA DELLA PREVENZIONE - È questa la logica: prima di tutto rendere sicuri i luoghi dove vivono i bambini, avere cura e valutare la grandezza degli oggetti che li circondano (dadi, monetine, caramelle, parti di giocattolo, palline di gomma ma anche noccioline, arachidi, acidi di uva, tappi di biro o penne....), eliminare tutti quegli oggetti che hanno un diametro inferiore ai 4,5 centimetri, considerati a rischio soffocamento da inalazione (esiste anche un oggetto, il baby security con un foro centrale: se gli oggetti passano attraverso questo foro, debbono essere portati  lontani dalla accessibilità dei bambini). Quando un corpo estraneo blocca le prime vie respiratorie ostacolando il libero passaggio dell'aria vi sono alcune cose che non bisogna assolutamente fare nell'immediato: non mettere le dita in bocca al neonato, né metterlo a testa in giù, ritardare la chiamata al 118. Prima di tutto bisogna aspettare che i meccanismi naturali di espulsione, con la tosse, facciano il loro "lavoro". Sconsigliata qualsiasi manovra in questa fase chiamata di ostruzione parziale delle vie aeree (respiro difficile, emissione di suoni e tosse, pianto): il bambino va tranquillizzato, incoraggiato a tossire, lasciato nella posizione che preferisce. In caso invece di ostruzione completa (smette di respirare, non emette suoni, non tossisce) occorre tentare di creare una tosse artificiale, avendo già allertato il 118. Le semplici manovre da fare in questo caso sono diverse in caso di lattante o di bambini sopra un anno di età. Ma se invece il piccolo non è cosciente bisogna intervenire con altre manovre, quelle di rianimazione cardiopolmonare, sdraiandolo su una superficie piana e rigida.

LA RETE - Questo primo corso a Montecarlo, nell'ambito delle Scuole di Alta formazione post-specialistica Fimp, ha visto una forte partecipazione: 50 pediatri, ma anche due genitori. I progetti sono in avanzata fase di realizzazione: "Il 15 marzo a Taranto", "A Roma siamo definendo il programma, nell'ambito del progetto Roma capitale, per la formazione negli asili nido delle maestre, circa seimila", precisa il presidente Mele, " poi con aziende private, come Telecom e Banca Intesa, e nel futuro pensiamo con le Ferrovie al pediatra in treno, ribaltando il concetto di professionisti chiusi in ambulatorio. Noi andiamo per strada, sul territorio".
Gli appuntamenti e le iniziative aperte anche a non sanitari sul portale www.fimp.org


Parte progetto “Emtics” su disturbi giovanili da tic
Finanziato da Ue, coinvolti Asl Bari e centri clinici italiani
 
Finanziato dall'Unione Europea, parte in questi giorni il progetto di ricerca Emtics (European multicentre tics in childrenstudies) che vede coinvolti il servizio territoriale di Neuropsichiatria dell'infanzia e dell'adolescenza della Asl di Bari (unica Asl italiana del progetto), in collaborazione con il laboratorio di analisi dell'ospedale Di Venere di Bari, e il dipartimento di Scienze biomediche ed oncologia umana dell’Università di Bari. Il progetto Emtics ha lo scopo di individuare i fattori di suscettibilità genetici e ambientali dei disturbi da “Tic e della Sindrome di Tourette”. Quest'ultima è un disturbo neuro-comportamentale caratterizzato dalla presenza contemporanea di più tic motori e almeno un tic sonoro. Il disturbo si presenta di solito in età scolare, prima dei 18 anni; spesso c’è una origine genetica, tanto che in più del 50% dei casi sono presenti segni di ereditarietà. Il progetto Emtics è realizzato con la collaborazione di 27 partner provenienti da 11 Paesi (Italia, Svizzera, Germania, Olanda, Spagna, Regno Unito, Ungheria, Israele, Belgio, Grecia e Danimarca). Insieme alla Asl di Bari, fanno parte del progetto anche due centri clinici italiani, quelli di Neuropsichiatria dell'infanzia e dell'adolescenza delle università di Catania e della Sapienza di Roma.

 
Il bimbo non parla? Serve il logopedista
I disturbi del linguaggio, se non diagnosticati e trattati, possono causare ai bambini problemi emotivi, isolamento e difficoltà scolastiche. Ecco cosa fare.

Colpiscono il 3% della popolazione, ma si rilevano soprattutto nei bimbi tra i due e i sei anni, dove si toccano punte del 7%. Sono i Disturbi Specifici del Linguaggio (DSL), cioè la difficoltà di acquisire e articolare le parole e a comprenderle ed esprimersi correttamente. Condizioni che tendono a isolare il bambino a causa di anomalie della sua capacità linguistica che limita le relazioni interpersonali e può causare disturbi emotivi e comportamentali. Tali disturbi sono la principale conseguenza dei problemi di apprendimento a scuola della lettura e scrittura. Per far conoscere questi problemi, in occasione della Giornata Europea della Logopedia del 6 marzo, sotto lo slogan Libera Le Parole, la Federazione Logopedisti Italiani (Fli), in sinergia con il Comitée Permanent de Liaison des Orthophonistes-Logopèdes de l’Union Europeénne (CPLOL), ha organizzato numerose iniziative su tutto il territorio nazionale.
«I Disturbi Specifici del Linguaggio – spiega Tiziana Rossetto, presidente FLI – non sono conseguenti a patologie neurologiche centrali o periferiche, né a danni organici dell’apparato articolatorio e non riguardano deficit intellettivi o situazioni di svantaggio socio-culturale Le ultime ricerche scientifiche confermano la sua origine neurobiologica: uno dei dati più importanti è che vi è un’alta percentuale di familiarità, stimata al 70%».
Hanno espressioni diverse riconducibili a tre categorie:
1. disturbo specifico dell’articolazione, in cui il bambino pronuncia male o non è in grado di pronunciare alcuni suoni che dovrebbero già essere presenti alla sua età
2. disturbo del linguaggio espressivo, in cui il bambino costruisce in modo alterato le parole (esempio poto al posto di topo) o le frasi (bimbo mangia no per il bimbo non mangia) rispetto a un coetaneo, pur comprendendo quello che gli viene detto
3. disturbo della comprensione del linguaggio, in cui le difficoltà di linguaggio sono decisamente più importanti e il bambino fatica a elaborare sia le informazioni in entrata (difficoltà di comprensione) sia quelle in uscita (difficoltà di espressione).
Teoricamente si conoscono le varie tappe dello sviluppo linguistico e l’età media in cui vengono raggiunte, ma, l’età esatta in cui il singolo bambino le raggiungerà può variare molto, e ciò dipende dalle abilità innate del piccolo ma anche dalla realtà linguistica in cui è immerso. Questo fa si che sia difficile prevedere con certezza come procederà lo sviluppo linguistico di un determinato bambino.

Vi sono, tuttavia, alcuni fattori di rischio che, se presenti nella fasci di età tra i 18 e i 30 mesi, fanno ipotizzare un possibile ritardo di linguaggio futuro, essi sono:
1. basso livello di comprensione linguistica: la comprensione del linguaggio parlato è un’abilità che generalmente precede la capacità di esprimersi
2. un ridotto uso della gestualità
3. l’età della diagnosi: più il problema viene riconosciuto tardivamente più sarà difficile porvi rimedio
4. velocità dei progressi nello sviluppo del linguaggio: ampliamento progressivo del vocabolario, comparsa di strutture frasali via via più complesse, eccetera.

Se siete preoccupati per lo sviluppo linguistico di vostro/a figlio/a l’ideale è rivolgersi a uno specialista per la prima valutazione, senza aspettare di arrivare a ridosso della scuola primaria di primo grado perché poi potrebbe non essere sufficiente il tempo a disposizione per recuperare il gap linguistico. Il logopedista può somministrate test specifici per valutare lo sviluppo linguistico di vostro figlio, sia in comprensione che in produzione, analizzare il linguaggio in diverse situazioni, riconoscere eventuali fattori che possono rallentare lo sviluppo linguistico e consiglia il genitore sul percorso più idoneo da intraprendere. Dal 3 al 9 marzo è aperto un filo diretto con i logopedisti italiani: basterà chiamare il numero 049.8647936 o inviare una email a info@fli.it.
 

Perché le bambine parlano prima (e di più)

Uno studio pubblicato sul “Journal of Neuroscience” a firma di J. Michael Bowers e Margaret McCarthy dell’Università del Maryland a Baltimora e ha scoperto differenze di genere nell'espressione il gene FOXP2, che nei mammiferi è collegato alla capacità di vocalizzazione. In particolare, i due ricercatori hanno scoperto che nella nostra specie i livelli della proteina FOXP2, codificata dall'omonimo gene, sono più elevati nel cervello delle bambine, in accordo con le loro maggiori e più precoci capacità comunicative. Nei ratti, invece, sono stati osservati livelli più alti nei cuccioli maschi, che rispetto alle femmine chiamano la madre con più decisione quando ne vengono separati. Negli ultimi anni, vari studi hanno confermato che le bambine imparano a parlare prima dei bambini, non solo pronunciando più precocemente le prime parole, ma anche acquisendo più velocemente un ampio vocabolario. La motivazione profonda di questi risultati è però rimasta in dubbio a causa della difficoltà di separare il contributo genetico da quello ambientale allo sviluppo del linguaggio.
Per la loro ricerca, Bowers e McCarthy sono partiti dalle scoperte relative al gene FOXP2, di cui nel 2001 era stato individuato il ruolo fondamentale sia per le vocalizzazioni negli animali sia per il linguaggio negli esseri umani. Nell’uomo, per esempio, la proteina per cui codifica, FOXP2, mostra una piccola differenza, di due soli amminoacidi, rispetto a quella che si osserva negli scimpanzé, ma è identica alla versione rilevata nel genoma dell’uomo di Neanderthal, suggerendo che anche i nostri antichi cugini avessero un linguaggio articolato.
 

Il sangue ha una scadenza più breve di quanto si pensi

Anche il sangue scade, come un farmaco, e perde la capacità di essere efficace e fornire il nutrimento in ossigeno necessario alle cellule ove necessita. Questo processo di deterioramento avviene più velocemente di quanto si pensava fino a oggi. Un po’ come per i cibi o, meglio, i medicinali, anche il sangue ha una sua scadenza.
Un periodo di tempo in cui è ancora da ritenere efficace e che, dopo il quale, perde di qualità non avendo più globuli rossi capaci di fornire cellule ricche di ossigeno laddove si renda necessario.
Questo processo di deterioramento, che avviene fin dall’inizio del prelievo, si mostra più evidente dopo sole tre settimane – anche se avviene gradatamente – contro le 6 settimane che si pensava fossero necessarie. Secondo i ricercatori della Johns Hopkins University School of Medicine, infatti, i globuli rossi del sangue conservato perdono la flessibilità necessaria per passare attraverso i piccoli capillari del corpo umano per fornire ossigeno ai tessuti, già tre settimane prima.
Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Anesthesia & Analgesia e mostra altresì che questa perduta capacità del sangue non viene recuperata dopo una trasfusione – che si tratti di pazienti che ne hanno avuto necessità sia durante che dopo un intervento chirurgico, o altro.
«Ci sono sempre più informazioni che ci dicono come la durata di conservazione del sangue non possa essere di 6 settimane: che è quello che le banche del sangue considerano come tempo standard – sottolinea l’autore principale dello studio Steven M. Frank, professore associato di Medicina e Anestesiologia. Il problema della “freschezza” del sangue è più diffuso di quanto si pensi: infatti le banche del sangue non hanno abbastanza sangue fresco per tutti. Se poi si prendesse atto che il sangue “scade” prima, anche le scorte a disposizione diminuirebbero ancora.
La questione diventa pertanto se sia più importante avere maggiore sangue a disposizione, ma non più, o quasi, efficace o avere meno sangue ma più fresco ed efficace. La qualità del sangue non è da pendere sottogamba perché spesso è più determinante che non la quantità, fanno notare i ricercatori. Un precedente e ampio studio pubblicato nel New England Journal of Medicine aveva invero già dimostrato che i pazienti sottoposti a chirurgia cardiaca che avevano ricevuto sangue conservato per più di tre settimane avevano avuto quasi il doppio di probabilità di morire, rispetto ai pazienti che hanno ricevuto sangue che era stato conservato per soli 10 giorni. La tendenza delle case che forniscono le placche di sangue è un po’ come quella dei negozianti di alimenti – commenta il prof. Frank – che mettono davanti alle altre le confezioni più vecchie, che scadono prima. Questo comporta che i pazienti spesso devono fare i conti con sangue più vecchio o prossimo alla scadenza.
 
 
Andare a scuola camminando migliora metabolismo
I bambini dovrebbero fare almeno un'ora al giorno di moto

''Le malattie cardiovascolari da trombosi, come infarto, ictus, embolia e trombosi, sono l'epidemia dei nostri giorni e ogni anno in Italia colpiscono 600 mila persone. Sono la prima causa di morte nei paesi industrializzati. Per questo è bene prevenirle fin dall'infanzia, con alimentazione sana e attività fisica''. ''L'attività fisica e sportiva sono fondamentali per ridurre il rischio cardiovascolare, e insieme all'eliminazione del fumo e il controllo del peso sono la strategia vincente contro quest'epidemia che ci colpirà nei prossimi 20 anni''. Iniziare a muoversi fin da piccoli è fondamentale, e basta poco. Andare a scuola camminando riduce il peso corporeo e migliora la situazione metabolica. Inoltre andrebbero aumentate le ore scolastiche di attività fisica. Ogni bambino dovrebbe fare almeno un'ora al giorno di attività fisica, anche solo correndo in cortile. Senza una strategia di prevenzione la spesa per la presa in carico di queste malattie diventerà insostenibile per il Ssn e a pagarne il prezzo saranno le fasce più povere della popolazione.
 

Oms, 360 milioni di persone nel mondo con perdita d'udito
 
Più di 360 milioni di persone nel mondo soffrono di disabilità uditive e perdita di udito. Lo ricorda l'Organizzazione mondiale della sanità (Oms), in occasione della Giornata internazionale per la cura dell'orecchio. Secondo i dati presentati, una persona su tre con più di 65 anni d’età, per un totale di 165 milioni nel mondo, vive con una perdita dell'udito. E anche se vi sono strumenti e protesi per farvi fronte, non ne sono prodotte a sufficienza.
Oltre agli anziani, vi sono anche 32 milioni di bambini sotto i 15 anni colpiti da perdita dell'udito e la causa principale sono infezioni dell'orecchio, soprattutto nei paesi a basso e medio reddito. La maggior prevalenza di disabilità uditive si ha nell'Asia meridionale e del Pacifico, e nell'Africa sub-Sahariana. Anche malattie infettive come rosolia, meningite, morbillo e orecchioni possono causare la perdita dell'udito, oltre all'esposizione a rumori eccessivi, ferite all'orecchio o alla testa, cause genetiche, problemi durante la gravidanza e il parto, uso di farmaci e invecchiamento.
Secondo l'Oms è necessario che i paesi sviluppino programmi di prevenzione della sordità nei servizi di cure primarie, anche con le vaccinazioni contro morbillo, meningite, orecchioni e rosolio, monitoraggi e terapia della sifilide nelle donne in gravidanza e valutazione precoce dell'udito nei bambini.


Per una malattia rara, una bambina diventa come una statua
A Torino, ha 3 anni e mezzo, colpita da calcificazione

È soprannominata la ''bambina di pietra'' perché tranne gli occhi e un accenno di sorriso, è rigida come una statua. Una malattia rara, diagnosticata quando aveva sette mesi, provoca la calcificazione delle parti molli delle articolazioni. La sua storia - raccontata oggi sulle pagine locali de La Stampa - è quella di una bimba a cui non è premesso alcun movimento, come fosse una bambola rigida. La patologia che l'ha colpita non ha ancora un nome, pare sia unica al mondo. Si tratterebbe di un'anomalia genetica che calcifica tutto ciò che sta attorno alle articolazioni. Gli effetti, però, sono sotto gli occhi di tutti: le ossa perdono ogni funzione di supporto motorio rendendo gli arti rigidi e anche fragilissimi. La malattia è stata scoperta, infatti, dopo la frattura ad un polso provocata involontariamente dalla mamma mentre la massaggiava dopo un bagnetto. Da lì il calvario di visite, esami e la terribile verità. I genitori, lui operaio, lei casalinga, hanno lanciato un appello essenzialmente per due motivi. Innanzitutto mettersi in contatto eventualmente con altri genitori che vivono la loro stessa esperienza, capire se esistono casi simili a quello della loro bimba. In secondo luogo un aiuto per una casa nuova, senza barriere architettoniche in modo da rendere le giornata della piccola almeno un po' più facile.
 

Aids, con cure precoci guarisce neonata
Se confermato, sarà il secondo caso documentato

Una bimba nata in Mississippi con il virus dell'Aids sembra essere guarita dopo essere stata curata con un cocktail di medicine sin dalle prime ore dopo la nascita. Lo hanno reso noto i ricercatori che hanno seguito il suo caso che potrebbe aprire la strada alla cura di centinaia di migliaia di bimbi che ogni anno nascono affetti dall'Aids, soprattutto in Africa. Il caso della bimba del Mississippi, che ora ha due anni e mezzo, se confermato, scrive il New York Times, sarà il secondo documentato di un paziente guarito dall'Aids. Il primo è quello di un uomo adulto, Timothy Brown, noto come il paziente di Berlino, guarito nel 2007 dopo un trapianto di midollo osseo. La bimba, hanno riferito i medici, è stata curata con medicinali antiretrovirali sin da 30 ore dopo la sua nascita, una pratica inconsueta.
"Per i pediatri si tratta del nostro Timothy Brown", ha detto la dottoressa Deborah Persaud, del John Hopkins Children's Center, che ha redatto il rapporto sulla bimba e secondo cui si tratta della "prova di principio che possiamo curare l'Hiv se riusciamo a riprodurre questo caso". I ricercatori esortano però alla cautela, sottolineando che al momento si tratta di un caso unico. La pratica stabilita dall'Organizzazione Mondiale della Sanità prevede che un bimbo nato da una mamma infetta dall'Hiv venga curato con una quantità limitata di antiretrovirali per quattro o sei settimane, fino a che il bimbo non risulti a sua volta positivo ad un test, nel qual caso si aumentano le dosi. Nel caso della bimba del Mississippi, quando la sua mamma è andata a partorire in un piccolo ospedale di campagna non sapeva di avere l'Hiv, e quando è risultata positiva al test, la bimba, che era nata da poco più di un giorno, è stata trasferita a un ospedale dove le è stato immediatamente a sua volta praticato il test.

Secondo la dottoressa che Hannah Gay, che ha esaminato il risultato, la bimba era stata infettata quando era ancora nel grembo della madre, piuttosto che durante il parto e poiché il livello di infezione era ancora basso ha immediatamente prescritto alla bimba tre differenti farmaci come trattamento, e non come profilassi. I livelli del virus, scrive ancora il NYT, si sono ridotti rapidamente, e dopo un mese non erano neanche più rilevabili. E ancora così fino a che la bimba non ha compiuto 18 mesi.
Poi la madre ha smesso di farle fare i test per cinque mesi, ma quando ha ripreso, di nuovo sono risultati negativi. La dottoressa Guy ha quindi fatto sottoporre la bimba ad una serie di testi più sofisticati, che hanno rilevato solo piccole tracce del virus integrate nel materiale genetico, che però non sono in grado di replicarsi.
Secondo i medici, la decisione di intervenire con i farmaci sin da poche ore dopo la nascita ha impedito la formazione della cosiddetta riserva virale che ospita il virus e dal momento che il virus non è stato più rilevato nel sangue della bimba, il trattamento è stato quindi sospeso. Poiché da allora non è stato più rilevato il virus, affermano i medici, evidentemente la bimba è guarita.


Idratazione può prevenire sovrappeso bimbi

Una corretta idratazione ''può favorire la prevenzione del sovrappeso nei bambini di età scolare, addirittura abbassandolo del 31%: a dirlo sono alcuni ricercatori tedeschi guidati da Rebecca Muckelbauer, che su questo tema hanno condotto un apposito studio. Lo riporta il sito In a Bottle, secondo il quale ''l'originalità di questa ricerca sta nell'approccio ambientale-formativo: sono stati individuati gruppi di bambini provenienti da aree socialmente svantaggiate e preparati adeguatamente in classe sull'importanza del corretto consumo di bevande, in particolare dell'acqua''. La prevenzione del sovrappeso nei bambini, si legge nello studio, rimane un problema per la salute pubblica a causa del continuo aumento dell’obesità infantile. ''Fino a oggi, la maggior parte delle strategie di prevenzione sono state basate su interventi individuali o di istruzione e hanno ampiamente trascurato il contesto ambientale. Le scuole elementari - spiega In a Bottle - rappresentano un ambiente ideale per i programmi di intervento: è stato rilevato che la tendenza al sovrappeso è più alta per i bambini di basso status socio-economico''.
''L'intenzione dello studio - commentano gli esperti - era quello di promuovere il consumo d'acqua tra i bambini di età compresa tra i 7 e gli 8 anni puntando sull'informazione e sulla formazione. Lo studio ha permesso di apprezzare come, nei bambini coinvolti attivamente nell'analisi, il rischio di sovrappeso è stato ridotto del 31%''.

 
7 adolescenti su 10 bevono energy drink, 7 litri/mese
''Pieno caffeina anche per 18% bimbi, moda dilaga tra sportivi

Quasi sette adolescenti su dieci, il 68% in età 10-18 anni, consuma energy drink. Tra questi, circa il 12% sono bevitori ''cronici'', con un consumo medio di sette litri al mese, mentre il 12% risultano ''acuti'' consumatori. A bere bevande energetiche anche i bambini, tra i tre e i dieci anni con una media di 0,95 litri a settimana (quasi 4 litri al mese), il 18% degli intervistati nell'ambito di un rapporto pubblicato oggi dall'Efsa, l'Autorità europea per la sicurezza alimentare. Per la prima volta, sottolinea l'Authority con sede a Parma, lo studio raccoglie i dati relativi alle abitudini di consumo di bevande “energetiche” a livello europeo per gruppi specifici di popolazione, compresi i bambini e gli adolescenti, con l'obiettivo di valutare l'esposizione di queste categorie ai principi attivi presenti in queste bevande, principalmente caffeina, la taurina e il D-glucurono-y-lattone. Gli adulti che optano per gli energy drink sono il 30%, tra questi circa il 12% ne bevono regolarmente 4-5 giorni alla settimana o più, con un consumo medio di 4,5 litri al mese. Circa il 52% degli adulti e il 41% dei consumatori adolescenti ha dichiarato di consumare bevande 'energetichè mentre si accinge ad iniziare un'attività sportiva.

 
Con lo sport bimbi meno stressati da “verifiche scolastiche”
Performance scolastiche migliori in chi fa attività
 
La ginnastica è un antidoto allo stress per i più piccini, li aiuta anche ad affrontare meglio gli eventi stressanti come verifiche scolastiche o interrogazioni. Lo dimostra una ricerca su 252 bimbi di otto anni condotta da Silja Martikainen dell’Università di Helsinki pubblicata sul Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism (JCEM).
In precedenti studi la pratica di sport nei bambini è una sana abitudine risultata legata anche ad altri aspetti del benessere del bambino, come le performance scolastiche che in genere sono migliori nei bimbi non sedentari. In questo studio si è voluto vedere se l’attività fisica offrisse vantaggi anche in termini di benessere psicologico.
Ebbene è emerso che i bimbi che fanno sport reagiscono meglio agli “stress da esame” e il loro organismo produce meno cortisolo, segno che la ginnastica è un ottimo cuscinetto ammortizzatore naturale per tamponare lo stress.


Questa rubrica si propone di fornire notizie di interesse sanitario generale e brevi aggiornamenti dalla letteratura pediatrica “maggiore". Lo scopo è che il lettore abbia la sensazione di sfogliare un giornale scegliendo i titoli che più lo interessano: nessuna pretesa pertanto di sistematicità e di commento che va oltre il breve riassunto di quelli che sono i principali risultati e le possibili implicazioni pratiche o di ricerca. Si parla di opinioni di giornalisti, novità dalla letteratura, e come tali vanno lette: la storia ci insegna che ogni commento, ogni ultima novità, non va considerata una verità assoluta né applicata l’indomani, ma va presa come un aggiornamento da far maturare nel cassetto attendendo le conferme e i cambiamenti di opinione che solo il tempo e l’esperienza possono fornire. Questa premessa è anche un invito ai lettori a essere parte attiva della rubrica. Vi chiediamo di suggerirci articoli/news/pubblicazioni che avete avuto modo di leggere e che ritenete meritevoli di segnalazione (scrivete a valentina_aba@yahoo.it; brunoi@burlo.trieste.it; alessandra.perco@gmail.com.

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Con lo sport bimbi meno stressati da “verifiche scolastiche”. Medico e Bambino pagine elettroniche 2013;16(3) https://www.medicoebambino.com/?id=NEWS1303_10.html

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